Il Rinascimento africano
secondo
Ngugi, scrittore keniano.

NgugiWaThiongo

«Il linguaggio non era un semplice susseguirsi di parole, aveva un potere di suggestione che andava ben oltre il significato immediato e lessicale. Attraverso immagini e simboli, la lingua ci mostrava il mondo». Ngugi Wa Thiong’o è stato – ed è – non solo un grande scrittore, poeta e drammaturgo, ma soprattutto un paladino della “lingua madre”. Keniano, autore di diversi romanzi in inglese negli anni Sessanta, nel 1977 pubblica il suo primo testo teatrale in kikuyu, la sua lingua materna.

Questo gli costa un anno di imprigionamento, durante il quale scrive su fogli di carta igienica il suo primo romanzo in kikuyu, Caitaani mutharaba-Ini (Diavolo in croce).

La sua rivolta non è semplicemente una questione linguistica. È un modo per opporsi all’«universo mentale dei colonizzatori» e al controllo, attraverso l’imposizione della loro lingua e cultura, «del modo in cui le persone percepivano se stesse e il loro rapporto con il mondo». È quanto scrive in uno dei suoi libri più famosi, Decolonizzare la mente, pubblicato per la prima volta nel 1986 e appena uscito in Italia da Jaca Book (pagine 128, euro 14). Ngugi sarà al prossimo Salone del libro di Torino domenica 17 maggio alle ore 18 (Arena Piemonte; intervengono anche Claudio Gorlier e Maria Teresa Carbone).

Nel 1982, Ngugi Wa Thiong’o è costretto all’esilio, dopo che lui e la sua famiglia ricevono pesanti minacce. Ma i suoi libri oggi continuano a essere studiati nelle scuole superiori del Kenya. E lui, che ora vive e insegna negli Stati Uniti, continua a scrivere. Soprattutto in kikuyu.

Professor Ngugi, ritiene che ancora oggi forme di controllo culturale – insieme all’ingerenza economica e politica – continuino a essere imposte in Africa?

«Certo. L’aspetto culturale è addirittura più pronunciato di prima. Il “culturale” ha normalizzato l’”anormale”. Il continente ancora prende prestiti da ciò che ha dato all’Occidente, e per giunta paga pure gli interessi».

Il continente è cambiato – e sta ancora cambiando – significativamente in questi ultimi decenni, con nuovi protagonisti internazionali come la Cina. Questo fatto ha cambiato i rapporti anche in termini di influenza culturale?

«Ci sono stati certamente molti cambiamenti. Un fatto rilevante è che tutta l’Africa ormai è politicamente indipendente. L’indipendenza dal controllo coloniale europeo diretto è stato un passo importante per noi. Ma dobbiamo ancora costruire democrazie pienamente funzionanti, che significa molto di più che sventolare bandiere e cantare inni nazionali. Dovrebbe voler dire anche una reale emancipazione dalla dominazione economica e culturale dell’Occidente. L’Africa deve poter controllare le proprie risorse, investire sulle sue risorse, e quindi relazionarsi con tutti gli altri Paesi, inclusa la Cina, sulla base di uguali diritti e doveri e di un equo dare e avere».

Oggi il mondo intero è collegato e influenzato da un sistema globale ed estremamente sofisticato di comunicazioni, attraverso diversi media e new media. Che ruolo sta giocando l’Africa all’interno di questo sistema?

«Questi sistemi di comunicazione collegano tutte le parti del mondo. Ma la vera questione è la base di tale connessione. Queste connessioni partono davvero da eque relazioni di potere? Fin dall’inizio del capitalismo, l’Africa ha sempre avuto collegamenti con l’Occidente, ma in termini di schiavismo, lavoro forzato nelle piantagioni, imposizione del sistema coloniale che hanno fatto sì che l’Europa diventasse oggi quello che è».

È ancora importante il ruolo degli intellettuali e degli scrittori africani per promuovere una cultura nazionale e una maggiore consapevolezza del senso di cittadinanza tra le persone?

«Non ci sono altre alternative. Il potere del popolo è la base della potenza dell’Africa».

Lei ha sfidato l’establishment del Kenya, scrivendo in kikuyu. Come lei, altri scrittori hanno conosciuto il carcere a causa di questa scelta linguistica. Pensa che questo tipo di lotta legata alla difesa delle lingue locali sia ancora oggi una priorità per gli scrittori africani?

«Dovrebbe esserlo. Ma ancora più importante dovrebbe essere la lotta per spingere i governi africani a cambiare le loro politiche in materia di lingue africane e a investire risorse nel loro sviluppo».

Lei ha fortemente sostenuto che il «rinascimento africano» deve passare attraverso l’insegnamento e lo studio delle lingue africane. Qual è oggi la sua opinione circa la nuova politica del governo della Tanzania che vuole introdurre l’uso del kiswahili dalla scuola primaria sino all’università?

«Un passo da gigante nella giusta direzione».

Molti scrittori africani – in esilio come lei o perché lo hanno scelto -vivono all’estero e pubblicano i loro libri in altri Paesi e in altre lingue. Con alcune eccezioni, gli autori africani e la letteratura sono spesso più diffusi e noti al di fuori dal continente. È d’accordo?

«Non del tutto. Gli scrittori africani continuano a essere letti più nel continente che altrove. Anche con tutte le contraddizioni, l’Africa è ancora la nostra base».

Qual è oggi la sfida più grande per uno scrittore africano come lei?

«Creare una letteratura e sviluppare una cultura nelle lingue africane. Lo spirito di una cultura è nella sua lingua».

Quali sono i progetti ora?

«La scrittura. Sempre. Ho appena terminato di scrivere un poema epico in lingua kikuyu: Kenda Muiyuru: Rugano rwa gikuyu na Mumbi (I nove perfetti: la storia di Gikuyu e Mumbi)».

Anna Pozzi

Avvenire 8 maggio 2015