Gabriella Greison
8 ottobre 2026
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Siamo in montagna. Guardate questi alberi. Da lontano sembrano individui separati. Ognuno con il proprio tronco, la propria chioma, il proprio spazio. Poi gli scienziati iniziano a scavare e scoprono una storia completamente diversa. Sotto il terreno esiste una rete enorme di funghi microscopici che collega alberi diversi. Alberi giovani e alberi vecchi. Alberi forti e alberi in difficoltà. Informazioni, nutrienti e segnali viaggiano continuamente lungo questa rete invisibile. Da lontano vediamo alberi. Sottoterra troviamo connessioni. Ed è esattamente per questo che siamo qui. Perché oggi parliamo di solitudine.

La lamentela la conosciamo tutti. «Parlo con un sacco di persone e mi sento solo lo stesso.» È una delle frasi più strane del nostro tempo. Abbiamo più contatti di qualsiasi generazione precedente. Più messaggi. Più gruppi. Più notifiche. Più piattaforme. Più modi per raggiungere qualcuno. Eppure la sensazione di solitudine continua a crescere. E allora arriva la scintilla della puntata. «Com’è possibile essere soli in mezzo a tutti?» La domanda sembra quasi assurda. È come dire: sono in mezzo all’acqua e ho sete. Eppure succede. Perché forse stiamo misurando la cosa sbagliata.

Il paradosso della solitudine contemporanea

La serie Scintille parte sempre da qui. Prende una lamentela, toglie la colpa e mette la fisica dei sistemi complessi. Perché la domanda interessante non è quante persone abbiamo intorno. La domanda interessante è: che tipo di rete stiamo costruendo?