Dio, il mondo e l’infinito: una nuova prospettiva sul rapporto tra l’Uno e il molteplice
Qual è il rapporto tra Dio e il mondo? La creazione è un atto libero e contingente oppure la manifestazione necessaria di una realtà infinita? Sono interrogativi al centro della riflessione del teologo gesuita Paolo Gamberini, che nel saggio Dall’essere alla manifestazione infinita propone una rilettura originale del rapporto tra l’Assoluto e le realtà finite.
Attraverso un confronto con il pensiero di Meister Eckhart e di Emanuele Severino, Gamberini sviluppa la prospettiva del Monismo Relativo, nella quale la relazione diventa la chiave per comprendere l’essere e la sua manifestazione. Al centro della proposta si trova il Logos, inteso come principio di un’espressività infinita che si manifesta nella molteplicità del cosmo senza esaurirsi in essa.
Una riflessione filosofica e teologica che invita a ripensare il significato della creazione, dell’infinito e della stessa presenza di Dio nel mondo.

Dall’essere alla manifestazione infinita
Paolo Gamberini, SJ
18/10/2026
https://paologamberinisj.home.blog
Per gentile concessione dell’autore
La distinzione tra l’essere nella sua assolutezza e l’essere delle realtà finite costituisce il punto di partenza per comprendere il rapporto tra Dio e il mondo. Nelle Questioni parigine e nei prologhi dell’Opus tripartitum Meister Eckhart sembra privilegiare nelle prime l’intendere rispetto all’essere nel parlare di Dio (deus est intelligere); nel secondo, invece, l’essere (deus est esse). Il contrasto può essere interpretato distinguendo due significati dell’essere: l’essere determinato, creato e finito, che non può essere attribuito a Dio come tale, e la puritas essendi, la purezza dell’essere, che esprime la sua assolutezza. Dio non è questo o quell’essere, delimitato rispetto ad altri: è l’essere semplicemente, senza circoscrizione a una forma particolare.
La distinzione trova un approfondimento nell’interpretazione di Genesi 1,1: «In principio Dio creò il cielo e la terra». Creare significa comunicare l’essere, e soltanto Dio può farlo perché è l’essere stesso (ipsum esse). Tuttavia, questa comunicazione non produce una realtà che possa poi sussistere indipendentemente dalla propria origine. Dio non opera come un artigiano che, terminata l’opera, può allontanarsene: crea ogni cosa in sé, e la creatura esiste soltanto nell’attualità di questa comunicazione. Senza l’agire creativo di Dio, la creatura è nulla. Il principio della creazione non appartiene quindi soltanto a un passato trascorso. È il principio sempre presente dell’esistenza delle cose. La creazione è compiuta nei suoi fondamenti e, insieme, continuamente attuale, mentre le realtà finite si sviluppano secondo le proprie modalità.
Per chiarire questa dipendenza, Eckhart distingue le determinazioni essenziali e accidentali dai trascendentali. Le prime dicono quale realtà una cosa sia e quali caratteristiche possieda; i trascendentali — essere, unità, verità e bontà — riguardano invece ogni ente in quanto ente. L’essere non sopraggiunge a qualcosa che sia già costituito: senza essere, non vi sarebbe alcun soggetto al quale attribuire proprietà. Da qui la distinzione tra l’esse simpliciter e l’esse hoc et hoc: l’essere semplicemente e l’essere questo o quello. La creatura è sempre una realtà determinata; Dio non è circoscritto a nessuna determinazione finita.
Questa distinzione, tuttavia, non dimostra ancora la necessità delle creature. Affermare che, se esistono creature, il loro essere deve distinguersi dall’essere assoluto non equivale ad affermare che l’essere assoluto debba necessariamente esprimersi in creature. La dipendenza ontologica del mondo da Dio e la necessità della manifestazione sono questioni differenti.
Il Monismo Relativo riprende questo problema e propone di affrontarlo attraverso la categoria della relazione. In tale prospettiva, l’Assoluto viene pensato come auto-relazione. Questa espressione non indica una realtà già costituita che successivamente entri in rapporto con sé, ma l’atto originario nel quale l’essere di Dio consiste. Nell’auto-relazione sono distinguibili il riferirsi e ciò a cui il riferimento è rivolto. Non sono due sostanze o ipostasi separate, ma si tratta di una distinzione interna di relazioni. Come nell’autoconoscenza chi conosce e chi è conosciuto sono la stessa persona, così l’identità dell’essere non esclude un’articolazione del suo atto. L’auto-relazione non significa identità priva di qualsiasi differenziazione.
La relazione-a-Dio (pros ton theòn) può essere compresa, a questo livello, come l’interna direzionalità dell’auto-relazione assoluta. Considerato nella sua interezza, l’atto è il riferirsi dell’Assoluto a sé (ho theòs); considerato secondo il suo orientamento, è relazione-a-Dio. Non si tratta di due atti successivi, né di due realtà indipendenti. La “relazione-a-Dio” increata esplicita un momento dell’unico atto infinito. Il Monismo Relativo riconosce teologicamente nel Logos questa direzionalità, richiamandosi al suo essere pros ton theon: rivolto a Dio.
La distinzione permette di comprendere perché il riferirsi a Dio non comporti, di per sé, creaturalità. Il Logos è relazione-a-Dio senza essere una realtà finita. Non è il riferimento, in quanto tale, a renderlo creato. La finitezza emerge quando il riferimento si esprime secondo una determinazione: questa e non quella. I logoi sono, nella proposta del Monismo Relativo, tali determinazioni finite. La creatura non precede il proprio riferimento a Dio: il suo stesso essere consiste in quel riferimento determinato. Non vi è prima l’albero e poi la sua relazione all’Assoluto; l’albero è una concreta modalità finita di tale relatività.
Occorre pertanto distinguere l’auto-relazione infinita dalla sua espressione determinata, senza separarle. Se attribuissimo “immediatamente” all’auto-relazione divina tutte le determinazioni delle creature, rischieremmo di rendere la finitezza costitutiva dell’Assoluto in quanto Assoluto. La distinzione tra l’atto infinito dalla modalità finita del suo riferimento è resa possibile dalla mediazione del Logos come “relazione-a-Dio” (pros ton theon). La creatura può esprimere l’Assoluto senza esaurirlo, attraverso la mediazione del Logos.
Questa proposta incontra il problema posto dal filosofo Emanuele Severino: un essere completamente vuoto delle differenze non sarebbe la concreta pienezza dell’essere. Per Severino, ogni essente è irriducibile al nulla e appartiene alla totalità concreta; l’eternità non riguarda soltanto un principio separato dalle cose (cioè Dio), ma ogni essente. Non si tratta di contrapporre alla molteplicità un Assoluto indeterminato, rischiando così di identificare l’essere con il nulla, ma nel sostenere che il riferirsi non è un essente che appartiene alla totalità, ma all’intero. La relazione è la struttura costitutiva degli essenti: ciascuno è se stesso nella relazione che lo distingue e lo connette. Il confronto riguarda allora il principio di intelligibilità dell’intero: se esso debba essere compreso ultimamente come totalità concreta degli essenti oppure come atto relazionale che si esprime nelle loro differenze. Il Monismo Relativo assume questa seconda direzione.
L’analogia del numero 10 rende comprensibile il rapporto tra unità e pluralità espressiva. Il medesimo valore può essere espresso come 5 × 2, 30 : 3, 12 − 2 e attraverso infinite altre formulazioni. Nessuna espressione aggiunge valore al 10; ciascuna lo presenta secondo una forma determinata. Il valore non è la somma delle proprie espressioni e non viene prodotto dalla loro molteplicità. Analogamente, i logoi non costituiscono progressivamente l’infinità del Logos: ne esprimono la pienezza senza incrementarla.
L’analogia mostra come una pluralità di forme (logoi) possa esprimere un’identità senza accrescerla, ma non dimostra ancora la necessità ontologica della loro manifestazione. Per passare dal poter esprimere all’atto del loro esprimere, il teismo classico afferma che Dio interviene con l’atto creativo, dando l’atto di essere (actus essendi) alle idee divine (logoi). Il Monismo Relativo, invece, afferma che l’espressività appartiene all’attualità stessa del Logos e comprende essenzialmente il manifestarsi in modalità finite. In altre parole: le cose pensate da Dio non sono prive di esistenza, ma nel loro actus essendi. È questa la premessa metafisica decisiva della proposta. Il Logos non viene pensato come una realtà che possiede, accanto ad altre proprietà, la capacità eventualmente di manifestarsi. Il suo essere relazione è un atto espressivo: il manifestarsi ovvero l’apparire gli appartiene. Non perché manchi qualcosa al Logos, ma perché la comunicazione in forme determinate viene riconosciuta come carattere intrinseco della sua eccedenza.
Poiché nessuna determinazione finita esaurisce l’espressività infinita del Logos, nessuna forma particolare può costituirne la manifestazione definitiva e conclusiva. La necessità del manifestarsi e l’inesauribilità di ciò che si manifesta comportano un’espressione mai conclusa in una determinazione finita. Si chiarisce così il rapporto tra infinito attuale (Dio) e infinito potenziale (cosmo). Il Logos è infinito attuale perché la sua pienezza non deve essere raggiunta attraverso un processo: è integralmente ciò che è. La manifestazione delle creature è inesauribile potenzialità. Le singole forme sono attuali, ma non esauriscono l’infinito.
Il Logos fonda la manifestazione dei logoi; i logoi non producono né completano il Logos. La loro espressività non li rende parti senza le quali l’Assoluto sarebbe incompleto. Il Logos è infinito attuale come pienezza del “riferirsi-a-Dio”; i logoi ne sono la manifestazione potenzialmente infinita, perché ogni determinazione esprime quella pienezza senza esaurirla. La manifestazione creaturale appartiene al Logos. Ne segue, pertanto, che l’Assoluto non diventa infinito manifestandosi: si manifesta perché la sua pienezza è intrinsecamente espressiva. Il molteplice non aggiunge essere all’Uno, ma ne esplicita inesauribilmente la fecondità.
