Il dibattito sul fine vita e l’inutile come categoria evangelica

Marco Notari
25 Settembre 2026
Per gentile concessione di
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Ci sono parole che possono sembrare innocue finché non cominciano a fare sul serio. Tra queste c’è «inutile» e di conseguenza il suo contrario linguisticamente forte «utile». Le usiamo continuamente. Un oggetto può essere utile o inutile, un’attività può essere utile o inutile, un’ora della nostra giornata può essere utile o inutile. Senza quasi accorgercene, abbiamo finito per applicare la stessa misura anche alla vita.
Nel luglio di quest’anno, in Emilia-Romagna, il tema dell’inutile è entrato nel dibattito sul fine vita. Dopo l’approvazione della legge regionale che disciplina l’accesso al suicidio medicalmente assistito, i vescovi dell’Emilia-Romagna hanno espresso la preoccupazione che essa possa favorire una «cultura dell’inutilità» della vita della persona sofferente e gravemente inabile.
Ho l’impressione che sia stata scelta la parola sbagliata, perché mi sembra che una cultura dell’inutilità sia invece profondamente e radicalmente cristiana. Se dietro all’idea dell’utile si nasconde un’immagine precisa dell’uomo che trarrebbe valore da ciò che produce, ciò che realizza, ciò che contribuisce, ciò che è capace di fare, dietro all’idea di inutile si cela invece qualcosa che travalica l’efficientismo e il produttivismo e va alla radice dell’essere umano.
La mia riflessione parte da un ricordo a proposito di una frase utilizzata per la mia tesi di Licenza in teologia sul pellegrinaggio a piedi, scritta da Erri De Luca nel libro «Sulla traccia di Nives». Si riferiva allo «scalare», io l’avevo riorientata sul «camminare»: «Per me scalare (camminare) ha il valore aggiunto di servire a niente. Nella grande officina quotidiana degli sforzi dedicati a un vantaggio, a un tornaconto, scalare (camminare) è finalmente affrancato dal dovere di essere utile». Mi sembra proprio che la vita cristiana abbia nella sua natura la necessità di affrancarsi dal dovere di essere utile.
Mi sembra che questo riscontro ci sia fin dall’inizio e ciò dal Vangelo, con Luca 17,10 «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare». Esso infatti ci aiuta ad inquadrare cosa si intenda con il concetto di inutilità: il greco achreioi non significa semplicemente «inutili» nel senso di «senza valore», ma può indicare colui che non pretende un credito. Di fatto l’inutilità che vorrei indagare comprende tutto il campo semantico del valore materiale prodotto e scambiato. Proprio questo Vangelo è l’inizio della comprensione di come si posso positivamente affrancare il tema della fede da quello della produzione di valore.
Nel Vangelo l’utilità lascia spazio alla gratuità. In Matteo essa è un imperativo dato ai dodici appena chiamati ed è proposto come un avverbio, «gratuitamente»: non dice un adempimento ma dice di come si devono vivere tutte le azioni. Non significa che il lavoro non debba essere retribuito, non significa che l’operaio non abbia diritto al suo salario, ma significa che il salario, lo stipendio non è lo scopo di quello che si fa, il profitto non è l’assoluto della vita.
San Paolo offre una vera teologia del paradosso dell’inutile. «Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; […] quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono» (1Cor 1,27-29). Dio sceglie ciò che è nulla, ciò che è inutile di fronte al mondo. La logica di Dio sembra dunque attraversata da una singolare predilezione per ciò che è piccolo, debole, improduttivo, marginale. Potremmo osare affermare che proprio tutto ciò che è inutile è la scelta prima di Dio.
Il tema dell’inutilità attraversa tutta la riflessione teologica di due millenni. Agostino distingue ciò che utilizziamo (res quibus utendum est) da ciò di cui godiamo (res quibus fruendum est) mettendo ovviamente Dio tra le cose non utili ma da godere. Tommaso d’Aquino riconosce nella contemplazione qualcosa che non è subordinato alla produzione. Meister Eckhart parla del distacco necessario per la preghiera che è vera solo se non orientata all’utile. La vita monastica sottrae tempo alla produzione e lo consegna alla preghiera, il monaco deve essere inutile (useless) secondo Thomas Merton. Guardini vede nella liturgia una dimensione ludica per sua natura sottratta alla logica della produttività. Balthasar trova nella bellezza qualcosa che si offre gratuitamente e per l’ebraismo Abraham Joshua Heschel contrappone il sabato alla logica del lavoro, del commercio e dell’acquisizione.
Una rapida e chiaramente non esaustiva carrellata di come l’inutile sia un concetto virtuoso nella storia del cristianesimo. E se esiste una preghiera inutile, una contemplazione inutile, una festa inutile, una bellezza inutile, allora può esistere anche una vita inutile che non perde la sua bellezza e il suo valore. Un anziano o un ammalato possono arrivare a un momento nel quale non producono più nulla, non lavorano, non guadagnano, non costruiscono, possono finire per dipendere per tutto da qualcun altro. Secondo le logiche efficientiste queste esistenze improduttive appaiono senza valore. Per la fede cristiana, per Cristo stesso esse hanno invece un valore enorme non nonostante l’inutilità ma proprio in virtù di essa.
Il valore di una persona può benissimo coincidere con la sua utilità o inutilità, ma per i cristiani essa si esplicita in senso esattamente contrario alla logica del mondo. Ricordiamo Paolo «Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono» (1Cor 1,27-28). Agli occhi di Dio non diventiamo preziosi quando siamo utili e non cessiamo di esserlo quando diventiamo inutili, anzi possiamo osare dire l’esatto contrario.
