In occasione della 100ª Giornata Missionaria Mondiale, che si celebra il 18 ottobre 2026, propongo ai lettori di www.comboni2000.org un tentativo di ripercorrere l’evoluzione della coscienza missionaria della Chiesa attraverso una successione di documenti sulla missione. Oserei anzi invitare a scorgervi un filo rosso che attraversa quattro secoli di storia, a partire dall’istituzione di Propaganda Fide, nel 1622.

In occasione della 100ª Giornata Missionaria Mondiale, che si celebra il 18 ottobre 2026, è particolarmente significativo rileggere non semplicemente una successione di documenti, ma l’evoluzione della coscienza missionaria della Chiesa. La Giornata fu istituita da Pio XI nel 1926, su proposta dell’Opera della Propagazione della Fede; Leone XIV ne ha indicato per il centenario il tema «Uno in Cristo, uniti nella missione».
Una selezione dei documenti-cardine.
| Data | Documento | Autore | Contributo all’evoluzione della missione |
|---|---|---|---|
| 1659 | Istruzione ai Vicari apostolici | Propaganda Fide | Anticipa due idee destinate a diventare decisive: clero autoctono e rispetto delle culture. I missionari non devono esportare Europa, costumi o identità nazionali, ma il Vangelo. È una precoce intuizione dell’inculturazione. |
| 1919 | Maximum illud | Benedetto XV | È la grande svolta missionaria contemporanea: separa esplicitamente missione e nazionalismo/colonialismo, insiste sulla formazione del clero locale e presenta la missione come responsabilità universale della Chiesa. |
| 1922 | Romanorum Pontificum | Pio XI | Rende pontificia l’Opera della Propagazione della Fede, rafforzando una rete universale di cooperazione missionaria. |
| 1926 | Rerum Ecclesiae | Pio XI | Fa avanzare l’idea che il risultato della missione non sia una dipendenza permanente dal missionario straniero, ma la costituzione di Chiese locali mature, con clero e progressivamente episcopato propri. |
| 1926 | Istituzione della Giornata Missionaria Mondiale | Pio XI | La missione cessa di essere percepita come compito di alcuni istituti specializzati: ogni diocesi, parrocchia e fedele partecipa attraverso preghiera, vocazioni e solidarietà. |
| 1951 | Evangelii Praecones | Pio XII | Approfondisce l’attenzione alle culture dei popoli e alla nascita di Chiese pienamente radicate nei rispettivi ambienti sociali e culturali. |
| 1957 | Fidei Donum | Pio XII | Introduce una svolta ecclesiologica: anche le diocesi già costituite inviano propri sacerdoti ad altre Chiese. La missione diventa comunione e scambio di doni tra Chiese particolari. |
| 1959 | Princeps Pastorum | Giovanni XXIII | Porta a maturazione il tema del clero e del laicato locale: le giovani Chiese non sono semplicemente territori assistiti dall’Occidente, ma soggetti responsabili dell’evangelizzazione. |
| 1964-65 | Lumen gentium + Ad gentes | Vaticano II | La svolta decisiva: la missione non è un’attività periferica della Chiesa, perché la Chiesa è missionaria per sua natura. La sua origine è la missione del Figlio e dello Spirito nel disegno del Padre. |
| 1965 | Nostra aetate | Vaticano II | Inserisce la missione in un nuovo rapporto con le religioni: annuncio di Cristo e, contemporaneamente, dialogo, rispetto e discernimento dei semi di verità presenti nelle tradizioni religiose. |
| 1965 | Dignitatis humanae | Vaticano II | Stabilisce una conseguenza fondamentale per lo stile missionario: l’atto di fede dev’essere libero. Evangelizzazione e coercizione sono incompatibili. |
| 1965 | Gaudium et spes | Vaticano II | Allarga l’orizzonte: la missione incontra l’uomo nella storia, nella cultura, nella società, nelle gioie e nelle sofferenze. Evangelizzare implica dialogo con il mondo e servizio all’umanità. |
| 1966 | Ecclesiae Sanctae | Paolo VI | Traduce Ad gentes nella vita concreta: teologia della missione nella formazione ecclesiale, responsabilità delle diocesi, cooperazione missionaria e Giornata Missionaria come espressione della coscienza di tutto il Popolo di Dio. |
| 1975 | Evangelii nuntiandi | Paolo VI | Sostituisce progressivamente il paradigma ristretto di “missioni” con quello più ampio di evangelizzazione: testimonianza, annuncio esplicito, conversione personale, trasformazione delle culture, promozione umana e comunità ecclesiale. |
| 1990 | Redemptoris missio | Giovanni Paolo II | Riafferma la permanente necessità della missio ad gentes, distinguendola dalla cura pastorale e dalla nuova evangelizzazione, ma inserendola nella missione unica della Chiesa. Forte accento su Spirito Santo, Regno, dialogo e inculturazione. |
| 1991 | Dialogo e annuncio | Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso + Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli | Chiarisce che dialogo interreligioso e annuncio non sono alternativi: sono due dimensioni autentiche della missione evangelizzatrice, pur non essendo intercambiabili. |
| 2013 | Evangelii gaudium | Francesco | Porta la missione al centro di ogni riforma ecclesiale: «Chiesa in uscita», discepoli-missionari, periferie, conversione pastorale e “stato permanente di missione”. Non esistono più semplicemente specialisti della missione: ogni battezzato è soggetto missionario. |
| 2019 | Centenario di Maximum illud e Mese Missionario Straordinario | Francesco | Recupera Maximum illud per rilanciare una missione liberata da interessi politici, economici e culturali: «Battezzati e inviati» lega direttamente battesimo e missione. |
| 2022 | Praedicate Evangelium | Francesco | Anche la struttura della Curia viene riletta in chiave missionaria: nasce il Dicastero per l’Evangelizzazione, presieduto direttamente dal Papa; evangelizzazione e missione assumono simbolicamente una posizione centrale nel governo della Chiesa. |
| 2026 | «Uno in Cristo, uniti nella missione» | Leone XIV | Nel centenario della GMM accentua la missione come frutto della comunione in Cristo, collaborazione tra Chiese e carismi, amore di Dio condiviso e responsabilità missionaria dell’intero Popolo di Dio. |
1. La lontana anticipazione: Propaganda Fide e l’Istruzione del 1659
Conviene iniziare ben prima del 1926. Fondata nel 1622, la Sacra Congregazione de Propaganda Fide cercava anche di sottrarre progressivamente l’attività missionaria alla dipendenza dagli interessi delle potenze coloniali europee. Il testo forse più sorprendente è l’Istruzione del 1659, indirizzata ai Vicari apostolici in Cina e Indocina.
La stessa Santa Sede la definisce una sorta di “Magna Charta” di Propaganda Fide e ne sottolinea due elementi: promozione del clero locale e rispetto delle culture e tradizioni, salvo ciò che fosse contrario alla fede e alla morale.
Qui appare in embrione una distinzione che diventerà centrale tre secoli dopo:
evangelizzare ≠ occidentalizzare.
Il missionario porta il Vangelo, non la cultura della propria patria. È il seme remoto di ciò che il Novecento chiamerà adattamento e successivamente inculturazione.
2. Maximum illud (1919): liberare la missione dal colonialismo
La vera cesura moderna è la lettera apostolica Maximum illud di Benedetto XV, del 30 novembre 1919. Essa nasce immediatamente dopo la Prima guerra mondiale, quando il legame fra attività missionaria e potenze coloniali europee appariva particolarmente problematico.
Benedetto XV insiste su tre cambiamenti:
da interesse nazionale a missione universale della Chiesa;
da missionario straniero permanente a formazione del clero autoctono;
da opera di singoli istituti a responsabilità ecclesiale universale.
Il missionario non deve cercare di estendere l’influenza della propria nazione. Il fine è invece la nascita di una Chiesa capace di vivere con propri sacerdoti e proprie strutture. La biografia ufficiale vaticana dello stesso Benedetto XV sottolinea precisamente l’esigenza di preparare un clero indigeno capace di amministrarsi autonomamente.
Per questo Maximum illud può essere considerata la porta d’ingresso della missiologia cattolica contemporanea.
3. Pio XI: dalla “missione straniera” alla costituzione delle Chiese locali
Con Rerum Ecclesiae del 28 febbraio 1926 Pio XI raccoglie l’eredità di Benedetto XV, ma fa un passo ulteriore: la missione deve tendere alla costituzione stabile della Chiesa presso ciascun popolo, non alla perpetuazione di una struttura diretta dall’esterno.
Nello stesso anno avviene qualcosa di pastoralmente rivoluzionario. Il 14 aprile 1926, su richiesta dell’Opera della Propagazione della Fede, Pio XI approva l’istituzione della Giornata Missionaria per la penultima domenica di ottobre in tutta la Chiesa.
La novità non è soltanto economica. Attraverso la Giornata viene educata una nuova coscienza: la Chiesa intera sostiene la missione della Chiesa intera.
Preghiera, offerte, vocazioni e informazione missionaria trasformano progressivamente il rapporto tra le Chiese più antiche e quelle nascenti.
4. Pio XII: dalle “missioni” alle giovani Chiese
Con Evangelii Praecones del 1951 Pio XII può già constatare quanto sia cambiato il panorama nei venticinque anni successivi a Rerum Ecclesiae.
La prospettiva si sposta sempre più dalla semplice conquista di nuovi territori alla costruzione di comunità cristiane inserite nelle culture locali.
Ancora più importante è Fidei Donum del 1957. Pio XII afferma che ogni vescovo, in quanto successore degli Apostoli, porta una responsabilità per la missione della Chiesa che supera i confini della propria diocesi.
Da qui nasce l’esperienza dei sacerdoti fidei donum.
È una svolta decisiva:
prima: l’Europa “manda missionari” in territori dipendenti;
ora: una Chiesa particolare aiuta un’altra Chiesa particolare.
Si prepara così la futura ecclesiologia conciliare della communio Ecclesiarum.
5. Giovanni XXIII: quando le giovani Chiese diventano protagoniste
Con l’enciclica Princeps Pastorum del 1959, Giovanni XXIII porta a maturazione il tema del clero e del laicato locale. Le giovani Chiese non sono più pensate soltanto come destinatarie dell’azione missionaria, ma come comunità chiamate ad assumere pienamente la responsabilità della propria vita e dell’evangelizzazione.
Particolare attenzione è data alla formazione, perché sacerdoti, religiosi e laici possano operare in modo realmente radicato nella cultura e nella società dei rispettivi popoli.
Il passaggio decisivo è dunque questo:
da Chiese assistite dall’esterno a Chiese locali protagoniste della missione.
È una delle premesse più immediate della visione che il Concilio Vaticano II svilupperà pochi anni dopo con Ad gentes.
6. Vaticano II: la rivoluzione ecclesiologica di Ad gentes
Qui si trova il passaggio teologico più profondo dell’intero percorso.
Il Decreto Ad gentes, promulgato il 7 dicembre 1965, non parte anzitutto dai missionari, dalle opere o dai territori. Parte da Dio.
La Chiesa è inviata perché Dio stesso è missione: il Padre invia il Figlio; il Padre e il Figlio inviano lo Spirito; da questa dinamica trinitaria nasce l’invio della Chiesa.
Ad gentes definisce infatti la Chiesa inviata alle genti come «sacramento universale di salvezza».
Il cambiamento può essere espresso così:
prima: “la Chiesa ha delle missioni”;
Vaticano II: “la Chiesa è missionaria”.
Questo comporta almeno cinque conseguenze.
- 1) Missione come natura della Chiesa
Non costituisce un settore affidato a congregazioni specializzate. È una dimensione costitutiva di tutta la comunità ecclesiale. - 2) Dalla plantatio Ecclesiae alla Chiesa locale
Lo scopo è far nascere comunità pienamente ecclesiali, radicate nel proprio popolo, con ministeri, carismi e forme di vita proprie. - 3) Inculturazione
Il Vangelo deve mettere radici nelle culture, assumendone quanto vi è di autentico e purificandole dall’interno. - 4) Responsabilità di tutti i vescovi e di tutte le Chiese
Ogni Chiesa particolare partecipa alla missione universale. - 5) Missione e testimonianza
L’annuncio non può essere separato dalla vita, dalla carità e dal servizio.
Significativamente Ad gentes chiede anche una trasformazione di Propaganda Fide: non solo organismo amministrativo ma «organo di direzione dinamica», capace di utilizzare teologia, metodologia e scienze pastorali contemporanee.
7. Gli altri documenti conciliari cambiano anche il modo di intendere la missione
Ad gentes non può essere isolato.
Lumen gentium offre la nuova ecclesiologia del Popolo di Dio: la missione appartiene all’intero popolo dei battezzati, non soltanto al clero o ai religiosi.
Gaudium et spes introduce l’atteggiamento del dialogo con la storia e con le aspirazioni dell’umanità. La missione non si svolge “fuori” dal mondo ma dentro le trasformazioni culturali e sociali dell’uomo.
Nostra aetate modifica profondamente il rapporto con le altre religioni: il cristiano continua ad annunciare Cristo ma riconosce, ascolta e dialoga con quanto di vero e santo incontra nelle altre tradizioni.
Infine Dignitatis humanae stabilisce un criterio missionario irrinunciabile: la fede non può essere imposta. La verità deve proporsi attraverso la propria forza, nel rispetto della dignità e della libertà della persona. Il Concilio afferma esplicitamente che nessuno può essere costretto ad abbracciare la fede contro la propria volontà.
È il definitivo superamento teologico di qualsiasi confusione tra evangelizzazione, potere politico e coercizione.
8. Paolo VI: da “missione” a “evangelizzazione”
Con il motu proprio Ecclesiae Sanctae del 1966 Paolo VI applica concretamente Ad gentes. Chiede che la teologia della missione entri nella formazione teologica e che la Giornata Missionaria sia espressione della responsabilità comune di tutto il Popolo di Dio.
Ma il documento decisivo è Evangelii nuntiandi del 1975. Qui compare una categoria più ampia di quella tradizionale di missione: evangelizzazione.
Evangelizzare comprende insieme:
- testimonianza della vita;
- annuncio esplicito di Gesù Cristo;
- adesione personale;
- ingresso nella comunità ecclesiale;
- trasformazione delle culture;
- servizio e promozione dell’uomo.
Paolo VI collega espressamente l’esortazione al Vaticano II e afferma che l’intento fondamentale del Concilio può essere letto come rendere la Chiesa contemporanea maggiormente capace di annunciare il Vangelo all’uomo contemporaneo.
Si passa quindi dalla domanda:
«Dove sono i territori di missione?»
alla domanda:
«Come può il Vangelo raggiungere e trasformare l’uomo e le culture?»
9. Giovanni Paolo II: Redemptoris missio e il riequilibrio tra dialogo e annuncio
Alla fine degli anni Ottanta emerge una nuova questione: se tutta l’azione della Chiesa è evangelizzazione, esiste ancora una specifica missione ad gentes?
Giovanni Paolo II risponde con l’enciclica Redemptoris missio del 1990: sì. La missione di Cristo affidata alla Chiesa è ancora lontana dal proprio compimento e l’attività missionaria conserva piena attualità.
L’enciclica tiene insieme diversi elementi che rischiavano di essere separati:
Cristo unico Salvatore — azione universale dello Spirito — valori presenti nelle culture e religioni — dialogo — inculturazione — annuncio esplicito — libertà della persona.
Nasce una concezione più articolata del panorama ecclesiale:
- pastorale ordinaria, nelle comunità cristiane vive;
- nuova evangelizzazione, là dove la fede si è indebolita;
- missio ad gentes, verso popoli e ambienti nei quali Cristo non è ancora realmente conosciuto.
Questa distinzione evita di diluire la missione universale in una generica attività pastorale.
10. Dialogo interreligioso e missione
Una tappa importante è il documento Dialogo e annuncio del 1991, elaborato congiuntamente dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli.
Il punto teologico è delicato ma decisivo:
dialogare non significa rinunciare ad annunciare;
annunciare non significa rifiutare il dialogo.
Entrambi appartengono, in forme differenti, alla missione evangelizzatrice. È uno degli sviluppi più significativi della linea aperta da Nostra aetate, Ad gentes ed Evangelii nuntiandi.
11. Francesco: dalla “missione della Chiesa” alla “Chiesa in uscita”
Con Evangelii gaudium (2013) avviene un ulteriore spostamento.
Francesco non vuole che la missione sia semplicemente un settore pastorale. Chiede una «conversione missionaria» dell’intera Chiesa.
La formula più famosa è «Chiesa in uscita»: ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad abbandonare l’autoreferenzialità e raggiungere le periferie.
Il soggetto non è più soltanto “il missionario”, ma il:
discepolo-missionario.
Non si è prima discepoli e poi, eventualmente, missionari. Essere raggiunti dal Vangelo genera l’invio.
Si completa così una lunga trasformazione:
missionari → Chiese missionarie → Popolo di Dio missionario → ogni battezzato discepolo-missionario.
12. Anche la Curia diventa simbolicamente “missionaria”
La Costituzione apostolica Praedicate Evangelium del 2022 costituisce il Dicastero per l’Evangelizzazione, nel quale confluiscono anche le competenze storicamente legate a Propaganda Fide.
Il dato simbolicamente rilevantissimo è che il Dicastero per l’Evangelizzazione è presieduto direttamente dal Romano Pontefice.
Dalla Congregazione fondata nel 1622 si giunge quindi a una struttura nella quale:
prima evangelizzazione,
nuove Chiese particolari
e questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo
sono pensate dentro un’unica prospettiva missionaria.
12. Il centenario del 2026: Leone XIV e la missione come comunione
Il messaggio di Leone XIV per la 100ª Giornata Missionaria Mondiale, datato 25 gennaio 2026, offre quasi una sintesi del percorso storico.
Il tema è:
«Uno in Cristo, uniti nella missione»
La prospettiva accentua tre aspetti.
Comunione: l’unità in Cristo precede e rende credibile la missione.
Sinodalità missionaria: carismi, comunità e Chiese collaborano, senza che unità significhi uniformità.
Missione dell’amore: la Buona Notizia non è innanzitutto una dottrina astratta da esportare, ma l’amore fedele di Dio manifestato in Cristo e condiviso attraverso la vita dei discepoli.
Nello stesso messaggio Leone XIV ricorda significativamente che le Pontificie Opere Missionarie costituiscono una rete di preghiera e carità che unisce le comunità del mondo intero. La Giornata Missionaria ritorna così, cento anni dopo, al proprio significato più profondo: rendere visibile la comunione missionaria universale della Chiesa.
Il filo rosso dei quattro secoli
Se dovessi sintetizzare l’evoluzione in otto passaggi, la formulerei così:
| Dalla concezione… | …alla concezione |
|---|---|
| missione legata anche all’espansione europea | missione distinta dal colonialismo |
| missionario europeo protagonista | Chiesa locale protagonista |
| clero straniero | clero ed episcopato autoctoni |
| conversione accompagnata talvolta da occidentalizzazione | inculturazione del Vangelo |
| “territori di missione” | Chiese particolari in comunione |
| missione affidata agli specialisti | responsabilità di tutto il Popolo di Dio |
| annuncio concepito prevalentemente come predicazione | evangelizzazione come testimonianza, annuncio, dialogo e servizio |
| una Chiesa che “fa missione” | una Chiesa che è missionaria e vive permanentemente “in uscita” |
C’è però un elemento che non cambia attraverso tutto questo sviluppo: la convinzione che la missione nasce dall’invio di Cristo e che la Chiesa non può rinunciare all’annuncio del Vangelo. Ciò che cambia profondamente è la comprensione del soggetto, dello stile, dei destinatari e del rapporto tra Vangelo, culture, libertà e Chiese locali.
Per questo la traiettoria più significativa può essere condensata in questa sequenza:
1659 – rispettare i popoli →
1919 – liberare la missione dal nazionalismo →
1926 – coinvolgere tutta la Chiesa →
1957 – mettere le Chiese in comunione missionaria →
1965 – comprendere la Chiesa stessa come missionaria →
1975 – concepire la missione come evangelizzazione integrale →
1990 – riaffermare la permanente missio ad gentes →
2013 – trasformare ogni battezzato in discepolo-missionario →
2026 – vivere la missione come comunione: “Uno in Cristo, uniti nella missione”.
Il centenario, quindi, non celebra semplicemente cento anni di una raccolta missionaria: permette di contemplare il passaggio da una missione pensata prevalentemente come invio di missionari verso terre lontane a una Chiesa mondiale fatta di Chiese locali che ricevono e donano reciprocamente il Vangelo, persone, carismi e risorse, rimanendo insieme responsabili dell’annuncio a chi ancora non conosce Cristo.
