Se Dio è onnipotente e buono, perché il male, la sofferenza e il dubbio continuano a segnare l’esperienza umana? È una delle domande più antiche della teologia, ma anche una delle più difficili da sottrarre alle risposte di maniera.
Paolo Gamberini riprende la questione a partire da Pierre Teilhard de Chardin e dalla sua lettura evolutiva della creazione. Il punto è radicale: Dio non si sottrarrebbe al mondo, né lascerebbe soffrire l’uomo per metterlo alla prova. Sarebbe piuttosto la condizione stessa del creato — finito, incompiuto, ancora in divenire — a rendere inevitabili limite, oscurità e sofferenza.
Ma proprio qui nasce il problema decisivo. Se il mondo non è ancora “capace” di una piena partecipazione al divino, questa incapacità rappresenta un limite anche per Dio? E se è Dio ad aver creato un universo soggetto all’evoluzione, non torna comunque su di lui la responsabilità di quel limite?
Muovendo da Teilhard, Gamberini affronta così il nodo dell’onnipotenza divina e propone di ripensarla non come possibilità arbitraria di “fare tutto”, ma come potenza ontologica: Dio è colui senza il quale nulla è. In questa prospettiva, la finitezza della creatura non è una colpa né un difetto da imputare, ma la condizione stessa del suo essere in cammino verso una sempre maggiore capacità di Dio.

Paolo Gamberini:
Evoluzione, finitezza e divina onnipotenza
6 ottobre 2026
https://paologamberinisj.home.blog
Per gentile concessione dell’autore
Introduzione
Il problema del male si pone alla teologia come un’obiezione apparentemente insuperabile: se Dio è onnipotente e buono, perché lascia che le creature soffrano, pecchino, dubitino? Pierre Teilhard de Chardin offre una risposta originale nel breve testo Credo in questo modo, raccolto in La mia fede. L’intuizione è che la sofferenza, il peccato e il dubbio non dipendano da una reticenza o da una pedagogia divina, ma da una condizione strutturale del creato: la sua collocazione in un processo evolutivo che si dispiega nel tempo. Questa tesi suscita però una difficoltà immediata. Se qualcosa nella creazione limita ciò che Dio può fare, la sua onnipotenza non ne risulta intaccata?
Per rispondere a questa domanda bisogna ricostruire l’argomento di Teilhard, proponendo una risposta fondata su una definizione ontologica della potenza divina, la quale reinterpreta l’ “incapacità” della creatura come semplice condizione di finitezza e non come colpa.
1. L’argomento di Teilhard: il Male come inevitabile nell’evoluzione
Teilhard parte da una constatazione: se Dio ci lascia soffrire, peccare e dubitare, ciò significa che non può, ora tutt’a un tratto, guarirci e mostrarsi. L’impossibilità non è però una debolezza divina, perché dipende da un’incapacità nostra: siamo finora incapaci, per lo stadio evolutivo attuale dell’Universo, di maggiore organizzazione e di più luce. Ne segue che, in un’evoluzione che si svolge nel Tempo, il Male è inevitabile. La soluzione al problema è dunque offerta dall’Evoluzione stessa.
L’argomento si distingue da due risposte classiche, che Teilhard respinge esplicitamente. La prima sostiene che Dio si nasconda perché lo cerchiamo; la seconda che ci lasci soffrire per aumentare i nostri meriti. Teilhard ne propone una lettura opposta: Dio, chino sulla creazione che sale verso di Lui, lavora con tutta la sua potenza per beatificarla e illuminarla. L’immagine scelta è materna: come una madre spia il suo neonato, così Egli veglia sulla creatura. Siamo noi a non poterLo ancora percepire, poiché i nostri occhi non sono ancora in grado di vederLo.
Questa percezione richiede tempo, forse l’intera durata dei secoli, perché lo sguardo si apra alla luce. I dubbi e i mali diventano così il prezzo e la condizione stessa di un compimento universale. Ne discende un atteggiamento esistenziale preciso: camminare fino alla fine lungo una strada di cui si è sempre più certi, in un orizzonte sempre più sommerso nella bruma. È questo, dice Teilhard, il suo modo di credere.
2. L’obiezione: a chi è imputabile l’incapacità?
L’argomento presenta però una difficoltà, che si può formulare in due passaggi. Anzitutto, è impossibile che il “compimento” sfugga all’onnipotenza dell’Onnipotente. In secondo luogo, se l’ “incapacità” è imputata allo stadio evolutivo, bisogna chiedersi a chi sia imputabile, in seconda battuta, lo stadio evolutivo medesimo. Se è Dio ad aver creato un mondo in cui l’evoluzione ha questo andamento, l’incapacità sembra risalire a Lui, e la spiegazione rischia di spostare il problema anziché risolverlo.
La questione si riduce a una domanda: è plausibile che qualcosa del creato sfugga alla potenza del Creatore? Se la risposta fosse affermativa, l’onnipotenza risulterebbe limitata da ciò che Dio stesso ha creato; se fosse negativa, il male evolutivo tornerebbe a gravare su di Lui.
3. La risposta: la potenza divina come capacità ontologica
La risposta richiede anzitutto di precisare che cosa significhi “onnipotenza”. Nulla del creato “sfugge” alla potenza del Creatore, così come non sfugge alla sua potenza che 2+3=5 e non 8. Esistono impossibilità che non limitano alcuna potenza, perché non designano cose che si potrebbero fare, ma contraddizioni. Il potere di Dio non consiste nel “poter far tutto” in un senso arbitrario. L’unica potenza che lo definisce propriamente come onni-potente è quella potenza di essere “ciò senza di cui nulla è”. Questa è la sua capacità o potenza ontologica in tutte le cose.
La creatura, per contrasto, non è “ciò senza di cui nulla è”, e tale im-potenza definisce l’incapacità del finito di essere onnipotente e dunque infinito. Il punto decisivo è che questa incapacità non è imputabile a una colpa, passata o presente, della creatura, ma al suo semplice essere finita. Quindi è la condizione metafisica del finito. Non vi è colpa alcuna, ma soltanto una condizione ontologica: essere finito significa essere incapace. L’incapacità di essere “ciò senza di cui nulla è”. L’obiezione presupponeva che l’incapacità fosse un difetto da attribuire a qualcuno; la risposta mostra che è la struttura stessa del finito in quanto tale, non una mancanza che si sarebbe potuta evitare.
4. Il divenire e la «capacità di Dio»
Il finito non è però condannato all’immobilità, perché la creatura è definita anche dal divenire (in fieri). L’incapacità (non capax dei) evolve dunque verso la pienezza della capacità (capax dei) e la creatura diventa capace di Dio. Il creato diventa capace, può essere “ciò senza di cui nulla è”, tuttavia, né immediatamente, né direttamente, ma progressivamente, evolvendo.
Questo spiega perché Dio non possa «ora tutt’a un tratto» guarirci e mostrarsi, come diceva Teilhard. Un’illuminazione istantanea non sarebbe un atto dell’onnipotenza esercitato contro un ostacolo, ma una contraddizione: renderebbe infinito ciò che per definizione è finito, senza passare per il divenire che lo costituisce. La gradualità non è una concessione di Dio alle nostre debolezze, ma la forma che la capacità assume nel finito.
Resta un’ultima precisazione. Il divenire “Dio” della creatura – da non capax a capax dei – è partecipazione storica e graduale, e non consiste in un’assoluta identità (Dio = creatura), pena la contraddizione (Dio = non-Dio). La creatura è resa capace, e quindi, può partecipare della vita divina, senza cessare di essere creatura; se coincidesse con Dio, cesserebbe di essere finita e l’infinito diverrebbe finito.
Conclusione
Letta alla luce di questa precisazione ontologica, la proposta di Teilhard guadagna in coerenza. Il male evolutivo non è il segno di un’impotenza divina né di una colpa della creatura, ma l’espressione della differenza tra l’infinito e il finito, differenza che nel tempo viene progressivamente superata ma non eliminata.
Dio non si nasconde né fa soffrire per mettere alla prova: opera con tutta la sua potenza, che è quella di fondare l’essere: in quanto onnipotente, Dio è ciò/colui senza di cui nulla è. La creatura – invece – diviene e cresce sempre più nella sua capacità di riceverLo. La creatura realizza se stessa come finito “in” Dio ovvero nell’infinito. Se Dio è “colui senza di cui nulla è”, la creatura “è” capace di trasformare, di far divenire la sua incapacità, in “capacità di Dio”, poiché la creatività divina, la Sua onnipotenza, già la fonda ab aeterno come “creatura di Dio”. Dio, infatti, è onnipotente non solo perché è “ciò/colui senza del quale nulla è”, ma anche perché condivide tale potenza a tutte le creature (omnia-potentia).
Nel dire «Io sono la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6), il Cristo rivela che la Verità non è un concetto astratto, ma il dinamismo stesso della Via che conduce alla Vita, cioè alla partecipazione dell’essere divino. Teilhard indicava nel Cristo cosmico la méta di tutte le cose in fieri. Il loro Punto Omega. Per questo negli Atti i cristiani sono chiamati «quelli della Via» (At 9,2; 19,9; 24,14).
Il dubbio e la sofferenza restano il prezzo di questo essere “in via”, ma un prezzo che non grava come colpa e che prelude a un compimento. Dio non si nasconde né mette alla prova, ma opera facendo sì che le cose si facciano. Proprio perché è onnipotente, Dio condivide questa potenza alle creature, rendendole capaci di trasformare la loro finitezza in una capacità di Dio. La creatura realizza se stessa come finito “in” Dio, nell’infinito, diventando ciò che riceve: la Vita divina. Come suggerisce Teilhard, si avanza con certezza crescente in un orizzonte ancora nebbioso, perché la nebbia è la condizione stessa di un finito che, passo dopo passo, diventa capace di Dio.
