A Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio
XXIX Domenica
Tempo Ordinario (A)
Mt 22,15-21
- Prima Lettura – Isaìa 45,1.4-6
Ho preso Ciro per la destra per abbattere davanti a lui le nazioni. - Seconda Lettura – Prima lettera ai Tessalonicési 1,1-5b
Mémori della vostra fede, della carità e della speranza. - Vangelo secondo Matteo 22,15-21
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Di chi è l’immagine?
Clarisse Sant’Agata
Ogni volta in cui qualcuno vuole tendere un tranello a Gesù per farlo cadere, ciò che deve attrarre la nostra attenzione non è tanto la sua capacità di uscirne “vincitore”, quanto il volto di Dio che emerge dalle sue parole.
Dopo le tre parabole delle scorse domeniche rivolte ai “farisei e i capi del popolo”, troviamo ancora Gesù a confronto con i suoi avversari: in tutto il capitolo 22 l’evangelista Matteo infatti raccoglie una serie di questioni che farisei, sadducei e dottori della legge propongono a Gesù nel Tempio con l’intento di “metterlo alla prova”. Addirittura il quesito di oggi viene bene architettato dai “farisei che tengono consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi” e decidono di inviargli “i propri discepoli”.
Notiamo prima di tutto che la scena si svolge nel Tempio, il luogo della relazione con Dio per eccellenza. E anche luogo dove la parola della Scrittura, posta a confronto con le questioni della vita, ne rivela il volto. Non dimentichiamo che nel mondo ebraico (oggi come allora) lo studio e l’approfondimento della Legge avviene attraverso “discussioni” dove i discepoli interrogano i loro maestri. Oggi tuttavia la scena è paradossale perché troviamo i discepoli dei farisei che non interrogano i loro maestri, ma vanno dal Maestro Gesù. E ci vanno con l’intento di “prenderlo al laccio” con una parola. La parola, che era lo strumento di conoscenza della Parola, viene “sfigurata” e ridotta a laccio per far cadere, catturare ed eliminare.
La questione è molto delicata perché chiama in causa Dio, il potere politico di un popolo dominatore, il denaro utilizzato per le tasse, con il quale si afferma quel potere: “Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”
È una domanda senza via d’uscita. Le due possibilità di risposta rinchiudono entrambe in una sottomissione inaccettabile: affermare che “è lecito pagare il tributo a Cesare” significa proclamare che l’autorità dell’imperatore è “superiore” alla signoria di Dio sul popolo di Israele (non dimentichiamo che la moneta del tributo portava l’immagine dell’imperatore, con l’esplicito intento di alimentarne il culto come a un dio), ponendo così in questione la sottomissione a Dio; affermare che “non è lecito pagare il tributo a Cesare” significa porsi in opposizione al potere romano, con tutto quello che avrebbe comportato. Si tratta insomma di scegliere: o l’imperatore senza Dio, o Dio senza l’imperatore.
La domanda, se guardata più in profondità, va a toccare la relazione con Dio, la libertà che tale relazione alimenta in rapporto a ogni cosa, la possibilità di stare dentro le cose di questo mondo senza esserne dominati.
E Gesù risponde ancora una volta con la libertà del suo essere Figlio. Una libertà che, come proclamerà S. Paolo, Cristo ci ha donato, rendendoci partecipi della sua libertà filiale: “Cristo ci ha liberati per la libertà” (Gal 5,1; ma si veda anche tutto Gal 4).
La risposta di Gesù si sviluppa in due parti: prima di tutto Gesù chiede ai suoi interlocutori di “mostrargli la moneta del tributo” e, coinvolgendoli personalmente con una domanda, li costringe a confrontarsi con se stessi (“Gesù, conoscendo la loro malizia, (…) Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”). In un secondo momento, poi, Gesù offre una risposta con la quale supera i confini angusti della loro domanda iniziale, ponendo i suoi interlocutori a confronto con Dio e con l’autorità delle cose di questo mondo (i vari “Cesari” che accampano diritti sulle nostre vite): “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.
“Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”. Inizialmente Gesù smaschera la malizia e l’ipocrisia della loro domanda, chiedendo loro di mostrargli la moneta del tributo a Cesare. Non dimentichiamo che ci troviamo a Gerusalemme, nell’area sacra del tempio, dove era proibito introdurre qualsiasi immagine, anche se coniata sulle monete. Per questo c’erano i cambiavalute all’ingresso. Tuttavia, proprio i discepoli dei farisei, con la loro ostentata fedeltà a Dio, hanno con sé la moneta pagana proibita con l’effigie dell’imperatore Tiberio. E il semplice fatto di avere con sé il denaro del tributo, significa che per essi non è un problema pagarlo. Gesù fa’ emergere questa amara verità: la “purezza” della loro sottomissione all’unica signoria di Dio è incrinata dal possesso della moneta “incriminata”.
Ma Gesù non si ferma a smascherare il rapporto ambivalente con Dio e con l’imperatore dei suoi interlocutori. Vuole condurli ad abbracciare un nuovo modo di vivere il rapporto con Dio e con l’autorità dei vari “Cesari” di questo mondo.
Gesù, avendo di fronte la moneta del tributo, li interroga sull’“iscrizione e l’immagine” riportata su di essa. Se “l’iscrizione e l’immagine” della moneta sono “di Cesare”, significa che quella moneta gli appartiene. Quindi, proclama Gesù, occorre restituirgli ciò che è suo: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare”.
Ma se c’è una responsabilità verso le cose di questo mondo, c’è al tempo stesso una responsabilità verso Dio che deve “bilanciare” la prima: “e (rendete) a Dio quello che è di Dio”.
Ma che cosa dobbiamo rendere a Dio perché gli appartiene? Che cosa è “di Dio”?
Se per comprendere che cosa si debba restituire a Cesare Gesù pone l’attenzione sull’immagine inscritta sulla moneta, c’è un’altra “immagine” che dobbiamo considerare per restituire a Dio ciò che è di Dio. Il termine “immagine” utilizzato da Gesù è lo stesso che ritroviamo nel racconto delle origini nel quale Dio crea l’uomo “a sua immagine e somiglianza” (Gen 1,26.27). E’ l’uomo a portare impressa su di sé l’“immagine” di Dio, come la moneta portava impressa l’immagine dell’imperatore. Quindi ciò che appartiene a Dio (e che siamo chiamati a restituirgli) è l’uomo così come è uscito dalle mani di Dio, così come Lui ci ha pensato. “L’uomo deve ridonare a Dio l’uomo secondo Dio” (dom Matteo Ferrari). Proprio perché portiamo inscritta in noi l’immagine di Dio, dobbiamo restituire noi stessi a Lui, così come Lui ci ha desiderato.
Ora, cosa significa questo? Prima di tutto che l’uomo ha un valore inestimabile e che niente può cancellare l’immagine di Dio impressa in noi. E anche se quell’immagine fosse offuscata o sfigurata da eventi o situazioni nelle quali ci venissimo a trovare, quell’immagine rimarrebbe a ricordarci che apparteniamo a Dio e che il suo amore per la sua creatura non viene meno. E poi che possiamo vivere in questo mondo dando alle cose del mondo il loro valore (“dare a Cesare ciò che è di Cesare”), ma che noi non apparteniamo definitivamente a nessuna di esse. In ultima istanza l’uomo appartiene solo al Suo Creatore.
Dio aspetta quindi che gli rendiamo noi stessi nella bellezza che Lui ha impresso in noi, portando a compimento la nostra umanità secondo il suo disegno d’amore. Ecco l’immagine di Dio che oggi Gesù è venuto a rivelare e che la sua risposta vuole mettere in luce per i suoi interlocutori e per noi!
Inoltre Gesù intende mostrare come “rendere a Dio ciò che è di Dio”. Infatti è Gesù l’uomo secondo Dio, l’uomo che ha restituito se stesso al Padre facendo risplendere la Sua immagine in Lui (Gesù è “immagine del Dio invisibile” Col 1,15). Gesù ha vissuto la vita facendone un dono, rendendo la sua vita un dono per tutti.
Ecco l’Uomo che “rende a Dio ciò che è Dio”. Un uomo che, dentro tutto quello che gli accade, non trattiene la vita come possesso geloso, ma la dona “sapendo che da Dio era venuto e a Dio ritornava” (cfr. Gv 13,1).
E noi sapremo restituire a Dio la Sua immagine inscritta in noi? Lasceremo che “Cristo in noi” (cfr. Col 1,27) continui a vivere il Suo dono d’amore al Padre?
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A Cesare ciò che è di Cesare. E noi siamo del Signore
Ermes Ronchi
La trappola è ben congegnata: È lecito o no pagare il tributo a Roma? Stai con gli invasori o con la tua gente? Con qualsiasi risposta Gesù avrebbe rischiato la vita, o per la spada dei Romani, come istigatore alla rivolta, o per il pugnale degli Zeloti, come sostenitore degli occupanti.
Erodiani e farisei, due facce note del pantheon del potere, pur essendo nemici giurati tra loro, in questo caso si accordano contro il giovane rabbi di cui temono le parole e vogliono stroncare la carriera.
Ma Gesù non cade nella trappola, anzi: ipocriti, li chiama, cioè commedianti, la vostra esistenza è una recita. Mostratemi la moneta del tributo. Siamo a Gerusalemme, nell’area sacra del tempio, dove era proibito introdurre qualsiasi figura umana, anche se coniata sulle monete. Per questo c’erano i cambiavalute all’ingresso. I farisei, i puri, con la loro religiosità ostentata, portano dentro il luogo più sacro della nazione, la moneta pagana proibita con l’effigie dell’imperatore Tiberio. I commedianti sono smascherati: sono loro, gli osservanti, a violare la norma, mostrando di seguire la legge del denaro e non quella di Mosè.
Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare. È lecito pagare? avevano chiesto. Gesù risponde impiegando un altro verbo, restituire, come per uno scambio: prima avete avuto, ora restituite. Lungo è l’elenco: ho ricevuto istruzione, sanità, giustizia, coesione sociale, servizi per i più fragili, cultura, assistenza… ora restituisco qualcosa.
Rendete a Cesare, vale a dire pagate tutti le imposte per servizi che raggiungono tutti. Come non applicare questa chiarezza immediata di Gesù ai nostri giorni di faticose riflessioni su manovre finanziarie, tasse, fisco; ai farisei di oggi, per i quali evadere le imposte, cioè non restituire, trattenere, è normale?
E aggiunge: Restituite a Dio quello che è di Dio. Di Dio è la terra e quanto contiene; l’uomo è cosa di Dio. Di Dio è la mia vita, che «lui ha fatto risplendere per mezzo del Vangelo» (2Tm 1,10). Neppure essa mi appartiene.
Ogni uomo e ogni donna vengono al mondo come vite che risplendono, come talenti d’oro su cui è coniata l’immagine di Dio e l’iscrizione: tu appartieni alle sue cure, sei iscritto al suo Amore. Restituisci a Dio ciò che è di Dio, cioè te stesso.
A Cesare le cose, a Dio le persone. A Cesare oro e argento, a Dio l’uomo.
A me e ad ogni persona, Gesù ripete: tu non appartieni a nessun potere, resta libero da tutti, ribelle ad ogni tentazione di lasciarti asservire.
Ad ogni potere umano il Vangelo dice: non appropriarti dell’uomo. Non violarlo, non umiliarlo: è cosa di Dio, Gesù ai nostri giorni di faticose riflessioni su manovre finanziarie, tasse, fisco; ai farisei di oggi, per i quali evadere le imposte, cioè non restituire, trattenere, è normale?
E aggiunge: Restituite a Dio quello che è di Dio. Di Dio è la terra e quanto contiene; l’uomo è cosa di Dio. Di Dio è la mia vita, che «lui ha fatto risplendere per mezzo del Vangelo» (2Tm 1,10). Neppure essa mi appartiene.
Ogni uomo e ogni donna vengono al mondo come vite che risplendono, come talenti d’oro su cui è coniata l’immagine di Dio e l’iscrizione: tu appartieni alle sue cure, sei iscritto al suo Amore. Restituisci a Dio ciò che è di Dio, cioè te stesso.
A Cesare le cose, a Dio le persone. A Cesare oro e argento, a Dio l’uomo.
A me e ad ogni persona, Gesù ripete: tu non appartieni a nessun potere, resta libero da tutti, ribelle ad ogni tentazione di lasciarti asservire.
Ad ogni potere umano il Vangelo dice: non appropriarti dell’uomo. Non violarlo, non umiliarlo: è cosa di Dio, Gesù ai nostri giorni di faticose riflessioni su manovre finanziarie, tasse, fisco; ai farisei di oggi, per i quali evadere le imposte, cioè non restituire, trattenere, è normale?
E aggiunge: Restituite a Dio quello che è di Dio. Di Dio è la terra e quanto contiene; l’uomo è cosa di Dio. Di Dio è la mia vita, che «lui ha fatto risplendere per mezzo del Vangelo» (2Tm 1,10). Neppure essa mi appartiene.
Ogni uomo e ogni donna vengono al mondo come vite che risplendono, come talenti d’oro su cui è coniata l’immagine di Dio e l’iscrizione: tu appartieni alle sue cure, sei iscritto al suo Amore. Restituisci a Dio ciò che è di Dio, cioè te stesso.
A Cesare le cose, a Dio le persone. A Cesare oro e argento, a Dio l’uomo.
A me e ad ogni persona, Gesù ripete: tu non appartieni a nessun potere, resta libero da tutti, ribelle ad ogni tentazione di lasciarti asservire.
Ad ogni potere umano il Vangelo dice: non appropriarti dell’uomo. Non violarlo, non umiliarlo: è cosa di Dio, ogni creatura è prodigio grande che ha il Creatore nel sangue e nel respiro.
iAvvenire
Restituire
Antonio Savone
Alquanto familiare e proverbiale il detto di Gesù riportato dalla pagina evangelica: date a Cesare…. Mai parole più fortunate. Spesso sulle nostre labbra quando siamo sollecitati a ristabilire le parti di un contenzioso. Ancora sulle nostre labbra quando si tratta di stabilire la totale autonomia di un potere politico completamente disgiunto da tutto ciò che attiene all’ambito spirituale: un conto è l’anima, un conto è la vita con tutto il suo ordinamento.
Una prospettiva troppo angusta e riduttiva quella che si risolve nel definire il tipo di rapporto che deve intercorrere tra realtà profane e sfera del sacro, tra politica e religione, Cesare e Dio. La stessa prospettiva degli interlocutori di Gesù. Ma, come già in quel caso, ancora una volta Gesù allarga l’orizzonte. Gesù non aveva di mira di teorizzare l’autonomia delle realtà mondane, o la separazione dei poteri, ma quella di pervenire alle radici stesse del potere.
Ipocriti… Ipocrisia come atteggiamento di chi ha già deciso di non cambiare, di non volersi misurare con la realtà. Atteggiamento di chi vive di parole, vive di riunioni per accordarsi su come misurarsi con un reale che eccede il proprio modo di vedere le cose. La realtà delle cose, così come si presenta, è ciò che destabilizza l’ipocrisia. L’ipocrisia aborrisce l’evidenza. Ma è proprio a questa evidenza che Gesù riconduce gli ipocriti. La moneta di cui dispongono dice che in qualche modo essi riconoscono già un potere.
Gesù – che insegna la via di Dio, come attestano i suoi stessi accusatori – allarga la prospettiva facendo capire che il problema non è schierarsi pro o contro Cesare. Il problema è riconoscere che tutto di te viene da altrove.
Ecco allora l’invito rivolto ai suoi interlocutori di allora e a quelli di sempre a restituire. Non il semplice: date, ma restituite. Che cos’hai di tuo che tu non abbia ricevuto? Tutto ciò che sei, tutto ciò di cui disponi viene da altrove. Restituire… ovvero riconoscere di essere in debito. Verso la vita, verso Dio. Riconoscere che la nostra vita è una rete di debiti. Perciò restituisci quello che hai ricevuto. Restituisci nella e con la vita.
Cesare non è solo lo stato o il potere o la sfera politica. Cesare impersona tutta la dimensione umano-terrena dell’esistenza a cui sono chiamato a restituire ciò che a mia volta ho ricevuto. Che cosa sono disposto a restituire per l’edificazione di quella casa comune che è il mondo, la vita, la storia, le mie relazioni? Il problema scatta quando al Cesare di turno viene attribuita ogni pretesa di signoria. Ecco allora il criterio introdotto da Gesù: restituire a Dio…
Gesù va oltre la questione posta dai suoi interlocutori: Cesare e Dio non stanno sullo stesso piano. E Dio non è un Cesare più grande degli altri Cesari.
Cosa restituire a Dio? Non già delle cose ma me stesso. In me Dio ha impresso la sua immagine quando all’inizio sono stato formato a sua immagine e somiglianza. Gli appartengo, irreversibilmente. Che io ne sia consapevole o meno, proprio come il pagano Ciro.
Perciò altri signori, altre liturgie sono estranee alla vita dei credenti nell’unico Signore. La fede nell’unico Signore non riguarda qualcosa che ha a che fare con l’anima, anzitutto, ma con la vita, non con una vaga spiritualità ma a contatto con la storia dove siamo chiamati a essere immagine di quel volto di Dio che Gesù è venuto a svelare. Un volto che mai si manifesta con i tratti della forza e della potenza ma in quelli dell’umile servire la causa dell’uomo, ogni uomo.
Lui mi ha fatto segno di lui, indipendentemente da una religione. Anche il pagano Ciro di cui ci ha narrato il brano della prima lettura è segno di lui. Io di cosa e di chi sono segno, sono immagine?
Il mondo varia con le sue forme statali. Come regolarsi da discepoli? Né negando né sacralizzando, ma restituendo ciò che spetta a ciascuno e rifiutando ciò che non gli è dovuto.
I rapporti tra Dio e Cesare non si risolvono né con un sì incondizionato, né con un no pregiudiziale. Il rapporto tra Dio e Cesare non può essere risolto teoricamente, in astratto, una volta per tutte. “Ogni generazione cristiana deve chiedersi se, nella concreta situazione storica in cui si trova, essa può continuare a dire: “Dio e Cesare” o deve imparare a dire: “Dio o Cesare” o addirittura “Dio contro Cesare” (P. Ricca).
Non si tratta di essere ribelli facili o per mestiere, ma resistenti alla sovranità umana quando questa vuole usurpare ambiti e spazi all’unico Signore, cui tutti devono essere sottomessi.
È un invito, quello del Signore Gesù, a vivere con sapienza perché sappiamo stare nella storia capaci di discernimento, lontani al contempo dall’adulazione e dal rigetto emotivo. Lo stesso discernimento che fa riconoscere ad Israele la presenza di Dio in un’autorità, Ciro, che non conosce Dio.
A Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio
Enzo Bianchi
In queste domeniche i brani evangelici previsti dalla liturgia ci rendono testimoni delle controversie tra Gesù e i rappresentanti di vari gruppi religiosi dell’epoca, controversie avvenute nel tempio di Gerusalemme in prossimità della sua passione e morte.
Questa volta sono i farisei che tentano di mettere Gesù in contraddizione con la sua fede e la sua predicazione. Per questo gli inviano dei loro discepoli insieme a dei partigiani di Erode. Entrambi i gruppi volevano l’instaurazione di un regno teocratico in Israele: i farisei attraverso il dominio della loro Legge e del Re Messia, gli erodiani attraverso l’estensione del regno di Erode a tutta la terra santa, in autonomia dall’impero romano. Ma l’intenzione profonda degli uni e degli altri è quella di tendere un tranello a Gesù, per questo si avvicinano a lui con l’adulazione: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni con franchezza la via di Dio, senza lasciarti influenzare da nessuno…”. Parole che potrebbero essere una testimonianza della postura veritiera e profetica di Gesù, ma che nelle loro intenzioni sono semplicemente un trabocchetto per indurre Gesù a dichiararsi o idolatra di Cesare o contestatore di Cesare: e così la colpa di Gesù sarà evidente in un caso agli occhi dell’autorità religiosa ebraica, nell’altro a quelli dell’autorità politica romana.
Secondo la volontà di Dio, dal punto di vista della fede, è lecito pagare la tassa imperiale a Cesare? Gesù, dopo aver messo in luce la perversa ipocrisia dei suoi interlocutori – il loro essere persone doppie, che pensano, progettano una cosa e ne dicono un’altra –, si fa portare la moneta del tributo, su cui è scritto: “Tiberio Cesare, figlio del dio Augusto”, iscrizione accompagnata dall’effigie dell’imperatore. A questo punto egli non può esimersi dal rispondere alla domanda rivoltagli, che pure è formulata in modo diabolico. Se infatti affermasse: “Sì, è lecito pagare il tributo”, si mostrerebbe a favore di Cesare, anzi idolatra dell’impero totalitario, e così il popolo che attendeva il Messia liberatore dal giogo romano lo sentirebbe come un traditore. Se, al contrario, rispondesse negativamente, allora gli erodiani avrebbero motivo per denunciarlo come un pericoloso agitatore sociale anti-romano.
Ma ecco che Gesù, tenendo in mano la moneta, ribatte a sorpresa con una domanda: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Al sentirsi rispondere: “Di Cesare”, può dunque concludere con una sentenza divenuta celebre: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Queste parole brevissime sono come un seme, una chiave che richiede di essere decodificata, un’affermazione sapiente che necessita di essere interpretata dai discepoli di Gesù in modo sempre nuovo, a seconda dei tempi e delle situazioni cangianti del mondo. Occorre molta vigilanza per non rendere queste parole uno slogan, come tante volte è successo e succede nei rapporti tra lo stato e la chiesa, tra l’autorità politica e i cristiani.
Cosa significa dunque: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare”? È vero che, secondo le Scritture, il potere esercitato sulla terra viene da Dio. Anche Ciro, il re dei persiani che ha sconfitto Babilonia, era un “unto”, un messia di Dio, il quale, pur senza conoscere il Dio di Israele e senza credere in lui, aveva compiuto azioni volute da Dio stesso, diventando suo strumento (cf. Is 45,1-7). Nel Nuovo Testamento l’Apostolo Paolo applica la medesima convinzione alla situazione dei cristiani nell’impero: occorre prestare obbedienza leale alle autorità dello stato (cf. Rm 13,1-7; Tt 3,1-2). Cosa significa questo? Che lo stato, l’autorità politica è assolutamente necessaria per la vita della polis e dei credenti in essa. La città abitata dagli uomini e dalle donne abbisogna di ordine, di legalità, di giustizia, e dunque la politica non può essere ignorata, né si può vivere in società senza un’autorità cui rispondere lealmente. Gesù ha rifiutato di essere un Messia politico (cf. Mt 4,8-10), non ha accettato di essere fatto re (cf. Gv 6,14-15) e ha rimproverato Pietro per la sua incomprensione della propria identità di Messia mite, umile e anche sofferente (cf. Mt 16,21-23; 11,29). Egli è Re – come dirà a Pilato – ma non di questo mondo (cf. Gv 18,36)! Dare a Cesare ciò che è di Cesare, allora, significa riconoscerne l’autorità, restarvi sottomessi e tenere conto di essa – lo ribadisco – lealmente. Il cristiano non può essere un anarchico che si schiera contro lo stato, contro l’autorità politica.
Ma qui ecco apparire lo specifico della via aperta da Gesù Cristo, dunque del cristianesimo, che può anche sembrare paradossale: il cristiano, obbediente alle leggi dello stato, deve tuttavia riconoscere sempre “ciò che è di Dio”. Ed è di Dio la persona umana, perché l’uomo, non Cesare, è l’effigie, l’immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), dunque è ciò che occorre rendere a Dio. Così il potere nella polis è riconosciuto, ma non in modo assoluto, senza limiti: va obbedito fino a che non opprima, non schiacci la persona nella sua libertà, nella sua dignità, nella sua coscienza. Certamente con questa presa di posizione Gesù introduce nel mondo antico, che concepiva il potere politico in modo teocratico, una distinzione rivoluzionaria, che la chiesa in seguito smentirà, da Costantino fino a pochi decenni fa: la politica è necessaria ma va desacralizzata; quella del potere, di Cesare è una funzione necessaria ma umana, esercitata da esseri umani. E di fronte a Cesare sta il diritto di Dio, del Signore, che è vindice e garante di tutta la grandezza e la libertà dell’essere umano, che mai è lecito conculcare!
A Cesare, dunque, va pagato il tributo, ciò che deriva dal suo potere; ma ciò che appartiene a Dio, la vita umana, va data a Dio. E quando le due autorità entrano in conflitto, occorre ricordare le parole degli apostoli: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5,29).
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Missione è annunciare la priorità di Dio e la salvezza in Cristo
Romeo Ballan
Nel Vangelo Gesù smonta la trappola che i farisei e gli erodiani gli stavano tendendo sul tema spinoso delle tasse da pagare all’imperatore di Roma, al quale era assoggettata la Palestina al tempo di Gesù. «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» (v. 17). In qualunque modo avesse risposto a quella domanda maliziosa, Gesù sarebbe stato accusato di stare pro o contro Roma. Gesù va oltre i due schieramenti polemici; distingue, anzi capovolge il modo di intendere l’autorità politica-umana e l’autorità suprema di Dio. La “moneta del tributo” in questione (v. 19), d’oro o altro metallo, era coniata dall’imperatore, che ne era il proprietario; il debitore ne era soltanto un proprietario temporaneo, con l’obbligo di resa-restituzione all’imperatore. Un dovere che anche Gesù riconosce (v. 21).
Ma quella moneta portava la scritta “al divino Cesare” o “al dio Cesare”, iscrizione che Gesù rifiuta e ribalta profeticamente: “Rendete a Dio quello che è di Dio” (21). Cesare può avere un certo diritto sulle cose, ma non sulle persone. «Cesare non ha diritto di vita e di morte sulle persone, non ha il diritto di violare la loro coscienza, non può impadronirsi della loro libertà. A Cesare non spetta il cuore, la mente, l’anima; spettano a Dio solo. Ad ogni potere umano è detto: non appropriarti dell’uomo. L’uomo è cosa di un Altro. Cosa di Dio… Per Gesù Dio non è il potere oltre ogni potere, è amore. Non è il padrone delle vite, è il servitore dei viventi. Non un Cesare più grande degli altri cesari, ma un servo sofferente per amore. Tutt’altro modo di essere Dio» (E. Ronchi).
La Parola di Dio in questa domenica getta una luce nuova sui rapporti fra uomo e uomo, fra uomo e Dio, fra l’uomo e le altre creature; fra religione e Stato, fra Vangelo e politica, missione e libertà religiosa, fede e libertà di coscienza, Chiesa e governi, laicità dello Stato e imperativi etici… Sono rapporti delicati e complessi, che toccano da vicino la coscienza individuale delle persone, ma anche il lavoro di chi annuncia il Vangelo a tutto campo. In particolare, la libertà religiosa, valore sancito dal Concilio Vaticano II, non esime, anzi richiede la proposta missionaria del Vangelo di Cristo, in vista di una libera scelta personale e delle ricadute nell’ambito familiare e sociale.
La risposta di Gesù sancisce l’autonomia delle due sfere di azione, umana e divina (v. 21), rivendicando, qui e in altri passi del Vangelo, la priorità di Dio, dal quale tutti gli esseri ricevono vita, destino, senso. Una sana autonomia esige chiarezza di ruoli, rispetto mutuo, collaborazione nella complementarietà e sussidiarietà, evitando sia le intrusioni di un sistema teocratico, come pure le evasioni di uno spiritualismo intimista. Tutti, però, sono chiamati a sostenere le iniziative per la promozione integrale della persona e lo sviluppo solidale dell’umanità. In questa luce, anche l’azione politica del re persiano Ciro (I lettura), definito “eletto” di Dio (v. 1), è vista in chiave di salvezza per il popolo ebraico, schiavo a Babilonia. Così pure, la crescita spirituale dei cristiani (II lettura), con i valori di fede operosa, carità impegnata e speranza ferma (v. 3), ha certamente conseguenze salutari per la convivenza familiare, politica e sociale.
Priorità di Dio, salvezza in Gesù Cristo. conosciuto e amato da tutti, perché tutti trovino in Lui vita, dignità, salvezza piena… Sono questi gli obiettivi dell’opera evangelizzatrice della Chiesa, che oggi celebra la Giornata Missionaria Mondiale. Perché, come afferma ancora Papa Francesco: “Oggi c’è ancora moltissima gente che non conosce Gesù Cristo; … l’umanità ha grande bisogno di attingere alla salvezza portata da Cristo”. Di fatto, annunciare il Vangelo è il migliore servizio che la Chiesa può offrire al mondo, perché il Vangelo ha sempre una benefica influenza nella vita della famiglia umana: educazione, economia, lavoro, salute, relazioni famigliari e sociali, politica, pace, libertà e diritti umani… Il Vangelo è contrario all’evasione dalle realtà terrestri; il cristiano è chiamato ad impegnarsi concretamente in esse, a illuminarle, trasformarle, arricchirle con la luce che viene da Dio, bene supremo per una vita degna, libera e felice.
Nel mondo, ma non del mondo
Fernando Armellini
L’uomo non vive da solo, è parte di una società civile e deve stabilire relazioni di collaborazione con gli altri. Dal bisogno di organizzare la convivenza deriva la necessità di determinare diritti e doveri, di darsi istituzioni, di fissare modi e forme per contribuire al bene comune. Stabilire ciò che è giusto non è facile: entrano in gioco interessi diversi, si prospettano vari obiettivi da raggiungere; c’è chi pretende favori, chi rivendica privilegi e le tensioni sorgono inevitabili.
A complicare ulteriormente il problema ci sono i rapporti fra l’ordinamento statale e le istituzioni religiose con i loro princìpi, norme, consuetudini, tradizioni, pretese irrinunciabili. Molti, sentendosi sudditi di due poteri in competizione – che spesso sconfinano, scambiandosi reciproche accuse di invasioni di campo – hanno la coscienza lacerata. Per risolvere il conflitto, c’è chi sceglie posizioni fanatiche e integraliste e pretende di imporre a tutti le proprie convinzioni e c’è chi rinuncia a un confronto da cui teme di uscire sconfitto e si colloca ai margini.
Nella celebre Lettera a Diogneto, composta intorno alla metà del II secolo d.C., vengono suggeriti princìpi saggi e sempre attuali: “I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi si distinguono dagli altri uomini. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite e con la loro vita superano le leggi. A dirla breve, come l’anima è nel corpo, così nel mondo sono i cristiani” (Lettera a Diogneto, V,1-10; VI,1).
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Splendano i cristiani come astri nel mondo: cittadini esemplari, coerenti con le proprie convinzioni, rispettosi di quelle degli altri”.
Prima Lettura (Is 45,1.4-6)
1 Dice il Signore del suo eletto, di Ciro:
“Io l’ho preso per la destra,
per abbattere davanti a lui le nazioni,
per sciogliere le cinture ai fianchi dei re,
per aprire davanti a lui i battenti delle porte
e nessun portone rimarrà chiuso.
4 Per amore di Giacobbe mio servo
e di Israele mio eletto
io ti ho chiamato per nome,
ti ho dato un titolo sebbene tu non mi conosca.
5 Io sono il Signore e non v’è alcun altro;
fuori di me non c’è dio;
ti renderò spedito nell’agire, anche se tu non mi conosci,
6 perché sappiano dall’oriente fino all’occidente
che non esiste dio fuori di me.
Io sono il Signore e non v’è alcun altro.
Da una trentina d’anni gli israeliti si trovavano in Babilonia quando, fra di loro, sorse un profeta. È rimasto anonimo, ma, dagli oracoli che i suoi discepoli hanno raccolto e inserito nel libro di Isaia, traspare la sua personalità eminente: era un poeta, uno dei più raffinati che Israele abbia mai avuto, un uomo sensibile, colto e attento ai rivolgimenti sociali e politici che coinvolgevano il suo popolo. Teologo geniale, seppe scorgere il piano di salvezza di Dio al di là di ciò che per altri erano semplici eventi, alleanze, intrighi diplomatici, campagne militari.
Nel brano di oggi egli rivela ciò che il Signore sta per compiere in favore del suo popolo: Babilonia, la sanguinaria, la maledetta, è potente, ma ancora per poco, perché all’orizzonte è sorto un nuovo astro, il re dei persiani Ciro, l’abile condottiero che con una serie di spedizioni vittoriose conquista e sottomette, l’uno dopo l’altro, tutti i regni dell’Asia Minore e dell’oriente. Si dirige infine contro Babilonia dove non incontra resistenza ed entra trionfalmente. Dominatore incontrastato del mondo, emana un editto nel quale si presenta come il salvatore degli oppressi, il difensore dei deboli, l’uomo pio di cui Dio si serve per realizzare i suoi piani. Ordina che siano liberati tutti i deportati: se lo desiderano, possono tornare nella terra dei loro padri, praticare la loro religione, anzi, egli stesso vuole contribuire alla ricostruzione dei luoghi di culto distrutti dai soldati di Babilonia (Esd 1,1-4).
Dopo quest’introduzione storica, è facile comprendere la lettura di oggi, dove il Signore – per bocca di questo profeta – presenta Ciro come il suo eletto: “Io l’ho preso per la destra” e l’ho destinato ad essere governatore del mondo, spalancherò davanti a lui le porte di tutte le città e nessuno potrà opporsi al suo dominio (v. 1). Poi, come avviene negli oracoli di intronizzazione di un re (Sal 2; 110), Dio si rivolge direttamente al nuovo sovrano: “Io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo sebbene tu non mi conosca… ti renderò spedito nell’agire, anche se tu non mi conosci” (vv. 4-5).
Un titolo straordinario è stato dato da Dio a Ciro: eletto – dice la nostra traduzione (v. 1) – unto, messia, cristo – è invece il termine usato nel testo originale. Il Signore gliene ha attribuito altri: “Mio pastore, colui che porterà a compimento ogni mio disegno” (Is 44,28); “ricostruttore della mia città, liberatore dei miei deportati”, colui che “ho stimolato per la giustizia” e di fronte al quale “spianerò tutte le vie” (Is 45,13). Sono espressioni che fanno quasi supporre che Ciro sia considerato dal profeta come l’atteso salvatore, il messia, il re che “dominerà da mare a mare e dal fiume fino ai confini della terra” (Sal 72,8).
Non lo era, egli fu soltanto lo strumento del Signore per liberare il popolo dalla schiavitù di Babilonia e – questa è la sorpresa – portò a compimento quest’opera di salvezza senza esserne cosciente. Si noti l’insistenza su questo fatto: “Sebbene tu non mi conosca… anche se tu non mi conosci” (vv. 4.5). La conferma viene dal celebre Cilindro di Ciro, dove le strabilianti vittorie di questo re non sono attribuite al Signore, ma alla protezione del dio Marduk: “Marduk gettò lo sguardo su tutti i paesi cercando uno che li governasse con rettitudine e pronunciò il nome di Ciro perché dominasse il mondo. Marduk, il grande dio, si compiacque di lui e si pose al suo fianco, come vero amico”. Ciro che si riteneva l’eletto del dio dei Babilonesi, era invece condotto per mano dal Dio d’Israele, l’unico Dio, l’unico Signore “e non v’è alcun altro” (v. 6).
Le parole del profeta sono un invito a guardare gli eventi e la storia del mondo con occhi nuovi: gli uomini e i popoli si agitano, sono mossi da interessi e passioni, hanno slanci di generosità e ripiegamenti egoistici, ma il Signore li conduce e tutto fa entrare nel suo disegno di salvezza. Anche gli atei e i miscredenti hanno spesso dato e continuano a dare un importante contributo alla purificazione della fede e della religione e alla liberazione dell’uomo. Senza saperlo erano coinvolti nei progetti di Dio.
Seconda Lettura (1 Ts 1,1-5b)
1 Paolo, Silvano e Timòteo alla Chiesa dei tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace!
2 Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente 3 memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo.
4 Noi ben sappiamo, fratelli amati da Dio, che siete stati eletti da lui. 5 Il nostro vangelo, infatti, non si è diffuso fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con potenza e con Spirito Santo e con profonda convinzione.
Oggi e per le prossime quattro domeniche, ci verranno proposti brani della prima Lettera ai tessalonicesi.
Tessalonica era una ricca metropoli commerciale che sorgeva nella parte più interna del golfo di Salonicco; aveva preso il nome dalla sorella di Alessandro Magno, sposa del generale Cassandro, fondatore della città. Era protetta da un’imponente cinta muraria che, partendo dal mare, circondava la collina sulla quale sorgeva l’acropoli. Il geografo Strabone la descrive “popolosa, spensierata e aperta a tutte le novità, sia buone che cattive”. Come tutte le città portuali, non era un modello di moralità: per le strade circolavano prostitute, vagabondi, gente oziosa, ciarlatani, ma era abitata anche da gente onesta e laboriosa.
Paolo vi giunse nel 50 d.C. e, com’era sua consuetudine, annunciò Cristo anzitutto ai giudei che, in giorno di sabato, si riunivano nella sinagoga. I risultati furono piuttosto deludenti, pochi credettero alla sua predicazione. Ebbe un successo maggiore quando predicò ai pagani che aderirono alla fede in numero considerevole, fra di loro anche non poche donne della nobiltà (At 17,1-9).
Dopo poche settimane, un subbuglio provocato dai giudei lo costrinse ad abbandonare precipitosamente la città, prima di essere riuscito a spiegare ai discepoli i temi centrali della fede; da qui la convinzione di aver lasciato dietro di sé una comunità piuttosto fragile.
Anche le tappe successive del suo viaggio furono segnate da difficoltà e insuccessi. All’areòpago di Atene tentò l’approccio con gli intellettuali della Grecia, ma l’esperienza fu deludente: “Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: ‘Su questo ti ascolteremo ancora un’altra volta’. Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti” (At 17,32-34).
Da Atene passò a Corinto, la città con due porti, nota in tutto il mondo per la vita dissoluta dei suoi abitanti e dunque terreno apparentemente poco adatto per il seme del vangelo. Era scoraggiato Paolo, tanto da decidere di parlare di Cristo solo il sabato nella sinagoga e di dedicare il resto della settimana alla propria professione di costruttore di tende (At 18,1-4).
Un giorno ecco giungere da Tessalonica i compagni di fatiche apostoliche Sila e Timoteo, latori di notizie tanto sorprendenti, quanto inattese: la comunità dei tessalonicesi si era sviluppata, era cresciuta rigogliosa ed era divenuta un modello di fede e di pratica della carità fraterna; affrontava con coraggio la persecuzione, le vessazioni, le molestie dei non credenti e godeva della stima dei pagani per la vita integra che i battezzati conducevano; tutti conservavano un nostalgico ricordo di Paolo, gli erano immensamente grati, perché da lui erano stati introdotti alla fede e consegnati a Cristo, attendevano con ansia una sua visita…
Stupito, quasi incredulo, Paolo era rimasto in ascolto degli amici. Riprese coraggio e decise di dedicarsi di nuovo, a tempo pieno, all’annuncio del vangelo (At 18,5). Ancora emozionato, scrisse, a nome anche di Sila e Timoteo, una lettera ai tessalonicesi.
È così che è nato il primo libro del NT. Siamo nell’anno 51 d.C.
Nei primi cinque versetti – quelli ripresi dalla lettura di oggi – Paolo confessa la gioia che prova ogni volta che, nella preghiera, pensa ai cristiani di Tessalonica, ha udito infatti che la loro comunità è ben fondata nella fede, nella speranza e nella carità (v. 3).
Queste tre virtù vengono caratterizzate e collegate. L’impegno nella fede anzitutto: i tessalonicesi non si sono limitati ad accettare e a ripetere alcune formule astratte, ma hanno tradotto la loro fede in gesti concreti, in una carità operosa, in azioni verificabili da tutti.
La loro speranza poi è incrollabile, non viene meno di fronte a nessuna difficoltà e a nessuna prova, nemmeno di fronte al pericolo di perdere la vita.
Nel progresso spirituale compiuto dalla comunità di Tessalonica, Paolo scorge l’opera di Dio e la potenza dello Spirito. Era scoraggiato perché aveva constatato la propria debolezza, ora gioisce, verificando come Dio riesce comunque a portare a compimento le sue opere.
Vangelo (Mt 22,15-21)
15 Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16 Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. 17 Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché mi tentate? 19 Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”. 21 Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.
Videocommento
La frase conclusiva del brano è una delle più note, ma anche delle più enigmatiche; non è facile stabilirne il significato, per cui non sempre viene citata a proposito. È impiegata, a volte, da chi detiene il potere per invitare le gerarchie ecclesiali a non immischiarsi in faccende politiche; altre volte sono queste a richiamarla ai governanti, per affermare il proprio diritto a difendere e a proclamare i valori che scaturiscono dal vangelo. È stata usata, peraltro, da chi sosteneva la ierocrazia papale e da chi propugnava il cesaropapismo, da chi difendeva la laicità dello stato e da chi sognava una sudditanza di questo al potere religioso, da chi sacralizzava le istituzioni e da chi giustificava il potere temporale della chiesa. Qualcuno, più banalmente, la usa per invitare a dare a ciascuno ciò che gli spetta.
Per comprenderla è necessario collocarla nel contesto del dialogo che l’ha originata.
L’imperatore di Roma esigeva da ogni suo suddito che avesse compiuto i quattordici anni, se uomo, i dodici, se donna e fino a sessantacinque anni, il versamento all’erario di un denaro annuo. Era il tributum capitis o testatico per il quale si facevano gli odiosi censimenti che provocavano spesso rivolte popolari (Lc 2,1-5; At 5,37). Contare il popolo che apparteneva a Dio equivaleva, per il pio israelita, a sottrarlo all’autorità del Signore e asservirlo a un potere umano. Per questo, dopo aver fatto il censimento, Davide si sentì battere il cuore ed esclamò: “Ho peccato gravemente per quanto ho fatto; ho commesso un’enorme sciocchezza” (2 Sam 24,10).
Un giorno i farisei, accompagnati dai simpatizzanti di Erode, si presentano a Gesù e, in modo molto ossequioso, dopo aver riconosciuto il suo amore per la verità e il suo rifiuto dei compromessi, gli rivolgono una domanda insidiosa: “Sappiamo che sei un uomo onesto, non hai soggezione di nessuno e non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?” (vv. 16-17).
Strana questa alleanza fra farisei ed erodiani. I primi ritenevano un’empietà appoggiare l’occupazione romana, i secondi erano invece sostenitori di Erode Antipa, il fantoccio senza personalità, succube dell’imperatore Tiberio ed erano dei collaborazionisti. Li troviamo alleati contro Gesù perché egli infastidiva entrambi: era leale e rifiutava ogni forma di ipocrisia.
La loro domanda è formulata in modo tale da rendergli impossibile qualunque scappatoia: se si pronuncia contro il pagamento delle tasse, può essere denunciato alle autorità romane come un sovversivo (e difatti, secondo Lc 23,2, davanti a Pilato lo accuseranno di sobillare il popolo a non pagare i tributi a Cesare); se si dichiara favorevole, si attira le antipatie del popolo che odia i romani colonizzatori.
Le tasse sono sempre pagate ovunque di malavoglia, ma, a rendere odioso il tributo, si aggiungeva in Palestina un motivo di ordine religioso: il denaro richiesto aveva su un lato la raffigurazione dell’imperatore di Roma e l’iscrizione: “Tiberio Cesare, figlio augusto del divino Augusto” e sul retro il titolo “Sommo Pontefice” con l’immagine di una donna seduta, simbolo della pace, forse Livia, la madre di Tiberio. Nel 1960 è stata rinvenuta una trentina di queste monete sul monte Carmelo.
È nota la ripugnanza degli israeliti per le immagini umane, proibite dalla loro legge. Usare il denaro di Tiberio significava dare il proprio assenso a una forma di idolatria.
Gesù si rende conto dell’insidia che gli hanno teso, ma non elude la domanda; com’è solito fare, conduce abilmente i suoi interlocutori alla radice del problema.
Vuole anzitutto che gli mostrino la moneta ed essi, ingenuamente, allungano le mani sotto la tunica dove erano soliti nascondere il denaro (gli abiti in quel tempo non avevano tasche) e gliela presentano. Non si accorgono che Gesù li sta giocando: anzitutto, se chiede la moneta, significa che egli non la possiede (per sé non ha neppure una pietra dove posare il capo; Mt 8,20) e se essi la tirano fuori, vuol dire che la utilizzano senza problemi, la ricevono per le loro prestazioni e con essa acquistano i prodotti al mercato. Ma c’è di più, la disputa avviene nel recinto del tempio (Mt 21,23), quindi nel luogo santo, ed essi non si preoccupano di profanarlo mostrando quell’immagine; si fanno scrupoli solo quando devono pagare le tasse.
Dopo averla osservata Gesù chiede: “Di chi è quest’immagine?”. “Di Cesare”, rispondono. “Allora – conclude – restituite a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” (v. 21).
Il primo messaggio che Gesù vuole dare è chiaro: è un dovere morale oltre che civile contribuire al bene comune con il pagamento del tributo; non c’è ragione che giustifichi l’evasione fiscale o il furto dei beni dello Stato. Qualunque sia la linea politica ed economica scelta dal governo, il discepolo di Cristo è chiamato ad essere un cittadino onesto ed esemplare, impegnato attivamente nella costruzione di una società giusta, rifugge dai sotterfugi e fa le scelte politiche che favoriscono i più deboli, non quelle che salvaguardano i suoi interessi.
Scrivendo ai romani, Paolo ripropone in termini più espliciti la direttiva del Maestro. Siamo agli inizi del regno di Nerone – l’imperatore è ventenne e da tre anni governa inizialmente in modo clemente e moderato – ed ecco cosa raccomanda l’Apostolo ai cristiani della capitale: “Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto” (Rm 13,1-7).
La risposta di Gesù, però, non si limita ad affermare il dovere di contribuire al bene comune con il pagamento delle tasse; egli aggiunge: “Rendete a Dio ciò che è di Dio”.
Il verbo che usa significa più esattamente “restituite”. Rivolto ai presenti dice dunque: “Restituite a Cesare ciò che appartiene a Cesare e restituite a Dio ciò che è di Dio”. Essi non solo stanno trattenendo del denaro che va consegnato all’imperatore, ma si sono anche impossessati, in modo illegale e ingiusto, di una proprietà di Dio e devono ridargliela subito perché egli la esige, è sua. Che cosa?
Già Tertulliano nel 200 d.C. aveva intuito che era l’uomo che andava riconsegnato a Dio. Creandolo, infatti, aveva detto: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” e creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò” (Gn 1,26-27).
Se la moneta doveva essere “restituita” a Cesare, perché su di essa c’era impresso il volto del suo padrone, l’uomo andava “restituito” a Dio. L’uomo è l’unica creatura su cui è impresso il volto di Dio, è sacra e nessuno se ne può appropriare. Chi la fa sua (la schiavizza, la opprime, la sfrutta, la domina, la usa come oggetto…) deve immediatamente riconsegnarla al suo Signore.

