
Teresino Serra
Set 24, 2026
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I suoi missionari, tornati dal cimitero dopo il funerale di un confratello, trovarono il loro vescovo disteso sul letto. Si vedeva prostrato e, allo stesso tempo, lucidamente conscio della fine. “Abbiate coraggio, diceva loro con un fil di voce. Abbiate coraggio in quest’ora dura e difficile. Abbiate coraggio per l’avvenire!”. Avere coraggio, non desistere, non rinunciare mai. Affrontare senza paura qualunque bufera era stato il suo esempio missionario. Seguirono ore alterne di delirio e di lucidità. Verso le otto di sera entrò in uno stato convulso, poi in agonia. Più tardi il respiro si accelerò, poi perse forza e cessò. Erano le dieci di notte del 10 ottobre 1881. Il cuore del vescovo missionario e fondatore delle missionarie Comboniane e Missionari Comboniani si era fermato per sempre. Aveva 50 anni. Mesi prima, il vescovo aveva scritto: “Sono tante le ingiustizie e le pillole amare che ho dovuto trangugiare dai santi matti, che è un miracolo che io possa sopravvivere” (S. 6682) Comboni, dunque, è morto anche di “crepacuore” (S. 7001). Le sofferenze e le tribolazioni gli hanno “squarciato l’anima” (S. 7145). Ci sono tanti altri termini: angoscia, amarezza, solitudine, agonia, morte ecc., che ritornano insistenti nelle lettere degli ultimi mesi, e che documentano il dolore per tante calunnie e ingiustizie, che calpestarono la sua dignità di Vescovo, di Fondatore e di unica persona capace di provvedere alle necessità economiche degli Istituti africani. Del card. di Canossa dice che negli ultimi venti mesi gli inflisse tali umiliazioni “che basterebbero ad uccidere un galantuomo” (S. 7192). Comboni spiega così alcune di quelle pillole amare che, con le febbri, causarono la sua morte.
La pillola amara di sentirsi solo e abbandonato:
Al Card. Simeoni di Propaganda Fide, in data 3 – 9 – 1881, Comboni scrisse: “Se a Verona dal 1867, in cui cominciai l’opera, fino ad oggi, ci fosse stato un vero vescovo, serio, positivo, fermo, sempre coerente a se stesso e generoso, quali sono un Verzeri di Brescia, un Carsana di Como, uno Scalabrini di Piacenza, uno Zinelli di Treviso, etc., la mia Opera avrebbe fatto passi di gigante, le Regole dei miei Istituti fondamentali di Verona avrebbero già ottenuto l’approvazione della S. Sede e io non sarei stato più volte obbligato ad allontanarmi dal Vicariato per sistemare i miei Istituti di Verona, etc. etc., ed avrei già fatto gran passi sotto la guida di Propaganda verso la definitiva conquista dell’Africa Centrale alla fede” (S. 6999; cfr. 6752).
Da questa lettera si capisce che “le pillole amare” sono il sentirsi solo ed abbandonato dal “suo vescovo e alcuni dei suoi aiutanti” nella sua impresa missionaria. Nonostante le pillole amare, Comboni è andato avanti con coraggio, tenacia senza mai smettere di credere “nell’opera di Dio”. Nel 1866 scrisse: “So di certo è che Dio mi ha dato un’illimitata confidenza in lui; che non mi allontanerò dall’impresa per verun ostacolo; e che incomincerà, fra non molti anni, un’era nuova per l’Africa. (S 1390).
- Solo a Verona
Comboni aveva un estremo bisogno di un “numero due”, di un sostituto, che fosse all’altezza di rappresentarlo a Verona in molte cose. Dopo don Dal Bosco, morto prematuramente, don Beltrame, mazziano, gran esperto della missione africana ed insigne etnologo e linguista sulle tribù africane della Nigrizia centrale, avrebbe potuto assolvere benissimo questo compito. Purtroppo un contrasto insanabile tra i due impedì per sempre qualsiasi collaborazione. Comboni arriva a chiamarlo con grande amarezza “acerrimo nemico della Missione“. Le posizioni dei due erano diametralmente opposte: Comboni credeva fermamente nell’esito della Missione, voluta dal Cuore di Cristo e dalle urgenti circostanze dell’Africa; mentre don Beltrame era convinto che la missione era impossibile e ogni sforzo si risolveva in una enorme e inutile spesa di uomini e di danaro, senza alcun risultato. Da una testimonianza di don Grancelli risulta, infine, che Beltrame non voleva Comboni con sé fin dalla spedizione missionaria del 1857.
A don Dal Bosco, reduce dalla missione africana e intimo amico di Comboni, successe don Squaranti che assolse bene il suo compito prima a Verona e poi in Africa. Arrivò poi finalmente lo Stimmatino don Sembianti, un buon religioso, ma senza esperienza di missione.
- Solo a Khartoum
Comboni aveva bisogno di un “numero due” anche in missione. In un primo tempo assolse egregiamente tale compito il camilliano P. Stanislao Carcereri, che fece benissimo finché poté agire da solo, senza dipendere da nessuno. Poi venne don Squaranti, rapito troppo presto dalle terribili febbri africane. Svanì così il sogno di Comboni, che lo vedeva come un suo possibile successore. Per ultimo Comboni trovò a Padova don Fraccaro, che fece bene in Missione. Anche in lui Comboni vedeva un altro possibile successore. La grazia di avere un “numero due” stabile ed efficiente, sia in Verona che in Africa, Comboni non l’ebbe mai, soprattutto perché il vescovo di Verona, che era il protettore della Missione (lo fu quasi sempre solo di nome), non seppe trovarne. Comboni fu lasciato completamente solo ad arrangiarsi in tutto: Verona, Roma, Cairo, Khartoum. Quelle che abbondarono furono invece le critiche feroci, causate da alcuni suoi ex compagni di missione e da alcuni ex missionari residenti in Verona, che non favorirono certo la collaborazione del clero veronese verso la difficilissima missione africana.
Era molto più facile stare comodamente seduti a Verona o a Roma, senza muovere un dito in favore della Missione e vomitando critiche tanto sapienti quanto ingiuste. Così infatti scrive Comboni: “Non si notò che l’Africa è la missione più difficile del mondo e che fra i sapienti di Europa e di Verona non si trovò chi assumesse di venire a morire in Africa” (Scritti 6461). “Certi preti veronesi di corta vista e di stretto cuore, che non sono capaci di nulla e criticano gli altri” (Scritti 6839). E sul card. Canossa Comboni segnala con amarezza: “Dove l’Emo. di Canossa mi ha dato una terribile umiliazione, fu nello scrivermi che si pente di aver speso 600 lire per fare il viaggio a Roma per farmi far vescovo. Ed io con delicatezza cercherò un modo di restituirgli le 600 lire” (S.7192).
- Solo nella preparazione delle regole.
Ci si domanda perché Canossa per lunghi anni non volle far approvare le Regole dei due Istituti, impedendone così la loro crescita. Indifferenza? Negligenza e pigrizia del cardinale e di alcuni suoi collaboratori? Unica attenuante per il card. di Canossa: l’essere diventato vecchio ed avere un pessimo carattere che l’età e una cardiopatia cronica avevano contribuito a peggiorare. Comboni ricorda in una lettera che i preti veronesi parlavano ironicamente di “canossina”, che doveva essere probabilmente un misto di brutto carattere e di malattia (Scritti 7003). Anche P. Sembianti, succube collaboratore del cardinale, non riuscì ad aiutare Comboni (cf. Scritti 7132; 7082; 7004; 7139).
- La pillola amarissima della morte dei suoi missionari.
Alle sorelle Girelli il 26 .9.1881 Comboni scrisse: “Stamane dopo celebrate le funebri funzioni per questa fortunata suora vicentina, suor Maria Colpe, ho ordinato di lasciare intatto il catafalco, perché m’aspetto altri bacetti dalle mani amorose di Gesù che ha mostrato più talento nel fabbricare la Croce, di quello che nel fabbricare i cieli…. Ma caro Gesù, noi non abbiamo testa: se potessimo vedere il perché così Dio opera, dovremmo lodarlo e benedirlo…” (S. 7152).
La campana della missione suona a morto una, due, tre volte. La campana rintocca per notizie venute da fuori. In Austria, a Graz, si è spento don Mattia Moron, il sacerdote polacco ordinato da Comboni; era andato a curarsi per una malattia polmonare e la notizia della sua fine raggiunge Khartoum il 22 settembre. Si celebra in chiesa il rito funebre col catafalco, e subito dopo arriva l’annuncio di un’altra morte: don Antonio Dobale, lo schiavetto riscattato da Comboni in Aden e poi diventato prete. Lo ha portato via la febbre tifoidea. Stesso catafalco, stesso rito. Ed ecco il terzo rintocco: la stessa febbre tifoidea ha ucciso a Malbes suor Maria Colpo delle Pie Madri della Nigrizia, vicentina. «Morì da santa e da eroina», scrive Comboni.
Si lascia il catafalco preparato in chiesa, perché la febbre maledetta incomincia a colpire anche in Khartoum: si ammalano il coadiutore Paolo Scandi di Roma e Francesco Pimazzoni.
Il 2 ottobre, domenica, monsignor Comboni amministra quattordici battesimi. Sono gli ultimi per lui, e intanto Paolo Scandi muore. Il 3 ottobre, Comboni scrive al cardinale Simeoni, prefetto di Propaganda Fide: «…mi ha chiesto gli ultimi sacramenti Francesco Pimazzoni, che per pietà e santità vera è senza dubbio il primo soggetto della missione (…) Il mio ottimo don Battista Fraccaro, mio futuro vicario generale, dovette coricarsi perché colpito dalla febbre… ed io stesso sono oppresso da una forte febbre reumatica…». Ha già la morte addosso anche lui. Sette giorni ancora da vivere.
MA LA CROCE TRIONFA SEMPRE
Comboni cresce nella santità pur tra tante sofferenze. Si tratta della robusta “spiritualità della Croce” che Comboni vive fin dal suo primo viaggio missionario nel 1857-59, quando aveva appena 27 anni. Dietro le prove della vita missionaria, dietro le miserie, le meschinità e le ingiustizie degli uomini, Comboni ha saputo vedere sempre la mano della Provvidenza che guidava verso mete più alte e impensate la sua anima e la sua opera in Africa. Con questo spirito di fede è nato ed è cresciuto l’autentico santo che oggi ammiriamo e che la Chiesa propone come esempio missionario da imitare. “Per chi ama, Dio ridonda a suo bene” ha detto San Paolo (Rom 8,28).
A cura di P. Teresino Serra
(Riassunto da appunti dattiloscritti di P. Pietro Gasparotto Mccj)
