Con un decreto del 7 ottobre il Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha approvato l’elezione promossa dal cardinale presidente della Conferenza episcopale italiana, Matteo Maria Zuppi – Livatino, assassinato dalla mafia nel 1990, ad appena 38 anni, è stato il primo magistrato nella storia a essere riconosciuto come martire

Giovanni Zavatta – Città del Vaticano
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Con decreto del 7 ottobre — memoria della Beata Maria Vergine del Rosario — il Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha dichiarato il beato Rosario Angelo Livatino, martire, «patrono presso Dio dei magistrati d’Italia». Questi ultimi infatti, si legge nel testo, «onorano con un culto particolare e assiduo» Livatino, «uomo di diritto assai sapiente, il quale, dopo aver reso con impegno, sotto la protezione di Dio, testimonianza di onestà contro l’opera mafiosa, fu odiosamente ucciso lungo la via per l’ufficio», a soli 38 anni.

Giudicò “con un discernimento illuminato dalla preghiera”

Nel decreto si precisa che è stato il cardinale presidente della Conferenza episcopale italiana, Matteo Maria Zuppi, ad approvare l’elezione del beato a patrono e, il 17 giugno scorso, a chiedere che essa fosse confermata secondo le norme sulla costituzione dei patroni. Il Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, «in virtù delle facoltà a esso concesse dal Sommo Pontefice Leone XIV», ha accolto le preghiere e confermato l’elezione. Livatino — sottolinea Zuppi in una dichiarazione — «si è distinto quale autentico uomo di legge e fedele servitore dello Stato. Nel suo servizio alla collettività è stato capace di contemperare nell’esercizio delle sue funzioni la verità con la carità, la scienza giuridica con l’etica cristiana e l’atto del giudicare con un discernimento illuminato dalla fede e dalla preghiera». In tutte le fasi dell’iter di discernimento e approvazione, i vescovi italiani hanno sostenuto la richiesta del Comitato promotore, riconoscendo nella figura del giudice Livatino un modello di riferimento, uno speciale intercessore per quanti ogni giorno amministrano la giustizia.

L’agguato mafioso sulla statale fra Canicattì e Agrigento

Rosario Livatino venne assassinato dalla mafia il 21 settembre 1990 in un agguato sulla strada statale che conduce da Canicattì ad Agrigento, mentre viaggiava da solo, in automobile, per recarsi in Tribunale dove lavorava da appena un anno con funzioni di giudice della sezione penale. Furono probabilmente le sue indagini sulla guerra di mafia in corso a Canicattì e in tutto il territorio agrigentino, condotte con integerrima inflessibilità, a spingere i criminali a ucciderlo con estrema ferocia. Considerata la dirittura morale nell’esercizio della giustizia, radicata nella fede cattolica (il “boss” Giuseppe Di Caro, che abitava nel suo stesso stabile, lo definiva con spregio “santocchio” proprio per l’assidua frequentazione della parrocchia), dagli atti processuali è emerso che l’avversione nei suoi confronti era inequivocabilmente riconducibile all’odium fidei. Malgrado le intimidazioni, Livatino continuò a compiere il proprio dovere con rettitudine ed esempio di testimonianza cristiana. Nelle sue agende personali appare sistematicamente la sigla S.T.D. a significare Sub tutela Dei.

Il decreto sul martirio basato sull’odium fidei

Il decreto sul martirio del “giudice ragazzino” (come fu definito) è stato reso noto il 21 dicembre 2020 sotto il pontificato di Francesco. «Il servo di Dio Rosario Angelo Livatino — vi si legge — concluse precocemente la sua vita terrena, ucciso dalla violenza di vere e proprie “strutture di peccato” di stampo mafioso, i cui esponenti furono mossi dall’odio per la fede di questo giovane uomo desideroso di giustizia, ossia di questo giudice cristiano che tanto amava il Signore». E si sottolinea che «era la fede a dare forma ai suoi atteggiamenti e alle sue azioni, e proprio all’odio di essa pervennero i suoi oppositori fino alle estreme conseguenze». La cerimonia di beatificazione si svolse il 9 maggio 2021 nella cattedrale di Agrigento presieduta dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto dell’allora Congregazione delle cause dei santi.