
SULLA VIA
DOMENICO POMPILI
Vescovo di Verona
Lettera pastorale 2026
Prima parte
STRADA FACENDO
1. Il Dio viandante
1.1 Itineranza e libertà
Il Dio biblico non è immobile: è una presenza che cammina, viene incontro ed accompagna. Appare così fin dalle origini: in Genesi, nella brezza del giorno, passeggia in un giardino meraviglioso, alla ricerca di un’umanità che si è nascosta per paura di un castigo. In quella situazione di colpa, fatta di silenzio e di terrore, la voce divina si fa sentire con una domanda sorprendente: “Dove sei?” (Gn 3,9). È che Dio non ci aspetta alla sbarra dei tribunali: si mette sulle nostre tracce per affiancarci sulla strada della libertà.
Il cammino dell’Esodo va nella stessa direzione vitale. Dio non resta indifferente alla schiavitù del suo popolo e lo spinge a lasciare situazioni malate e senza domani, anche nell’incertezza totale dei passaggi più difficili: il Mar Rosso, il deserto, l’angoscia di aver scommesso sulla speranza sbagliata. Dio guida Israele come colonna di nube e di fuoco (Es 13,21), accompagna gli esiliati a Babilonia e promette di tornare con loro (Is 40). È sempre e solo Dio a farci camminare. Lo mostra finemente il libro del Deuteronomio, nel quale il verbo “far camminare” non ha mai come soggetto una persona umana, per quanto possa trattarsi di un’abile guida come Mosè.
Sulle nostre strade si trova dunque un segnale preciso: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere” (Dt 8,2).
Prende forma così una saggezza dell’itineranza: il cammino si fa andando, nessuno può fare il primo passo al posto nostro e c’è Chi ci fa camminare restandoci sempre accanto, fino a piantare la sua tenda in mezzo a noi (Gv 1,14).
1.2 Gesù, un Dio a passo d’uomo
I passi umani si susseguono uno dopo l’altro, ma quasi mai si somigliano. Ci sono i passi fatti con i piedi e passi fatti con i movimenti del cuore; passi di corsa, per entusiasmo, e passi controvoglia, per paura, come quando Giuseppe e Maria devono fuggire in Egitto con il loro bambino, minacciati da un potere arrogante (Mt 2,13-15). Gesù è stato un profugo in fasce.
Il Verbo incarnato, dunque, non nasce già grande: si fa creatura nel grembo di una giovane donna che accetta di lasciarsi abitare dall’imprevisto. La rivelazione cristiana non inizia in un palazzo o in un santuario, né tra le righe di libri polverosi, ma sulla via della vita. Lo sapeva bene anche Rabbi Menachem Mendel di Kozk, maestro chassidico: “Dio abita dove lo si lascia entrare” (Martin Buber, Il cammino dell’uomo, Qiqajon, Magnano (BI) 1998, p. 64).
Gesù è il Dio che ha imparato a camminare – certamente anche da sua madre e suo padre – rivelando fin dall’inizio che la libertà ha bisogno di legami buoni e solidali. Viene in mente un dipinto di Vincent (Van Gogh del 1890: Primi Passi). Ricoverato nell’ospedale di Saint-Rémy, Van Gogh lavora su una fotografia di un disegno di Millet e la traduce in un quadro ricchissimo di colori. Nella tela, il padre ha posato a terra gli strumenti del lavoro e si è abbassato per essere all’altezza del bambino; la madre non lo trattiene, lo incoraggia a lasciarsi andare.
È la scena di un piccolo, immenso apprendistato: lasciar andare una mano per imparare ad andare avanti da sé. Riguarda le vite piccole, ma mette alla prova anche chi le accompagna, diviso tra il desiderio e il timore. Perché il passo si fa solo accettando che per un attimo – un piede sollevato, l’altro non ancora appoggiato – ci sia squilibrio. Occorre lanciarsi in quello che sembra un vuoto, mettere in conto di cadere, sperare che qualcuno ci rialzi e curi le nostre ferite. E occorre uno spazio sicuro dove tentare, e dove poter ritornare indietro.
L’immagine si lascia leggere come una scena di iniziazione. Imparando a camminare, il bambino scopre un segreto sul mondo: quanto sa essere duro e resistente, ma anche quanto sa essere accogliente. Camminare vuol dire esplorare la vita secondo intenzioni personali – andare di qui o di là – e segnare il tempo con il proprio passaggio. I passi di Gesù, però, si faranno sempre più arrischiati e seguirlo non sarà più così appagante. Strada facendo, Gesù si avvicina sempre più consapevolmente alla croce e le orme che lascia sulla terra esprimono un paradosso difficile da assumere senza sentire il brivido della morte addosso: non c’è modo migliore di salvare la propria vita che perderla (cfr. Mt 16,24-27).
Tuttavia, proprio in questa direzione paradossale e radicale è andata la sua crescita “in sapienza, età e grazia” (Lc 2,52). Dio ha camminato tra noi a passo d’uomo, offrendosi come la via – la porta – da attraversare per una vita buona. Un Dio così non può essere conosciuto a distanza: occorre frequentarlo come compagno di viaggio. “Venite e vedrete” (Gv 1,38-39): per sapere dove abita il Maestro occorre fare strada, muoversi anche con un piccolo desiderio e con primi passi incerti.
Il nostro Dio è l’uomo che cammina: Trascorre la propria vita su circa sessanta chilometri di lunghezza, trenta di larghezza. E cammina. Senza sosta. Si direbbe che il riposo gli è vietato. Quello che si sa di lui lo si deve a un libro. Se avessimo un orecchio un po’ più fine, potremmo fare a meno di quel libro e ricevere notizie di lui ascoltando il canto dei granelli di sabbia, sollevati dai suoi piedi nudi. Nulla si riprende dal suo passaggio e il suo passaggio non conosce fine (Christian Bobin, L’uomo che cammina, 9-10, Qiqajon, Magnano (Bi), pp. 9-10).
Il Regno di Dio nasce da quel passaggio. È fatto di gente che arriva da ogni parte del mondo, in tanti modi diversi. L’evangelista Luca lo immagina come una grande tavola imbandita. La gente è venuta da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e succede una cosa strana: alcuni tra gli ultimi diventano i primi e alcuni tra i primi restano ultimi (Lc 13,2930). I punti cardinali non contano più: conta il passaggio dal buio del dolore alla luce della speranza, dalle porte chiuse alle strade del mondo, dalla notte della morte al lampo della vita.
I passi più liberi sono anche i più rischiosi, perché illuminano ciò che i sistemi corrotti vorrebbero lasciare in ombra. “Cento passi ci sono da casa nostra, cento passi”: così, nel film di Marco Tullio Giordana (è una battuta del film I cento passi di Marco Tullio Giordana), Peppino Impastato (1948-1978) misura la strada che separa la sua casa da quella del boss mafioso Gaetano Badalamenti. Una distanza minima sulla mappa, abissale nella vita. Impastato l’ha attraversata con le sue denunce, e per questo fu ucciso: aveva tenuto libera la propria coscienza anche nella prossimità più stretta con il male e con il potere. Si può abitare a cento passi dal male e non appartenergli.
Certo, ci sono anche i passi sbagliati, quelli che vanno nella direzione contraria alla chiamata. La Scrittura li descrive chiaramente: Pietro, per un istante, crede di poter camminare sulle acque come il suo Maestro, poi guarda il vento, ha paura, e affonda (Mt 14,30); Giona riceve un ordine preciso che lo manda verso oriente – “Alzati, va’ a Ninive” – e si alza sì, ma per scendere al porto e imbarcarsi verso Tarsis, il punto più lontano, a occidente, che la sua immaginazione potesse raggiungere (Gio 1,1-3). In un caso e nell’altro, la direzione sbagliata nasce dalla stessa paura: andare dove Dio chiama, e non dove avremmo scelto noi.
1.3 Ritorno al futuro: verso la croce per rinascere
Del tempo che scorre possiamo dire qualcosa solo riguardo a ciò che è stato, perché il futuro ci sfugge. La cultura ebraica raffigura questa condizione con un’immagine precisa: il futuro sta dietro di noi, nascosto allo sguardo, mentre il passato ci sta davanti, perché lo abbiamo già vissuto e lo conosciamo. Walter Benjamin lo ha ripreso commentando il celebre Angelus Novus di Paul Klee: un angelo con le ali distese sulle rovine del mondo, che cammina all’indietro tenendo gli occhi sull’unica cosa che conosce, il passato. Se il tempo scorre senza dirci dove va, una cosa almeno possiamo farla: guardare le orme che stiamo lasciando, e quelle che stiamo cancellando.
A volte le macerie sono scoraggianti e la paura di perdere ciò che abbiamo ci inibisce nel procedere oltre. È accaduto ai discepoli quando Gesù ha iniziato a far presagire loro un epilogo tutt’altro che glorioso. L’evangelista Marco descrive la dinamica con grande trasparenza, affiancando a ogni annuncio della passione da parte di Gesù un tratto di miseria umana dei suoi compagni di viaggio. Nel primo riferimento alla croce (Mc 8,31-33), infatti, Pietro reagisce malamente, tanto che Gesù lo rimprovera con altrettanta forza: hai smarrito la direzione, rimettiti dietro di me (“vade retro”), e smettila di pensare secondo gli uomini, cioè di metterti di traverso sulla strada del Vangelo (“Satan!”). Nel secondo, i discepoli si mettono a discutere su chi tra loro fosse più grande, con la solita logica dell’onore (Mc 9,33-35). Nel terzo, Giacomo e Giovanni osano chiedere al Maestro di sedersi l’uno alla destra e l’altro alla sinistra (Mc 10,32-40): probabilmente immaginavano di posizionarsi accanto a un trono, non a una croce.
In tutti e tre i casi, Gesù capovolge la scala su cui stavano misurando le distanze: “Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore” (Mc 10,43). Gesù non riserva questo discorso ai suoi discepoli più intimi, lo estende anche alla folla: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mc 8,34). “Dietro”, allora, non è più il luogo della sconfitta o dell’esclusione: è la postura richiesta dalla prossimità con Dio.
Certo, anche Gesù è costretto a fare i conti con un futuro che non vede e che si prospetta tragico. Nell’Orto degli ulivi, la notte prima di morire, dice ai suoi: “La mia anima è triste fino alla morte” (Mt 26,38). Anche lui, per un istante, cammina come l’Angelus Novus di Klee: il volto rivolto a ciò che conosce – la vita, gli amici, la cena appena condivisa, l’accadere miracoloso del Regno nelle storie più disperate – mentre il vento lo spinge verso un domani inquietante. Tuttavia, Gesù non cerca di controllare la direzione e si affida alla volontà del Padre. È l’unico modo per attraversare un futuro che resta invisibile fino all’ultimo passo: non inseguirlo, non fuggirlo, ma lasciarsi condurre nel deserto dallo Spirito di un Padre affidabile.
Il deserto, del resto, nella Bibbia non è soltanto il luogo dove ci si perde. È il luogo in cui Dio promette la cosa più improbabile: “Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa” (Is 35,1). Isaia parla a gente che ha visto crollare tutto e non trova più ragioni per rimettersi in piedi; ne descrive la condizione con due immagini fisiche che ci riguardano – mani fiacche e ginocchia vacillanti (Is 35,3) – e annuncia che lo zoppo salterà come un cervo e il muto griderà di gioia. L’annuncio è volutamente sproporzionato: Dio non fa fiorire un’aiuola, fa fiorire il deserto. Dio non ci attende alla fine del viaggio, intento a controllare chi ce l’ha fatta: apre il cammino insieme a noi. Possiamo sperare di rialzarci perché Dio ci è già venuto incontro e sta per strada con la sua gente.