XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (A)
Matteo 22,1-14

28A

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali».

(Letture: Isaia 25,6-10; Salmo 22; Filippesi 4,12-14.19-20; Matteo 22, 1-10)


Al banchetto del Re non persone perfette ma in cammino
Ermes Ronchi

C’è, nella città, una grande festa: si sposa il figlio del re, l’erede al trono, eppure nessuno sembra interessato; nessuna almeno delle persone importanti, quelli che possiedono terreni, buoi e botteghe. È la fotografia del fallimento del re. Che però non si arrende al primo rifiuto, e rilancia l’invito. Come mai di nuovo nessuno risponde e la festa promessa finisce nel sangue e nel fuoco? È la storia di Gesù, di Israele, di Gerusalemme…
Allora disse ai suoi servi: andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.
Per la terza volta i servi ricevono il compito di uscire, chiesa in uscita, a cercare per i crocicchi, dietro le siepi, nelle periferie, uomini e donne di nessuna importanza, basta che abbiano fame di vita e di festa. Se i cuori e le case si chiudono, il Signore, che non è mai a corto di sorprese, apre incontri altrove. Neanche Dio può stare solo. L’ordine del re è illogico e favoloso: tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze. Tutti, senza badare a meriti, razza, moralità. L’invito potrebbe sembrare casuale, invece esprime la precisa volontà di raggiungere tutti, nessuno escluso.
Dai molti invitati passa a tutti invitati, dalle persone importanti passa agli ultimi della fila: fateli entrare tutti, cattivi e buoni. Addirittura prima i cattivi e poi i buoni, senza mezze misure, senza bilancino, senza quote da distribuire…
Il Vangelo mostra che Lui non cerca uomini perfetti, non esige creature immacolate, ma vuole uomini e donne incamminati, anche col fiatone, anche claudicanti, ma in cammino. È così è il paradiso. Pieno di santi? No, pieno di peccatori perdonati, di gente come noi. Di vite zoppicanti. Il re invita tutti, ma non a fare qualcosa per lui, ma a lasciargli fare delle cose per loro: che lo lascino essere Dio!
Il re entrò nella sala… Noi pensiamo Dio lontano, separato, sul suo trono di gloria, e invece è dentro la sala della vita, in questa sala del mondo, è qui con noi, uno cui sta a cuore la gioia degli uomini, e se ne prende cura; è qui, nei giorni delle danze e in quelli delle lacrime, insediato al centro dell’esistenza, nel cuore della vita, non ai margini di essa.
E si accorge che un invitato non indossa l’abito delle nozze. Tutti si sono cambiati d’abito, lui no; tutti anche i più poveri, non so come, l’hanno trovato, lui no; lui è come se fosse rimasto ancora fuori dalla sala. È entrato, ma non credeva a una festa. Non ha capito che si fa festa in cielo per ogni peccatore pentito, per ogni figlio che torna, per ogni mendicante d’amore. Non crede che Dio mostri il suo volto di padre nei racconti di un Rabbi che amava banchetti aperti per tutti.

Avvvenire


L’invito al banchetto nuziale del Regno
Enzo Bianchi

Proclamando la buona notizia che racconta e fa conoscere Dio, Gesù non ricorre a grandi definizioni, non spiega complesse dottrine, ma preferisce presentare a chi lo ascolta delle immagini, degli eventi della vita umana, e indicare in essi una dinamica che illustra l’agire di Dio e degli esseri umani.

La parabola prevista oggi dalla liturgia ci parla di un re che vuole celebrare le nozze di suo figlio. Se in questo evento si deve riscontrare una somiglianza con il regno dei cieli (“Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio”), allora quel re non può che essere Dio e suo Figlio è Gesù, mandato nel mondo per trovare la sua sposa, l’umanità. Siamo di fronte alla realizzazione del progetto, del sogno di Dio già annunciato più volte dai profeti nell’Antico Testamento (cf. Os 2,16-25; Is 54,5, ecc.): Dio avrebbe celebrato le nozze con l’umanità, attraverso un’alleanza definitiva, eterna, e ormai Gesù è in procinto di compiere queste nozze, è lui lo Sposo atteso (cf. Mt 9,15).

Ancora una volta, dunque, Dio manda i suoi servi. Come nella parabola della vigna aveva inviato prima i profeti e alla fine suo Figlio (cf. Mt 21,33-43), ora continua a inviare altri servi, gli apostoli, i discepoli di Cristo, i missionari suoi testimoni, per invitare tutti al banchetto nuziale (cf. Mt 8,11). Tutti sono invitati gratuitamente, non devono meritarlo né devono pagare qualcosa per poter entrare nella stanza della festa, dove è preparato un banchetto abbondante e generoso, con cibi succulenti e vini raffinati (cf. Is 25,6). Eppure anche di fronte a un tale invito, in cui si manifesta la gratuità del re che fa a tutti questa offerta, alcuni restano indifferenti e non vi aderiscono. Chi va al suo campo, chi al mercato, chi a fare le proprie cose: così disertano quell’occasione di grande festa condivisa. Alcuni poi, in reazione all’invito gratuito e amoroso, sono presi da rancore e finiscono per maltrattare e scacciare quei servi; giungono addirittura, nella banalità del male che quando inizia a manifestarsi cresce e non conosce più limiti, a ucciderli! Sempre un atto di benevolenza riceve accoglienza da pochi, suscita molta indifferenza e scatena avversione, inimicizia da parte di quelli a cui si fa il bene. È paradossale, scandaloso, ma così avviene nel nostro quotidiano…

Allora il re, vedendo che la sala di nozze è mezza vuota, invia di nuovo altri servi sulle piazze, nei crocicchi, nei bassifondi della città, e quelli che mai avrebbero pensato di essere ricordati dal re accettano l’invito con sorpresa e gioia, e si recano al banchetto. Nella versione di Luca la parabola racconta dell’invito rivolto a poveri, storpi, ciechi e zoppi (cf. Lc 14,21); qui possiamo dedurre che si compia la parola detta poco prima da Gesù: “I peccatori pubblici e le prostitute precedono nel Regno gli altri invitati” (cf. Mt 21,31). Così, buoni e cattivi, tutti insomma, sono invitati al banchetto nuziale del Figlio di Dio con l’umanità: “la sala delle nozze si riempì di commensali”.

Chiunque arriva alla soglia della stanza del banchetto riceve un mantello bianco, un abito di festa donato gratuitamente, che indica l’aver risposto liberamente “sì” all’invito del re. Anche il vestito di nozze basta accoglierlo e indossarlo, non va meritato né comprato. C’è però ancora chi si oppone: non accetta quel dono, non vuole quell’abito e non lo indossa! Eppure il re, regalando quel vestito, chiede solo a chi entra al banchetto di essere in tenuta da festa, di essere pulito, di dare un segno di mutamento e di libertà… Quando dunque egli “entra per vedere i commensali, scorge un uomo che non indossa l’abito nuziale” e che, alla sua richiesta di spiegazioni, tace. È un’altra delusione per il re, una chiamata frustrata: egli non vorrebbe, ma di fatto chi rifiuta questo ennesimo dono si ritrova per sua scelta in una situazione mortifera, senza via di salvezza.

A questo punto il linguaggio della parabola, dai tratti tipicamente orientali, nel suo intento di avvertire ed esortare i lettori si fa duro, persino crudele: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”, ordina il re ai servi. Si tratta però di immagini (e sottolineo, di immagini!) per esprimere una realtà fondamentale: nell’ultimo giorno ci sarà un giudizio decisivo, che verterà sull’aver accettato o rifiutato il dono di Dio. Dio ci dona la vita, mai la morte: quest’ultima la scegliamo noi. E Dio, che rispetta fino in fondo la nostra libertà, con sofferenza ci lascia fare, e così ci vede errare lontano da sé e preferire la prigione alla libertà, la distruzione alla vita piena.

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Oggi l’invito è per un banchetto di nozze, per una festa, per la vita; non solo per lavorare nella vigna! Dalla vigna del Signore al banchetto dei popoli: dopo tre domeniche con il tema della vigna, oggi il messaggio delle letture bibliche è centrato sul banchetto della vita, al quale Dio invita tutti i popoli. Questo progetto del Padre appare chiaramente già nel Primo Testamento, fin dalla creazione, quando Dio preparava un giardino per i suoi figli e figlie. Il profeta Isaia (I lettura), con un linguaggio apocalittico proiettato al futuro, parla di un banchetto per tutti i popoli: “un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati” (v. 6). Umiliazione, morte, lacrime, schiavitù… saranno cose del passato! È solo un sogno o un’illusione? No! È il progetto del Padre della vita, per tutte le nazioni (v. 7), che si va realizzando gradualmente nel cammino verso il Regno definitivo. Perciò è doveroso rallegrarsi ed esultare per la salvezza che ci viene da Dio (v. 9). Pur in mezzo alle tribolazioni, Egli, che è il Pastore buono, non ci fa mancare nulla: assicura cibo e acqua, prepara una mensa abbondante per tutti (Salmo).

L’icona del banchetto è molto cara e familiare nelle azioni e insegnamenti di Gesù. Egli sapeva far digiuno ed essere austero, ma amava soprattutto stare insieme e far festa. I suoi segni cominciano proprio in una festa di nozze a Cana; accetta i pranzi offerti da Matteo e da Zaccheo, da Simone il lebbroso e dall’amico Lazzaro; le moltiplicazioni dei pani, l’ultima cena, la tavola di Emmaus, la colazione in riva al lago… E poi gli insegnamenti di Gesù sui posti a tavola, il digiuno, la vigilanza delle donzelle per entrare alla festa di nozze, e altri come la parabola odierna del banchetto di nozze per il figlio del re (Vangelo).

Nell’icona del banchetto (immagine e realtà) emerge il progetto del Padre per la vita del mondo. L’invito di Dio non è solo a lavorare nella vigna (vedi le parabole delle domeniche precedenti), ma a entrare con gioia nel banchetto di nozze del Figlio: cioè diventare figli nel Figlio, fratelli e sorelle di tutti, mediante il battesimo; partecipare al banchetto dell’Eucaristia; avere parte attiva nel progetto del Regno e portarne la bella notizia anche ad altri in una condivisione missionaria. Tutto ciò, prima di essere un impegno, è un dono, una dignità, una festa. Essere cristiani, discepoli e missionari del Vangelo è molto più di una disciplina: è motivo di gioia e di speranza, è un servizio al Regno, è vita.

La festa è pronta (v. 8): il Figlio è venuto, è presente. Il piano salvifico di Dio è per tutti i popoli. Il suo Regno ha dimensioni universali, senza restrizioni, come si deduce dalla parabola: il Padre invita tutti, vuole la casa piena con tutte le sue figlie e figli, “cattivi e buoni”, raccolti da tutte le strade del mondo (v. 9-10). Dio ‘invita’ al banchetto di nozze, ma ci lascia liberi di dire sì o no: tocca a noi fare una scelta di responsabilità; ne va della nostra felicità. Dio è sensibile al rifiuto dei primi invitati, ma non si scoraggia. “Il piano di Dio non viene sospeso, l’offerta non si spegne, anzi risuona con più intensità per degli strani personaggi che l’ebreo si sarebbe ben guardato dal far accedere alla sua mensa purificata e ritualmente ineccepibile. È tutto un mondo di poveri, di sofferenti, di emarginati dispersi per le strade del mondo. Alla tronfia autosufficienza di coloro che si sentivano depositari dell’elezione e della salvezza… subentra la nuova comunità delle Beatitudini” (G. Ravasi). Dio non si arrende davanti ai nostri rifiuti, nella Sua ‘fantasia’ cerca nuove vie.

Per far parte della comunità delle Beatitudini, occorre, però, l’abito nuziale (v. 12). Un’esigenza che sembra in contrasto con l’ampiezza e la fretta di quel reclutamento generale… Potrebbe trattarsi di un’altra parabola narrata da Gesù in un contesto differente. In ogni caso, il messaggio è coerente con la libertà personale e la disponibilità di ciascuno di fronte alla chiamata di Dio. Per entrare alla festa sarà necessario indossare “l’abito nuziale” (v. 11-12): non si tratta di un distintivo esterno ma interiore. Sono condizioni irrinunciabili: deporre le abitudini dell’uomo vecchio, rinnovarsi nello spirito e rivestire l’uomo nuovo (Ef 4,22-24), secondo l’esortazione di San Paolo (II lettura). Egli si fida ormai totalmente di Dio: “tutto posso in colui che mi dà la forza” (v. 13).

L’abito nuziale è Cristo, è Lui l’uomo nuovo: “Rivestitevi del Signore Gesù Cristo”, esorta ancora Paolo (Rom 13,14). S. Gregorio Magno commenta: “La carità è la veste nuziale, perché il nostro Redentore ne era rivestito quando venne per unire a sé come sposa la sua Chiesa. È l’amore di Dio che spinse il Figlio unigenito ad unire a sé gli eletti”. È un messaggio che illumina l’impegno di ogni cristiano e di ogni comunità in questo ottobre missionario. Siamo noi i servi, che il Padre manda oggi per le strade del mondo ad annunciare il Vangelo di Gesù, perché tutti i membri della famiglia umana diventino commensali del banchetto della vita nuova, in Cristo. I cristiani siamo “battezzati-inviati”, chiamati a essere missionari: cioè, “tessitori di fraternità”, lieti di essere anelli della catena di trasmissione del Vangelo.


Tra gratuità e convenienza
Antonio Savone

Tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze. Ecco il sogno e il desiderio di Dio: invitare ogni uomo ad una esperienza di comunione di cui le nozze sono simbolo e profezia. Che cos’altro è la vita se non il banchetto che Dio imbandisce per l’umanità?

Il banchetto è pronto… La vita è pronta per essere vissuta. Ogni uomo cercato e atteso a quella festa. Da Dio stesso. L’invito alla festa è ciò che rivela l’animo di Dio.

In ogni cultura l’invito a mensa è il riscatto dell’altro dalla propria estraneità. Facendoci suoi commensali Dio ci riscatta dalla nostra estraneità. Con lui non siamo più stranieri né ospiti ma concittadini dei santi… familiari di Dio. Familiari di Dio! Un Dio che non si tiene a distanza: ecco il nostro Dio! In lui abbiamo sperato perché ci salvasse (Is 25,9). Nella comunione con lui un possibile riscatto per noi.

Un messaggio di speranza e di fiducia attraversa, dunque, la liturgia di questa domenica. Noi chiamati al banchetto del regno: non l’appartenenza a una istituzione, anzitutto, ma il partecipare della stessa passione di Dio.

E per dire di sé Dio usa il linguaggio più tipicamente umano: il banchetto e le nozze. Non casuale la scelta: per dire Dio non occorre chissà quale discorso etereo e astratto che finalmente prenda le distanze da ciò che è più tipicamente umano. Dio compie un percorso di umanizzazione perché noi potessimo comprendere che abbiamo a che fare con lui ogni volta che abbiamo a cuore quanto di più tipicamente umano ci appartiene. La vita spirituale, quindi, non coincide mai con una presa di distanza dall’umano. L’invito alla festa, alla comunione con lui, ecco il dono di Dio. Gratuito quanto inatteso.

Lo aveva annunciato: vi sarà tolto il regno e sarà dato ad altri… L’invito inizialmente rivolto a Israele è stato declinato ma mai revocato da parte di Dio. Poi è passato alla comunità dei discepoli. A noi. A me. Come la vigna del vangelo di domenica scorsa. Data ad altri, ma mai divelta. Ma l’esito è stato sempre problematico: non è scontato dare spazio ad un invito. L’ostinata durezza attraversa anche il cuore di chi si ritiene familiare con il vangelo. Anzi, il problema sembra sorgere proprio quando si ha maggior dimestichezza con le “cose” di Dio.

E così, dietro la parabola, è da leggere la storia del rapporto tra Dio e l’umanità, quella di sempre: qualcuno preferisce il proprio angusto orizzonte – i propri affari – all’offerta partecipata da Dio. Tra gratuità e convenienza spesso ha la meglio quest’ultima.

Ma Dio non si rassegna. La storia riparte. Da altrove e altrimenti. La delusione registrata non restringe il cuore di Dio che anzi si sente spinto a intraprendere strade nuove: segno della passione che lo abita, non irrigidito nella immobilità di una struttura.

Ancora una volta misurati con un invito che non conosce esclusioni. Le porte sono aperte a puri e a impuri, sono invitati anche coloro che di per sé non sarebbero invitati da nessuno. Un invito indiscriminato, dunque. Non ci sono condizioni previe per meritarlo: l’unico vero impedimento è il rifiuto umano.

L’evangelo di questa domenica è proprio il fatto che quello strano re dalle reazioni così viscerali sia determinato a festeggiare lo stesso: la festa di nozze si farà nonostante i rifiuti e le ostilità. La cattiva volontà o l’indifferenza dell’uomo non gli impediscono di portare a compimento il suo desiderio di costituire una comunità umana in festa per le nozze.

Se gratuito è l’invito e universale, non tutti i vestiti vanno bene. La chiamata di Dio chiede consapevolezza del dono ricevuto e capacità di corrispondervi riconoscendo la propria responsabilità. La mancanza della veste è l’ignoranza della novità di vita che deriva dalla chiamata di Dio. È la non disponibilità al nuovo, al cambiamento, la non consapevolezza del dono ricevuto. È il ritenere che così come si è vada comunque bene. Ritenersi a posto solo perché abbiamo accettato l’invito. E, invece, il non essere trovati col vestito adatto vuol dire che nessuno può considerarsi seduto a tavola per sempre al banchetto del regno.

C’è ancora un aspetto da non sottovalutare. Compito della comunità cristiana è quello di segnalare questa offerta universale, essere luogo accogliente, luogo di festa, esperienza che proclama la sconfinata voglia di Dio di sedersi a tavola con tutti i popoli, segno che ancora l’uomo è cercato e atteso. Noi a servizio di un Dio che li vuole proprio tutti gli uomini a quella mensa del regno.

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L’immediato o l’infinito?
Antonio Savone

La storia dell’umanità potrebbe essere letta a partire dalla categoria dell’invito. “Molte volte e in diversi modi Dio” ha inviato inviti agli uomini di tutti i tempi.

Non è forse da leggere come un invito il dono della nostra esistenza?

Secondo il progetto degli inizi si trattava di un invito a partecipare della stessa vita di Dio in una esperienza di comunione (ecco il banchetto di nozze). Sappiamo, però, che per un bisogno di emancipazione e di affrancamento dalla dipendenza da Dio, quel progetto iniziale si è infranto senza riuscire, tuttavia, a far desistere Dio dall’offrire nuove possibilità. Eccolo perciò a rinnovare gli inviti.

Quanto avremmo bisogno di lasciar risuonare nel silenzio e nella preghiera adorante le parole della Preghiera eucaristica IV quando si dice: “E quando, per la sua disobbedienza, l’uomo perse la tua amicizia, tu non l’hai abbandonato in potere della morte, ma nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro, perché coloro che ti cercano ti possano trovare. Molte volte hai offerto agli uomini la tua alleanza, e per mezzo dei profeti hai insegnato a sperare nella salvezza. Padre santo, hai tanto amato il mondo da mandare a noi, nella pienezza dei tempi, il tuo unico Figlio come salvatore”!

Dio offre continuamente l’opportunità di riprendere il progetto degli inizi: l’invito è sempre gratuito e il dono di Dio è sempre al di là di ogni pretesa e di ogni aspettativa.

  • Non è forse un invito di Dio la possibilità di attingere a una storia che ci precede e ci accompagna?
  • Non è ancora un invito di Dio il dono della sua Parola che rischiara ogni istante della nostra vita, persino quello più drammatico della morte?
  • Non è inoltre un invito di Dio la sua offerta di comunione e di amicizia sempre rinnovata?
  • Non è pure un invito di Dio questo nostro stesso sedere al banchetto in cui ci fa dono ancora un volta del Figlio suo?
  • Non è un invito di Dio il sapere che non siamo da soli ma siamo inseriti in una comunità che Dio ha scelto a essere segno della sua presenza nel mondo?
  • Non è forse un invito di Dio il poter condividere attese, sogni, speranze e persino le nostre delusioni con qualcuno?

Come sto di fronte a questi molteplici inviti e appelli? È necessario scegliere: si può accogliere, si può rifiutare, come si può scegliere di non scegliere. Ma come? Si può forse rifiutare un dono? Certo, ma accogliere o rifiutare l’invito di Dio non è senza conseguenze circa il modo di intendere proprio il nostro essere uomini e, perciò il nostro stare al mondo.

Talvolta può accadere di essere attraversati per un verso dalla presunzione di non aver bisogno di un invito nel segno del gratuito, per un altro dalla pretesa di scegliere da soli ciò che sia opportuno o meno per noi. Per questo si ripiega sovente verso la cura dei propri affari disattendendo le innumerevoli sollecitazioni che il Signore suscita per noi. Tanti inviti sono disattesi in nome della ricerca di ciò che ci convenga scegliere e che soprattutto non metta in discussione il bisogno di vivere solo per se stessi. L’invito, infatti, per quanto possa anche allettare, è spesso scomodo: esso rompe il nostro ritmo abituale introducendo qualcosa di imprevisto o di inedito. Per questo, per un istinto di conservazione che ci fa stare sulla difensiva, non valutiamo la posta in gioco e preferiamo ripiegare verso il non farci trovare (“ho altro da fare”).

Può anche accadere, però, che pur avendo risposto alle sollecitazioni, di fatto si continui ad indossare l’abito di sempre, il modo di pensare e di fare solito. Della serie: “accetto l’invito ma partecipo a modo mio”. Ora, aver accolto l’invito a misurare la nostra vita su quella di Gesù Cristo non può essere conciliato con il permanere discepoli di ciò che nulla ha a che spartire con lui.

Tanto il declinare l’invito quanto l’accoglierlo venendo a patti, sono due forme che traducono la pretesa di salvarci da soli, a prescindere da ciò che quell’invito potrebbe rappresentare per noi.

Non basta essere invitati al banchetto della vita, come non basta aver accettato di prendervi parte. È necessario lasciarsi trasformare da quell’amore che ci ha raccolti ai crocicchi delle strade. Attenzione perciò a un abito-abitudine che se informa formule e pratiche esteriori non riesce a vestire il nostro cuore.

Se è vero che esiste l’ostinazione di chi rifiuta l’invito, è altrettanto vero che esiste anche la durezza di chi si ritiene familiare con il Vangelo senza permettere che esso scavi dentro di noi e ci converta.

Don Antonio Savone
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Il regno di Dio costituisce il motivo centrale della predicazione di Gesù. Egli inizia la vita pubblica annunciando: “Il regno di Dio è vicino” (Mc 1,15), poi, servendosi di molte parabole, ne svela gradualmente “i misteri” (Mt 13). Quella degli operai dell’ultima ora (Mt 20,1-16) è certamente la più sconcertante. Gesù l’ha raccontata per porre in risalto sia la gratuità della chiamata, sia l’impegno richiesto a chi entra nel regno di Dio. Non si può negare che è faticoso rimanere fedeli a Cristo. Ma se essere discepoli comporta notevoli sforzi, come non ritenere giustificate le rimostranze degli operai assunti alle sei del mattino e retribuiti come quelli che sono arrivati alle cinque della sera?

Se s’imposta il rapporto con Dio in termini di lavoro non equamente remunerato, se il premio che si riceve in paradiso non è proporzionato ai meriti accumulati, allora viene da pensare che sia beato chi mette piede nel regno dei cieli solo all’ultimo momento, chi ha la fortuna di “morire in grazia di Dio” dopo essersi “goduto la vita” lontano da lui.

È questa la mentalità che crea il noncurante (colui che si disinteressa degli inviti alla fede), il ritardatario (che si compromette nel bene il più tardi possibile), il riottoso (che osserva i comandamenti sotto sforzo e per paura dell’inferno), il malvestito (il battezzato che continua a comportarsi da semipagano). Solo chi ha capito che il regno di Dio è una festa, un banchetto, entra deciso e senza indugi, perché non vuole perdere neppure un istante della gioia che gli viene offerta.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Stare sulla soglia della tua casa, Signore, dà più gioia che abitare nei palazzi degli empi”.

Prima Lettura (Is 25,6-10a)

6 Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte,
un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti,
di cibi succulenti, di vini raffinati.
7 Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli
e la coltre che copriva tutte le genti.
8 Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto;
la condizione disonorevole del suo popolo farà scomparire da tutto il paese,
poiché il Signore ha parlato.
9 E si dirà in quel giorno: “Ecco il nostro Dio;
in lui abbiamo sperato perché ci salvasse;
questi è il Signore in cui abbiamo sperato;
rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza.
10 Poiché la mano del Signore si poserà su questo monte”.

Anticamente i grandi banchetti se li poteva permettere soltanto la gente importante. I re li organizzavano spesso per ragioni politiche: invitavano coloro con i quali volevano stringere alleanze o rafforzare legami di amicizia. Particolarmente sontuosi erano i banchetti in cui si festeggiava qualche ricorrenza o qualche vittoria sui nemici (cf. Est 1,1-8; Dn 5).

Nella lettura di oggi il profeta si presenta come il banditore di un annuncio sensazionale. Non un sovrano di questo mondo, ma Dio stesso offrirà un banchetto, del quale elenca il menù: cibi prelibati, carni saporite e di ogni tipo, vini eccellenti e raffinati (v. 6)… Roba da mandare in tilt la fantasia della povera gente d’Israele, abituata a mangiare una sola volta al giorno e non sempre.

Anche i rabbini si sono dilettati a disquisire sulle portate offerte in questo banchetto. Partendo dal fatto che la Bibbia ricorda un mostro marino, chiamato Leviatàn, ucciso da Dio e dato “come carne al popolo che abitava nel deserto” (Sal 74,14), essi concludevano che la principale vivanda dei giusti sarà la carne di questo mitico pesce. È per questo che in Israele, ancora oggi, alla cena del venerdì sera, quando inizia il sabato, si è soliti mangiare pesce, per richiamare a tutti gli uomini pii il banchetto celeste che li attende.

Chi saranno gli invitati? – si chiedono ansiosi gli ascoltatori. Tutti i popoli della terra, senza alcuna esclusione, è la risposta. Saranno convocati tutti alla stessa mensa; gioiranno insieme i popoli che prima si sono odiati, che hanno commesso violenze, che hanno lottato per sottrarsi le terre e i beni.

Non si mangerà soltanto. Si assisterà a eventi straordinari, accadranno fatti inauditi: il Signore farà cadere il velo, la coltre che copre gli occhi degli uomini (v. 7) e tutti lo potranno contemplare, seduto a mensa accanto a loro; poi egli “distruggerà la morte per sempre e asciugherà le lacrime da ogni volto… ” (v. 8).

Il profeta non era così ingenuo da pensare che un giorno non sarebbe più esistita la morte biologica; annunciava piuttosto la scomparsa di ciò che per l’uomo è morte e sconfitta: la vita senza senso e senza ideali, la beffa del fallimento e del dolore, la fame, la malattia, l’emarginazione. Tutto ciò che è “non vita” verrà eliminato, “lo ha detto il Signore” (v. 8). In nessun altro testo dell’AT si trovano promesse tanto straordinarie.

Il banchetto, naturalmente, sarà allietato da musiche, canti, danze. La lettura si conclude con il testo di un inno che pare composto proprio per essere eseguito in coro dai partecipanti: “Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la voce del Signore si poserà su questo monte” (vv. 9-10).

Il profeta alludeva ai tempi messianici, ma non si rendeva conto della portata delle promesse che, in nome di Dio, stava facendo; non immaginava che un giorno il Signore avrebbe davvero distrutto la morte e per sempre. Lo capirà invece Paolo che, illuminato dagli avvenimenti della Pasqua, scriverà ai corinti: “Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria” (1 Cor 15,54). Lo capirà il veggente dell’Apocalisse che, all’apparire dei cieli nuovi e della terra nuova, scorgerà Dio nell’atto di tergere le lacrime dagli occhi di ogni uomo (Ap 21,4)… come Isaia aveva predetto.

Seconda Lettura (Fil 4,12-14.19-20)

12 Ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. 13 Tutto posso in colui che mi dá la forza.
14 Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alla mia tribolazione.
19 Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza in Cristo Gesù. 20 Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Col brano di oggi si conclude la Lettera ai filippesi. Poche righe, commoventi, da cui traspaiono i sentimenti di profonda amicizia che legavano Paolo ai cristiani di quella comunità. L’Apostolo ricorda anzitutto i disagi, le privazioni, le contrarietà che ha sopportato per la causa del vangelo: “Fratelli, ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco, sono iniziato a tutto, in ogni maniera, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza” (v. 12).

Si trova a Efeso, in carcere, non per reati comuni, ma per aver servito Cristo. Lì ha ricevuto i doni inviatigli dai filippesi. È un uomo austero, Paolo, è abituato alla vita dura, alle persecuzioni e alla fame, tuttavia, di fronte al loro gesto generoso, si commuove e dice: grazie di cuore per esservi fatti presenti in questa mia tribolazione (v. 14).

Chi si gioca la vita per la causa del vangelo rimane un uomo, con tutte le emozioni e sentimenti: è ferito dalle ingratitudini e si rallegra per le manifestazioni di stima e di affetto. Soprattutto chi ha rinunciato, per amore del Regno, a formarsi una propria famiglia, sente profondamente questo bisogno di amicizia. Chi apprezza il messaggio di salvezza che egli annuncia, è bene che gli manifesti in qualche modo la propria riconoscenza.

Alla fine della lettera, Paolo assicura che Dio ama e protegge i suoi inviati e ricompenserà, in modo sovrabbondante, i gesti di generosità compiuti nei loro confronti (v. l9).

Vangelo (Mt 22,1-14)

1 Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: 2 “Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. 3 Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. 4 Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. 5 Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6 altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.
7 Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
8 Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; 9 andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. 10 Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali.
11 Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, 12 gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. 13 Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. 14 Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti”.

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Al tempo di Gesù, fra il popolo si favoleggiava molto sul “Gan Eden” – il Giardino di Eden – dove i giusti avrebbero goduto ogni felicità. Alla luce della ben nota profezia di Isaia che abbiamo trovato nella prima lettura, lo si immaginava come un sontuoso banchetto dove per bevanda sarebbe stato servito nientemeno che il “vino conservato nel grappolo dai sei giorni della creazione”; lo si rappresentava come un luogo dove non ci sarebbe stato bisogno di spargere aromi e profumi, perché “un vento del settentrione e un vento di mezzogiorno, soffiando fra le piante aromatiche del Gan Eden, avrebbero sparso ovunque la loro fragranza”.

I rabbini continuavano con promesse di gioie ancora maggiori: “Può un ospite – si chiedevano – preparare un banchetto per dei viandanti, senza sedersi a mensa con loro? Può uno sposo preparare un banchetto per degli invitati, senza sedersi accanto a loro?”. La risposta era: “Nell’aldilà, il Santo, benedetto egli sia, disporrà una danza per i giusti nel Gan Eden e siederà in mezzo ad essi e ciascuno lo additerà dicendo: ecco, questi è il nostro Dio, lo abbiamo atteso, godremo della sua salvezza”.

È su questo sfondo culturale che va proiettata la parabola che ci viene proposta oggi. Notiamo subito che la prospettiva del regno di Dio predicato da Gesù è però notevolmente diversa da quella dei rabbini. Questi annunciavano un Gan Eden preparato per l’aldilà, il banchetto del regno di Dio di cui parla Gesù è imbandito nell’aldiqua: è la condizione nuova in cui entra immediatamente chi accoglie il dono del suo Spirito, chi crede nella sua proposta di felicità, chi si fida delle sue beatitudini.

In tutta la parabola l’atmosfera è quella della gioia e della festa, ma ci sono anche, inattesi, due momenti drammatici: al centro c’è una città in fiamme e, nell’epilogo, un malcapitato che viene gettato fuori nelle tenebre. Cercheremo di cogliere il significato anche di queste due scene, ma cominciamo prima a identificare i personaggi.

La festa di nozze è l’immagine biblica dell’incontro d’amore tra il Signore e Israele. Nella parabola lo sposo è Gesù, è lui il figlio, e la sposa è l’umanità intera che, pur presentando tanti aspetti poco attraenti (odi, guerre, ingiustizie, lacrime di innocenti…) è amata perdutamente da Dio.

Il banchetto rappresenta la felicità dei tempi messianici. Chi accoglie la proposta del vangelo ed entra nel regno di Dio fa l’esperienza della gioia più autentica e profonda. Nella Bibbia il regno di Dio non è paragonato a una cappella dove tutti pregano raccolti e devoti; non è immaginato come un convento dove non si ode il minimo rumore, dove nessuno disturba la meditazione e l’estasi degli altri, ma è un banchetto dove ci si incontra, si mangia e si beve a sazietà, si dialoga e si fa festa.

Nella prima lettura il profeta ha promesso che Dio avrebbe organizzato un banchetto per celebrare la vittoria sulla morte. La Pasqua è il momento del trionfo di Dio ed è anche il giorno in cui sono state celebrate le nozze indissolubili fra Cristo e l’umanità. Da lì in avanti non hanno più senso la tristezza, la sfiducia, lo scoraggiamento; tutte le morti sono state vinte, tutti i sepolcri sono stati spalancati.

I servi che hanno l’incarico di portare l’invito sono divisi in tre gruppi. I primi due rappresentano i profeti dell’AT, fino a Giovanni Battista. Questi hanno svolto il compito di preparare Israele ad accogliere Gesù, lo sposo. Non hanno avuto successo. Il terzo gruppo indica gli apostoli e tutti noi; i risultati ottenuti da costoro sono decisamente migliori.

I primi invitati non sono entrati alla festa, non se la sono sentita di abbandonare i loro interessi, il campo e gli affari (v. 5). Non avevano bisogno di un banchetto; si sentivano sazi, ritenevano di possedere già ciò che è necessario per una vita senza problemi. Rappresentano le guide spirituali d’Israele, soddisfatti della struttura religiosa che si erano data e che offriva loro sicurezza davanti agli uomini e davanti a Dio.

Coloro che non prendono coscienza della loro povertà, che non hanno fame e sete di un mondo nuovo, non entreranno mai nel regno di Dio, si adatteranno alle meschinità con cui sono soliti convivere. Solo i poveri sono in grado di capire la gratuità dell’amore di Dio.

Gli invitati raccolti lungo le strade e nelle piazze sono gli uomini di tutto il mondo. Non è casuale il fatto che, nel testo originale, non si parli di buoni e cattivi – come risulta dalla nostra traduzione (v. 10) – ma di cattivi e buoni, senza distinzione, anzi, dando la precedenza proprio a coloro che non hanno meriti. È un modo sottile di alludere alla completa gratuità dell’amore di Dio e al fatto che “mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi” (Rm 5,6).

La presenza del bene e del male nella chiesa è un tema ripreso più volte da Matteo. Chi entra nel regno di Dio non diviene immediatamente perfetto, porta con sé tutte le proprie miserie, debolezze morali, infermità. Il popolo di Dio è composto da gente che è cattiva e buona, è un campo dove continuano a crescere insieme grano e zizzania, è una rete che mette insieme ogni sorta di pesci.

È l’invito a coltivare la comprensione per le debolezze umane e a mantenere le porte delle nostre comunità aperte a tutti. I poveri, gli emarginati, coloro che si sentono rifiutati devono trovare nella chiesa il luogo dove si sentono accolti, capiti e stimati.

Prima di passare alla seconda parte del brano, va chiarito il dettaglio della città in fiamme (v. 7). È stato certamente introdotto da Matteo nella parabola raccontata da Gesù, infatti il versetto interrompe il racconto e, se lo si togliesse, la storia scorrerebbe via più logica. È difficile immaginare un banchetto che inizia, poi, nel bel mezzo, si fa una guerra e alla fine… le vivande sono ancora lì pronte sul tavolo e gli invitati sono rimasti in attesa.

L’evangelista ha voluto fare una lettura teologica della rovina di Gerusalemme, che è già avvenuta quando egli scrive il suo vangelo. I primi cristiani consideravano questo tragico evento come un castigo di Dio per il rifiuto del messia da parte di Israele.

Siamo di fronte a una interpretazione che urta la nostra sensibilità. Sappiamo bene che Dio non è responsabile dei disastri provocati dalle nostre insensatezze. Si tratta di un modo di esprimersi abbastanza arcaico, derivato dal linguaggio dell’AT dove spesso sono chiamati castighi di Dio quelli che in realtà sono le conseguenze del peccato. Ecco ad esempio come Isaia spiega le catastrofi cui Israele è andato incontro: “Hanno rigettato la legge del Signore, hanno disprezzato la parola del Santo d’Israele, per questo è divampata l’ira del Signore contro il suo popolo e su di esso ha steso la sua mano per colpire” (Is 5,24-25). Non sarebbe una fedeltà al testo sacro, ma insensato fondamentalismo, ripetere oggi queste espressioni che, nella nostra cultura, hanno tutt’altro significato. È dunque necessario fare una trasposizione e riformulare l’immagine, per renderla comprensibile all’uomo d’oggi.

Ecco come potrebbe essere proposto oggi il messaggio: chi rifiuta i pressanti inviti del Signore a prendere parte al banchetto del regno di Dio, si autocondanna alla distruzione, vedrà la propria vita ridotta in cenere e, di tutto ciò che ha costruito, non scorgerà alla fine che macerie fumiganti (1 Cor 3,13).

Come sempre però, Dio si serve anche dei disastri provocati dal peccato per portare avanti il suo progetto di bene, li fa entrare nella realizzazione del suo disegno di salvezza. La distruzione del tempio di Gerusalemme e il rifiuto del messia da parte di Israele hanno infatti favorito l’entrata dei pagani nella Chiesa. Gli “esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio” (Ef 2,12) ora possono a pieno diritto sedersi come commensali al banchetto. La conclusione è tanto semplice quanto commovente: “E la sala fu piena” (v. 10). Non manca nessuno, tutti i figli sono riuniti attorno alla mensa del Padre, la festa può avere inizio.

Il sipario potrebbe calare su questa scena dolce e suggestiva, invece ecco che la parabola continua con un episodio che sembra rovinare tutto: il re entra nella sala, passa in rassegna gli ospiti e se la prende con un malcapitato che non ha indosso l’abito conveniente; lo tratta con durezza inaudita, addirittura ingiustificata, se si considera la venialità della colpa (vv. 11-13). Chi si era lasciato coinvolgere dalla gioia della festa non può che rimanere allibito. Come si spiega?

Risulta subito evidente che questa parte del racconto è slegata dalla precedente: non si accorda con quanto è stato affermato; perché meravigliarsi che ci sia qualcuno senz’abito nuziale, se le persone sono state raccolte per strada, nei campi, sulle piazze? Sarebbe più sorprendente trovare chi indossa l’abito di gala. Ma ciò che stona di più è lo sdoppiamento di personalità del sovrano. Si comporta da schizofrenico: prima è generoso e buono verso i più disgraziati, poi, per una mancanza da nulla, gli saltano i nervi, diventa terribile, persino crudele.

La spiegazione è abbastanza semplice. La seconda parte della parabola non è il seguito della prima, ma una nuova parabola che va isolata e interpretata senza fare riferimento a quella che la precede.

Il tema che l’evangelista vuole mettere a fuoco è la possibilità, anche per coloro che hanno accolto l’invito ad entrare nel regno di Dio, di allontanarsi dalla logica evangelica. Costoro rischiano il fallimento, come chi ha rifiutato l’invito.

La vita nuova del cristiano è spesso paragonata nel NT ad un abito nuovo, indossato nel giorno del battesimo. Non basta aver ricevuto il sacramento, è necessario assumere un comportamento consono. Non ci si può presentare con gli stracci della vita antica: gli adulteri, le disonestà, le slealtà, la dissolutezza morale. Non ci si può accontentare di mettere una pezza nuova sul vestito vecchio, bisogna rinnovare completamente il corredo, è necessario impostare la vita su valori del tutto nuovi.

Quanto al castigo inflitto all’uomo senz’abito nuziale, va tenuto presente, anzitutto, che questo modo duro di esprimersi è tipico di Matteo. Solo lui impiega spesso le espressioni “gettare fuori nelle tenebre esteriori” (Mt 8,12, 23,30) e “là ci sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13,42-50, 23,30, 24,51…). Gli altri evangelisti non usano questo linguaggio.

Matteo scrive per giudei abituati ad essere esortati e rimproverati dai loro predicatori con queste espressioni forti. Si tratta di immagini legate al tempo e alla cultura del popolo d’Israele. Questo fatto va tenuto presente per non farsi un’immagine di Dio assurda e addirittura blasfema, quella di un Dio senza cuore e senza misericordia.

Lo scopo dell’evangelista è quello di richiamare i cristiani – delle  sue e delle nostre comunità – alla serietà con cui vanno assunti e portati avanti gli impegni battesimali.

L’ultima frase: “Molti (cioè “tutti”) sono chiamati, ma pochi gli eletti” (v. 14) non è legata a nessuna delle due parabole che la precedono. In esse gli eletti sono molti (quasi tutti) e pochi i rifiutati (uno solo).

Siamo di fronte a un detto che Gesù ha pronunciato in un contesto diverso. Matteo lo ha inserito qui per scuotere, con un’affermazione ad effetto, il torpore e la tiepidezza di alcuni cristiani delle sue comunità. Viene interpretato spesso come un’indicazione sul numero limitato di coloro che entreranno in paradiso. Qui però Gesù non sta parlando del paradiso, ma del regno di Dio, del mondo nuovo nel quale si entra aderendo alla sua impegnativa proposta di vita. Tutti sono invitati, ma pochi hanno il coraggio di compiere il passo decisivo. La maggioranza esita, tentenna, vacilla, è titubante, non è del tutto convinta che dentro troverà una tavola imbandita, non se la sente di rinunciare alla sicurezza che le deriva da ciò che già possiede. Gesù mette in guardia dal rischio di perdere tempo prezioso: si potrebbe arrivare in ritardo, quando gli altri sono già al dolce o alla frutta.

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