Il Climate Gathering sulla scia di Santa Marta (Parte 1)
L’iniziativa ha riunito politici, scienziati, artisti, comunicatori e religiosi per analizzare la situazione legata alla crisi climatica e cercare cammini di risposta collettiva, a fronte di politiche sempre più frammentate e indebolite

Articolo di Dario Bossi
21 Settembre 2026
Per gentile concessione di
http://www.nigrizia.it
L’estate europea del 2026 si conclude dopo mesi segnati da ondate di calore, siccità e incendi devastanti, confermando la crescente esposizione dei territori agli estremi climatici. Nel frattempo, le previsioni dell’Organizzazione meteorologica mondiale indicano lo sviluppo di un forte fenomeno di El Niño, che potrebbe aggravare i rischi di siccità, precipitazioni intense e altri eventi estremi in diverse regioni del mondo, specialmente in America Latina, nel Corno d’Africa e in Africa australe.
È impossibile escludere queste sfide e la gravità di questo scenario dal centro delle preoccupazioni della politica, dell’economia e dell’organizzazione sociale. Con questa intenzione, si è autoconvocato in Irlanda, dal 14 al 17 settembre 2026, un interessante e inedito incontro tra segmenti molto diversi e complementari della società: un “Climate Gathering” che ha riunito, in discussioni libere durante tre giorni, scienziati, artisti, politici, religiosi e comunicatori provenienti da diverse parti del mondo.
Il ruolo delle organizzazioni di fede e la forza delle spiritualità dei popoli originari sono decisivi per ispirare speranza, organizzazione sociale e il superamento dell’antropocentrismo disordinato e violento imposto dalla cultura occidentale e consolidato in secoli di colonialismo.
Anche la Chiesa cattolica sta approfondendo sempre più il suo impegno e il suo percorso di conversione, dall’enciclica Laudato si’ ai numerosi interventi di papa Leone, fino alla recente dichiarazione della Commissione teologica internazionale, che ha sviluppato la riflessione sul «peccato contro la creazione» e sulla riconciliazione con il pianeta.
Il mondo politico è evidentemente sempre più frammentato e indebolito dalla crisi del multilateralismo, particolarmente per quanto riguarda l’agenda climatica, totalmente rinnegata dagli Stati Uniti e fortemente ridimensionata dalla stessa Unione Europea.
Quest’ultima sta privilegiando una forsennata agenda di riarmo e non ha compreso che il più urgente e pericoloso nemico da affrontare è proprio il riscaldamento globale e lo sterminio della biodiversità.
Al contrario, la priorità economica dell’UE è il Global Gateway, un piano strategico per garantire sicurezza al continente attraverso la diversificazione dell’accesso alle materie prime e ai minerali critici, con prospettive neocoloniali.
Per questi motivi, i segni di speranza più concreti dalla politica internazionale vengono dalle iniziative di coalizioni di “paesi volenterosi” che si muovono dal basso per forzare l’agenda politica internazionale.
È il caso, per esempio, del processo da Santa Marta, in Colombia, verso Tuvalu, nel Pacifico, che abbiamo descritto in questo articolo, così come del Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili, a cui possono aderire gli Stati, gli organi politici intermediari – come regioni e municipi -, le istituzioni e le organizzazioni sociali.
La voce delle comunità del Sud Globale, da parte sua, denuncia il rischio delle false soluzioni: offrire semplicemente “transizioni” – specialmente di matrice energetica – favorendo gli stessi attori che hanno provocato la crisi, senza mettere in discussione l’estrema disuguaglianza di potere e il modello economico che sta consumando il pianeta.
Invoca, invece, la radicalità di “trasformazioni” profonde di questo modello, secondo i principi dell’autodeterminazione delle comunità nei loro territori e della diversificazione dell’economia a servizio del Bene Comune.
Nel frattempo, però, le molteplici crisi in corso mettono in evidenza una società civile sempre più fragile di fronte alle sfide ambientali e climatiche: c’è chi si allea – più o meno consapevolmente – agli interessi dominanti e assume posizioni negazioniste; chi ha compreso la gravità della situazione, ma ha scelto di salvare sé stesso, chiudendosi nella protezione del proprio stile di vita e del proprio status; chi si è scoraggiato e reagisce con depressione e isolamento.
Eppure, ci sono ancora molte iniziative di chi continua a resistere e a cercare percorsi di riparazione degli impatti e di trasformazione del modello di «economia che uccide», come affermava profeticamente papa Francesco.
Per riconquistare la speranza e aggregare persone e gruppi sociali attorno a proposte capaci di trasformazione, è essenziale riflettere sulla “narrativa ambientale”: cosa ci viene detto, da chi e con quali interessi? Quali altre narrative possono ottenere più spazio nella nostra comunicazione?
Il tema è affascinante e merita un secondo breve articolo di approfondimento…