Dio promette di costruire la pace. Tuttavia, questa opera di pacificazione da parte di Dio avviene soltanto quando si dice la verità: una verità costosa, urgente e sovversiva.

di Walter Brueggemann
Vedi articolo originale in inglese:
Truth-Telling and Peacemaking: A Reflection on Ezekiel
Religion Online


Il governo dell’antica Gerusalemme era impegnato a fare ciò che fanno i governi: inviare ambasciatori, sviluppare nuovi sistemi d’arma, progettare nuove tecnologie, affrontare gli sforamenti di bilancio, procurarsi ulteriori finanziamenti, imporre tasse e tenere conferenze stampa. Era occupato a perseguire tutto ciò che avrebbe dovuto garantire la sicurezza, o almeno darne l’impressione: potere, denaro, tecnologia. Ma quanto più lavorava alla sicurezza e alla difesa, tanto più precaria diventava la vita pubblica. Il governo teneva conferenze stampa per rassicurare la popolazione. Organizzava manovre ed esercitazioni militari. Mostrava la propria forza e ripeteva gli slogan, ricevendo l’ingenuo applauso della gente. Tutte queste attività, tuttavia, suonavano sempre più vuote.

Mentre i suoi leader conducevano lo sforzo bellico, l’antica Gerusalemme avanzava barcollando verso la morte: invasa dall’impero, occupata dagli eserciti e infine rasa al suolo, consumata dall’autoinganno e dall’autodistruzione. Tutta la tecnologia, il potere, il denaro e lo spiegamento di forze non avevano portato né sicurezza né pace. La maggior parte degli abitanti di Gerusalemme non si era accorta dell’oscurità che si addensava, della violenza minacciosa, del vuoto angosciante, della brutalità crescente che preparavano la strada alla morte.

Alcuni, però, se ne erano accorti: pochissimi. Erano considerati dei visionari eccentrici. C’era Geremia, che rimproverava e parlava a partire dal proprio sgomento. C’era Ezechiele, che aveva fantasie e allucinazioni. Chiamiamoli profeti. Erano ostili e abrasivi. I loro discorsi non erano graditi. Ma notarono ciò che nessun altro aveva notato. Questa è la loro importanza. È per questo che conserviamo le loro parole: furono gli unici a vedere arrivare la morte.

Ezechiele, colui che aveva visioni, non mise in discussione l’idea comunemente accettata secondo cui, per avere sicurezza, occorrono tecnologia, forza muscolare e potere. Non commentò neppure questo presupposto. Non riteneva importanti gli sforzi per la difesa e la sicurezza, ma non si mise a discuterne. Quando vide arrivare la morte, interruppe la pianificazione e lo spiegamento delle forze proponendo un’agenda diversa. Non potete avere pace se vi mentite a vicenda, disse. Non potete avere benessere se non vi dite la verità. Tutte le armi del mondo non potranno salvarvi dalle vostre menzogne.

Ezechiele non incolpò il re, il governo, l’esercito o gli strateghi militari per quella terribile morte che stava per arrivare. Incolpò la comunità religiosa, il clero, i profeti: «La mia mano sarà contro i profeti che hanno visioni illusorie e pronunciano oracoli menzogneri» (13,9). Ezechiele accusò la comunità religiosa perché è a essa che spetta la responsabilità di dire la verità.

Ma i profeti avevano fallito; invece di dire la verità, ingannavano e distorcevano: «Quando il popolo costruisce un muro» — il muro della città; Wall Street; i muri della finanza, della difesa, della sicurezza e del privilegio; i muri che dividono e proteggono; i muri che includono ed escludono; i muri delle politiche pubbliche, assai discutibili nelle loro implicazioni sociali e nei loro presupposti teologici — «i profeti ricoprono quei muri di calce». Nascondono la realtà sotto formule altisonanti e rassicuranti, così che l’esperienza sociale appaia positiva, anche quando quel muro è fatto di brutalità, sfruttamento e abuso. Ingannano il popolo dicendo «pace» quando non c’è pace (v. 10). Chiamano la guerra «pace», l’interesse personale «generosità», l’avidità «opportunità», la brutalità «interesse nazionale» e lo sfruttamento «libero mercato».

Non sorprende che il governo e i dirigenti delle grandi imprese abbiano smarrito la strada. L’hanno smarrita fino alla follia perché la comunità religiosa si è impegnata in una terribile operazione di imbiancatura dell’inganno: un’imbiancatura romantica tra i progressisti, un’imbiancatura legalistica tra i conservatori.

Tali menzogne, dice Ezechiele, condurranno alla morte. Arriveranno piogge torrenziali, grandine e vento (v. 11). Distruggeranno il muro delle politiche, dell’inganno, della brutalità, dell’indifferenza e del cinismo. Ci sarà una grande distruzione e i religiosi codardi dovranno rispondere del proprio fallimento.

Questa è la scena a Gerusalemme. La leadership politica è concentrata sul potere e sulla tecnologia. La comunità religiosa — sacerdoti, profeti, laici — vive in mezzo al potere, alla tecnologia e alla ricchezza. Ed è proprio lì che la comunità religiosa deve sempre vivere, perché è precisamente questa comunità, collocata in mezzo al potere, a sapere che dire la verità è la condizione della pace. Senza verità, nessuna pace. Senza dire la verità, nessuna costruzione della pace.

Sappiamo anche che dire la verità è pericoloso e costoso. Non ci piace ascoltare o pronunciare la verità, e così la attenuiamo e la copriamo. Ripetiamo slogan gradevoli che compiacciono, seducono e negano. Diciamo: «Dio ci ama», «Nei secoli dei secoli», «Salvati per grazia». Eppure sappiamo bene che cosa significano verità e pace. Sappiamo che siamo noi a dover parlare. E quando diciamo la verità, l’intera comunità civile, nonostante il suo enorme potere, riceve una possibilità di pace.

Che cosa diremmo se pronunciassimo la verità che dona pace e rende liberi? Per noi la verità non consiste in consigli di politica estera, né in strategie su come prevalere in Nicaragua, né in argomentazioni sulle tasse, per quanto tutte queste siano questioni importanti. Ciò di cui c’è bisogno oggi a Indianapolis, ad Atlanta e ovunque, proprio come nell’antica Gerusalemme, si trova molto più in profondità di tali questioni: è la verità sulla sofferenza umana e sulla speranza umana.

Nella nostra società la conversazione su questi temi è andata perduta. È andata perduta perché la sofferenza ci ripugna a tal punto che preferiamo non accorgercene. È andata perduta perché la speranza appare così improbabile, così destabilizzante e così imbarazzante che preferiamo non rischiare. Ma quando non vediamo e non rischiamo, perdiamo l’occasione della pace. Ezechiele metteva in guardia dalle menzogne che impediscono la pace. Le nostre menzogne, quelle che bloccano la pace, riguardano la sofferenza, che è reale, e la speranza, che troviamo troppo esigente.

La chiesa è una conversazione sulla sofferenza umana: «La tua ferita è incurabile, la tua piaga è grave. Non c’è… medicina per la tua piaga, non c’è guarigione per te» (Ger. 30,12-13). La sofferenza profonda nel corpo politico e nei nostri corpi, le ferite provocate dal non prendersi cura e dal non essere curati, dal non appartenere, dall’essere isolati e privi di legami, sono ferite endemiche della nostra condizione sociale. Nascondiamo l’alienazione che tutti proviamo e la paura rabbiosa che è forte tra noi. Il cerchio della sofferenza nascosta si allarga. Tocca i nostri giovani, spinti in modo così angoscioso verso il successo e la sicurezza e così tentati dal disimpegno. Quando ci avviciniamo alla sofferenza incontriamo non soltanto i senzatetto, ma anche case che non si aprono, cibo che non viene condiviso e cuori duri e stanchi. Quei cuori autorizzano tutt’intorno a noi politiche di cinismo. Tolleriamo grida di vendetta, politiche di brutalità, desiderio di pena capitale, terrore poliziesco e slogan che giustificano i nostri privilegi. Ci riempiamo la bocca con l’espressione «tenore di vita» e non ci accorgiamo dei legami profondi tra politiche ciniche, vite vissute nello spreco e vite umane fallite.

Naturalmente, il nostro continuo autoinganno è una mano di calce. I senzatetto sono come noi, le persone brutalizzate sono figli di qualcuno, le baionette uccidono padri e madri. Traduciamo le azioni in un grande gergo pubblico per poter ignorare la carne lacerata, i corpi violati e gli spiriti furiosi di esseri umani reali. Nella parte più lucida di noi sappiamo che esiste un legame doloroso tra le nostre case vuote di significato e la condizione dei senzatetto, tra la nostra brama impaurita di repressione e la violenza così vicina alle politiche pubbliche. Imbianchiamo tutto perché non vogliamo accorgerci delle menti, dei cuori e dei corpi devastati, preziosi soltanto agli occhi di Dio. Quando smettiamo di dire la verità diventiamo più brutali. La conversazione si interrompe perché non osiamo parlare. Non sappiamo che cosa dire. Tutto appare troppo indicibile.

In alternativa, la chiesa è una conversazione sulla speranza umana:

«Per un breve istante ti ho abbandonata,
ma con grande compassione ti raccoglierò.
In un impeto d’ira,
per un momento ti ho nascosto il mio volto,
ma con amore eterno avrò compassione di te…
Anche se i monti si spostassero
e i colli fossero rimossi,
il mio amore fedele non si allontanerà da te
e la mia alleanza di pace non sarà rimossa»,
dice il Signore, che ha compassione di te.
(Is. 54,7-10)

Siamo diventati sobri e cupi. Crediamo, insieme alla pubblicità della birra, che «meglio di così non si può». Sospettiamo che non ci siano nuovi doni perché non crediamo in un Dio capace di sovvertire il modo in cui stanno le cose. I problemi che ci assillano sembrano quasi tutti insolubili. Il mondo è pieno di scarsità e dobbiamo lottare per ottenere e conservare la nostra parte. Diventiamo impauriti e difensivi e, se necessario, brutali. Tra noi si parla ben poco di zoppi che camminano, affamati che vengono nutriti, lebbrosi che sono purificati, morti che risorgono. Non c’è un abbraccio fiducioso alla risurrezione o alla vita nuova, né il ricordo che Dio può agire oltre ciò che immaginiamo per il bene dell’umanità. Le nostre orecchie non sentono più l’audace cadenza di «I have a dream», perché abbiamo soltanto incubi. Abbiamo così poca speranza in un Dio che promette e che cammina tra le rovine per far sorgere un mondo nuovo — un linguaggio simile ci appare troppo imbarazzante o è stato catturato da una religiosità a buon mercato — che finiamo per tacere.

La buona notizia è che le menzogne dell’imbiancatura non devono necessariamente continuare. Non è vero che la sofferenza umana debba essere interminabile e che la brutalità debba continuare per sempre nel nostro silenzio. Non è vero che la speranza umana debba essere soffocata e strangolata dal nostro cinismo frustrato. Queste non sono verità, ma vecchie abitudini radicate nella mancanza di fede. Mentiamo perché abbiamo dimenticato come si crede.

La verità è che la sofferenza fa davvero male e che tutte le nostre sofferenze sono sostenute dalla comunità. Quando un membro soffre, tutti soffrono insieme. La verità è che la speranza è aperta e che il mondo non è chiuso. Il mondo è davvero stanco di aspettare che governi ed eserciti escogitino la pace. La verità è che la pace non può essere progettata. Può soltanto essere resa possibile là dove si dice la verità sulla sofferenza e sulla speranza.

Che cosa accadrebbe se tutti noi nella chiesa decidessimo di impegnarci a dire la verità sulla trama della cura umana autorizzata da Dio, una cura capace di minare e superare tutti i nostri atteggiamenti abituali? Che cosa accadrebbe se parlassimo della possibilità di avere case, cibo e accesso all’assistenza sanitaria; di anziani valorizzati e di figli amati che tornano a casa? Di orfani accolti, barriere eliminate, terre riformate, mutui cancellati e schiavi liberati? Di fiumi ripuliti, montagne che danzano e alberi immobili nello stupore? Di gesti di generosità rischiosa, di persone che donano con abbondanza e conservano per sé soltanto ciò che è necessario, osservando poi la novità di Dio scaturire proprio da questo gesto umano?

Il mondo non è obbligato a restare com’è diventato. Il cambiamento che desideriamo dipende dal dire la verità in una forma molto concreta e locale, una verità che diventa tanto contagiosa quanto sovversiva.

Ezechiele vegliava su Gerusalemme. Osservava il suo popolo cominciare lentamente e dolorosamente ad accorgersi di ciò che stava accadendo. Vide cessare la menzogna e poi vide cessare l’odio, le uccisioni e la paura. Quel vecchio mondo brutale fu infine superato. Allora il profeta si accorse di una nuova realtà proveniente da Dio, resa possibile perché la menzogna era cessata. Udì Dio dire ciò che Dio si era rifiutato di dire durante la lunga stagione della menzogna:

«Concluderò con loro un’alleanza di pace… Farò scendere la pioggia a suo tempo… Gli alberi dei campi daranno i loro frutti e la terra produrrà il suo raccolto; essi abiteranno sicuri nella loro terra e sapranno che io sono il Signore, quando spezzerò le sbarre del loro giogo e li libererò dalle mani di coloro che li tenevano in schiavitù. Non saranno più preda delle nazioni e le bestie della terra non li divoreranno; abiteranno al sicuro e nessuno li spaventerà. Farò sorgere per loro piantagioni rigogliose, così che non saranno più consumati dalla fame nella terra… Sapranno che io, il Signore loro Dio, sono con loro e che essi… sono il mio popolo», dice il Signore Dio. (Ez. 34,25-30)

Dio promette di costruire la pace. Tuttavia, questa opera di pacificazione da parte di Dio avviene soltanto quando viene detta la verità: una verità costosa, urgente e sovversiva. Questo è il compito della chiesa. La questione, fin dai tempi di Ezechiele, è chiara: quando mentiamo, moriamo. Quando diciamo la verità sulla realtà umana, Dio ci manda la pace.