LETTERA AI GALATI
Introduzione e commento di
STEFANO ROMANELLO

Edizioni Messaggero Padova 2004
Introduzione
Non v’è dubbio che uno dei personaggi maggiormente influenti nella storia del primo cristianesimo sia stato l’apostolo Paolo. La sua vicenda di zelante ebreo, dapprima persecutore di coloro che, aderendo alla fede in Cristo, si rapportavano con libertà alla Legge giudaica, poi incontrato da quello stesso Cristo e divenuto di conseguenza suo apostolo e testimone, continua a suscitare interesse e fascino per le persone di ogni tempo. La sua attività missionaria, comportante un raggio d’azione senza paragoni per quel tempo, lo ha portato a contatto con la cultura ellenistica, per alcuni aspetti ben diversa dalle tradizioni ebraiche in cui era formato, e a fondare in tali ambienti delle comunità di credenti in Cristo.
Quali tratti ha assunto questa sua evangelizzazione inculturata? Si deve poi tener presente che mai egli, in tutto questo percorso, ha rinnegato la fede dei suoi padri, pur rifiutando senza compromessi un’obbedienza assoluta a quella Legge cui invece aveva dapprima prestato assenso incondizionato. Quale rapporto, allora, tra questa nuova identità di apostolo e la sua fede nel Dio di Israele?
Le lettere che egli ha scritto ad alcune delle sue comunità, e che sono state preservate e raccolte all’interno del canone, offrono uno spaccato delle convinzioni e delle vicissitudini sperimentate da Paolo, permettendo anche al lettore odierno di entrare in odierna, occupata in ben altre problematiche. Tuttavia Paolo, rapportando questa questione ai dati fondamentali della fede in Cristo, ne rivela la sua perenne attualità. Si tratta, infatti, di ripensare al significato della persona di Cristo e della fede in lui nella nostra esistenza. Non solamente di un riconoscimento teorico della figura di Cristo, ma di un riconoscimento delle sue ricadute esistenziali.
Nelle chiese galate nessuno poneva in discussione la professione di fede in Cristo, ma svalutava il suo ruolo di mediatore unico del Padre ricercando un rapporto con Dio (anche) su altre basi. La Lettera ai Galati mira così, innanzitutto, a ristabilire la centralità di Cristo per l’esistenza dei suoi primi destinatari e per i suoi lettori di ogni tempo, noi inclusi.
Ancora: di un Cristo che si rivela nello scandalo di una croce, segno di impotenza, contestazione radicale alle pretese di autoaffermazione sugli altri. Essa, quindi, invita a interrogarmi su quanto Cristo sia effettivamente centrale nella mia vita, nei miei sistemi di valori, nelle scelte che quotidianamente sono chiamato a compiere. Se la sua scelta di dono è sorgente per me di momenti di gratuità, di perdono, di non-violenza.
Ma la lettera non ha l’obbiettivo di avvilirci con fredde autoanalisi sulle nostre inadeguatezze, né di accentuare un volontarismo etico. Al contrario, invita a scoprire l’opera di Cristo per l’umanità, a cogliere quanto possa essere liberante. Per questo il suo annuncio è un “lieto annuncio” (vangelo), che deve assolutamente risuonare nella chiesa in tutta la sua purezza, fatto da cui Paolo non intende assolutamente recedere. Con questo ci invita a capire, in fondo, se decidiamo della vita fidandoci di Cristo e della sua Parola, o se vi sono degli spazi che vorremmo tenere estranei da Cristo e dalla sua opera.
LA TESI E L’INIZIO DELL’ARGOMENAZIONE:
LA VOCAZIONE DELL’APOSTOLO PAOLO
Galati 1,11-12.13-20
Il Vi faccio sapere, fratelli, che il Vangelo da me annunziato non segue un modello umano; 12 infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. 13 Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, l4 superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. 15 Ma quando colui, che mi ha scelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato con la sua grazia, si compiacque 16 di rivelare in me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, 17 senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. 18 In seguito, tre anni dopo, andai a Gerusalemme per conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; 19 degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. 20 In ciò che vi scrivo – lo dico davanti a Dio – non mentisco.
LETTURA
L’enunciato dal tono solenne di Gal 1,11-12 funge, a detta di molti commentatori, da enunciato tematico di buona parte dell’argomentazione della lettera, come una sorta di tesi (propositio) che verrà da questa suffragata. Continuando il tenore dell’esordio, Paolo pone al centro dell’attenzione dei suoi interlocutori non la scelta concreta della circoncisione, ma il vangelo da lui già a loro annunciato. Si potrebbe pensare che tale scelta sia dovuta alla necessità di rispondere ad accuse di suoi oppositori sulla legittimità del suo annuncio evangelico, ma non c’è nulla, nelle righe scritte da Paolo, che faccia trapelare una motivazione di questo genere. Piuttosto tale scelta rivela l’intenzione di porre il dibattito sulla circoncisione all’interno delle sue implicazioni teologiche, le quali chiamano in gioco l’annuncio del Cristo morto e risorto e la valenza a esso riconosciuta. Questo sarà confermato dallo svolgersi dell’argomentazione di tutta la lettera: la funzione di un enunciato tematico va verificata, infatti, nelle righe che servono a suffragarlo.
Ora, proprio queste righe presentano un elemento di sorpresa. In esse, infatti, Paolo non chiarisce da subito i contenuti del vangelo, ma parla della propria relazione con esso. Egli, cioè, narra di come sia divenuto credente, e come questo abbia comportato un suo impegno all’apostolato. Un impegno caratterizzato da una dedizione senza riserve e compromessi, da un’adesione totale. I galati saranno chiamati a confrontarsi con questa sua adesione, riconoscendo che essi stanno invece cedendo a compromessi insensati (2,15-18). Se già l’esordio presentava elementi dell’elogio di sé, la prima parte dell’argomentazione prosegue precisamente su tali registri, narrando a questo scopo alcuni avvenimenti del passato di Paolo.
Possiamo così definire Gal 1,13-2,14 come «argomentazione autobiografica». Letterariamente, il brano qui esaminato è caratterizzato dalla figura dell’antitesi, ricavata attraverso il gioco di negazioni e opposizioni evidenziate nel testo (non… né… ma…; il testo greco ne è ancora più ricco). Paolo ottiene così uno stile vivace, caratteristico di molte parti della lettera, in cui le affermazioni sono enfatizzate anche attraverso la negazione dei possibili loro contrari.
INTERPRETAZIONE
Una premessa implicita collega il v. 11 con il precedente. Lì, infatti, Paolo aveva dichiarato che, se avesse cercato di piacere agli uomini, non sarebbe stato servitore di Cristo. Ma – ecco il collegamento implicito – egli non cerca il consenso degli uomini: infatti il vangelo da lui annunciato «non segue un modello umano». Tale espressione è di un tenore generale, serve a esprimere l’indole globale del vangelo, ed è solamente parzialmente precisata al verso successivo con una dichiarazione a riguardo della sua origine. Da notare la stranezza della locuzione iniziale, che letteralmente suona «vi faccio sapere il vangelo», in quanto indirizzata a uditori che dovrebbero già essere a conoscenza di ciò che viene loro detto, dal momento che il vangelo lo hanno ricevuto proprio da Paolo! Qui, al pari di 1Cor 15,1, è possibile scorgere un certo ricorso all’ironia, che evidenzia come i galati si trovino nella necessità di essere ri-evangelizzati, di riconfrontarsi con l’annuncio evangelico basilare che a loro è stato già rivolto.
L’enfasi sul vangelo è poi accentuata con due espedienti letterari, l’anticipo del termine «vangelo» a oggetto diretto del verbo «vi faccio sapere», e la sua ripresa nel verbo successivo: nel testo greco, letteralmente, si ha infatti «il vangelo che venne evangelizzato da me». Il vangelo è giunto a Paolo per «rivelazione di Gesù Cristo». L’espressione ha verosimilmente un significato duplice: indica infatti sia «Gesù Cristo» come soggetto della rivelazione, in antitesi con la possibilità che soggetti umani siano all’origine della consegna del vangelo a Paolo, sia «Gesù Cristo» come oggetto della rivelazione, in conformità con ciò che verrà detto tra poco, ai vv. 15-16, ove Dio Padre rivela a Paolo Cristo risorto. E d’altronde Paolo ormai pensa a Cristo come glorificato, come colui che vive nella pienezza della vita gloriosa di Dio, per cui l’agire di Cristo e l’agire del Padre ormai coincidono (cf. 1,1.3). I vv. 13-17 presentano la seguente composizione concentrica (A. PITTA):
- vv. 13-14 agire di Paolo;
- vv. 15-16 agire di Dio in Paolo;
- vv. 16b-17 agire di Paolo.
I vv. 13-14 costituiscono una premessa a ciò che risulta qualificante, ossia la vita di Paolo segnata dal vangelo. Menzionando il proprio passato giudaico, Paolo ricorda il proprio zelo nella persecuzione dei credenti in Cristo, che probabilmente si concretizzava nella loro consegna ai tribunali rabbinici. E ovvio che simile comportamento non prepara Paolo a divenire apostolo! Se c’è stato un cambiamento nella sua vita, questo deve essere ascritto all’iniziativa di Dio. Questa è infatti menzionata ai vv. 15-16a, con un inizio che demarca subito la discontinuità con ciò che Paolo viveva precedentemente (Ma quando…). Grammaticalmente l’opera di Dio è descritta nella frase principale del v. 16a, in termini abbastanza succinti. Ma la ricchezza di premesse teologiche espresse al v. 15, e lo stesso ruolo centrale di questi versetti nella composizione letteraria, indicano la loro pregnanza di significato. Si rende quindi necessaria una loro lettura attenta.
Innanzitutto un punto di partenza: Dio Padre rivela suo Figlio a Paolo. Quindi la «rivelazione di Gesù Cristo» (v. 12) è specificata come «rivelazione del Figlio». Paolo non specifica qui come e quando avvenne, dal v. 17 possiamo capire che avvenne nei pressi di Damasco, la narrazione degli Atti (At 9, 3-6) chiarisce che avvenne mentre Paolo si recava là come persecutore. Ma in questa strada gli viene rivelata l’identità di quel Cristo i cui seguaci egli perseguitava: è il Figlio di Dio che vive nella gloria del Padre. Questo causa uno stravolgimento nell’esistenza di Paolo. Se egli infatti pensava dovuto il suo atteggiamento persecutorio sulla base delle «tradizioni dei padri» (v. 14), e che la vera fede in Dio fosse comunicata da quelle tradizioni, ora gli viene dispiegata una nuova identità di Dio e del Cristo che avversava. Dio, per così dire, «sta dalla parte di Gesù», rivela la sua presenza nel Crocifisso glorificato, e per altro verso è proprio questi, e non le tradizioni del giudaismo, a veicolare e rivelare il vero volto di Dio. Paolo cercava, o pretendeva di seguire, Dio e la sua volontà, ma capisce d’un tratto di averlo fatto dalla parte sbagliata: se Gesù Cristo è il Figlio di Dio, è in lui che Dio si rivela. Questa rivelazione è dovuta solo alla gratuita liberalità di Dio, che giunge a illuminare il cuore del persecutore. Tale gratuità è ben espressa in questi versetti: «si compiacque… di rivelare»; «mi ha scelto»; «mi ha chiamato con la sua grazia», e diviene elemento costitutivo della comprensione paolina del vangelo. Ma il «Figlio di Dio» non è un’idea o una teoria, è una persona, che intrattiene con Paolo un rapporto interpersonale. Si noti, allora, la pregnanza dell’espressione «rivelare in me», che verrà ulteriormente chiarita in Gal 2,19-20 (vedi il commento).
Ora, la rivelazione del Figlio ha uno scopo: il suo annuncio tra le genti. L’oggetto dell’annuncio di Paolo, sinora, era espresso con il termine «vangelo» (1,8.9.11; 2,2; in 1,23 è la «fede»). Ne segue che il vangelo è essenzialmente il «vangelo di Cristo» (Rm 15,19; 1Cor 9,12; 2Cor 2,12; 9,13; 10,14; Gal 1,7; Fil 1,27; 1Ts 3,2) o «del suo Figlio» (Rm 1,9), è l’annuncio di una persona che in quanto Figlio di Dio instaura un rapporto salvifico con le persone. Il contenuto del vangelo è Cristo. L’apostolo e i missionari cristiani non annunciano la dottrina di Gesù, e nemmeno una dottrina su Gesù, bensì Gesù Cristo, Figlio di Dio, che ha operato e opera ancora la salvezza dell’umanità.
La rivelazione del Figlio è intesa da Paolo come una vocazione, e descritta con quei termini che nell’AT narravano vocazioni di profeti. Soprattutto il v. 15 echeggia l’esperienza di Geremia: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Ger 1,5), e del Servo di YHWH: «Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di, mia madre ha pronunziato il mio nome» (Is 49,1). E possibile che tali rimandi siano suggeriti a Paolo dal fatto che questi profeti rivolgessero la propria missione anche a nazioni al di fuori di Israele (per il servo di YHWH vedi Is 49,6).
A ogni modo, in questi versetti egli afferma che l’opera del Dio che lo ha chiamato è iniziata «dal seno di sua madre», è realtà operante fin dai primi momenti della propria esistenza. La vocazione, cioè, non è un qualcosa di estrinseco alla persona, ma una realtà che la coinvolge esistenzialmente. Va da sé che, a conseguenza dell’evento così evocato, la vita di Paolo sia cambiata, che il persecutore sia divenuto apostolo, annunciatore autorevole del Cristo risorto, la cui rivelazione è stata così significativa per la sua vita (1Cor 9,1-2; 15,8-10),e i vv. 16b-17 enfatizzano in tal senso la sua nuova condotta. Egli riconosce l’autorità di coloro che erano apostoli «prima di lui», ma chiarisce altresì che il suo apostolato non dipende da essi. Si comprende così la menzione di eventi non chiariti completamente, come il suo viaggio in Transgiordania, nel regno degli arabi nabatei, le cui motivazioni non vengono esplicitate (forse un’evangelizzazione di quelle regioni, altrimenti non testimoniata?).
Essi servono solo a chiarire che l’autorità di apostolo viene a Paolo dalla propria esperienza di Cristo risorto, e non dall’autorevole chiesa di Gerusalemme, che egli non ha nemmeno visitato, a seguito della sua vocazione apostolica. Un gioco di parole con i verbi greci (paronomasia, similitudine fonica e differenza di significato) permette al v. 17 di enfatizzare la direzione del movimento paolino, che si distanzia da Gerusalemme (senza andare [anelthon] a Gerusalemme… mi recai [apelthon] in Arabia).
In seguito comunque Paolo va a Gerusalemme (vv. 18-19). Questo avviene «tre anni dopo» la sua vocazione, verosimilmente. Lì incontra Pietro, menzionato con il nome aramaico «Cefa». Il tono delle espressioni paoline permette di riconoscere il rilievo di Cefa nella chiesa di Gerusalemme, e la pur breve permanenza di quindici giorni fa presagire uno scambio tra i due apostoli su questioni riguardanti la fede e l’iniziale vita della comunità dei credenti. Tuttavia gli oggetti di questo confronto rimangono sconosciuti. Paolo sembra qui voler solo enfatizzare la brevità di questo incontro, che certamente non permette un periodo di sua educazione religiosa, né un esame con conseguente ratifica del suo apostolato.
L’origine di questo, e del vangelo da Paolo annunciato, sta nella rivelazione di Damasco: i diversi episodi narrati fungono solo a rimarcare questo fatto. Tutto questo è enfatizzato con una formula di giuramento, secondo un costume che si riscontra nell’epistolario paolino (Rm 1,9; 2Cor 1,23; Fil 1,8; 1Ts 2,5.10).
L’esperienza qui descritta è convenzionalmente conosciuta come «conversione di Paolo». Va tuttavia notato che egli non utilizza tale terminologia, e che egli né ha abbandonato la fede nel Dio d’Israele, né è passato da una condotta morale turpe a una migliore. Molti interpreti oggi abbandonano quindi tale terminologia, comprendendo che l’evento di Damasco è consistito piuttosto in un inveramento della fede di Paolo, che ha compreso che il Dio da lui adorato si rivela in Cristo, lo spinge a integrare nella propria fede quella nel Cristo risotto, ad aderire ai credenti in lui e non a perseguitarli. Si parla oggi quindi più volentieri di «vocazione di Paolo», comprendendo anche che essa comporta la missione dell’annuncio del Risorto ai pagani. Se questa terminologia è più fedele a quella paolina, e se in questa ottica vengono giustamente sottolineati gli elementi di continuità con la fede israelita di Paolo, non va altresì dimenticato che la sua vocazione ha comportato un cambiamento radicale della sua esistenza. Non potrebbe essere altrimenti, se la vocazione, come abbiamo detto, coinvolge la totalità della persona.
Ma in aggiunta, si deve rilevare che anche la fede di Paolo ha compiuto un salto enorme, dal momento che ha riconosciuto nel Figlio di Dio il rivelatore del rapporto con il Padre, ruolo che quindi non ha più riconosciuto alla Legge e alle tradizioni del padri. E vero che egli mai, in Galati come nelle altre lettere sicuramente attribuite a lui, giunge per questo ad «abrogare» la Legge, ma è altrettanto vero che. le reinterpreta in modi radicali, e su questioni decisive, come quella della circoncisione.
La sua vocazione poi non può essere compresa solamente entro l’esigenza di rivolgere l’annuncio ai pagani: in Fil 3,4-11 essa viene descritta proprio come un cambiamento radicale di valori operato dalla fede in Cristo, senza che ciò sia necessitato dalla missione ai pagani, là non menzionata. Quando, infatti, Paolo dichiara di considerare «spazzatura [i propri privilegi giudaici], per guadagnare Cristo» (Fil 3,8), si presenta non come apostolo, ma come credente.
ATTUALIZZAZIONE
La vocazione a essere apostolo fa parte di un periodo unico della storia della chiesa, quello delle sue origini, dal momento che la fede cristiana si fonda proprio sulla testimonianza di quelle persone che hanno fatto esperienza del Signore risorto nella eccezionalità dell’immediato post-Pasqua, periodo in cui sono avvenute le apparizioni del Risorto. Ma Dio continua a rivolgere il suo progetto di amore ai credenti di ogni generazione, invitandoli ad aderirvi e corrispondervi con generosità. Ogni credente è, in questo senso, chiamato a rileggere la propria vocazione nelle pregnanti espressioni paoline.
Si dà innanzitutto una vocazione battesimale, in cui Dio manifesta personalmente il proprio progetto di amore a partire dal sacramento che associa gli individui all’evento pasquale di Cnsto. Tale vocazione si concretizza poi in vocazioni coniugali, presbiterali, consacrate, alla ministerialità ecclesiale istituita o di fatto… Tutto questo avviene perché anche oggi Dio rivolge la sua viva voce alle coscienze delle persone, le affascina presentando loro un singolare progetto di vita, che è un modo del tutto singolare per vivere la comunione con lui nella chiesa. Molte persone iniziano la strada del proprio discernimento vocazionale perché affascinate da un ideale, o da figure di persone particolarmente significative per la propria vita. Ma poi può subentrare il dubbio che «questa sia proprio la strada per me», e la ricerca si arena. O, in chi ha maturato degli impegni, la stanchezza nel quotidiano della propria esistenza, che spegne progressivamente gli entusiasmi iniziali, può, alla fine, rendere la propria vocazione non sorgiva di testimonianze cristalline.
Questa pagina paolina, da leggere assieme a Fil 3,4-11, ci spinge a contemplare nuovamente la presenza e l’opera di amore di Dio nella nostra esistenza, proprio considerando la sua opera di amore nell’esistenza di Paolo. A guardare alla nostra vita con una «mentalità di fede», che capisce come essa sia frutto di un progetto di amore di Dio, e che non ci può essere una sua realizzazione sino a quando il Dio di Gesù Cristo non sia posto al centro vitale dei nostri interessi e delle nostre scelte. A coglierci raggiunti dall’amore gratuito di Dio, che ci incontra come ha incontrato Paolo, facendolo divenire da persecutore apostolo. A far nascere la gioia del dono, del mettere a disposizione a Dio e ai fratelli ciò che si è e ciò che si ha, come risposta ai doni con cui Dio ci ha raggiunti. Ad accettare le fatiche e le sconfitte che questo spesso comporta, perché la misura della nostra realizzazione non è posta nei nostri successi. Ad accettare la fatica della conversione, del continuo riorientamento dei valori che Cristo opera in noi, e che così mirabilmente è stato testimoniato da Paolo. In questo «clima di fede» il discernimento vocazionale, seppur nel mezzo delle sue difficoltà e cadute, certamente si realizza efficacemente.