Cento preti a Roma con un sudario di oltre trecento nomi: la «tregua» che non ferma la morte dei bambini
Un anno dopo il primo raduno, la rete internazionale di sacerdoti e vescovi di 68 paesi è tornata nella capitale il 22 settembre per una giornata di ascolto, marcia e preghiera. Alle istituzioni chiede di sospendere la vendita di armi a Israele e di applicare il diritto internazionale. Alla Chiesa chiede di non voltarsi dall’altra parte

Articolo di Stefano Giudici
23 Settembre 2026
Per gentile concessione di
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Il sudario è fatto di nomi. Trecento, scritti a mano, uno per uno, dai sacerdoti durante il loro incontro presso la Curia generale dei gesuiti. È stato un lavoro lento, fatto più di silenzio che di parole, come si fa in una veglia.

Sono bambini come Amira, Salma, Feryal e Naeem Al-Masri, che avevano 5, 9, 11 e 12 anni. Come Wateen e Mira Al-Khabbaz, che non avevano ancora compiuto un anno. Come i cinque fratelli Al Fouani, uccisi in Libano: Ahmad, Fawaz, Banin, Aya e Zainab.

Il telo è arrivato dagli Stati Uniti, dove la rete americana lo ha affidato ai confratelli europei. Dopo Roma tornerà oltreoceano e sarà unito ad altri teli, con altri nomi. È un sudario che cresce, e ogni sua parte racconta la stessa storia.

Ieri, 22 settembre, quel telo ha attraversato il centro di Roma portato da cento tra sacerdoti e vescovi arrivati da otto paesi. Esattamente un anno fa la rete si era ritrovata nella capitale perché i suoi membri, dicevano, «non riuscivano più a stare zitti». Un anno dopo le parole si sono fatte più scarne. I nomi, invece, sono aumentati.

«C’è stato l’annuncio di una tregua, ma le bombe non si sono fermate e la fame non si è fermata», ha ricordato la rete. «Una tregua che non ferma le uccisioni non è una tregua». Da ottobre 2025 a Gaza sono stati uccisi più di 300 bambini. In Libano, negli ultimi cinque mesi, circa 150. Il linguaggio diplomatico tende ad assorbire e poi a dimenticare numeri come questi. Scrivere i nomi è un modo per resistere a questa dimenticanza.

La mattinata è stata dedicata all’ascolto. In video sono intervenuti mons. Jamal Daibes, vescovo di Gibuti, mons. Broderick Pabillo, vicario apostolico di Taytay nelle Filippine, e padre Bashar Fawadleh, parroco di Taybeh, l’ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania. Poi sono venuti i racconti dei “Pellegrinaggi di giustizia” in Terra Santa promossi con Pax Christi e il confronto tra i gruppi su quanto fatto nell’ultimo anno e su quanto è costato farlo.

Al centro della riflessione c’era Kairos 2, il documento dei cristiani palestinesi intitolato “Un momento di verità: la fede in tempo di genocidio”. Nicoletta Dentico lo ha definito un esercizio di parresia, cioè di parola franca, che nel mondo cattolico italiano si vede raramente. La resistenza a pronunciare la parola “genocidio”, ha spiegato, non nasce solo dalla prudenza. Quella parola rimanda a una convenzione vincolante. Nominarla significa riconoscere anche le nostre responsabilità: i silenzi, le condiscendenze, i doppi standard.

Kairos 2 pone alle Chiese una domanda che brucia: “Come si può parlare di fratellanza o comunione cristiana mentre si nega, si sostiene, si giustifica o si tace di fronte al genocidio, specialmente quando tali atti sono commessi in nome di Dio e delle Scritture?”

Il documento respinge il sionismo cristiano, definendolo una “distorsione teologica”, e contesta una diplomazia ecclesiale che rinuncia a dire la verità al potere. Tra le voci della mattina è tornato più volte un avvertimento, ripreso anche dal vescovo filippino: se questo passa a Gaza, che cosa ci aspetta altrove?

Diverse voci della giornata sono arrivate dall’Africa, e non per caso. Mons. Daibes è palestinese, nato a Zababdeh, e dal 2024 guida la Chiesa di Gibuti. Lì deve accogliere un numero crescente di migranti in fuga dallo Yemen: la guerra non si ferma ai confini della Palestina.

Padre Peter-John Pearson, vicario per il clero dell’arcidiocesi di Città del Capo, è arrivato apposta dal Sudafrica. Il primo documento Kairos nacque proprio lì, nel 1985, nel cuore della lotta contro l’apartheid, e i cristiani palestinesi ne hanno raccolto l’eredità. Nel 2024 è stato ancora il Sudafrica a portare Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia con l’accusa di genocidio.

Chi ha conosciuto l’apartheid ne riconosce i segni e sa che il silenzio prudente non ha mai protetto le vittime. «Marciamo perché genocidio, apartheid e pulizia etnica non diventino mai normali», ha detto Pearson, «perché ogni bambino è un figlio di Dio, con un nome, non un numero».

Il pomeriggio si è aperto con la Coroncina della Divina Misericordia nella chiesa di Santo Spirito in Sassia. Al termine, mons. Christian Carlassare, missionario comboniano e vescovo di Bentiu in Sud Sudan, altro paese ferito dalla guerra, ha letto la preghiera di Leone XIV per il disarmo e la pace (foto sotto) e ha aperto la marcia, un cammino in cinque stazioni.

Tre di queste hanno avuto una particolare forza simbolica: davanti a San Pietro, la voce si è fatta esame di coscienza per la Chiesa; sotto l’ambasciata palestinese si è fatta vicinanza a un popolo; davanti alla sede di Leonardo S.p.A. si è fatta denuncia disarmata.

Davanti a San Pietro è risuonato il profeta Isaia: “È trascurato il diritto e la giustizia se ne sta lontana, la verità incespica in piazza” (Is 59,14). Pronunciate davanti alla piazza più simbolica della cattolicità, quelle parole sono suonate come un esame di coscienza. Subito dopo è stato letto il cardinale Pierbattista Pizzaballa: esiste una differenza tra chi occupa e chi è occupato, e riconoscerla è «un atto di rispetto verso la giustizia e la verità».

Sotto l’ambasciata di Palestina presso la Santa Sede, la stazione intitolata “Un momento di verità” ha riunito il Vangelo di Giovanni, un brano di Kairos Palestina e le pagine dello storico israeliano Omer Bartov, lette da padre Pearson. Il Padre Nostro è stato recitato in arabo. I sacerdoti hanno cantato “Taybeh”, in memoria del villaggio colpito dalle violenze dei coloni in Cisgiordania.

L’ultima tappa è stata davanti alla sede di Leonardo S.p.A., la prima azienda italiana produttrice di armi. Lì sono state proclamate le Beatitudini, “Beati gli operatori di pace” (Mt 5,9), insieme a un testo di Leone XIV: “Non sono le armi atomiche che generano la pace, ma il disarmo”.

Ha concluso mons. Giovanni Ricchiuti, arcivescovo emerito di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti e presidente di Pax Christi Italia. Ha parlato di un cammino fatto «con passi e parole nonviolente» e di una riconciliazione «difficile, ma sempre possibile».

Dalla piazza sono partiti due appelli. Alle istituzioni civili la rete chiede di sospendere la vendita di armi a Israele, di applicare il diritto internazionale e di smettere di trattare le risoluzioni ONU “come pareri facoltativi”.

Il secondo appello riguarda la Chiesa stessa. Ai pastori e alle conferenze episcopali la rete chiede una parola “più netta, più profetica, più concreta”, perché il silenzio prudente non protegge nessuno, se non chi commette le atrocità.

Kairos 2 va nella stessa direzione quando invoca “una riflessione onesta e un pentimento da parte di tutti i credenti, in particolare dei leader religiosi di tutto il mondo”. Dentico ha chiesto che anche la Santa Sede, osservatore permanente all’ONU, pronunci quella parola. La richiesta arriva proprio mentre a New York si apre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

La rete ribadisce che la sua denuncia non giustifica il massacro del 7 ottobre e non condanna il popolo ebraico, verso il quale rinnova rispetto assoluto e il rifiuto netto di ogni antisemitismo. La denuncia è rivolta alla leadership politica israeliana e alle reti di potere che la sostengono.

In un anno la rete è passata da 200 a più di 2.600 aderenti, in 68 paesi e cinque continenti. L’obiettivo è arrivare a 4.000, circa l’uno per cento del clero cattolico mondiale. «Un numero che non pretende di rappresentare la Chiesa intera», ha detto il coordinatore don Rito Maresca, «ma che chiede alla Chiesa intera di non voltarsi».

Mons. Pabillo aveva concluso il suo intervento al mattino con poche parole: «Sono nessuno, un vescovo di una piccola diocesi. Ma ho una voce, posso parlare». È una responsabilità da spendere per chi non può più parlare. È una responsabilità anche per Nigrizia.