XXVII Domenica
Tempo Ordinario (A)
Matteo 21,33-43 

  • Prima Lettura – Isaia 5,1-7
    Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna
  • Salmo Responsoriale – 79 (80)
    R. La vigna del Signore è la casa d’Israele.
  • Seconda Lettura – Filippési 4,6-9
    Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti.
  • Vangelo – Matteo 21,33-43
    In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
    «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
    Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
    Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto per mio figlio!. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
    Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
    Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
    E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
    perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

La tentazione del possesso

Una delle novità introdotte in questi ultimi anni da Papa Francesco è stata quella di rendere temporanei alcuni incarichi che prima venivano implicitamente considerati a vita. Questa nuova prassi, che sicuramente ha la sua radice nel modello della vita religiosa, cui Papa Francesco si ispira, aiuta a considerare con più realismo le cose: niente ci appartiene e non possiamo diventare proprietari di quello che non è nostro se non usurpandone il possesso!

Si tratta di una tentazione che si verifica spesso nei luoghi di potere, quando ci viene affidata una responsabilità, quando siamo chiamati a un servizio: facilmente ci consideriamo padroni. Eppure a ben guardare non arriviamo mai a essere proprietari di qualcosa, tutto ci può essere tolto in qualunque momento: i nostri cari, i nostri ruoli, la salute, perfino la nostra stessa vita. Del resto anche il primo peccato nasceva da un tentativo di appropriarsi di un dono: i frutti erano stati donati ad Adamo perché ne godesse e invece si lascia prendere dalla tentazione di averli tutti per sé.

Il giardino, la vigna e la terra

Questa deriva del potere è una possibile chiave per entrare nella parabola che Gesù racconta in questo passo del Vangelo, nel quale utilizza l’immagine della vigna, una vigna data in affitto a dei contadini che vogliono usurparne il possesso. È dunque chiaro a questo punto che attraverso l’immagine della vigna, Gesù sta rievocando in poche battute l’intera storia della salvezza. La vigna rimanda infatti innanzitutto al giardino della creazione, quel giardino preparato, curato e donato all’uomo. Un giardino in cui ci sono degli alberi per orientarsi così come in questa vigna c’è una torre per non perdersi tra i filari. Ma sappiamo bene come per l’autore biblico quel giardino, e dunque anche questa vigna, siano il simbolo della terra che è stata data a Israele, gratuitamente, come un dono immeritato. E per aiutare il popolo a rimanere in quella terra, Dio ha donato anche la legge, come albero e torre, per orientarsi e rimanere nella relazione con Dio.

Dove tutto avviene

L’immagine della vigna, proprio per questo, ritorna continuamente nella Scrittura, per indicare tutte quelle dinamiche e quelle contraddizioni che attraversano la storia d’Israele, nonché la storia dell’umanità: la vigna è il luogo dell’amore da custodire, l’amore su cui vigilare, come racconta il Cantico dei Cantici («I figli di mia madre si sono sdegnati con me: mi hanno messo a guardia delle vigne; la mia vigna, la mia, non l’ho custodita», Ct 1,6), ma è anche il luogo dell’abuso, come nella storia di Nabot, in cui la regina Gezabele fa accusare e mettere a morte Nabot per togliergli la vigna e darla a suo marito, il re Acab (1Re 21,1-26).

Un Dio paziente

Lungo tutta questa storia, così come nella parabola che Gesù racconta, emerge però anche l’immagine di un Dio paziente, un Dio che prova in tutti i modi a suscitare la conversione dell’uomo. Egli continua a sollecitarci, ad attendere e sperare nella comprensione e nel cambiamento dell’uomo. Al contrario l’atteggiamento dell’uomo, come mostra la parabola, è finalizzato a escludere Dio: i contadini vogliono uccidere il Figlio, perché è l’erede. Una volta tolto di mezzo lui, la vigna, nei loro deliri, diventa loro proprietà. L’atteggiamento verso la terra, verso questo mondo, a volte anche sotto apparenza di bene, tendono a eliminare Dio. L’uomo vuole essere padrone del proprio destino.

Purtroppo, di tanto in tanto, come anche nel momento che stiamo vivendo, la realtà ci dimostra che facilmente tutto ci può sfuggire di mano e che di fatto non c’è nulla che possiamo controllare in maniera definitiva e permanente. Forse, allora, anche il dramma che stiamo attraversando può insegnarci, ancora una volta, che siamo solo affittuari e che il nostro compito è curare questa terra in nome di una Altro, un Altro che si è fidato e si fida di noi e che spera, per il nostro bene, nella nostra conversione.

Leggersi dentro

  • Se oggi ti venisse chiesto di lasciare il tuo posto di responsabilità o il tuo ruolo, saresti disposto?
  • Vivi la tua vita in maniera autocentrata o nella consapevolezza di collaborare con l’opera di Dio?

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Possedere o condividere?
Antonio Savone

parabola della  vigna

Narra di Dio la pagina di Matteo. E narra dell’uomo, narra di noi, narra di me.
Narra di un Dio che si prende cura della sua vigna, immagine del mondo nel quale colloca l’uomo. Luogo preparato a lungo e con amore perché altri potessero goderne.
Narra di un Dio della condivisione, di un Dio che non tiene per sé l’esclusiva, di un Dio innamorato della sua vigna, di un Dio che dà fiducia, si fa da parte, di un Dio instancabile tessitore di opportunità nuove offerte a chi è tentato di impadronirsi di una eredità.

Narra di un uomo usufruttuario di quei beni che Dio gli ha messo a disposizione, un uomo chiamato a lavorare quella vigna e a trarne con gioia i frutti. Una gioia da condividere proprio come è stato con noi condiviso il luogo in cui abitiamo. Tuttavia, sembra quasi che uno non riesca a godere appieno se non possiede. E così sulla vigna – la vita, il mondo, il regno, il vangelo, le relazioni – fa capolino la questione del possesso che è trasversale ad ogni tipo di relazione: Dio, l’altro, il creato.

Un senso di rapina ci attraversa e si impossessa di noi fino a tenere strette e inutilizzate risorse che potrebbero essere a beneficio di tanti altri uomini e donne, se solo accettassimo di aprirci alla condivisione. Un senso di rapina attraversa anche la comunità cristiana quando non riesce più a mostrare sul proprio volto i lineamenti di un Dio che si è fatto uomo.

Di solito noi rivendichiamo possessi quando ci abita l’angoscia di perdere il controllo, quando siamo preda della paura che qualcun altro possa invaderci e il nostro benessere costruito sull’esclusione di tanti altri possa essere minacciato.
La brama del possesso e del rivendicare l’esclusiva genera una cultura di morte e si declina con il rifiuto ostinato di ascoltare chi timidamente bussa alla nostra porta, incapaci di riconoscere in loro gli inviati del Padre.

Il vangelo, poi, narra ancora di un Dio che mai può ritenersi “incluso” entro categorie socio-religiose, perciò di un Dio “scartato”, pietra angolare di un particolare volto di Chiesa. Narra di un Dio sempre altro rispetto alla pretesa dell’uomo.
Dio non è mai appannaggio di pochi eletti fino a diventare “incluso” “entro i confini della propria identità nazionale, culturale o di fede”. Un Dio “sequestrato” per il quale è sempre necessario erigere barriere, segnare confini, stabilire comportamenti che definiscono il grado di vicinanza e di gradimento o meno a un simile Dio.

Abbiamo fatto lunghe teorizzazioni sul mettere Gesù al centro della vita. A ben guardare, però, Gesù non sta mai al centro e le situazioni in cui la sua figura è centrale sono legate ad un vero e proprio decentramento strutturale: all’inizio, tra un bue e un asino e alla fine, tra due ladroni. Quando lo cercano per farlo re – dunque per metterlo al centro – fugge, si nasconde. Obbligherà persino al silenzio i suoi amici. Si ritrova con loro ed entra mentre stavano a porte chiuse.

Pietra angolare, sì, ma di quale edificio, di quale volto di Chiesa? Di una Chiesa abitata da uomini e donne che accettano di lasciarsi portar via la propria centralità, non ricusando di essere annoverati tra le pietre di scarto, nella fiducia che queste siano al centro dell’amore di Dio. Al di fuori di ogni importanza e nello stesso tempo radicati nel cuore della vita del mondo. Una Chiesa minore. E io a quale volto di Chiesa voglio appartenere?

Vi sarà tolto il regno e sarà dato ad altri. Se la scena evangelica è bucolica, non si può negare che i contenuti siano incandescenti.
Lo Spirito non ha bisogno di strategie difensive per garantire la sua azione: egli spira dove vuole. Israele prima, la Chiesa poi hanno sempre corso il rischio di vivere l’elezione da parte di Dio come motivo di distinzione e di potenza. Dio non è obbligato a farsi strada nel mondo passando per sentieri tracciati da noi. E neppure patisce il ricatto secondo il quale ci deve tenere per forza perché se non noi chi può sostituirci? A lui non manca la possibilità di creare un popolo capace di far fruttificare il regno. Un popolo fatto di pietre di scarto. Anche quando tutto dovesse andare in rovina, c’è ancora un vangelo, una lieta notizia: la storia può ripartire.

Sebbene deluso per come siano andate le cose, Dio non si rassegna e ritesse una storia nuova scritta con il dono del Figlio e di quanti come lui al possesso sostituiscono la condivisione.
E se la crisi che sta attraversando la comunità cristiana fosse già il segno che il regno sta passando ad altri?!

Antonio Savone
http://acasadicornelio.wordpress.com


La parabola evangelica di questa domenica è rivolta da Gesù in modo particolare ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo (cf. Mt 21,23), cioè a quelli che avevano il compito di reggere, guidare, istruire il popolo appartenente al Signore. Potremmo dire che costoro erano i pastori, i capi della comunità dei credenti. Gesù li invita con forza ad accogliere questa parabola che li riguarda più di tutti gli altri: “Ascoltate!”.

Come sempre, le immagini della parabola sono “trovate” da Gesù nel suo quotidiano, nella realtà concreta, attraverso il suo vedere, pensare, contemplare. Il protagonista è un contadino che possiede una vigna, la lavora, la rende bella e la dota di quanto è necessario per fare il vino: una cantina, un torchio e le anfore per contenere il vino. È un vero vignaiolo, che ama la sua vigna; e tutti sanno che per un vignaiolo la vigna, la quale impiega anni per dare frutto, richiedendo tanto lavoro faticoso e tanta cura, è un po’ come una sposa. Non a caso nel profeta Isaia vi è addirittura un canto di un vignaiolo innamorato della sua vigna (cf. Is 5,1-7), oggi scelto come prima lettura della liturgia eucaristica.

Proprio in questo testo vi è un particolare evocativo per l’uditorio di Gesù: Dio è un vignaiolo (cf. anche Gv 15,1) che ha Israele come vigna amata, da lui fedelmente coltivata e dalla quale attende frutti (cf. Is 5,2.4). Questo padrone della vigna, Dio, dopo averla piantata strappandola dall’Egitto (cf. Sal 80,9), l’ha affidata a dei vignaioli quali custodi, facendosi distante da essa, come se fosse partito per un viaggio – dice Gesù – che però alla fine prevede un ritorno. Il padrone, dunque, è come assente, e la responsabilità del lavoro è interamente affidata a questi vignaioli, suoi rappresentanti nella sua proprietà.

Giunta l’ora della vendemmia, il padrone invia dei servi per ritirare dai gestori della vigna i frutti che gli spettano. Ma per i custodi il padrone lontano diventa un padrone assente, che non interviene più, e dunque sono tentati di sentirsi loro i padroni della vigna. Ecco la tentazione più grande di chiunque è chiamato e poi inviato per un servizio: pensare se stesso come colui che invia, non sentirsi servo ma padrone, presumere di poter agire come il padrone e non più secondo un mandato preciso.

Sì, diciamolo, è la tentazione di quanti guidano chiese o comunità: papi, vescovi, presbiteri, abati, priori… A un certo punto la chiesa, la comunità è sentita come se fosse cosa loro; la presenza del Signore sbiadisce e si fa lontana; ed essi, a forza di stare al centro nelle liturgie e nelle riunioni, pensano di tenere il posto che spetta al Signore. Così non si sentono più servi, e “servi inutili” (Lc 17,10), sempre mancanti, ma assolutamente necessari, infallibili nel loro governare, in qualche modo “padroni”.

Il vero padrone, invece, è il Signore, che continua a inviare i suoi servi per reclamare i suoi frutti. Ma i vignaioli li scacciano, li colpiscono, li maltrattano, li uccidono: tanti inviati quali porta-parola del Signore, dunque pro-feti che parlano a nome di Dio, ma per questi c’è solo rifiuto, ostilità, persecuzione… È la storia di Israele, certo, della sua ribellione all’amore fedele di Dio, che non si stanca di inviare i profeti; ma è anche la storia della chiesa, perché la tentazione dei pastori della chiesa è la stessa dei pastori di Israele. “Da ultimo mandò loro il proprio figlio, dicendo: ‘Avranno rispetto per mio figlio!’”. E invece ecco che, al solo vederlo, “i contadini dissero tra loro: ‘Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!’”.

Così hanno fatto di fronte a Gesù di Nazaret, il Messia e Figlio di Dio (“lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”), e lo farebbero ancora se tornasse… Egli certamente tornerà, e allora vedremo con i nostri occhi ciò che si è visto con la venuta di Gesù sulla terra; ma questa volta la gloria del Signore si imporrà, e quel rifiuto, quelle ferite di cui il Veniente porta i segni sulle mani e nel costato (cf. Gv 20,25-27), narreranno l’amore del padrone, del Signore, per la sua vigna: l’ha amata tanto da accettare che i vignaioli rifiutassero suo Figlio.

Qui si dovrebbe leggere la “Leggenda del santo inquisitore” di Dostoevskij, e capiremmo ancora di più, ancora meglio… In ogni caso è Gesù che ci dà la sua interpretazione autorevole e nel contempo paradossale della parabola, ricorrendo all’immagine di un salmo (cf. Sal 118,22-23) per narrare la sorprendente logica di Dio: gli uomini rigettano quella pietra che Dio invece sceglie e rende angolare, fondamento della sua comunità. Quella pietra che è Gesù stesso, il crocifisso risorto.


La vigna ha il suo cantore. Il profeta Isaia, denominato il “Dante della letteratura biblica”, dedica uno dei suoi appassionati cantici poetici alla vigna di un amico (I lettura). Si tratta di una vigna piantata con amore, curata, protetta, ripulita con ogni cura e tante speranze (v. 1-2.4). La vigna del Signore è il suo popolo (v. 7 e il salmo responsoriale). Purtroppo, la vigna – cioè il popolo – è stato infedele. Al momento della vendemmia, le attese si scontrano con delusioni e amarezze: acini acerbi invece di uva (v. 4); invece di frutti di giustizia e rettitudine, il popolo ha prodotto spargimento di sangue e grida di oppressi (v. 7). Il dramma di quella vigna diventa, di fatto, tragedia nella parabola di Gesù (Vangelo). I vignaioli, oltre ad appropriarsi del raccolto, diventano omicidi: bastonano, lapidano e uccidono non solo gli inviati del padrone, ma perfino suo figlio (v. 35-39). L’applicazione ai fatti della morte di Gesù è diretta. Ma l’amore di Dio per il suo popolo supera qualunque malvagità. Dio, che si è inserito nella storia, dà un senso nuovo ai fatti umani: recupera la pietra – Gesù! – scartata dai costruttori e ne fa la pietra d’angolo (v. 42), cioè la base della salvezza per tutti i popoli. Ormai è chiaro: chi rifiuta Dio si autocondanna all’infruttuosità; solo chi l’accetta e rimane in Lui produce molto frutto. Perché senza di Lui non possiamo far nulla (Gv 15,5). Dio vuole ostinatamente il nostro bene, e quindi non molla, non cede alla delusione, non rinuncia ai frutti. Ritenta dopo ogni rifiuto: ripropone a nuovi popoli il medesimo Salvatore, affinché, uniti a Lui, diano frutti di vita (v. 34.41.43).

La storia dell’annuncio del Vangelo nel mondo registra le vicende e l’alternarsi di popoli che, in epoche successive, accolsero o rifiutarono il messaggio cristiano, con le relative conseguenze di bene o di male. Nessun popolo può autodefinirsi migliore degli altri, o ritenersi evangelizzato una volta per sempre. Il fatto della nascita, fioritura e poi scomparsa di numerose comunità cristiane in varie regioni del mondo, invita a fare serie riflessioni missionarie. Di tante fiorenti comunità cristiane del Nord-Africa e dell’Asia Minore – anche se fondate da Apostoli e guidate da Padri della Chiesa – ora sono rimasti soltanto i nomi, alcuni resti archeologici e poco più. Nel frattempo, altre nazioni e continenti si sono aperti al Vangelo e continuano a dare frutti (in Africa, America, Asia, Oceania…); mentre alcuni popoli dell’occidente cristiano, che un tempo erano forti nella fede, ora sperimentano stanchezza e fatiche, con scarsi frutti. Nel cuore delle persone e nelle culture dei popoli vi sono zone che permangono nel mistero! Ma come recuperare freschezza e vigore nella fede? È questa la grande sfida per un’efficace attività missionaria.

San Paolo si rivolge ai cristiani di Filippi (II lettura), comunità che, a suo tempo, ha dato buoni frutti, ed enumera otto frutti da coltivare e promuovere: ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, virtuoso, lodevole (v. 8), per garantire la pace con Dio e con il prossimo (v. 8-9). Sono valori che invitano a pensare in positivo, e sono la base per i cammini della Missione nel mondo, quali: dialogo con le altre religioni, inculturazione, dialogo ecumenico, promozione della giustizia, salvaguardia del creato…

Paolo raccomanda quei frutti e valori ai cristiani di Filippi, la prima comunità che egli fondò in Europa durante il secondo viaggio missionario (anni 49-50); una comunità con la quale egli stabilì rapporti particolarmente affettuosi. Le origini della comunità di Filippi offrono spunti missionari interessanti. Dopo il concilio di Gerusalemme (At 15), Paolo rivisitò le comunità dell’Asia Minore (da lui fondate l’anno prima), vi nominò dei responsabili e cominciò a cerca nuovi campi da evangelizzare (At 16,6-7). Giunto a Tròade (Asia Minore), gli apparve in un sogno notturno un Macedone, che gli aprì la via a un mondo nuovo: “Passa in Macedonia e aiutaci!” (At 16,9-10). Il mare da attraversare era piccolo, ma quel passaggio era assai significativo: per Paolo e compagni era l’ingresso in Europa. Ormai lo sguardo di Paolo puntava su Roma, capitale dell’Impero romano.

Gli inizi della comunità di Filippi e l’invito del Macedone (“Passa…e aiutaci!”) costituiscono un fatto emblematico e un richiamo missionario alle comunità ecclesiali di ogni tempo, ad accogliere il grido – aperto o silenzioso – dei tanti Macedoni di oggi (persone, popoli, eventi, situazioni…).Sono temi permanenti, che richiedono preghiera, riflessione e impegno in questo ottobre missionario e nella Giornata Missionaria Mondiale. Ma anche dopo queste date. Sempre!


L’ultimo versetto del Salmo 137 – il celebre canto dell’esule – viene sempre accuratamente ignorato. Dopo lo struggente richiamo al pianto dei deportati lungo i fiumi di Babilonia, il poeta, rivolto alla città sanguinaria, esclama: “Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra” (Sal 137,9). Non minore imbarazzo suscita il versetto che conclude la parabola del vangelo di oggi e che non è riportato nel testo del lezionario. Riferendosi a Cristo – la pietra che i costruttori hanno scartato e che Dio ha posto come pietra angolare – l’evangelista commenta: “Chi cade su questa pietra sarà sfracellato e colui sul quale essa cadrà sarà stritolato” (Mt 21,44).

Sono immagini sconcertanti, che d’un tratto però si illuminano se si coglie il loro riferimento alla scena descritta nel libro di Daniele: un sasso – non mosso da mano d’uomo – si stacca dall’alto e colpisce una statua colossale dall’apparenza splendida, ma terribile, che crolla e va in frantumi (Dn 2,31-35). È l’idolo che, nella sua stoltezza, l’uomo si è costruito e dalla cui schiavitù non riesce più a liberarsi; è la società ingiusta, corrotta e disumana che si è creato e di cui rimane vittima.

Cristo e il suo vangelo sono “il sasso” scagliato da Dio contro questa struttura mostruosa, sono “la pietra” che sbriciola le logiche di questo mondo, le astuzie, le furbizie e soprattutto le immagini insensate che gli uomini si sono fatti di Dio. Contro questa pietra sono destinati a infrangersi i progetti degli empi e “si sfracelleranno i loro figli”: i malvagi cioè non avranno discendenza, rimarranno senza posterità, senza futuro, perché dal mondo nuovo, Dio farà scomparire ogni operatore di iniquità. Questa è la bella notizia!

I grandi di questo mondo – costruttori della nuova “torre di Babele” – scartano questa pietra perché non si adatta ai loro piani, scombina i loro sogni, distrugge i loro regni.

Hanno cercato di eliminarla; ma Dio l’ha scelta come roccia di salvezza e chiunque la pone a fondamento della propria vita non rimarrà deluso.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Siamo la vigna del Signore, quali frutti gli possiamo presentare?”.

Prima Lettura (Is 5,1-7)

1 Canterò per il mio diletto
il mio cantico d’amore per la sua vigna.
Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle.
2 Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi
e vi aveva piantato scelte viti;
vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino.
Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica.
3 Or dunque, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda,
siate voi giudici fra me e la mia vigna.
4 Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna
che io non abbia fatto?
Perché, mentre attendevo che producesse uva,
essa ha fatto uva selvatica?
5 Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna:
toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo;
demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata.
6 La renderò un deserto, non sarà potata né vangata
e vi cresceranno rovi e pruni;
alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia.
7 Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa di Israele;
gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita.
Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue,
attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi.

“Alla fine dei giorni… nessuna nazione alzerà la spada contro un’altra nazione… Siederanno tranquilli sotto la vite e sotto il fico e più nessuno li spaventerà” (Mi 4,1-4). Con questa graziosa immagine bucolica, Michea descrive la vita serena e tranquilla cui aspirava ogni israelita. La vigna era il simbolo della pace, dell’unione familiare, della gioia, della festa. L’amata del Cantico dei cantici sognava di correre tra i filari, mano nella mano con il suo diletto, in un fresco mattino di primavera: “Andremo nelle vigne; vedremo se mette gemme la vite, se sbocciano i fiori, se fioriscono i melograni; là ti darò le mie carezze” (Ct 7,13). La sposa dell’uomo benedetto da Dio è “come vite feconda” nell’intimità della sua casa (Sal 128,3).

In questo contesto culturale, in cui alla vigna è associato il richiamo all’amore, è nato il carme che ci viene proposto oggi e che, giustamente, è annoverato fra i capolavori della letteratura mondiale. Descrive la passione di un agricoltore per la sua vigna, un affetto struggente, come quello dell’innamorato per la donna della sua vita. In casa, per strada, con gli amici non parla che di lei.

Il poeta immagina di essere l’amico di questo “sposo” e racconta: “Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle…” (v. 1). Una vigna eccellente, vitigni acquistati all’estero, ceppi scelti, preferiti fra mille. Era stata piantata su un clivo soleggiato, il posto ideale per ottenere quei grappoli che già in luglio si tingono di violetto, segno dell’uva dal sapore squisito e presagio di un vino buono e forte. Il terreno era stato liberato dalle spine, dalle erbacce e dalle pietre che, raccolte ai margini del campo, costituivano il muro di cinta e la torre di protezione contro ladri e bestie selvatiche.

Nessuna attenzione, nessuna premura, nessun sforzo era stato risparmiato. Le tenerezze dell’amato traspaiono anche dall’insistenza con cui va ripetendo l’espressione mia vigna: “Abitanti di Gerusalemme, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna” (vv. 3-5).

A questo punto il lettore è ansioso di conoscere il seguito del racconto. Cosa produrrà la vigna cui sono state prodigate tante cure? Nella seconda strofa (vv. 3-4) viene narrata la drammatica sorpresa del contadino: si attendeva uva eccellente, invece ecco uva selvatica, aspra, immangiabile (v. 4). Come nel cuore dell’innamorato tradito e deluso, l’amore si tramuta in disappunto, in risentimento, in stizza. L’agricoltore decide di infliggere un terribile castigo alla sua vigna: abbatterà il muro di cinta, lascerà che i viandanti entrino per calpestarla, che gli animali selvatici la devastino e i rovi e i pruni la invadano fino a soffocarla; non la poterà più, non la vangherà; comanderà alle nubi di non spandere su di essa la benefica pioggia e la rugiada (vv. 5-6).

L’ultima strofa (v. 7) spiega il senso dell’immagine: la vigna è Israele; è lui la vite scelta e pregiata che il Signore si è acquistato in Egitto. Già il profeta Osea, qualche anno prima, aveva dichiarato: “Vite rigogliosa era Israele” (Os 10,1).

L’autore del salmo 80 sviluppa il dettaglio della rimozione dei “sassi” – i popoli che occupavano la Palestina prima dell’arrivo degli israeliti – dettaglio che nel nostro carme è solo accennato: “Hai divelto una vite dall’Egitto, per trapiantarla hai espulso i popoli. Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici e ha riempito la terra” (Sal 80,9-10).

La torre di protezione era la dinastia di Davide.

A tanto amore Israele ha risposto con l’infedeltà e la ribellione. I frutti (l’uva buona e dolce) che il Signore si attendeva erano la fedeltà all’alleanza, la giustizia sociale, l’aiuto al povero, all’orfano, alla vedova. Che cos’ha trovato? Grida di gente oppressa e sfruttata, menzogne nei tribunali, odio, versamento di sangue, una religione fatta di processioni, pellegrinaggi al tempio, riti cui non corrispondeva la conversione del cuore.

Nel testo originale c’è un curioso gioco di parole: giustizia e rettitudine (che Dio si aspettava dal suo popolo) sono termini simili a spargimento di sangue e grida di oppressi (che sono ciò che Israele produce). Chi li sente pronunciare può addirittura confonderli (mishpat=rettitudine e mishpah=spargimento di sangue; tzedaqah=giustizia e tze’aqah=grida di oppressi). A prima vista anche l’uva selvatica può sembrare buona, ma è solo apparenza.

Nell’allegoria della vigna vengono contrapposti due atteggiamenti: quello di Dio che manifesta un amore concreto (prepara il terreno, pianta viti scelte, le protegge con una torre, scava un tino) e il popolo che, trascurando la giustizia, si accontenta di riti esteriori, di preghiere devote (cf. Is 1,11-17).

La severa denuncia di Isaia viene riproposta ai cristiani di oggi: è su di loro che incombe il pericolo dell’illusione di essere a posto con Dio perché sono impeccabili nell’esecuzione di pratiche religiose.

A causa della sua infedeltà, Israele è andato incontro al disastro nazionale: è stato invaso dai popoli stranieri (gli assiri, i babilonesi…) che hanno devastato “la vigna del Signore” e hanno ridotto Gerusalemme a “un casotto in un campo di cocomeri” (Is 1,8). Questa distruzione è il simbolo della sterilità cui si riduce chi ignora, misconosce, trascura le attenzioni e le premure che Dio ha per lui.

Seconda Lettura (Fil 4, 6-9)

6 Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; 7 e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.
8 In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. 9 Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi!

Nei primi versetti della lettura (vv. 6-7), Paolo afferma che nulla può distruggere la pace e la gioia di un cristiano, nulla può angosciarlo se rimane unito a Dio nella preghiera.

Nella seconda parte (v. 8) viene presentata una lista di virtù umane che i cristiani sono invitati a coltivare nella propria vita; si tratta di qualità e comportamenti che sono apprezzati da tutti e ovunque. Ciò che rende simpatici, amabili, onorati, rispettati deve essere praticato da ogni cristiano; non si può presumere di essere discepoli di Cristo se prima non si è leali, onesti, integri, rispettabili.

Senza timore di essere smentito, Paolo, mettendo da parte la falsa modestia, osa presentarsi come modello di questi comportamenti (v. 9). La sua raccomandazione è un invito ai cristiani di oggi a coltivare un tratto dolce, simpatico, rispettoso nei confronti di tutti, specialmente dei non credenti.

Vangelo (Mt 21,33-43)

33 Ascoltate un’altra parabola: C’era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l’affidò a dei vignaioli e se ne andò.
34 Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. 35 Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l’altro lo uccisero, l’altro lo lapidarono.
36 Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo.
37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! 38 Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità. 39 E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero.
40 Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?”.
41 Gli rispondono: “Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo”.
42 E Gesù disse loro: “Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri? 43 Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare”.

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Come il profeta Isaia, anche Gesù ricorre all’immagine della vigna per descrivere l’opera di Dio e la risposta dell’uomo; la scena però è alquanto diversa. Cambiano i personaggi: in primo piano non ci sono più Dio e la vigna che dà uva acerba e immangiabile, ma ci sono un padrone, Dio, e i suoi dipendenti, identificati con i sommi sacerdoti e le guide spirituali del popolo ai quali è diretta la parabola (Mt 21,23).

Poi la vigna non è infeconda, pare dia frutti, ma questi non vengono consegnati. Infine la conclusione è diversa: non ci sono l’abbandono, la devastazione della vigna, ma un nuovo inizio, un intervento di salvezza, una sostituzione degli operai inetti.

Veniamo alla parabola. Un padrone pianta una vigna, la circonda con una siepe, vi scava un frantoio, vi costruisce una torre, la affida a dei vignaioli e se ne va.

Giunto il tempo della vendemmia, invia i suoi servi a ritirare il raccolto, ma ecco la sorpresa: gli agricoltori non vogliono consegnare i frutti. La prima ipotesi cui si pensa è che essi li vogliano trattenere per sé; ma c’è un’altra possibilità, forse più probabile, che non abbiano alcun frutto da presentare. Può darsi che non abbiano lavorato, che abbiano passato il tempo in crapule e gozzoviglie oppure che abbiano lavorato male.

Qualcuno di loro comincia a prendersi gioco degli inviati del padrone, poi gli insulti, infine le percosse e l’uccisione di alcuni servi. Il padrone non si arrende, ama troppo la sua vigna e allora manda altri servi, più numerosi dei primi, ma anche questi non hanno fortuna. Come ultimo tentativo invia il proprio figlio, ma i lavoratori della vigna cacciano fuori anche lui e lo uccidono, convinti di poterla fare da padroni nel campo che è stato loro affidato.

Come nella prima lettura, anche nel vangelo tutti i particolari del racconto hanno un significato simbolico.

Il padrone è il Signore che ha prodigato tante cure e manifestato un immenso amore per il suo popolo (v. 33). La siepe è la Toràh, la legge che Dio ha rivelato al suo popolo per proteggerlo dai nemici, cioè dalle proposte di vita insensate che lo porterebbero alla rovina. I vignaioli rappresentano i capi, le guide religiose e politiche, il cui compito è quello di collocare il popolo nelle condizioni ideali per produrre i frutti che il padrone si attende e che la prima lettura permette di identificare: si tratta delle opere di amore al prossimo e della giustizia sociale.

I due gruppi di inviati indicano i profeti che, prima e dopo l’esilio a Babilonia, sono stati mandati, sempre più numerosi, per richiamare Israele alla fedeltà all’alleanza. Ecco come si esprime Dio per bocca di Geremia: “Dal giorno in cui i vostri padri uscirono dall’Egitto fino ad oggi, ho mandato a voi tutti i miei servitori, i profeti, con premura e sempre, ma non mi ascoltarono, anzi rimasero ostinati” (Ger 7,25-26). La sorte cui sono andati incontro questi uomini è stata drammatica: percosse, lapidazione (2 Cr 24,21), ceppi e catene (Ger 20,2), morte di spada (Ger 26,23). Non dovevano aspettarsi altro: erano i portavoce di Dio e della sua sapienza, troppo lontana dai pensieri degli uomini, assurda, inaccettabile. Ecco perché i vignaioli vogliono impossessarsi del campo, rifiutano ogni altro punto di riferimento, pretendono di gestire da soli “la vigna”. Rappresentano coloro che vogliono fare a meno di Dio e considerano i suoi doni un bene di cui appropriarsi.

Il figlio è Gesù.

Il tempo della vendemmia rappresenta il momento del giudizio di Dio che – questo va tenuto ben presente – non va inteso come la “resa dei conti”, ma come un intervento di salvezza. Mi spiego. Al termine della parabola, Gesù coinvolge i suoi ascoltatori e chiede loro un parere sul comportamento da suggerire al padrone ed essi rispondono convinti: “Il padrone farà perire miseramente quei malvagi” (v. 41).

Questa immagine severa è frutto dell’effervescente fantasia orientale che – come più volte abbiamo rilevato – si compiace nel dipingere quadri con tinte forti.

Ma Gesù segue un’altra logica. Invece di approvare le parole di minaccia e di distruzione pronunciate dai suoi ascoltatori (v. 41), propone l’azione di Dio: il Signore non reagirà distruggendo il malvagio e neppure fingendo che il male non sia stato commesso. Questo rimane, non può essere azzerato. Dio interviene per farlo servire al bene, ne ricava un capolavoro di salvezza. Si può ricordare ciò che Giuseppe dice ai fratelli che lo avevano venduto agli egiziani: “Voi avevate pensato il male contro di me, ma Dio ha pensato di farlo servire a un bene: dare vita a un popolo numeroso” (Gn 50,20).

 I vv. 39.42-43 costituiscono la parte centrale della parabola: descrivono morte e risurrezione di Gesù. I capi del popolo prendono il Figlio e lo gettano fuori della vigna. È ciò che è accaduto a Gesù: è stato ritenuto un bestemmiatore, un impuro e per questo è stato portato fuori delle mura della città e giustiziato. Ma Dio, risuscitandolo, lo ha glorificato, lo ha costituito Signore, pietra angolare di un nuovo edificio.

Il risultato finale dell’intervento del padrone è la consegna della vigna ad altri lavoratori che porteranno frutti. Non si tratta di una reazione indispettita del padrone, ma di un suo gesto di amore e di salvezza. Neppure il rifiuto e l’uccisione del figlio riescono a renderlo nemico dell’uomo.

Riferendo questa parabola, l’evangelista Matteo pensava certamente all’infedeltà dei capi del suo popolo e al loro rigetto del messia di Dio. Ma non soltanto a loro; pensava anche alle sue comunità e al mondo intero: ogni uomo è un vignaiolo dal quale il Signore si attende la consegna dei frutti.

La lieta notizia con cui si conclude il brano evangelico (v. 43) è che, malgrado tutti i rifiuti dell’uomo, alla fine Dio trova sempre e comunque il modo di raggiungere il suo scopo e di ottenere i frutti buoni che desidera.

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