Rosanna Virgili 
26 settembre 2026
Vita Pastorale 

È vero, c’è una Bibbia che invita ad armarsi. Ma c’è anche una Bibbia “disarmata e disarmante”. E ai credenti, a chi la legge e ne osserva la Parola, è dovuto conoscerla e pubblicamente diffonderla: “quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze” raccomanda il Maestro (Mt 10,27). Ma accade che non si faccia abbastanza. Che troppo pochi siano i cristiani che lo fanno. Sui tetti dei potentissimi mezzi di comunicazione – ad “annunciare” i versetti della Bibbia sono in specie voci che li usano per fare propaganda, che li riducono in slogan dei partiti da cui sono foraggiati, e non certo per timor di Dio. 

Se fossero davvero interessati a riferire quanto dice la Bibbia dovrebbero, prima, conoscerla nel suo insieme. Dovrebbero capire i suoi linguaggi, comprendere – sotto le forme espressive e letterarie antiche – il messaggio per l’oggi. Capita, invece, il contrario: che si vada a cercare dei versetti biblici per supportare quanto oggi si pretende di imporre. E l’uso in tal senso che più addolora e scandalizza è quello di fare della Bibbia un’arma “divina” per la guerra, le uccisioni, la violenza, la sopraffazione. Raggiungendo livelli raccapriccianti di bestemmia contro l’umanità, la terra e il Creatore. 

“Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto. Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra”. Questi versetti del Salmo 137 (vv.8-9) son risuonati pochi giorni fa sulla bocca di un gruppo di soldati dell’esercito di Israele che andava ad uccidere i bambini a Gaza. Hanno intonato, così, dei versi che gli esuli ebrei gridavano tra le lacrime nella cattività di Babilonia dov’erano stati condotti col potere di un potentissimo esercito. Il re Nabucodonosor aveva distrutto il Tempio e tutta la città di Gerusalemme e aveva strappato gli ebrei alla loro terra per deportarli e sottometterli alle umiliazioni dell’esilio. “Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, allegre canzoni, i nostri oppressori: “Cantateci canti di Sion!”. Come cantare i canti del Signore in terra straniera?” (Sal 137,3-4). Una situazione diametralmente opposta è quella dei giovani soldati ebrei che oggi spianano i fucili sugli inermi palestinesi, libanesi, volontari della Flottilla o i loro stessi fratelli ultraortodossi. 

Ci chiediamo allora che senso abbia per questi soldati ebrei recitare nell’attuale contingenza questi versetti e farli propri. Perché intonare il Salmo 137 quando il governo che servono come militari è paragonabile a quello che allora era di Babilonia? La rabbia che anima i versetti in questione, infatti, dovrebbe scorrere tra i civili innocenti di Gaza e non tra i novelli soldati di Nabucodonosor…La Bibbia, pertanto, non può essere letta e recitata in maniera così astratta ma occorre prima chiedersi: “Che cosa sta scritto? Come leggi?” (Lc 10,26). Prima di proclamare ciò che è scritto, infatti, è necessario farne la debita lettura e darne l’onesta interpretazione. Altrimenti si profana il senso sacro delle sue parole. E si rischia, inoltre, di cadere in contraddizione. 

Poiché se il Salmo 137 invita alla vendetta contro i Babilonesi – meglio se consumata sui loro bambini (innocenti) – il profeta Geremia dice il contrario e invita gli ebrei esiliati a restare nel paese dove son stati deportati! “Queste sono le parole della lettera che il profeta Geremia mandò da Gerusalemme al resto degli anziani in esilio, ai sacerdoti, ai profeti e a tutto il popolo che Nabucodònosor aveva deportato da Gerusalemme a Babilonia (…) diceva: “Così dice il Signore degli eserciti, Dio d’Israele, a tutti gli esuli che ho fatto deportare da Gerusalemme a Babilonia: Costruite case e abitatele, piantate orti e mangiatene i frutti; prendete moglie e mettete al mondo figli e figlie, scegliete mogli per i figli e maritate le figlie, e costoro abbiano figlie e figli. Lì moltiplicatevi e non diminuite. Cercate il benessere del paese in cui vi ho fatto deportare, e pregate per esso il Signore, perché dal benessere suo dipende il vostro” (Ger 29,1-7). Quella stessa Babilonia che nel Salmo 137 è oggetto di odio e di orrendi progetti di vendetta è, al contrario, il luogo – ancorché di dolore – dove Dio offre a Israele l’occasione di rinascere, di moltiplicare i suoi figli unendosi e diventando un solo popolo con quello dei “nemici”. Con l’amicizia, il rispetto e la fiducia Israele vincerà la paura e non si chiuderà né si armerà per fare agli altri, a sua volta, paura; solo in questo modo sopravviverà e collaborerà ad un mondo di giustizia e di fratellanza. 

Proprio nei giorni in cui in Italia si festeggiava la Repubblica – intorno al due giugno – l’esercito di Israele violava ulteriormente i confini del Libano meridionale e issava la sua bandiera sul castello di Beaufort. Mentre l’Europa non reagiva affatto, né approvando né condannando. Come ha fatto e continua a fare per la strage di un popolo e della sua terra a Gaza. E quella Europa che si dice cristiana non si preoccupa di sapere se è lecito che tutto ciò sia supportato dalla Bibbia. I Paesi europei non custodiscono né il diritto (laico) internazionale né quello che per loro – credenti cristiani – è la parola di Dio. Gente come noi che a Natale va in chiesa e festeggia con immensi cenoni e ricchi regali la nascita di Gesù non sa o non ricorda che quel piccino scampò, appena nato, a un genocidio. Il re Erode – usurpatore del trono di Giuda – fece uccidere, infatti, tutti i bambini ebrei di Betlemme, da due anni in giù. Ma chi pensa a questo? Non ci pensano i soldati israeliani perché il testo della strage degli innocenti è in un Vangelo e non fa parte del canone della Bibbia ebraica. Ma non ci pensiamo forse troppo nemmeno noi che, invece, abbiamo questo testo come “ingresso” obbligato per inoltrarci nel Vangelo stesso (cf. Mt 2,16). E i cittadini italiani in gran parte cattolici ricordano l’avvento della Repubblica con l’ostentazione delle forze armate. 

Sarebbe il caso, invece, che al loro posto, ci fosse l’ostensione di tutte le vittime dei regimi tirannici, i volti sfigurati degli innocenti violati e, in mezzo a loro, anche le pagine stracciate e vilipese della Parola di Dio dove la parola della pace continua, ciò nonostante, a resistere.