Un Dio “piatto”, per una fede semplificata e disincarnata

di Guillermo Jesús Kowalski
18 Settembre 2026
Qualche anno fa, su queste pagine ho scritto dei nuovi «terrapiattismi»: negazionismi scientifici, complottismi, populismi di mercato e altre espressioni di una cultura che, disillusa dalle istituzioni e disorientata da un mondo sempre più complesso, sostituisce l’incertezza del reale con certezze emotive più facili da gestire. Non è solo ignoranza. Dietro a tutto ciò si cela un pregiudizio tossico nei confronti della realtà: «è vero solo ciò che conferma quello che già penso».
Il teopiattismo designa un fondamentalismo che costruisce un’unica modalità valida, uniforme e chiusa di concepire Dio e la Chiesa. Il teopiattista ha bisogno di risposte inequivocabili a domande complesse e percepisce la pluralità teologica, lo sviluppo dottrinale, il discernimento pastorale e persino alcuni insegnamenti del Magistero contemporaneo come minacce a una verità che considera già perfettamente definita.
Non si tratta necessariamente di persone perverse o fanatici senza speranza; né noi siamo immuni da posizioni ossessive. Dietro l’aggressività digitale può celarsi un’insicurezza spirituale, cognitiva o affettiva che cerca in una determinata religione il territorio sicuro che non riesce a trovare nel resto dell’esistenza. Il nostro rapporto con la verità può diventare malsano quando non ci consideriamo più suoi servitori e iniziamo a diventarne i padroni.
Quando credere diventa essere sicuro
Come può qualcuno difendere appassionatamente la fede e, allo stesso tempo, nutrire sospetti nei confronti del papa, del Concilio, della teologia, della scienza o di qualunque altra interpretazione che introduca sfumature nelle sue convinzioni?
Per il terrapiattista nessuna prova riesce a confutare definitivamente la sua convinzione, perché qualsiasi prova contraria viene considerata una cospirazione. Ogni confutazione e prova non fanno altro che rafforzare la loro posizione. Qualcosa di simile accade con il teopiattismo. La realtà non interroga più la nostra fede perché possediamo già una spiegazione religiosa blindata rispetto a lei. Non esiste il fecondo rapporto fede-ragione, forgiato dal pensiero cattolico nel corso di secoli. Quanto maggiore è la contraddizione esterna, tanto più si aggrappa all’appartenenza a una minoranza «autentica».
Da qui la preferenza per una religione quasi contabile: norme perfettamente identificabili, meriti, punizioni, formulazioni intoccabili, autorità elette e risposte rapide. Il mistero è scomodo perché non si lascia controllare; il discernimento è irritante perché richiede tempo; la sinodalità sconcerta perché impone l’ascolto; e una Tradizione viva è più rischiosa di un deposito trasformato nell’immaginario in un magazzino di risposte definitive.
Paradossalmente si cerca sicurezza in Dio e si finisce per ridurre Dio alle dimensioni delle nostre sicurezze.
Un Dio senza incarnazione
A questo punto il concetto può essere ulteriormente sviluppato. Il problema del teopiattismo non è unicamente psicologico o ecclesiologico. In definitiva, è cristologico.
«Il Verbo si fece carne» (Gv 1,14) significa che il cristianesimo non può costruire una trascendenza fuggendo dalla storia. Il Dio cristiano non ci salva in una torre protetta da cui giudicare la confusione del mondo. Egli vi entra. Ha un corpo, un popolo, relazioni, conflitti e vittime davanti ai suoi occhi. Nasce in una periferia, tocca impuri, conversa con stranieri, mette bambini al centro, mangia con peccatori e finisce giustiziato fuori dalle mura della città.
Ecco perché l’Incarnazione è incompatibile con qualsiasi teopiattismo che ci impedisce di parlare di Dio senza corpi, di salvezza senza storia, di peccato senza vittime, di proprietà senza poveri, di nazione senza stranieri, di merito senza doni ricevuti e di libertà senza responsabilità verso gli altri.
Ho già sostenuto altre volte che il Regno di Dio può essere compreso come una realtà curata ed espansa da Gesù. La fede non riduce la realtà per far sì che si adatti alla nostra ideologia; allarga la nostra prospettiva per superare paure ed egoismi. Il samaritano non ha elaborato prima una teoria sull’uomo caduto sul ciglio della strada. Si è lasciato interrompere dalla sua esistenza. Una presenza vale più di mille idee.
Quando il teopiattismo entra in politica
Per questo, non sorprende la convergenza tra determinati integrismi religiosi e alcuni populismi contemporanei. Ciò non significa che ogni conservatore sia integrista, né che qualsiasi disaccordo con posizioni ecclesiali dominanti costituisca fondamentalismo. Sarebbe creare un altro teopiattismo di segno contrario. L’affinità emerge quando si condivide un’epistemologia del sospetto e un’antropologia della paura.
La lista nera del terra/teopiattista «non risparmia nessuno»: lo scienziato appartiene al sistema; il giornalista manipola; l’immigrato invade; i vaccini causano l’autismo; l’ecologista minaccia il nostro benessere; il povero pretende di vivere dello sforzo altrui; le organizzazioni internazionali cospirano e persino il papa è visto con sospetto quando insiste su migranti, giustizia sociale, ecologia o limiti morali del mercato. Ma coloro che hanno iniziato a ribellarsi a tutte le autorità, finiscono vittime di nuovi messianismi.
Allora compaiono i cavalli di Troia religiosi: vita, famiglia, patria, libertà, tradizione, civiltà cristiana sono tutte esche per cadere nelle mani dei nuovi messia. E quando l’autoritarismo prende il potere, nulla lo fermerà più e troverà sempre delle scuse per calpestare la dignità umana.
Già lo diceva papa Francesco: dietro una persona rigida c’è sempre un ipocrita. L’elenco lo conferma: è tutelata la vita prenatale mentre la vita del migrante è ridotta a una questione di polizia; è proclamata la famiglia mentre si accetta un’economia che ostacola drammaticamente la formazione e il sostentamento delle famiglie; sono esaltate le radici cristiane dell’Europa mentre è scomodo ricordare che lo straniero appartiene al cuore della rivelazione biblica. E quando la Dottrina Sociale della Chiesa parla di bene comune, solidarietà, salario dignitoso, destinazione universale dei beni o limiti del mercato, avviene il piccolo miracolo teopiattista: la dottrina della stessa Chiesa è «comunista».
Non sconfiggere, ma accompagnare
È difficile sconfiggere in una discussione il teopiattista. La controversia, soprattutto sui social media, rafforza proprio il meccanismo difensivo che stavamo cercando di smantellare. Se dietro la rigidità si celano paura, insicurezza o qualche ferita, l’umiliazione intellettuale innalzerà solo muri ancora più alti.
Questo non significa rinunciare al dibattito teologico o accettare il fondamentalismo. Significa ricordare che la verità cristiana non si impone con la violenza; la Chiesa ha già commesso questo errore con le sue inquisizioni, le crociate contro i catari, gli albigesi, i protestanti e così via. Accompagnare, ascoltare, costruire relazioni e aspettare il momento della parola giusta può essere molto più evangelico che collezionare vittorie dialettiche.
Possiamo tutti essere colpevoli di «teopiattismo»; nessuno è completamente immune rispetto alla tentazione di costruire un Dio che confermi le nostre posizioni. Un mercato assolutizzato ha bisogno di un dio che benedica i trionfatori; un nazionalismo escludente, di un dio proprietario dei confini; un autoritarismo, di un dio ossessionato dall’ordine; e un clericalismo, di un dio che sacralizzi gerarchie umane.
Ma questi dèi assomigliano ben poco a Gesù di Nazareth.
La trascendenza cristiana non ci permette di sfuggire alla storia. Ci riporta ad essa con maggiore responsabilità. Forse è per questo che combattere il teopiattismo non consiste nel sostituire alcuni slogan con altri, ma nel recuperare un’intelligenza credente capace di ascoltare, discernere e lasciarsi interpellare dalla realtà; una fede abbastanza salda in Dio da non aver bisogno di essere certi di tutto.
Perché esiste anche un terrapiattismo religioso: guardare il cielo con tale ostinazione da non riconoscere più il ferito che giace sul ciglio della strada.
E il Vangelo, con questa sua scomoda abitudine di riportarci alla realtà, continua a chiedere: «Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo?» (Lc 10,36).
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Articolo pubblicato il 12.9.2026 nel Blog dell’autore in «Religión Digital» (www.religiondigital.org)
Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli
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