XXVI Domenica
Tempo Ordinario (A)
Mt 21,28-32

  • Prima Lettura – Ezechiele 18,25-28
    Se il malvagio si converte dalla sua malvagità, egli fa vivere se stesso.
  • Salmo 24 (25)
    R. Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.
  • Seconda Lettura – Filippési 2,1-11
    Rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.
  • Vangelo di Matteo 21,28-32
    In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
    E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Il terzo figlio
Benedetto XVI

XXV Domenica

Nel Vangelo di questa Domenica si parla di due figli, dietro i quali, però, ne sta, in modo misterioso, un terzo. Il primo figlio dice di sì, ma non fa ciò che gli è stato ordinato. Il secondo figlio dice di no, ma compie poi la volontà del padre. Il terzo figlio dice di “sì” e fa anche ciò che gli viene ordinato. Questo terzo figlio è il Figlio unigenito di Dio, Gesù Cristo, che ci ha tutti riuniti qui. Gesù, entrando nel mondo, ha detto: “Ecco, io vengo […] per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,7). Questo “sì”, Egli non l’ha solo pronunciato, ma l’ha compiuto e sofferto fin dentro la morte. Nell’inno cristologico della seconda lettura si dice: “Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2, 6-8). In umiltà ed obbedienza, Gesù ha compiuto la volontà del Padre, è morto sulla croce per i suoi fratelli e le sue sorelle – per noi – e ci ha redenti dalla nostra superbia e caparbietà. Ringraziamolo per il suo sacrificio, pieghiamo le ginocchia davanti al suo Nome e proclamiamo insieme con i discepoli della prima generazione: “Gesù Cristo è il Signore – a gloria di Dio Padre” (Fil 2,10).

Omelia del Santo Padre Benedetto XVI, Viaggio apostolico in Germania, Domenica, 25 settembre 2011


Quattro figli
Eliana Forma

Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? … Matteo 21, 28:31.
Peccato che l’uomo non aveva altri due figli, uno che dice: “Vado”, e poi va veramente come ha detto al padre, e un altro che dice “Non ci vado”, e effettivamente non ci va. Per noi sarebbe molto più facile orientarci tra quattro figli, perché comunque potremmo illuderci di assomigliare al figlio che dice: “Vado”, e fa come promesso. Ma nel racconto di Gesù il terzo ed il quarto figlio mancano, sono soltanto due e entrambi sono in difetto nei confronti del padre. La collocazione di questa parabola nel contesto più ampio del capitolo, tuttavia, ci permette di identificare i due figli: il primo figlio sta per le autorità di Gerusalemme, per i funzionari del grande santuario, per gli amministratori ufficiali del rapporto tra Dio e le persone; il secondo figlio rappresenta i pubblicani e le prostitute, cioè i peccatori e le peccatrici, le persone che a motivo dei difetti della loro vita, della mancanza di osservanza dei comandamenti della legge, non hanno spazio nel santuario. La morale di questo racconto allora risulta evidente: il secondo figlio, nonostante il suo rifiuto iniziale, è andato a lavorare nella vigna, facendo alla fine la volontà del padre.

Eliana Forma (Chiesa Evangelica Valdese di Rio Marina)
ilVicinato.it


I pubblicani e le prostitute vi passano avanti…
Enzo Bianchi 

XXV Domenica 7

Il testo del vangelo odierno è molto breve: una parabola di due versetti, e altri due versetti che contengono considerazioni di Gesù sui destinatari delle sue parole. La parabola è inquadrata da due domande, quella finale (“Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”) e quella introduttiva (“Che ve ne pare?”), presente anche altrove (Mt 18,12). Gesù intende intrigare, coinvolgere quanti lo ascoltano – in questo caso “i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo” (Mt 21,23) –, suscitando la loro risposta. Sono dunque importanti non solo le sue parole, ma anche le parole dei suoi ascoltatori, quelli di allora e quelli di adesso, noi! Cerchiamo pertanto di ascoltare, di pensare, di indagare e di rispondere in verità.

Un padre, che ha due figli, comanda al primo di andare a lavorare nella vigna. Costui reagisce male, opponendosi a lui con un atteggiamento di disobbedienza: “Non ne ho voglia”. Poi però quel comando ascoltato, custodito nel cuore, lo porta alla consapevolezza di aver mancato verso il padre, e così egli decide di andare nella vigna. Si era opposto a parole ma poi, pentito (metameletheís, paenitentia motus), va a realizzare la volontà del padre e lavora nella vigna, come questi gli aveva chiesto. Lo stesso comando è rivolto al secondo figlio, il quale risponde subito: “Sì, signore”, ma in realtà non va nella vigna, disobbedendo nei fatti. Insomma, c’è una “volontà del padre” (tò thélema toû patrós: cf. anche Mt 7,21; 12,50) che è realizzata da chi dice “no” ed è contraddetta da chi dice “sì”.

Chi sbaglia, chi fa un errore, chi dice “no” a Dio, ha la possibilità di pentirsi, di ritornare a lui. Nessuno che abbia peccato è rinchiuso per sempre nella sua rivolta, ma ha la possibilità di riprendere una relazione, un rapporto venuto meno. Certo, uno sguardo fisso su quell’atto di disobbedienza, su quel “no”, può portarci a un giudizio negativo, di condanna, ma l’uomo va misurato nel tempo, sull’insieme del cammino compiuto, non sull’istante a volte cattivo. Dio, poi, pazienta perché vede e sente in grande, nella sua makrothýmia (cf. Mt 18,26; 2Pt 3,9), e quando ci giudicherà guarderà tutto il cammino percorso, tutta la fatica fatta, non si fermerà sulle nostre cadute…

Quanto al figlio che dice: “Sì, signore”, che appare pronto e obbediente al padre, ma poi non realizza la sua volontà, che dire di lui? Spesso noi siamo, ciascuno di noi è così! Purtroppo la nostra vita cristiana è fatta di tante confessioni di fede, di tante invocazioni: “Signore, Signore!” (Mt 7,21.22; Lc 6,46), di tante liturgie in cui ripetiamo continuamente: “Amen!”, cioè “Sì!” al Signore, e poi, abbandonata l’assemblea liturgica, nel quotidiano non facciamo ciò che Dio ci ha chiesto con la sua parola ma ciò che vogliamo noi…

Davanti a Dio conta non ciò che di noi appare agli altri, ma ciò che noi facciamo e siamo: Dio vede la nostra coerenza o la nostra ipocrisia di credenti che “dicono e non fanno” (Mt 23,3), come Gesù stesso ha ricordato; ovvero, la nostra doppiezza di persone che hanno in bocca il nome del Signore, mentre in verità il Signore determina poco o nulla del loro vivere e comportarsi. È l’atteggiamento di quei cristiani che dicono di amare Dio e si esercitano anche in “affetti spirituali” per lui, avendo sete di lui, cercandolo, dichiarando il loro ardente desiderio della sua presenza (tutte espressioni dei salmi), ma ignorando e contraddicendo la sua volontà. No – ha detto Gesù – “non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21); “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti … Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama … Se uno mi ama, osserverà la mia parola” (Gv 14,15.21.23), la metterà in pratica. Alla fine non contano i “sì” o i “no” dichiarati, ma la realtà del nostro vissuto!

Ed ecco allora che Gesù fa un’applicazione della parabola per i suoi uditori. Egli dice che i pubblicani, cioè i peccatori manifesti, pubblici, riconosciuti tali da tutti, e le prostitute, donne visibilmente peccatrici, precederanno nel regno di Dio tanti credenti, tanti discepoli. Per quale motivo? Perché, a causa della vergogna per il loro peccato manifesto e del giudizio di condanna che ricevono da parte di molti, sentono il bisogno di cambiare vita, di dire “sì” con la loro vita. Al contrario, molti credenti, con i loro peccati nascosti, non visti, non giudicati, sono onorati da tutti come persone giuste e religiose; per questo non sentono il bisogno di convertirsi, ma anzi custodiscono i loro peccati, li amano e continuano a realizzarli: solo loro ne sono a conoscenza, perché dovrebbero cambiare? E così la loro vita, anche se apparentemente impeccabile, è di fatto un “no” a Dio!

Questo è successo con Giovanni il Battista – dice Gesù –, quando i peccatori pubblici hanno ascoltato la sua predicazione e gli hanno creduto; questo è successo anche con Gesù (non a caso definito dai suoi avversari “amico di pubblicani e di peccatori”: Mt 11,19; Lc 7,34) e la sua buona notizia; questo succede ancora oggi, tra di noi, nella chiesa. Sì, alla buona notizia di Gesù e del suo Vangelo rispondono più facilmente i peccatori pubblici, riconosciuti, che le persone religiose e apparentemente “giuste”, le quali non sono spinte a cambiare nulla della loro vita.

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L’importanza di avere un cuore unificato
Ermes Ronchi

Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Nei due figli, che dicono e subito si contraddicono, vedo rappresentato il nostro cuore diviso, le contraddizioni di cui Paolo si lamenta: non mi capisco, faccio il male che non vorrei, e il bene che vorrei non riesco a farlo (Rm 7, 15.19), che Goethe riconosce: ‘ho in me, ah, due anime’.

A partire da qui, la parabola suggerisce la sua strada per la vita buona: il viaggio verso il cuore unificato. Invocato dal Salmo 86,11: Signore, tieni unito il mio cuore; indicato dalla Sapienza 1,1 come primo passo sulla via della saggezza: cercate il Signore con cuore semplice, un cuore non doppio, che non ha secondi fini. Dono da chiedere sempre: Signore, unifica il mio cuore; che io non abbia in me due cuori, in lotta tra loro, due desideri in guerra.

Se agisci così, assicura Ezechiele nella prima lettura, fai vivere te stesso, sei tu il primo che ne riceve vantaggio. Con ogni cura vigila il tuo cuore, perché da esso sgorga la vita (Prov 4,23). Il primo figlio si pentì e andò a lavorare. Di che cosa si pente? Di aver detto di no al padre? Letteralmente Matteo dice: si convertì, trasformò il suo modo di vedere le cose. Vede in modo nuovo la vigna, il padre, l’obbedienza. Non è più la vigna di suo padre, è la nostra vigna. Il padre non è più il padrone cui sottomettersi o al quale sfuggire, ma il Coltivatore che lo chiama a collaborare per una vendemmia abbondante, per un vino di festa per tutta la casa. Adesso il suo cuore è unificato: per imposizione nessuno potrà mai lavorare bene o amare bene.

Al centro, la domanda di Gesù: chi ha compiuto la volontà del padre? In che cosa consiste la sua volontà? Avere figli rispettosi e obbedienti? No, il suo sogno di padre è una casa abitata non da servi ossequienti, ma da figli liberi e adulti, alleati con lui per la maturazione del mondo, per la fecondità della terra.

La morale evangelica non è quella dell’obbedienza, ma quella della fecondità, dei frutti buoni, dei grappoli gonfi: volontà del Padre è che voi portiate molto frutto e il vostro frutto rimanga… A conclusione: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti. Dura frase, rivolta a noi, che a parole diciamo ‘sì’, che ci vantiamo credenti, ma siamo sterili di opere buone, cristiani di facciata e non di sostanza. Ma anche consolante, perché in Dio non c’è condanna, ma la promessa di una vita buona, per gli uni e per gli altri. Dio ha fiducia sempre, in ogni uomo, nelle prostitute e anche in noi, nonostante i nostri errori e ritardi nel dire sì. Dio crede in noi, sempre. Allora posso anch’io cominciare la mia conversione verso un Dio che non è dovere, ma amore e libertà. Con lui coltiveremo grappoli di miele e di sole per la vita del mondo.

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Un padre, due figli, un’azienda familiare da mandare avanti con il lavoro di tutti, facendo squadra, senza tirarsi indietro… È la scena che Gesù presenta nella parabola (Vangelo), con l’invito-comando ad andare a lavorare nella vigna. Cioè per la crescita del Regno di Dio nel mondo. Ritorna qui il messaggio di domenica scorsa circa il lavoro nel campo di Dio, la conversione del cuore, la gratuità dell’amore e del servizio, l’accettazione del piano di Dio Padre… Il Signore non si accontenta di parole, attende i frutti: “Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21). La parola di Gesù e il messaggio della sua parabola suonano a forte richiamo alla conversione, alla coerenza tra fede e opere. Un richiamo che appare evidente nei ripetuti dibattiti-polemiche fra Gesù e i farisei. Quando Matteo, alcuni decenni dopo la morte e risurrezione di Gesù, scriveva questi testi, le comunità cristiane erano ormai composte principalmente da persone provenienti dal paganesimo, mentre la maggioranza dei figli di Israele non aveva riconosciuto in Gesù il Messia promesso, aveva quindi rifiutato di entrare nella vigna.

La profezia di Gesù si era già avverata: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio” (v. 31). Questa parola non dà adito a una gradazione di merito o di posti migliori; indica solo una precedenza nella disponibilità e apertura al nuovo di Dio. Gesù non intende fare l’elogio della prostituzione, bensì l’elogio di chi ha il coraggio di cambiare vita, di convertirsi, come l’adultera, come Matteo e Zaccheo. La parabola ci assicura che il nostro Padre buono non rifiuta i ritardi, accetta i ripensamenti, accoglie anche quelli che sembrano i più indegni, se credono e si pentono (v. 32). Poiché Egli è un Dio tutto speciale, che rivela la sua “onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono” (Colletta).

I due figli della parabola – che dicono e subito si contraddicono – sono due popoli (Israele e i pagani), sono due cuori con alterne vicende, sono due facce della stessa medaglia. In realtà i due figli siamo ognuno di noi, con i nostri alti e bassi, con errori e incoerenze il ns. cuore è diviso, in un misto di e No, fra tempi di fedeltà e di fragilità, generosità e ritardi… S. Paolo parla della divisione che sperimenta dentro di sé: faccio il male che non voglio e non faccio il bene che vorrei (cfr. Rom 7,15.19). spesso ci sentiamo divisi e perduti, come lo esprime anche Goethe: “Ah, ho in me due anime”. Il figlio maggiore si pentì e andò a lavorare; di che cosa si è pentito? Non soltanto di aver disobbedito al padre, ma piuttosto si è ravveduto pienamente: ha riscoperto l’amore di suo padre, che la vigna è un’azienda di famiglia dove anche lui ha una responsabilità come figlio, non più solo come bracciante a giornata… La fede non si limita a un sentimento interiore, ma comporta uno stile di vita, essere pronti a cambiare, fare, ripartire. Non basta dirsi credente, occorre diventare credibili. Già alla fine del primo secolo cristiano (più di 1900 anni fa!), S. Ignazio di Antiochia scriveva: “Meglio essere cristiani senza dirlo, che dirlo senza esserlo”. Non basta essere servi ‘osservanti’, praticanti di facciata; è più bello essere figli amorosi, maturi e responsabili. Certi che il nostro non è un Dio-dovere, ma un Dio amore-e-libertà. Un Dio che sempre fiducia, in ogni persona, nelle prostitute e anche in noi, nonostante i nostri rifiuti, errori e ritardi nel dire sì. Un Dio paziente, che rispetta la nostra libertà e aspetta il nostro sì. Egli ci attende e ci soccorre nel ns. viaggio verso un cuore unificato.

A fronte dei due figli della parabola con i loro e No, c’è un terzo figlio, che non siamo noi: è Gesù, Figlio del Padre, che conosce e realizza una sola parola: il Sì di Dio per la salvezza dell’umanità (cfr. 2Cor 1,19; Mt 11,26). Il grandioso inno cristologico nella lettera di Paolo ai Filippesi (II lettura) è una contemplazione orante davanti al mistero di Cristo Gesù: Egli è Dio come il Padre e lo Spirito, ma si svuota, si spoglia, si fa servo obbediente, si umilia fino alla morte di croce. Ma Dio lo esalta al di sopra di tutti, per cui ogni lingua proclama che “Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre” (v. 11). Cristo non ha cercato l’interesse proprio, ma piuttosto quello di tutti noi (v. 4): Egli, il Missionario del Padre, ha dato la vita per tutti; quindi, ogni cristiano, ogni missionario è chiamato a seguirne l’esempio, assumendo i suoi stessi sentimenti (v. 5): amore, umiltà, compassione, dedizione. Egli è la via della missione.

Il comando del padre ai figli è chiaro: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna” (v. 28). Questa scena agricola ci ricollega all’ invito di Gesù, a prendersi cura della messe ormai matura: “Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura” (Gv 4,35). Si tratta di una messe abbondante, per la quale, purtroppo, gli operai sono pochi (cfr. Mt 9,37). Il comando è chiaro e pienamente attuale: “Figlio, oggi va’…” È un comando per il nostro tempo. È per oggi! I bisogni sono tanti e urgenti: nella Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, all’iniziodell’ottobre missionario e nella prossimità della Giornata Missionaria Mondiale, è facile identificare la vigna della parabola con il mondo delle missioni, dove il lavoro per l’annuncio del Vangelo è notoriamente immenso, mentre le forze disponibili – persone e mezzi – sono esigue. Il comando di Gesù si ricollega all’invito che il sacerdote rivolge ai fedeli alla fine della Messa: andate in pace a compiere la vostra missione. In latino si diceva: “Ite, missa est”, che equivale a dire: “Ite, missio est”; cioè: “Andate, è l’ora della Missione!

Cristo Gesù aspetta da ciascuno una risposta personale, libera, generosa e coerente.

La grazia da chiedere oggi è soprattutto l’unificazione del ns. cuore in un solo e costante Sì. “Signore, unifica il mio cuore. Che io non abbia in me due cuori in lotta fra di loro”. Il Padre della Vigna ci dia forza e gioia per lavorare nel suo campo; grati e onorati di essere invitati a lavorare nella Vigna del Signore, per la venuta del suo Regno.


C’è chi risponde senza aver capito e chi, più lealmente, dice no perché non è convinto e vuole comprendere meglio. Il suo no è solo un modo poco garbato di chiedere spiegazioni e di dire che vuole vederci più chiaro. Chi a Dio risponde subito forse non si è reso conto chi egli sia, come la pensi e che cosa proponga.

Nella nostra società è apprezzato chi produce. Il vecchio, il malato, il disabile sono rispettati, amati, aiutati, ma sono sentiti spesso come un peso; non è immediata la percezione del loro valore e della preziosità del loro contributo a rendere più umano il nostro mondo. Premiamo gli efficienti e i capaci; stimiamo chi è riuscito a farsi da solo, remuneriamo chi lavora. Dio invece parte dagli ultimi, si interessa degli ultimi, privilegia e premia gli ultimi. Gratuitamente.

La parabola della scorsa domenica ci ha sconcertato e forse, durante la settimana, abbiamo riflettuto sull’illogicità del comportamento del padrone che retribuisce gli operai dell’ultima ora come i primi. È difficile rinunciare alla religione dei meriti e credere nella gratuità dell’amore di Dio. La lettura di oggi sembra rispondere alle nostre obiezioni: “Voi dite: non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque: non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?” (v. 25).

Dire sì a Dio significa rinunciare ai propri pensieri e accettare i suoi. Egli non cerca i sazi, ma chi ha fame per ricolmarlo dei suoi beni (Lc 1,53); non apprezza i potenti che siedono sui troni, ma si abbassa per innalzare gli umili (Lc 1,52); non premia i giusti per i loro meriti, ma si fa compagno dei deboli e introduce per primi nel suo regno i pubblicani e le prostitute (Mt 21,31). Solo chi si riconosce ultimo, peccatore e bisognoso del suo aiuto potrà sperimentare la gioia di essere salvato.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Il Signore insegna le sue vie agli umili, ai poveri e ai peccatori”.

Prima Lettura (Ez 18,25-28)

25 Voi dite: Non è retto il modo di agire del Signore.
Ascolta dunque, popolo d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? 26 Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l’iniquità che ha commessa. 27 E se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. 28 Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà.

Di che cosa discorrevano i deportati a Babilonia se non della distruzione della loro città e dei responsabili della catastrofe? Si arrovellavano il cervello, ma giungevano sempre alla medesima conclusione: siamo vittime di errori commessi da altri; i nostri padri hanno peccato e noi ne portiamo le conseguenze e, come un ritornello, andavano ripetendo il proverbio: “I padri hanno mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono legati fra loro” (Ez 18,2).

Le previsioni per il futuro erano fosche. Lontani da Gerusalemme, privi del luogo santo, del tempio in cui avrebbero potuto implorare il perdono del Signore e offrirgli sacrifici di espiazione per i peccati, si sentivano rovinati e avevano perso ogni speranza.

Fra questi deportati c’era anche Ezechiele che prese posizione contro le convinzioni diffuse fra il popolo. È vero – disse – che c’è una solidarietà nel male; è vero che le conseguenze del peccato raggiungono non solo chi lo commette, ma coinvolgono anche gli innocenti e si prolungano a volte per generazioni, tuttavia non si tratta di un destino ineluttabile; è possibile rompere questa catena e a ognuno è chiesto di dare il proprio contributo per imprimere un cambiamento di rotta alla storia. Chi lascia cadere le braccia, chi si rassegna non può dare la colpa ai padri, la responsabilità ricade su di lui che si comporta da imbelle, “egli muore per l’iniquità commessa” (v. 26).

La liberazione dal peccato non la si ottiene mediante l’esecuzione di riti; è inutile ripetere: “Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia” (Dn 3,38). La triste eredità del peccato la si cancella con la conversione: “Chi desiste dall’ingiustizia e agisce con rettitudine fa vivere se stesso” (v. 27).

Il messaggio di Ezechiele è consolante: il no dell’uomo a Dio è sempre gravido di conseguenze, ma non è definitivo, non è mai l’ultima parola. In ogni momento può divenire un : “Chi, dopo aver riflettuto, si allontana dalle colpe commesse, di certo vivrà e non morirà” (v. 28).

Seconda Lettura (Fil 2,1-11)

1 Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2 rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. 3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, 4 senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri.
5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
6 il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
7 ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
8 umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
9 Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
10 perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
11 e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

Questo brano è già stato commentato nella domenica delle Palme.

Vangelo (Mt 21,28-32)

28 “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. 29 Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò.
30 Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. 31 Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Dicono: “L’ultimo”.
E Gesù disse loro: “In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32 È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli.

Videocommento

La terra promessa da Dio al suo popolo non è solo quella “dove scorre latte e miele”, ma anche quella in cui abbondano frumento, olio… e vino (Dt 8,6,10). “Invitare il suo vicino sotto la sua vite e sotto il suo fico” era il sogno coltivato da ogni israelita (Zc 3,10).

In un tempo come il nostro in cui tutto è meccanizzato, si bada soltanto alla quantità dei prodotti e al loro valore commerciale, parlare di un rapporto affettivo con la propria vigna suonerebbe ingenuo e un po’ patetico. Non era così in Israele. Mentre potava, il contadino accarezzava, con lo sguardo commosso dell’innamorato, la propria vite, le rivolgeva parole dolci e tenere. I poeti hanno cantato spesso questo amore e Dio se n’è servito per descrivere la passione che lo lega al suo popolo (Is 5,1-7). Israele è “la vigna deliziosa: cantatela! Io, il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che venga danneggiata, io ne ho cura notte e giorno” (Is 27,2-3).

Gesù ha ripreso più volte questa immagine: ha parlato di operai inviati, in ore diverse, a lavorare nella vigna (Mt 20,1-15), di vignaioli omicidi che non vogliono consegnare i frutti (Mt 21,33-40) e soprattutto ha presentato se stesso come “la vera vite” (Gv 15,1-8).

La parabola del vangelo di oggi mette in scena tre personaggi: un padre e due figli.

Gli ascoltatori di Gesù intuiscono subito che il padre rappresenta Dio, ma certo rimangono sorpresi dal fatto che egli abbia due figli. Il figlio di Dio è uno solo, Israele; per bocca del profeta Osea il Signore ha detto: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio” (Os 11,1) e al faraone ha dichiarato: “Israele è il mio figlio primogenito” (Es 4,22). La Scrittura afferma che solo “i giudei sono figli del Dio Altissimo” (Est 8,12q), “figli che non deluderanno” (Is 63,8). Sentir parlare di due figli di Dio è sconcertante per un israelita; ma è solo l’inizio, il seguito della parabola è ancora più provocatorio.

All’invito del padre ad andare a lavorare nella vigna, il primogenito rispose zelante, con prontezza: Sì, signore (letteralmente: Io, signore!; come dire: non pensare ad altri, ci sono io!), ma poi non andò (v. 29). Non si dice che, per svogliatezza o sedotto da una proposta allettante degli amici, “cambiò idea”; no, egli, anche quando aveva detto sì, non era per nulla d’accordo con il programma del padre, aveva soltanto pronunciato parole, parole vuote.

Il richiamo è a un altro detto di Gesù: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21).

Questo primogenito rappresenta evidentemente gli israeliti che già Mosè aveva definito “figli degeneri, generazione perversa”, “figli infedeli” (Dt 32,5.20). Non tutti gli israeliti, naturalmente, ma quelli che, a parole, si erano assunti gli impegni dell’alleanza e poi li avevano ridotti a riti esteriori, a cerimonie senza valore, convinti di essere a posto con il Signore perché gli offrivano sacrifici, olocausti, preghiere. Questa, al tempo di Gesù, era la religione praticata dai sacerdoti del tempio e dai notabili del popolo. Non produceva i frutti voluti da Dio: “Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, si attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi” (Is 5,7). Le solenni liturgie erano foglie, non frutti (Mt 21,18-22).

Le provocazioni della parabola non sono finite. Il padre rivolse anche al secondo figlio la richiesta di andare a lavorare nella vigna e la risposta fu: “Non ne ho voglia”. Poi però, preso dal rimorso, ci andò (v. 30).

L’allusione agli odiati pagani – che ora sono elevati al rango di figli – è esplicita. Essi non hanno dato alcuna adesione formale alla volontà del Signore, ma sono entrati per primi nel regno di Dio.

Quando Matteo scrive questo brano sono passati cinquant’anni dalla morte e risurrezione di Cristo e la profezia si è già realizzata: le comunità cristiane sono composte soprattutto da ex-pagani, mentre la maggioranza dei figli di Abramo non ha riconosciuto in Gesù il messia di Dio, non è entrata nella vigna.

Questa constatazione potrebbe ingenerare la pericolosa illusione che questi due figli siano dei personaggi preistorici, che non hanno nulla a che vedere con noi. I cristiani sarebbero il “terzo figlio”, quello che dice di sì e fa la volontà del Padre. Professano una fede chiara e immune da errori teologici, si impegnano a osservare comandamenti e precetti e lodano il Signore con canti e preghiere.

Ma proviamo a chiederci quale incidenza hanno nella vita di ogni giorno (Va’ oggi a lavorare nella vigna!) le nostre formule, le nostre dichiarazioni, le nostre formali prese di posizione, i nostri riti. Pongono fine agli odi, alle guerre, ai soprusi? Pur continuando a professarci cristiani, non ci rassegniamo facilmente a una vita di compromessi? Non ci adeguiamo spesso ai criteri di questo mondo e al buon senso degli uomini? Non conviviamo forse con le ingiustizie, le disuguaglianze, le discriminazioni?

Il terzo figlio esiste, ma non siamo noi. Solo “il Figlio di Dio, Gesù Cristo – scrive Paolo – non fu “sì” e “no”, ma in lui ci fu solo il “sì”. Tutte le promesse di Dio in lui divennero “sì” (2 Cor 1,19). Egli è l’unico che ha sempre detto: “Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te” (Mt 11,26).

La conclusione della parabola (vv. 31b-32) contiene quella che è forse l’affermazione più provocatoria di Gesù: “I pubblicani e le prostitute stanno passandovi avanti nel regno di Dio”. Il verbo è al presente; si tratta di una constatazione: i pubblici peccatori che non hanno alcun paravento religioso dietro il quale nascondersi, coloro che non possono fingere perché la loro condizione è palese a tutti, anche a loro stessi, si trovano avvantaggiati rispetto a coloro che si ritengono giusti. Questi si sentono sicuri e protetti dalle pratiche religiose che adempiono fedelmente e non si rendono nemmeno conto della propria lontananza dalla vigna del Signore.

“I pubblicani e le prostitute” che sanno di essere lontani da Dio non si illudono di compiere la sua volontà, sono coscienti di avere detto di no, non tentano di ingannare se stessi adempiendo precetti da loro inventati, non tranquillizzano la coscienza con pratiche che nulla hanno in comune con la vera religione. La loro consapevolezza di essere poveri, deboli, peccatori bisognosi di aiuto, li predispone a ricevere per primi il dono di Dio.

L’altro fratello entrerà nella vigna quando smetterà di ritenersi giusto, quando rinuncerà all’orgoglio di quelle che ritiene le sue opere buone, quando riconoscerà la propria ipocrisia e ne proverà disgusto, quando abbandonerà le sicurezze che gli derivano dal fatto di aver sempre detto di sì a parole e gioirà nel sentirsi salvato dall’amore gratuito del Padre.

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