Nel suo ultimo intervento di risposta a Ferrario e a me, che si può leggere qui, P. Gamberini chiarisce bene dove stia il cuore della sua obiezione che ci rivolge. Egli dice: il protestante Ferrario e il cattolico Grillo fanno bene a lamentare il venire meno della pratica di culto domenicale, ma la questione sta “più a monte”. In sostanza, Gamberini dice che la questione della pratica del culto risulta secondaria, rispetto ad un problema primario, che è il modo di pensare la relazione con Dio.
di Andrea Grillo
Pubblicato il 18 Settembre 2026
nel blog: Come se non
Se provo a leggere il suo testo con tutta la precisione necessaria, vedo che la contestazione si rivolge al “circolo ermeneutico” che muove dalla “Parola di Dio” (o dalla Liturgia) e approda alla fede. Egli dice: quel circolo, tanto per i protestanti, quanto per i cattolici, è diventato un circolo chiuso e vizioso. Il punto di partenza non è né la Parola di Dio, né il rito sacramentale: all’inizio, per Gamberini, vi è un “essere già in Dio” che sarebbe un immediato della esistenza.
Mi sembra molto interessante che la postura “post-teista” – che Gamberini interpreta con competenza da molti anni – inclini a questa “sufficienza” verso le mediazioni: tanto il culto della Parola protestante, quanto il culto sacramentale cattolico sarebbero “residui” di una lettura superata, al posto della quale si collocherebbe la visione “post-teista”, che non si lega ad alcuna mediazione, che si interpreta come “im-mediata”. Questa critica, del tutto legittima, mi ha fatto pensare alle polemiche di più di 100 anni fa che vorrei riprendere brevemente, per cercare di comprendere meglio la questione
Il gioco delle parti: M. Festugière contro la immediatezza protestante e contro…i gesuiti
Subito prima della I guerra mondiale, uno degli uomini più originali del mondo benedettino, M. Festugière, scrisse un libro (La liturgie catholique) – 1913 che fece scandalo (fu quasi censurato e ritirato da molti seminari): egli difendeva la “mediazione liturgica” come fonte e culmine della fede cristiana, identificando un duplice nemico: uno sullo sfondo – il liberalismo protestante – e uno prossimo – il pensiero dei gesuiti. Che cosa unificava, per Festugière, i due fronti? La mancanza di considerazione della mediazione.
Poiché tanto il protestantesimo quanto il cattolicesimo non si lasciano pensare in modo così unitario come vorrebbero gli stereotipi, oggi la discussione sembra passare per una diversa differenziazione. Ferrario e Grillo si preoccupano di salvare il fenomeno del culto, la mediazione cultuale, come fenomeno originario, mentre Gamberini sembra guardare al culto con una certa sufficienza e pone la questione altrove.
Questo è il frutto di una evoluzione significativa delle teologia protestanti e cattoliche dal 1913 in poi. Ciò che colpisce è che la posizione di un gesuita come Gamberini non riesca ad attribuire nulla di originario né all’ascolto della Parola né alla actio sacra del sacramento. L’originario sarebbe prelinguistico e prerituale.
Qui io ho difficoltà e mi oriento guardando al pensiero di un altro gesuita, K. Rahner, che ha avuto, in sé, anche la posizione di Gamberini, però non assolutizzata. La identità di essere e pensiero, che sta nella prima parte sia di Hoerer des Wortes, sia di Geist in Welt è la immediata coincidenza tra essere e grazia. Ma Rahner ha sempre potuto e dovuto riconoscere una parte “recettiva” dell’uomo, un ricevere se stesso nelle mediazioni. Le seconde parti delle sue due grandi opere sono, appunto, il riconoscimento che l’uomo deve “ritornare” a se stesso, nelle e grazie alle mediazioni, che non guarda mai dall’alto, ma dal basso. La eredità di Rahner è in qualche modo spezzata in due, come il suo pensiero. Ma la unità, nel pensiero di Rahner, non penso si possa ottenere radicalizzando solo una delle due parti di cui è composto.
La discussione oggi e l’equilibrio delle mediazioni
E’ evidente che ognuno dei tre interlocutori ha portato nella discussione la propria mediazione ecclesiale. Non siamo immediati. Siamo noi stessi “a valle” – non a monte – rispetto alle nostre idee, siamo sempre anche prodotti delle forme sociali ed ecclesiali che abbiamo vissuto. Per questo, nel gioco delle parti, se Festugière leggesse il nostro dibattito potrebbe pensare che la posizione “iperliberale” sia sostenuta dal teologo gesuita, mentre il teologo evangelico si colloca, in questo caso, non lontano da una posizione cattolica. In nessun modo possiamo sottostimare la provocazione di Gamberini. Ma proprio perché voglio farmi inquietare dalla tradizione, io continuo a pensare che maggiore sia la forza della mediazione di Parola e di Sacramento, di quanto non sia quella di una “meditazione” previa. Su questo benedettini e gesuiti hanno discusso per secoli, e la discussione continua, come è evidente, sul piano teologico.
La questione è ancora una volta questa: che cosa “precede”? Che cosa sta “a monte”? Siamo sicuri che Parola e Riti siano una “aggiunta esterna” ad una esperienza previa? Qui, io credo, le questioni teologiche e le questioni filosofiche si intrecciano così a fondo, che abbiamo bisogno di tutte le tradizioni di fede e di pensiero per riuscire da dire qualcosa di veramente fondato. E il confronto tra posizioni diverse aiuta a capire meglio quanto complicato sia il problema della pratica di culto, che non si può mai risolvere semplicemente con un riferimento a “ben altro” che starebbe “a monte”. Questa metafora geografica non ha la forza di convincermi.