La proposta teologica e spirituale di José Cobo Cucurull

Sintesi in italiano di:
Responder a Dios en tiempos de ateísmo
La propuesta teológica y espiritual de José Cobo Cucurull
Alexis Bueno Guinamard
10/07/2026
Cortesia de
https://www.laciviltacattolica.es

Annunciare il Dio vivo della fede cristiana è diventato difficile in una società secolarizzata. Molte persone, anche animate da buona volontà, non sanno più che cosa farsene della parola “Dio”. La modernità ha imparato a vivere senza ricorrere a lui: si può costruire un’etica, coltivare la bellezza, praticare la solidarietà, organizzare il mondo senza presupporre una presenza divina. Già Dietrich Bonhoeffer aveva intuito questa svolta, invitando i cristiani a vivere nel mondo etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse. Eberhard Jüngel ne avrebbe tratto una conseguenza decisiva: proprio il fatto che l’uomo abbia imparato a vivere senza Dio deve diventare un punto di partenza della riflessione teologica.

È dentro questo orizzonte che si colloca il pensiero di José Cobo Cucurull. La sua tesi è paradossale: forse proprio in un’epoca in cui Dio non è più dato per scontato diventa possibile essere cristiani in modo più autentico. La fede non può più appoggiarsi a una visione religiosa condivisa del mondo, né limitarsi a ripetere formule tradizionali diventate incomprensibili. Ma non può neppure ridursi a un’etica del bene o dissolversi in una spiritualità genericamente religiosa. Occorre riscoprire Dio come una chiamata che interpella l’esistenza.

Modernità: quando Dio brilla per la sua assenza

Il mondo antico era popolato di dèi, potenze spirituali e realtà soprannaturali. Il mondo moderno parte invece dal presupposto opposto: Dio non è più un’evidenza, ma un’opzione personale. Anche il credente vive immerso in un universo percepito come autonomo, regolato da leggi proprie e affidato alle capacità dell’uomo.

La visione scientifica e tecnica ha reso sempre più difficile immaginare un Dio che interviene dall’esterno modificando il corso degli eventi. Persino il mistero viene spesso considerato soltanto come ciò che la conoscenza non ha ancora spiegato. Di conseguenza, anche chi continua a pregare può chiedersi quale senso abbia rivolgersi a Dio.

La questione non riguarda dunque soltanto l’ateo. Tocca il credente nel profondo. Il Dio personale del cristianesimo fatica a trovare posto nell’immaginario moderno. Di fronte a questa difficoltà, una possibile scorciatoia consiste nel rendere la fede più accettabile: Dio viene ridotto a motivazione etica, oppure trasformato in un principio spirituale impersonale comune alle religioni. Per Cobo, però, entrambe le soluzioni aggirano il problema invece di affrontarlo. La modernità mette a nudo una radicale autonomia del soggetto, poco disposto a riconoscere un Signore diverso da se stesso. Proprio qui deve ricominciare la domanda cristiana.

La vita come dono

Il punto di partenza della vita spirituale è l’esperienza del dono. La Bibbia presenta il mondo come qualcosa che l’uomo non si è dato da solo. La vita è ricevuta, e proprio per questo è affidata alla nostra custodia.

Cobo riprende l’idea ebraica dello Tsimtsum, la “contrazione” di Dio: creando, Dio si ritira perché il mondo possa esistere con una sua autonomia. Il riposo del settimo giorno indica simbolicamente questo spazio lasciato alla creazione e alle sue leggi. Dio non interviene continuamente per sospenderle, ma affida all’uomo il compito di agire nel mondo: le mani dell’uomo diventano, in un certo senso, le mani attraverso cui la responsabilità divina prende forma nella storia.

L’assenza apparente di Dio non significa allora che il mondo sia privo della sua traccia. Essa si manifesta anzitutto nella benedizione originaria che avvolge la creazione e nella sacralità della vita dell’altro. Il “non uccidere” nasce precisamente da questa convinzione: ogni essere umano porta un segno di Dio.

La fede nasce così da una fiducia fondamentale: il mondo, nonostante tutto, può essere percepito come casa; la vita come dono; il bene come una promessa che non è cancellata dalla storia. Ma questa esperienza non è impersonale. La trascendenza esige un “tu”: il tu dell’altro e il Tu di Dio. L’essenziale non è riuscire a vedere Dio, ma lasciarsi raggiungere dal suo sguardo.

Religione e idolatria

Il racconto biblico mostra però che questa fiducia originaria viene spezzata. Adamo ed Eva diffidano di Dio e vogliono bastare a se stessi. Perdendo il rapporto con colui di cui sono immagine, smarriscono anche il proprio fondamento.

Il vuoto lasciato da Dio viene allora riempito dagli idoli. L’uomo continua a cercare una potenza capace di salvarlo, anche quando non la chiama più “religione”. I templi possono diventare centri commerciali, stadi o concerti; i rituali possono assumere la forma del culto del corpo, del successo, della celebrità o della performance personale. La domanda rimane la stessa: a quale potere devo consegnarmi per sentirmi salvo, riconosciuto, forte?

Alla rottura con Dio segue quella tra gli uomini. Dopo Adamo ed Eva vengono Caino e Abele. Il fratello non è più percepito come fratello, ma come rivale, minaccia, ostacolo. La modernità rende questa condizione particolarmente evidente nella centralità dell’individuo autonomo.

Qui diventa decisiva l’influenza di Emmanuel Lévinas: l’altro non è un oggetto da comprendere o utilizzare, ma colui che irrompe nella mia esistenza con un imperativo. Il suo volto dice: “non uccidere”. L’insensibilità verso il dolore del fratello e l’indifferenza verso Dio sono, in questa prospettiva, due aspetti della stessa cecità.

Croce e rivelazione

Il dramma della separazione tra Dio e l’uomo trova il suo punto di svolta nell’Incarnazione. In Gesù di Nazaret Dio e l’umanità si incontrano nuovamente. Questo incontro raggiunge il suo vertice nella croce.

Per Cobo, non basta considerare Gesù come un profeta che trasmette un messaggio divino. Sulla croce accade qualcosa che riguarda l’identità stessa di Dio. Dio si riconosce nel volto umano dell’innocente crocifisso. Il Dio cristiano non è dunque una potenza che osserva dall’alto l’umanità e attende che essa salga spiritualmente verso di lui. È il Dio che chiama dal volto degli esclusi.

In questo senso, la croce segna la fine della falsa religione fondata sulla potenza. Il Dio davanti al quale il cristiano si inginocchia appare impotente, presente nei corpi degli abbandonati e dipendente, per così dire, dalla risposta libera dell’uomo. Il suo amore prende la forma del perdono.

La speranza cristiana nasce proprio qui. Quando ogni progetto umano sembra fallire e il male pare avere l’ultima parola, la fede continua ad attendere ciò che il mondo non riesce a generare da se stesso. Credere significa sperare l’impossibile.

Credere è attraversare la notte

La benedizione originaria della creazione non cancella il male. Auschwitz, i gulag, il Ruanda e ogni forma di orrore pongono il credente davanti a una domanda radicale: perché Dio non interviene?

La fede non evita questa esperienza. Al contrario, attraversa la notte dell’assenza di Dio. Il Dio immaginato come forza che arriva all’ultimo momento a risolvere le situazioni non si presenta. Anche Gesù nel Getsemani sperimenta l’abbandono. Anche i mistici conoscono la notte.

La differenza tra credente e non credente, allora, non consiste nel fatto che il primo possieda una certezza evidente della presenza divina. Entrambi possono sperimentare la mancanza di Dio. Il non credente conclude dall’assenza che Dio non c’è; il credente soffre quell’assenza come una perdita e continua, pur nel dubbio, ad attendere.

La vicenda di Teresa di Calcutta mostra come una profonda oscurità interiore possa convivere con una radicale dedizione agli ultimi. È ancora il paradosso di Bonhoeffer: agire come se Dio non esistesse, assumendo fino in fondo la responsabilità umana. Dio non ha altre mani che le nostre. La fede non diventa quindi una fuga dalla realtà, ma una forma ancora più esigente di immersione in essa.

Dall’uomo religioso al credente

Di fronte alla crisi del teismo tradizionale, è forte la tentazione di cercare un Dio impersonale, identificato con l’amore, l’energia o una dimensione spirituale comune a tutte le religioni. Cobo rifiuta questa soluzione: se Dio fosse soltanto un’energia positiva, l’uomo resterebbe in fondo solo. La fede biblica implica invece un Tu.

Dio è colui che chiama e davanti al quale l’uomo deve rispondere. Essere credenti significa uscire dalla posizione dello spettatore. L’alternativa non è anzitutto comprendere o non comprendere Dio, ma rispondere o passare oltre. La parabola del buon Samaritano rende evidente questa struttura della fede: la vita viene interrotta dalla presenza dell’altro e da ciò che il suo bisogno domanda.

Anche il giudizio finale di Matteo 25 colloca al centro questa risposta: “avevo fame”, “ero malato”, “ero straniero”. La relazione con Dio si decide nel rapporto con il più piccolo. E la sorpresa dei giusti rivela che tale risposta può essere data anche senza un’esplicita motivazione religiosa.

La differenza tra Socrate e Abramo aiuta a comprendere il punto. Socrate cerca una risposta attraverso la ragione; Abramo viene chiamato e deve rispondere con la propria vita. E con Mosè il movimento si approfondisce: la chiamata di Dio diventa liberazione dei fratelli schiavi. La libertà non consiste semplicemente nel fare ciò che si vuole, ma nel lasciarsi impegnare dalla sofferenza di chi non conta.

La fede è perciò una storia. Conduce fuori dalle sicurezze e verso i luoghi in cui gli uomini sperimentano più dolorosamente l’assenza di Dio: povertà, esclusione, solitudine. La voce divina emerge paradossalmente da questa assenza. Crede colui che ascolta nel grido dei senza-Dio il grido stesso di Dio.

Da qui anche l’importanza dei testimoni. Il credente non inventa la fede da solo: vive della memoria di coloro che hanno risposto con l’intera esistenza. Per parlare di Dio non basta offrire definizioni; occorre raccontare storie: Abramo, Mosè, Gesù, Óscar Romero e tanti altri. Dio è diventato storia umana, e sono le vite dei testimoni a renderne percepibile la chiamata.

Conclusioni

Il pensiero di José Cobo cerca di rendere possibile una fede cristiana vigorosa dentro la secolarizzazione. La sua proposta rifiuta sia la semplice ripetizione di formule tradizionali ormai incomprensibili, sia due riduzioni opposte: quella etica, che considera Dio soltanto una motivazione per fare il bene, e quella transconfessionale, che dissolve il cristianesimo in una generica spiritualità universale.

Dio non è una “ipotesi di lavoro” necessaria per spiegare il mondo. Non è neppure una semplice idea da comprendere. È una chiamata a cui rispondere.

Questa chiamata raggiunge l’uomo soprattutto dal volto dei crocifissi della storia. Per questo la spiritualità cristiana non può essere evasione, ricerca di benessere interiore o consolazione astratta. Deve diventare, per usare una formula cara alla teologia contemporanea, una mistica dagli occhi e dalle orecchie aperti.

In tempi di ateismo, la fede può allora ritrovare la sua forma più essenziale: non possedere Dio, ma lasciarsi interpellare; non fuggire dall’assenza, ma attraversarla; non cercare salvezza negli idoli, ma riconoscere nel volto vulnerabile dell’altro la chiamata del Dio che continua a domandare all’uomo una risposta.

La sintesi riprende i nuclei portanti dell’originale — modernità e assenza di Dio, dono, idolatria, croce, notte della fede, risposta al fratello e conclusioni — mantenendone la successione argomentativa.