Una riflessione in vista del nuovo anno pastorale a partire da quanto celebrato nei mesi estivi

di Marco Pappalardo
9 Settembre 2026
Per gentile concessione di
http://www.vinonuovo.it

Le vacanze estive sono ormai quasi finite, e con loro tornano gli orari, le agende che si riempiono, le prime riunioni di programmazione. Viene naturale pensare – a chi non è molto addentro alle dinamiche ecclesiali – che l’estate sia stata, per la Chiesa, un lungo fermo e che ora tutto debba semplicemente ripartire.  Cominciamo dall’ovvio, cioè che alcune attività devono fermarsi, ed è giusto così: la catechesi settimanale, gli incontri dei gruppi, le riunioni varie. Chi non stacca mai, prima o poi cade nella routine e persino si spegne! Il parziale “fermo estivo” non è una defezione dalla fede, è una forma di cura, verso sé stessi e verso chi si accompagna. Inoltre, mentre le attività ordinarie prendono fiato, altro si mette in moto. Pensiamo alle feste patronali e mariane che segnano l’estate di tante comunità. Sono, spesso, il momento dell’anno in cui la fede popolare incontra più persone di qualunque altra iniziativa pastorale: chi non mette piede in chiesa a gennaio, ad agosto segue la processione; chi non ha mai fatto un percorso di catechesi, in quei giorni respira comunque qualcosa che assomiglia alla fede dei padri, tramandata per strada, tra bande musicali e luminarie. E poi ci sono i grest, i campi estivi, i pellegrinaggi, le esperienze scout, le missioni giovanili. Attività che, per intensità e per la forma stessa dell’esperienza – vivere insieme, per giorni, fuori dagli schemi abituali – spesso formano più di un intero anno di incontri settimanali. Non è un paradosso, è semplicemente un altro modo di fare pastorale, che l’estate rende possibile.

Ed è qui che arriva il punto, forse il più importante. A settembre le comunità tornano a programmare, si riavviano i gruppi di cammino di fede, riprende la catechesi, tornano a incontrarsi gli scout, ecc. Eppure, questo mese non dovrebbe essere un foglio bianco! Non per i ragazzi che sono tornati da un campo estivo diversi da come sono partiti, o per chi ha vissuto un pellegrinaggio che ha lasciato un segno. Se le programmazioni pastorali ripartono come se l’estate non fosse successa, si perde qualcosa di prezioso, cioè il frutto di ciò che è germogliato proprio mentre si pensava che “tutto fosse fermo”.

La domanda, allora, non è se le attività ecclesiali vadano in vacanza, bensì se le nostre comunità sanno accorgersi di quello che continua a crescere sotto traccia e se sappiamo davvero raccogliere, invece di ricominciare da capo. Raccogliere è un gesto diverso dal ricominciare da capo, e ha bisogno di modalità proprie. Significa, per esempio, dedicare i primi incontri non a fare calendari e basta, ma ad ascoltare: ad esempio, chiedere a ragazzi ed educatori cosa hanno vissuto, cosa li ha toccati durante un campo o un pellegrinaggio, cosa vorrebbero portare avanti. Significa fare una verifica della festa patronale come esperienza in cui la comunità si interroga su cosa ha funzionato, chi si è avvicinato, cosa è rimasto. Vuol dire anche avere il coraggio di modificare la programmazione già pensata, se l’estate ha fatto emergere bisogni o desideri nuovi, invece di eseguire il “si è fatto sempre così” o nel migliore dei casi un piano scritto a giugno come se nulla, nel frattempo, fosse successo.

Raccogliere è un lavoro più lento del ricominciare, poiché chiede di fare memoria prima di programmare, di riconoscere ciò che è già germogliato prima di seminare altro. È proprio questa lentezza, forse, il segno che una comunità non ha semplicemente atteso la fine delle vacanze, bensì le ha attraversate con consapevolezza.