Viaggio tra ragazzi e ragazzini in balia di droga, fame e abbandono nella capitale keniana. Vite che riescono a trovare un riscatto attraverso l’aiuto degli operatori di Koinonia, la comunità fondata dal missionario comboniano padre Renato “Kizito” Sesana

Guglielmo Gallone – inviato a Nairobi
13/09/2026
Per gentile concessione di
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Non chiamateli zombie. I bambini e i ragazzi di Nairobi che vivono per strada e che stordiscono la fame o il freddo inalando colla, benzina e altre sostanze nascoste dentro piccole bottiglie di plastica, sono tutto tranne gli zombie che tanti documentari raccontano. Sì, è vero: si drogano, non vanno a scuola, sono sporchi, hanno l’alito e i vestiti che puzzano di jet fuel, le ciabatte bucate, dormono su pochi cartoni buttati su un marciapiede del centro coprendosi con sacchi di plastica, alcuni delinquono, girano con i coltelli e possono essere veri e propri criminali, con la pistola in mano. Ma quando si incontrano e ci si cammina assieme, nonostante la droga inalata dalla bottiglietta nascosta nella manica della felpa mentre ci si parla, si capisce che quei bambini e quei ragazzi sono tutto tranne zombie.

Padre Kisito con i ragazzi di strada

Nei momenti che si trascorrono con loro si vengono a conoscere i loro eroi: da Leo Messi a Cristiano Ronaldo a Kylian Mbappé fino al Papa, «prima c’era Francesco, oggi c’è Leone!», se ne sentono persino i rimproveri verso chi si droga, ma soprattutto se ne conoscono i ricordi, le emozioni, le paure, le assenze, i cuori. Che si spalancano in un istante preciso. «Ce lo hai Facebook?», domandano alla vista di uno smartphone. Ma non sono interessati a ciò che il social può offrire. «Voglio cercare una persona», ti chiedono e allora parte la ricerca di Jackline, e il terzo profilo di quattro è quello giusto: «È mia mamma, voglio scriverle». E l’unica domanda che viene spontanea è chiedere da quanto tempo non la senta e non la veda: «Sono cinque anni, da quando è andata a Dubai, da quando io vivo per strada». E lui di anni oggi ne ha 15. E i suoi messaggi, tradotti dal kiswhaili, sono semplici e ingenui: «Ciao mamma cara, come stai? Niente di particolare. Volevo solo salutarti. Ci sentiamo, sono con un italiano. Ci sentiamo».

Eccoli, gli “zombie di Nairobi”. Gli zombie hanno una madre? Ne ricordano il nome e il volto dopo cinque anni? La cercano tra quattro fotografie su Facebook non appena vedono uno straniero con uno smartphone? Sentono il bisogno di dirle semplicemente: “Volevo solo salutarti”? Gli zombie hanno nostalgia? Hanno paura? Hanno memoria? Si preoccupano di far sapere alla propria madre dove sono e con chi sono? Aspettano che qualcuno torni a prenderli? Sognano di tornare a casa? Si ricordano l’ultima volta che hanno dormito in un letto? Gli manca un abbraccio? Hanno ancora bisogno di essere chiamati figli? E un ragazzo di quindici anni che da cinque vive per strada è davvero uno zombie, o è anzitutto un bambino che a dieci anni ha perso sua madre, costretto a respirare il jet fuel pur di dormire e di non sentire freddo?

Nairobi, alle cinque del mattino è ancora avvolta nel buio, ma comincia a svegliarsi. Si parte dal centro di accoglienza di Kivuli, fondato dal missionario comboniano padre Renato “Kizito” Sesana, e ci si dirige verso il cuore della capitale. La guida si chiama Jack Matika, conosce tutti e tutti lo conoscono, sono venti anni che lavora come educatore di strada di Koinonia, la comunità fondata da padre Kizito nel 1982 in Zambia, allargatasi in Kenya, dal 1991, e sui monti Nuba, in Sudan, dal 1995, per sostenere soprattutto bambini e ragazzi di strada, così come le persone più vulnerabili. Lungo il tragitto, Jack spiega cosa si farà: cercare i bambini di strada e le famiglie senza casa che trascorrono la notte nel centro di Nairobi. Bisogna muoversi presto, quando la città non ha ancora inghiottito le persone che dormono sui suoi marciapiedi. È una delle missioni di Koinonia: «Dare speranza e dare vita ai più vulnerabili». Questo è il popolo di Jack.

Ma lui questa vocazione non l’aveva cercata. Quando è arrivato a Nairobi, nel 2001, voleva fare l’insegnante, guadagnarsi da vivere e costruirsi un futuro nell’educazione. Ma, prosegue, «Dio aveva una chiamata diversa per me. Quando ho incontrato padre Kizito, tutto il mio modo di pensare, il mio modo di fare le cose, il mio approccio sono decisamente cambiati. La missione di Koinonia ha trasformato e cambiato tutte le idee che avevo su quello che pensavo di fare, soprattutto per quanto riguarda l’umanità, l’amore, il prendersi cura degli altri. E questa è stata una chiamata molto forte. Così ho lasciato l’istruzione e mi sono unito a Koinonia, a padre Kizito e alla missione dell’umanità, alla missione di servire i più vulnerabili. E, naturalmente, questa è una chiamata che, quando arriva, non ti lascia alternative. Ma a me piace questa missione, mi piace questa chiamata, mi piace quello che Koinonia sta facendo e quello che ha fatto in passato. Mi piace toccare le vite delle persone, soprattutto quelle dei bambini, dei giovani e delle donne che vivono in situazioni difficili. Persone che vivono per strada; madri e bambini che vivono senza cibo, senza un riparo, semplicemente senza una casa. Persone che muoiono anche a causa di malattie semplici, per il freddo, per il colera e per cose di questo genere, perché i luoghi nei quali vivono sono insalubri».

Ed è in effetti è quello di una mamma il primo volto che si incontra per strada. Si chiama Faith, ha 24 anni e vive ai Jeevanjee Gardens, un piccolo parco pubblico nel cuore di Nairobi. Con lei c’è sua figlia. «Si chiama Joyce – ci confida – perché lei porta la gioia nella mia vita». La loro casa, da circa due mesi, è qui: «Vivo per strada perché non riuscivo più a pagare l’affitto. Non avevo nessuno che potesse pagarlo per me e così sono dovuta venire qui. Spero che qualcuno possa aiutarmi a trovare una casa e allora potrò tornare a vivere lì». Prima un lavoro ce l’aveva. Poi è finito. E quando si ha una bambina, anche le necessità più elementari diventano un problema: «Bisogna comprare da mangiare, i pannolini, qualche vestito». Persino quello che si riesce a conservare però può sparire da un momento all’altro. «A volte arriva la polizia e brucia le nostre cose, le coperte e i vestiti. E allora bisogna ricominciare da zero». Faith non parla di grandi progetti, ma di necessità più semplici. «La prima cosa che ci manca è il cibo. E poi possono passare anche due settimane prima di riuscire a lavarsi. È una grande difficoltà». E in effetti Joyce non smette mai di piangere. Ha il naso pieno di muco, tossisce, tenta di strappare il microfono dalle mani di Faith, come se volesse gridare al mondo l’ingiustizia che sta vivendo. E se si chiede a Faith cosa significhi essere mamma, a rispondere sarà la sua storia. «Era il secondo trimestre del liceo e sono rimasta incinta. Non ero sposata, ho partorito una bambina e da allora mi sono presa cura di lei».

Dopo aver accompagnato Faith e Joyce in farmacia, ci si sposta dai piccoli di strada. Jack non fa altro che sedersi a un bar sulla piazza. I bambini e i ragazzi arrivano. A ondate. Se ne fermeranno, in un’ora circa, almeno una trentina con età che vanno dagli otto ai 25 anni. Non è facile dire quanti siano, in Kenya. L’ultimo censimento nazionale sulle famiglie di strada, realizzato nel 2025 e pubblicato dal Kenya National Bureau of Statistics nel giugno 2026, contava 18.049 persone che vivono o sono “connesse” alla strada in tutto il Paese. Più di una su quattro, il 26,1 per cento, ha meno di 18 anni; oltre la metà, il 50,4 per cento, ha tra i 18 e i 34 anni. Sono numeri nettamente inferiori a quelli del precedente censimento del 2018, quando le persone censite erano 46.639, di cui 15.337 nella sola Nairobi. Le organizzazioni che lavorano sul campo restituiscono però una dimensione molto diversa del fenomeno. Diverse stime parlano di 250-300.000 tra bambini e ragazzi connessi alla strada in Kenya e di oltre 60.000 nella sola Nairobi.

Sono molti a finire nella morsa della droga, anche perché gli inalanti hanno costi tutt’altro che proibitivi, sono gli stessi ragazzi a raccontare che con 180 scellini kenioti, l’equivalente di 1,20 euro, se ne possono comperare due bottigliette. Eppure, quella piccola bottiglia di plastica che portano con sé, molti la nascondono. La tengono nella manica della felpa, vicino al viso, e la portano continuamente alla bocca per aspirarne i vapori. È un gesto che alcuni ripetono quasi senza interruzione, anche mentre raccontano la loro vita. «Hanno paura di essere visti, giudicati – spiega padre Kizito – sanno che drogarsi non fa bene, ma è l’unico modo che hanno per proteggersi dal freddo e per addormentarsi mentre vivono in strada. È l’unico modo che hanno per non pensare. Ne ho accolti diversi, di questi ragazzi, in tutti questi anni. E non potrò mai dimenticarne uno, arrivato al centro di Kivuli con la schiena completamente bruciata. Prima di drogarsi aveva acceso il fuoco, poi si era addormentato e, tra il sonno e gli effetti della droga, non si era neppure accorto che il suo corpo stava bruciando».

Non è un fenomeno nuovo. L’uso di inalanti tra i ragazzi di strada in Kenya è ampiamente documentato: uno studio condotto su 227 bambini e giovani di strada nella contea di Meru ha rilevato l’uso di colla nel 56,4 per cento dei casi. Precedenti ricerche in Kenya avevano registrato anche l’inalazione di benzina. Eppure, è sempre un colpo al cuore avere davanti agli occhi questi quindicenni che, pur di soffrire di meno la strada, usano queste sostanze, iniziano a ridere senza motivo, a ruotare velocemente la testa, a fare versi strani con la voce per poi tornare “normali”.

Così come un colpo al cuore sono il dover salutare il quindicenne che non ha ricevuto, via facebook, la risposta dalla mamma, e la sua muta preghiera di restare, di non andare via nella speranza che il telefono prima o poi possa suonare. Su Facebook appare la scritta “messaggio consegnato”. Ma sarà stato davvero così? Jackline avrà visto la notifica? La vedrà mai? Sarà davvero a Dubai? Ci sarà mai arrivata e per fare cosa? Quale è la sua vita ora? Saprà cosa significa per un ragazzino non vedere la propria mamma da cinque anni e non sapere se potrà mai riabbracciarla? Domande che si rincorrono nella mente tanto da dimenticare persino il nome del giovane, ma non gli occhi e non quello sguardo. Di chi chiede aiuto, di chi cerca sua madre, non certo di uno zombie.