I Vangeli ci presentano un ritratto molto umano di Gesù, capace di gioire e di piangere, di commuoversi e di adirarsi, di indignarsi e di amare, di stupirsi e di angosciarsi. Egli si definisce «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), ma si mostra anche ardente di zelo quando scaccia con veemenza i venditori dal tempio.

Las emociones y los afectos de Jesús
Vincenzo Anselmo
abril 15, 2022
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I Vangeli sinottici restituiscono un’immagine di Gesù profondamente umana: capace di gioire e di piangere, di commuoversi e di indignarsi, di amare, stupirsi, provare paura e angoscia. La sua umanità non è un semplice rivestimento della divinità, ma una partecipazione autentica all’esperienza umana. Per questo, osservare le emozioni di Gesù significa entrare nella sua interiorità e comprendere meglio il modo in cui incontra le persone, affronta i conflitti e vive la propria missione. Marco offre il ritratto più ricco e sfumato, mentre Matteo e Luca sono più sobri ma ugualmente significativi. In termini psicologici, le emozioni sono reazioni intense e immediate a una situazione; gli affetti, invece, sono disposizioni più durature, che possono diventare tratti stabili della personalità. Nei Vangeli entrambe le dimensioni sono presenti.

La compassione di Gesù

Uno dei tratti più ricorrenti è la compassione. Nei testi evangelici il verbo greco splanchnizomai indica un movimento profondo delle viscere, considerate nel mondo semitico la sede dei sentimenti più intimi. La compassione di Gesù, dunque, non è un atteggiamento astratto, ma una reazione che coinvolge l’intera persona e si traduce immediatamente in azione.

Lo si vede nell’incontro con il lebbroso, che Gesù non si limita a guarire con la parola: tende la mano e lo tocca, superando la distanza imposta dalle norme di purezza. La sua vicinanza non viene contaminata dall’impurità del malato; al contrario, è la sua santità a diventare “contagiosa”. Subito dopo, però, Gesù si mostra severo e ordina all’uomo di non diffondere la notizia. Questo brusco cambiamento rivela quanto il mondo emotivo evangelico sia complesso e non riducibile a un’immagine edulcorata di Gesù.

La stessa compassione emerge davanti alle folle. Gesù le vede come pecore senza pastore e, invece di allontanarle, insegna loro a lungo. Quando poi la gente ha fame, la preoccupazione concreta per la sua stanchezza e per il viaggio di ritorno conduce alla moltiplicazione dei pani. In Matteo, la compassione per le folle smarrite porta Gesù anche a coinvolgere i discepoli nella missione, affidando loro il compito di guarire e annunciare. In Luca, invece, la compassione appare in modo particolarmente intenso davanti alla vedova di Nain, che accompagna alla sepoltura il figlio unico: dal dolore condiviso nasce il gesto che restituisce il giovane alla vita.

La compassione, quindi, non è soltanto un’emozione episodica. È un tratto stabile del modo di essere di Gesù, una disposizione che orienta la sua relazione con i malati, i poveri, le folle disorientate e chiunque si trovi in una situazione di sofferenza.

Gesù ama?

Nei Vangeli sinottici il verbo “amare” compare raramente con Gesù come soggetto, ma un episodio di Marco è particolarmente eloquente. Un uomo gli chiede che cosa debba fare per ottenere la vita eterna. Gesù lo guarda con amore e gli propone di vendere i beni, donarli ai poveri e seguirlo.

L’esigenza radicale della chiamata nasce dunque da uno sguardo di predilezione. Le parole di Gesù non vanno comprese soltanto come un comando morale, ma come espressione di un amore che vuole liberare l’uomo dalle sue dipendenze. L’uomo, tuttavia, non riesce a compiere il passo richiesto e se ne va triste, perché possiede molti beni. Il racconto lascia così emergere una tensione significativa: l’amore di Gesù può chiamare a una libertà esigente, ma non elimina la libertà di chi lo incontra.

Alcune emozioni negative

Il ritratto evangelico non nasconde emozioni che, a prima vista, potrebbero sembrare “negative”. Gesù si indigna, si rattrista, si irrita, sospira davanti all’incredulità, si mostra duro con chi ostacola il bene. Queste reazioni non attenuano la sua umanità, ma la rendono più realistica.

Davanti a coloro che osservano in silenzio per accusarlo di aver guarito di sabato, Gesù prova insieme indignazione e tristezza per la durezza del loro cuore. A Nazaret rimane stupito davanti alla mancanza di fede dei suoi concittadini. In altri episodi sospira, sia nella preghiera che precede una guarigione, sia per l’incredulità di chi pretende un segno. Si indigna anche con i discepoli quando cercano di allontanare i bambini che vogliono avvicinarsi a lui.

Talvolta l’emozione non viene nominata, ma si comprende dai gesti. È il caso della cacciata dei venditori dal tempio: il rovesciamento dei tavoli e l’espulsione dei mercanti manifestano zelo, indignazione e collera. Anche alcune parole molto severe contro chi scandalizza i piccoli mostrano una forte partecipazione emotiva. Gesù, dunque, non è mite nel senso di passivo o privo di conflitti: sa essere duro con gli avversari, con i concittadini e persino con i discepoli quando non comprendono la sua missione.

Nel Getsemani

Il Getsemani è forse il momento in cui i Vangeli aprono più profondamente una finestra sull’interiorità di Gesù. Di fronte alla passione imminente, egli cerca la vicinanza di Pietro, Giacomo e Giovanni, poi entra in una solitudine radicale. Marco lo descrive preso da paura e angoscia; Gesù stesso confessa di essere triste fino alla morte.

La sua prostrazione fisica, mentre cade a terra e prega, esprime anche uno stato di profondo abbattimento interiore. Rivolgendosi a Dio con il nome confidenziale “Abbà”, chiede che il calice della sofferenza possa allontanarsi da lui. Non nasconde dunque il desiderio umano di essere liberato dal dolore e dalla morte. Eppure, proprio dentro questa paura, sceglie di affidarsi alla volontà del Padre: non ciò che vuole lui, ma ciò che vuole il Padre.

Il Getsemani mostra così una dialettica decisiva tra emozione e volontà. Gesù non supera l’angoscia negandola, ma attraversandola. La sua obbedienza non è assenza di paura; è una decisione che matura dentro la paura. Mentre i discepoli dormono e non colgono il peso della sua richiesta di vegliare, Gesù continua a pregare. Luca accentua ulteriormente il dramma parlando di un sudore simile a gocce di sangue. L’umanità di Gesù appare qui nella sua vulnerabilità più estrema.

Le lacrime e la gioia di Gesù

Luca insiste in modo particolare sulla libertà con cui Gesù manifesta i propri sentimenti. Non nasconde l’angoscia per ciò che lo attende, né il desiderio intenso di celebrare la Pasqua con i discepoli. E soprattutto lo mostra mentre piange su Gerusalemme. Davanti alla città santa, Gesù vede la tragedia che l’attende e scoppia in lacrime: il suo dolore anticipa il conflitto che lo condurrà alla croce.

Ma i Vangeli mostrano anche la gioia di Gesù. In Luca l’intero racconto dell’infanzia è attraversato dalla gioia, dal sussulto di Giovanni nel grembo di Elisabetta al Magnificat di Maria. Anche le parabole insistono sulla gioia di Dio per il peccatore ritrovato. E in un momento preciso è Gesù stesso a esultare nello Spirito Santo, lodando il Padre perché si rivela ai piccoli. Se i Vangeli non raccontano esplicitamente una sua risata, permettono comunque di immaginare una gioia piena, capace di manifestarsi anche nel volto e nel sorriso.

Questa gioia assume anche un significato spirituale. Negli Esercizi spirituali, sant’Ignazio di Loyola invita a chiedere la grazia di partecipare alla gioia di Cristo risorto. Non si tratta soltanto di rallegrarsi perché Cristo è risorto, ma di entrare nei suoi stessi sentimenti.

Seguire Cristo, allora, significa anche lasciarsi educare dalla sua vita affettiva: dalla compassione verso chi soffre, dall’amore che chiama alla libertà, dall’indignazione davanti alla durezza di cuore, dall’angoscia attraversata nella fiducia e dalla gioia che nasce dalla comunione con il Padre. Il Gesù dei Vangeli non è una figura emotivamente distante, ma un uomo pienamente coinvolto nella realtà. Proprio per questo la sua umanità può diventare scuola di umanità per chi lo segue.