Per gentile concessione dell’autore
Paolo Gamberini
17 agosto 2026 
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La creazione intesa come teofania presuppone un approccio paradigmatico. A mio avviso, il rapporto creatore-creatura ha due termini anziché tre. La teofania non richiede – anzi, esclude – un percorso che colmi la distanza tra Dio e la creatura. La partecipazione (il percorso) non è un terzo termine, intermedio tra creatore e creatura, ma è semplicemente il modo in cui le creature esistono. Solo Dio, potremmo dire, è la «vera realtà» e la «realtà totale», ma quando appare (assume forma teofanica), assume una forma o un modo di essere creaturale – facendo risplendere un’immagine, per così dire. Dio è la forma infinita della divinità; il creato è la forma finita della divinità.

L’idea che Dio si renda presente in modo creaturale può sconcertare alcuni. Potrebbe implicare una visione monista o panteista della realtà. In realtà non implica questo, poiché la trascendenza di Dio (x) non esclude una partecipazione del suo essere in forma finita alla creatura (y). Non c’è – pertanto – identità assoluta tra Dio e la creatura (x = y) come nella metafisica panteista o monista, ma un’identità relativa (x = x + y) come nel monismo relativo.

Pur attingendo ampiamente a Dionigi e ricorrendo spesso al linguaggio della partecipazione, Tommaso d’Aquino separò inutilmente la natura dal soprannaturale, il creatore dalla creatura. L’adozione da parte di Tommaso della metafisica della sostanza gli rese difficile abbracciare liberamente quel tipo di discorso teofanico che Dionigi e Massimo avevano ampiamente utilizzato prima di lui.

La mia proposta, quindi, è quella di sostituire un’ontologia della sostanza con una ontologia della relazione. Il principio metafisico ultimo non è l’Essere (esse) ma la Relazione (relatio). Certamente, alcuni useranno il linguaggio del Bene o dell’Amore, visto che il primo è presente nella tradizione platonica e il secondo nella Scrittura. Platone e Plotino, così come Dionigi, parlano tutti del Bene come principio ultimo, al di là di ogni altra forma. Per questo alcuni scelgono il Bene anziché la Relazione come nome più appropriato per la divinità. Altri, invece, fanno riferimento all’Amore come categoria centrale che attraversa tutta la Sacra Scrittura in un modo in cui forse la bontà non lo è. «Dio è amore», ci dice Giovanni nella sua famosa affermazione (1 Gv 4,8.16). Gesù unisce l’amore di Dio e del prossimo (Dt 6,4; Lv 19,18) in risposta alla domanda su quale sia il grande comandamento della Legge (Mt 22,37). L’amore è la più grande delle tre virtù teologali – fede, speranza e amore – che san Paolo collega ripetutamente tra loro (1 Cor 13,13). L’amore ha inoltre da tempo un ruolo nella storia della teologia trinitaria, in particolare attraverso le interpretazioni di Agostino relative all’amante (Padre), all’amato (Figlio) e all’amore (Spirito). Una metafisica dell’amore interpreta esaurientemente le relazioni perichoretiche tra Padre, Figlio e Spirito Santo.

Tuttavia, sia il Bene che l’Amore non sono categorie ultimative. Entrambe non fanno emergere ciò che le presuppone, ovvero la “relazione”. Il Bene, infatti, implica sempre una relazione a qualcosa o a qualcuno. Propriamente è “bene” ciò che favorisce qualcuno o qualcosa. Così anche con la categoria dell’Amore si fa riferimento alla “relazione reciproca”, cioè all’amore tra due persone. Tuttavia, non ci si rende conto che nel caso dell’amore di Dio verso la creatura, questa relazione non è reciproca poiché si tratta di una relazione “ex nihilo” in cui non si dà essenziale reciprocità tra Dio e le creature, così come si dà tra Padre e Figlio nella Trinità. L’amore è una categoria che non è in grado di identificare, nel modo più profondo, sia Dio che la creazione, proprio perché l’amore creativo fonda l’essere della creatura mentre l’amore reciproco o pericoretico l’essere delle persone divine.

Di conseguenza, nella prospettiva qui delineata, né la categoria del Bene né quella dell’Amore risultano esaustive per la comprensione di Dio, poiché entrambe presuppongono già una dimensione relazionale che non riescono però a fondare. Il Bene è sempre bene per qualcuno o di qualcosa e, pertanto, rinvia inevitabilmente a una relazione che lo precede. Analogamente, l’Amore esprime una relazione, ma la sua forma varia radicalmente tra l’amore creativo di Dio per la creatura, che fonda l’essere dell’altra, e l’amore reciproco e pericoretico delle persone divine. Per questo motivo l’amore non costituisce una categoria ultimativa capace di abbracciare in modo univoco sia la vita trinitaria sia il rapporto tra Dio e il creato. La relazione, invece, precede concettualmente sia il bene sia l’amore e ne costituisce il sostrato ontologico.

Tuttavia, se Dio è il principio ultimo, la relazione non può essere pensata come relazione tra termini già costituiti, perché ciò implicherebbe una priorità della sostanza sulla relazione stessa, ritornando così ai limiti della metafisica di San Tommaso d’Aquino. Affinché la relazione sia considerata assoluta, identica all’essere di Dio, è necessario che non sia intesa come una connessione tra realtà preesistenti, ma l’originaria dinamica da cui emergono tanto le persone divine (forma infinita) quanto la manifestazione teofanica del creato (forma finita). Perciò la relatio absoluta, ossia la relazione senza termini presupposti, appare come la categoria metafisica più adeguata per pensare la divinità, poiché permette di comprendere insieme la trascendenza divina e l’immanente partecipazione creaturale senza ridurle né a sostanze separate né a una semplice reciprocità amorosa.