XXIV Domenica
Tempo ordinario (A)
Matteo 18, 21-35


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  • Dal libro del Siràcide 27,33 – 28,9
    Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati.
  • Salmo Responsoriale 102 (103)
    R. Il Signore è buono e grande nell’amore.
  • Dalla lettera di san Paolo ai Romani 14,7-9
    Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.

Dal Vangelo secondo Matteo 18,21-35

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».


L’unica misura del perdono è perdonare senza misura
Ermes Ronchi

«Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette», cioè sempre. L’unica misura del perdono è perdonare senza misura. Perché il Vangelo di Gesù non è spostare un po’ più avanti i paletti della morale, ma è la lieta notizia che l’amore di Dio non ha misura. Perché devo perdonare? Perché cancellare i debiti? La risposta è molto semplice: perché così fa Dio.
Gesù lo racconta con la parabola dei due debitori. Il primo doveva una cifra iperbolica al suo signore, qualcosa come il bilancio di una città: un debito insolvibile. «Allora il servo, gettatosi a terra, lo supplicava..»” e il re provò compassione. Il re non è il campione del diritto, ma della compassione. Sente come suo il dolore del servo, e sente che questo conta più dei suoi diritti. Il dolore pesa più dell’oro. E per noi subito s’apre l’alternativa: o acquisire un cuore regale o mantenere un cuore servile come quello del grande debitore perdonato che, “appena uscito”, trovò un servo come lui.
“Appena uscito”: non una settimana dopo, non il giorno dopo, non un’ora dopo. “Appena uscito”, ancora immerso in una gioia insperata, appena liberato, appena restituito al futuro e alla famiglia. Appena dopo aver fatto l’esperienza di come sia un cuore di re, «presolo per il collo, lo strangolava gridando: “Dammi i miei centesimi”», lui perdonato di miliardi!
Eppure, questo servo “‘malvagio” non esige nulla che non sia suo diritto: vuole essere pagato. È giusto e spietato, onesto e al tempo stesso crudele. Così anche noi: bravissimi a calare sul piatto tutti i nostri diritti, abilissimi prestigiatori nel far scomparire i nostri doveri. E passiamo nel mondo come predatori anziché come servitori della vita.
Giustizia umana è “dare a ciascuno il suo”. Ma ecco che su questa linea dell’equivalenza, dell’equilibrio tra dare e avere, dei conti in pareggio, Gesù propone la logica di Dio, quella dell’eccedenza: perdonare settanta volte sette, amare i nemici, porgere l’altra guancia, dare senza misura, profumo di nardo per trecento denari.
Quando non voglio perdonare (il perdono non è un istinto ma una decisione), quando di fronte a un’offesa riscuoto il mio debito con una contro offesa, non faccio altro che alzare il livello del dolore e della violenza. Anziché annullare il debito, stringo un nuovo laccio, aggiungo una sbarra alla prigione.
Perdonare, invece, significa sciogliere questo nodo, significa lasciare andare, liberare dai tentacoli e dalle corde che ci annodano malignamente, credere nell’altro, guardare non al suo passato ma al suo futuro. Così fa Dio, che ci perdona non come uno smemorato, ma come un liberatore, fino a una misura che si prende gioco dei nostri numeri e della nostra logica.

http://www.avvenire.it


Fabbricare peccatori
Paolo Curtaz

Nel mio ministero voglio fabbricare peccatori.
Così pare si sia presentato il giovane padre David Maria Turoldo ad un immagino perplesso e timido Cardinal Montini neo-eletto vescovo di Milano alla fine degli anni Cinquanta.
Eppure in quella intuizione, che allora pareva inopportuna e stramba, c’era già il futuro.
Fabbricare peccatori.
Aiutare le persone, cioè, ad avere un corretto approccio al peccato e al perdono. Convertire i cattolici alla vera logica del Vangelo e gli atei alla novità straordinaria del messaggio di Gesù. Per far superare, agli uni e agli altri, visioni superficiali, piccine, moralistiche, inutilmente cariche di sensi di colpa.
Chissà cosa direbbe l’energico padre servita della situazione attuale?
Di questo crescendo senso di disagio che attraversa l’Occidente che confonde la bontà col buonismo, che abbandona la fede cristiana per abbracciare la laicissima fede del politicamente corretto, che fa del perdono un’emozione da donare a prescindere, che giustifica la violenza vera e il populismo aggressivo e becero ma pretende il perdono nei propri confronti.
Perché il tema del perdono non è più argomento per chierichetti e baciapile. Ma ci tocca in prima persona quando assistiamo alla strage fanatica di inermi turisti, quando leggiamo di branchi, di uomini come lupi, che stuprano donne, quando assistiamo, attoniti, alle bravate di giovani stravolti dall’alcol e dalle droghe.
Cosa significa, in questi casi, perdonare?
Non è un cedimento? E se l’altro approfitta del perdono? E se insiste?
Fino a quante volte dobbiamo perdonare? Fino a settanta volte?

Sempre
Storicamente, nella Bibbia, il grido orribile di Lamech, figlio di Caino, che minaccia di uccidere settanta volte sette per uno screzio (Gn 4), è attenuato dalla legge del taglione che pone almeno un freno alla rabbia, introducendo un criterio di proporzionalità nella vendetta: occhio per occhio, dente per dente. Nel Pentateuco già troviamo qualche accenno alla misericordia, sempre però limitata ai fratelli di fede.
Al tempo di Gesù i rabbini suggerivano di perdonare fino a tre volte un torto subito, per manifestare clemenza. Pietro, nel vangelo di oggi, vuole esagerare, proponendo di perdonare fino a sette volte.
Tenero.
Sette volte. Come se il vostro amico che avete appena perdonato per avere sparlato male di voi, tornasse dopo dieci minuti e vi dicesse di avere nuovamente sparlato di voi. Lo perdonate?
E Gesù rilancia: settanta volte sette, cioè sempre.
Perché?

Da giudice ad imputato
Perché noi per primi siamo perdonati e con una tale larghezza e generosità che non possiamo che perdonare.
Il piccolo credito che abbiamo verso i fratelli non è nulla rispetto al debito mostruoso che abbiamo contratto verso Dio.
E che egli ha cancellato.
Il debito del servo è volutamente assurdo: un talento equivale a trentasei chili d’oro. Diecimila talenti è una cifra inimmaginabile. Il Prodotto Interno Lordo di una nazione come l’Italia. Mai e poi mai sarebbe stato saldato. Eppure quel debito viene condonato, non il debito dell’altro servo che, pur dovendo una cifra consistente al collega, circa duecento giornate lavorative, non ha di che pagare.
La reazione del padrone è feroce: sei chiamato a perdonare perché ti è stato condonato molto di più.
Ecco la ragione del perdono cristiano: perdono chi mi ha offeso perché io per primo sono un perdonato.
Non perdono perché l’altro migliori, o si converta, o si intenerisca.
A volte l’altro non sa nemmeno di essere stato perdonato e può disprezzare il mio gesto.
Non perdono perché l’altro cambi, ma perché io ho urgente bisogno di cambiare!
Il perdono mi situa in una posizione nuova, diversa, mi rende simile a quel Dio che fa piovere sopra i giusti e gli ingiusti.

Consigli
Non perdoniamo perché siamo migliori e il perdono non è un’amnesia.
Dire perdono ma non dimentico fa sorridere. Perdono perché scelgo di perdonare, perché voglio perdonare. Vederti mi riapre le ferite, sto male come un cane, ma ho scelto la strada della libertà.
Per molte persone che hanno avuto la vita rovinata dalla superficialità e dalla cattiveria altrui è già un grosso risultato non augurare la morte, ma la conversione di chi mi ha ferito.
Ti perdono e prego che tu ti penta del male che mi hai fatto.
Non aspettiamo mai il perdono perfetto, quello angelico, straordinario.
Perdoniamo come riusciamo, al meglio delle nostre capacità e delle nostre forze.
Perdoniamo perché siamo perdonati, perché il perdono ci rende straordinariamente liberi.
E se l’altro considera il perdono come debolezza? È un rischio da correre, è un rischio che Gesù ha corso, perdonando i suoi assassini dalla croce. E, pure, io credo, noi crediamo, che quel paradosso smuove i cuori. Non tutti, forse, ma li smuove.

Figli del perdono
Quanto è adulto e virile il perdono!
Quanto è forte e deciso!
Quanto è eroico e umano!
Abbiamo bisogno di donare e ricevere il perdono, di vivere da figli della riconciliazione.
Di accettare il perdono degli altri, senza rivendicazioni e ripicche.
Di chiedere perdono, ammettendo il nostro limite.
Le famiglie, le società, la Chiesa cambierebbero volto se vivessimo meglio il perdono!
Come ha intuito il grande Giovanni Paolo, riprendendo e ampliando Isaia: non c’è pace senza giustizia.
Ma non c’è giustizia senza perdono.

Prendere consapevolezza del peccato, fabbricare peccatori, è il primo passo per capire la logica del perdono che siamo chiamati a donare, sempre, per assomigliare al Padre.

da: http://www.lachiesa.it


Perdonare fino a settanta volte sette
Enzo Bianchi

Terminiamo la lettura del quarto dei cinque grandi discorsi di Gesù nel vangelo secondo Matteo, detto anche discorso ecclesiale o comunitario, perché in esso sono contenuti insegnamenti riguardanti la vita dei discepoli viventi in comunità, nelle chiese. Viene innanzitutto riferito il contesto dell’insegnamento di Gesù contenuto nella sua parabola. Avendo egli enunciato le esigenze della correzione fraterna e del perdono reciproco (cf. Mt 18,15-20), Pietro solleva una questione alla quale Gesù risponde subito in modo perentorio, ma poi rivela “in proposito” (diá toûto) cosa accade nel regno dei cieli, quale comportamento l’azione di Dio ispira ai discepoli. Questa pagina è un insegnamento decisivo nella vita ecclesiale, e dobbiamo confessare che noi cristiani la leggiamo spesso e volentieri, ma poi non riusciamo a metterla in pratica quando siamo coinvolti in dinamiche analoghe.

Pietro dunque si avvicina a Gesù e gli chiede: “Signore, se il mio fratello pecca contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette (numero di pienezza e totalità) volte?”. Domanda comprensibile: si può perdonare senza tenere conto del numero di volte in cui il perdono viene rinnovato? Se uno continua a compiere lo stesso male contro di me, fino a quante volte posso perdonarlo? Certamente Pietro non dimentica che nella Torah sta scritto che Lamech, il sanguinario figlio di Caino, canta la ripetizione della vendetta fino a sette e poi fino a settanta volte sette (cf. Gen 4,23-24). Pietro è già misericordioso, perché in verità non è facile perdonare sette volte lo stesso peccato allo stesso offensore. Ma Gesù gli risponde con autorità: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”, cioè sempre, all’infinito! Senza se e senza ma, il discepolo di Gesù perdona senza calcolare il numero delle volte. Di fronte a una tale dichiarazione l’ascoltatore resta stupefatto, forse anche esterrefatto, perché non è facile né comprendere né assumere questo atteggiamento. Ciò che Gesù chiede non è forse troppo? È possibile per l’essere umano perdonare sempre?

Allora Gesù spiega quelle sue parole così nette attraverso una parabola che, come sempre sulla sua bocca, è rivelazione, è un alzare il velo su Dio e sulla sua azione. Il racconto, che mette in scena un re e due servi debitori, si sviluppa in tre atti, seguiti da un commento conclusivo di Gesù(v. 35):

  • il re e il debitore nei suoi confronti (vv. 23-27);
  • il primo debitore e un fratello a sua volta debitore verso di lui (vv. 28-31);
  • il confronto definitivo tra il re e il primo debitore (vv. 32-34).

Un re vuole fare i conti con i suoi servi, ed ecco che gliene viene presentato uno il quale è debitore verso di lui di una cifra enorme, iperbolica: diecimila talenti, cioè cento milioni di denari (tenendo conto che un denaro corrisponde alla paga media giornaliera di un operaio), impossibile da rimborsare per un servo! Di fronte alla prospettiva della vendita dei suoi familiari come schiavi e della prigione per sé, quest’uomo si inginocchia davanti al re e lo supplica: “Sii grande di animo con me (sii paziente con me, makrothýmeson) e ti restituirò ogni cosa” (ciò che è impossibile!). Di fronte a tale disperazione e sofferenza il re, “mosso a viscerale compassione” (splanchnistheís), preso cioè da un sentimento di misericordia, lo lascia andare e gli condona il debito. Siamo in presenza di un re che esige l’osservanza della legge ma che, di fronte, a chi soffre perché non può ottemperare alla giustizia, fa regnare la misericordia e non più la legge. Egli ha un cuore capace di lasciarsi ferire dal male patito dal suo servo.

Ma ecco la scena simmetrica. Quest’uomo perdonato, radicalmente salvato insieme alla sua famiglia, esce libero, per vivere in pienezza di libertà e di relazioni; e subito incontra un suo compagno, anzi precisamente un suo con-servo (syndoúlos), debitore nei suoi confronti di una cifra modesta, cento denari, l’equivalente della paga di poco più di tre mesi di un lavoratore nella campagna. Appena lo vede, lo afferra al collo e lo soffoca intimandogli di saldare il debito. L’altro lo supplica con le medesime parole da lui usate in precedenza: “Sii grande di animo con me (sii paziente con me) e ti restituirò”. Ma egli non accetta, perciò lo fa gettare in prigione fino al momento della restituzione del debito. Nella prima scena il re perdona al servo, nella seconda il perdonato non perdona al fratello!

La differenza di comportamento tra i due creditori è messa in luce dalla terza scena. Quando il re viene a sapere dagli altri servi ciò che ha fatto il servo da lui perdonato, lo fa chiamare e lo apostrofa: “Servo cattivo, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà (eleêsai) del tuo con-servo, così come io ho avuto pietà di te?”. Ecco rivelato il fondamento di ogni azione di perdono: l’essere stati perdonati. Il cristiano sa di essere stato perdonato dal Signore con una misericordia gratuita e preveniente, sa di aver beneficiato di una grazia insperata, per questo non può non fare misericordia a sua volta ai fratelli e alle sorelle, debitori verso di lui in modo certo meno grave. In questa parabola – lo ripeto – non è questione di quante volte si deve dare il perdono, ma si tratta di riconoscere di essere stati perdonati e dunque di dover perdonare. Se uno non sa perdonare all’altro senza calcoli, senza guardare al numero di volte in cui ha concesso il perdono, e non sa farlo con tutto il cuore, allora non riconosce ciò che gli è stato fatto, il perdono di cui è stato destinatario. Dio perdona gratuitamente, il suo amore non va mai meritato, ma occorre semplicemente accogliere il suo dono e, in una logica diffusiva, estendere agli altri il dono ricevuto.

Comprendiamo così l’applicazione conclusiva fatta da Gesù. Le parole che egli pronuncia sono parallele, identiche nel contenuto, a quelle con cui chiosa la quinta domanda del Padre nostro – “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6,12); l’unica, non lo si dimentichi, da lui commentata.

Se voi perdonerete agli altri le loro colpe,
il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi;
ma se voi non perdonerete agli altri,
neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.(Mt 6,14-15)
 Così anche il Padre mio che è nei cieli farà a voi
se non perdonerete di cuore,
ciascuno al proprio fratello.
(Mt 18,35)

Niente perdono da parte di Dio a noi, se noi non perdoniamo gli altri. O meglio, se non siamo ministri di questa misericordia ricevuta da Dio, che ci perdona sempre e ci ha perdonati una volta per tutte attraverso Gesù Cristo, egli ritira il suo perdono, come l’ha ritirato al servo inizialmente perdonato. Sarebbe una smentita del Dio che si professa e si proclama, l’essere da lui perdonati e poi non perdonare gli altri… La chiesa è una comunità di perdonati che perdonano, per questo al suo cuore c’è l’eucaristia, in cui si vive la remissione dei peccati a parte di Dio affinché siamo a nostra volta ministri di perdono e di misericordia nella chiesa stessa e nella compagnia degli uomini, nel mondo.

Da questa pagina il cristiano deve innanzitutto imparare a discernere il vero volto di Dio, quello che Gesù ci ha narrato (exeghésato: Gv 1,18), e saper sovrapporre questo volto ultimo e definitivo sugli altri che le Scritture stesse ci hanno consegnato. Non bisogna infatti nascondere che talvolta nelle Scritture appare tratteggiato un Dio che castiga e non esaudisce chi chiede pietà, un Dio che non reitera il perdono. Un esempio su tutti, che è una smentita letterale del Nome del Signore consegnato a Mosè (cf. Es 34,6-7), si trova all’inizio della profezia di Naum: “Un Dio geloso e vendicatore è il Signore, vendicatore è il Signore, pieno di collera. Il Signore si vendica degli avversari e serba rancore verso i nemici. Il Signore è lento all’ira, ma grande nella potenza e nulla lascia impunito” (Na 1,2-3).

Ma Gesù ci consegna l’ultima e definitiva narrazione di Dio. Per noi cristiani la misericordia di Dio è il tratto essenziale per conoscerlo ed è l’azione con cui Dio stesso ci mette in comunione con sé: è il modo in cui Dio rivela la sua onnipotenza! Non è facile accettare questo volto di Dio, perché tutte le religioni hanno sempre predicato un Dio che fa giustizia, che punisce il male commesso, che nella sua onnipotenza castiga. Non è facile perché noi umani abbiamo dentro di noi un concetto di “giustizia umana” e pretendiamo di proiettarlo su Dio. Ma Gesù ci ha rivelato il volto di Dio come volto di colui che

ci ha amati mentre gli eravamo nemici,
ci ha perdonati mentre peccavamo contro di lui,
ci è venuto incontro mentre noi lo negavamo (cf. Rm  5,8.10).

Ecco perché Gesù ci chiede addirittura l’amore verso i nemici (cf. Mt 5,43-47), novità del comandamento dell’amore del prossimo (cf. Mt 19,19; 22,39; Lv 19,18) esteso fino al nemico. In obbedienza al Signore Gesù, dunque, l’amore e il perdono del cristiano siano gratuiti, senza calcoli né restrizioni, “di cuore”. Se il cristiano perdona facendo calcoli, svaluta quel perdono che proclama a parole. Perdonare l’imperdonabile: questa l’unica misura del perdono cristiano!


Il tema centrale dei cinque testi biblici odierni, compreso il Padre nostro, è il perdono. Pietro da buon ebreo, osservante della Legge, domanda a Gesù quante volte deve perdonare. E Gesù gli spiega la necessità di perdonare fino a “settanta volte sette”, cioè sempre, come insegna Gesù nel brano del Vangelo, che continua e conclude il discorso ecclesiale-comunitario (Mt 18) sui rapporti tra le persone. Si tratta di un insegnamento insistente di Gesù, che va dal discorso della montagna (“beati i misericordiosi”), fino al Calvario (Mt 5,7; 6,14-15; 9,2-6; 12,31-32; 18,21-35; 26,28). Dopo la parola, Gesù ce ne dà l’esempio dalla croce: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”; e ancora: “oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23,34.43). È il culmine dell’amore, l’amore senza misura: il perdono anche ai nemici! “Matteo vuole scuotere una comunità che rischia di sottovalutare l’impegno del perdono fraterno; il perdono è segno della autenticità della nostra preghiera… Per Matteo è specialmente nella prassi del perdono che la comunità si rivela come vera e autentica fraternità” (Corrado Ginami).

La Bibbia registra un progresso nella comprensione della legge e nella prassi del perdono. Nei tempi arcaici, il brutale Lamec, figlio di Caino, conosce solo la rappresaglia crudele, una vendetta senza limiti, fino a ‘settanta volte sette’ (cfr. Gen 4,23-24). In seguito, si introduce una reazione più equa con la primitiva legge del taglione: “occhio per occhio, dente per dente, mano per mano…” (Es 21,24). Che non va intesa come un incitamento a restituire il male ricevuto, ma come un limite da non oltrepassare nella risposta. Si arriva poi al punto più alto nell’Antico Testamento, con l’invito a rifiutare vendette e rancori, e ad amare il prossimo come se stessi (cfr. Lv 19,18); il testo odierno del Siracide (I lettura) rispecchia questa posizione. I rabbini del tempo di Gesù limitavano il perdono fino a tre volte. Pietro si spinge fino a sette (Mt 18,21), ma Gesù non ammette limiti: fino a settanta volte sette. Il perdono deve essere senza misura, così come senza misura e infinita è la misericordia del Padre (Lc 6,36). Davvero, il perdono è un “iper-dono”, un “super-dono”! Perché Dio è perdono! Il perdono va oltre la giustizia e il diritto umani. Perdonare ha qualcosa di straordinario, di “divino”; ci rende più simili a Dio. Insomma, perché perdonare? Risposta semplice: perché così fa Dio. La misura del suo perdono è perdonare senza misura.

Le letture presentano vari fondamenti del perdono. La parabola di Gesù (Vangelo) mette in evidenza l’immensa distanza tra il cuore di Dio, che perdona tutto, sempre e senza misura (Salmo responsoriale), e il cuore dell’uomo, che spesso è gretto e meschino, come si vede nel servo condonato di milioni e poi incapace di condonare un debito di centesimi (Mt 18,33). Il Siracide (I lettura) ammonisce severamente: “Ricordati della fine… e della morte” (v. 6). L’aggressività vendicativa si diluisce riflettendo sulla limitatezza umana. “Può sembrare una massima banale, ma ha una sua profondità psicologica: il ripudio della morte è la radice della violenza… Ripudiare il senso della finitezza significa aver messo alle radici di noi stessi le premesse di tutti gli smarrimenti” (E. Balducci). L’apostolo Paolo (II lettura) esorta all’accettazione e comprensione reciproca, mettendo al centro della vita non l’io egoista ma Cristo, che è morto ed è risorto per tutti (v. 9), l’unico che dà senso e valore alla nostra vita e alla morte (v. 7). L’aver sperimentato la misericordia del Signore che perdona e rigenera, ci spinge a vivere per Lui. Sentirsi perdonati ci rende capaci di perdonare, di impegnarci nella missione, per invitare tutti a spalancare il cuore a Cristo.

Che cosa vuol dire perdonare? Con la parabola odierna Gesù ci dice che perdonare significa prendere coscienza che tutti sbagliamo, commettiamo errori, siamo tutti debitori, bisognosi di essere perdonati. Il perdono ha qualcosa di scandaloso, perché chiede la conversione del cuore non a chi ha commesso il male ma a chi l’ha subito. Soltanto il perdono riesce a spezzare la catena della vendetta e della violenza. Ma perdonare non vuol dire essere ingenui, lasciar correre; è ben compatibile con l’esigenza di un compenso adeguato. Inoltre, perdonare non significa dimenticare il passato, cosa psicologicamente impossibile, spesso. Perdonare è una scelta cristiana difficile e sofferta, che produce frutti preziosi: libera il cuore da sentimenti di odio e vendetta; apre a un futuro di libertà e di pace; dà fiducia a chi ha sbagliato, perché possa ravvedersi. Insomma, il perdono è una terapia benefica per chi lo offre, per chi lo riceve e per la comunità umana.

Il perdono rigenera interiormente la persona e le comunità, ad ogni livello; le rende simili a Dio, a sua immagine e somiglianza; libera da tensioni e aggressività che spesso inquinano i rapporti interpersonali e sociali; interrompe la catena di vendette; rivela la grandezza d’animo di una persona e di un’istituzione. Il perdono è creativo, perché è capace di aprire strade che parevano sbarrate. Oltre all’ambito interpersonale e domestico, il perdono cristiano ha dimensioni e applicazioni soprattutto a livello di gruppi, società e nazioni; diventa spesso un criterio e un cammino di soluzione delle tensioni fra i popoli. “Il perdono ha anche un valore civile e politico. Finché non si arriva a rinunciare a qualcosa a cui si avrebbe teoricamente diritto, finché si vuole a tutti i costi ciò che compete, ciò che è di proprio diritto, e si fa semplicemente l’elenco delle proprie ragioni, non si arriva alla pace, perché non si vuole pagare niente. La pace invece ha un costo… La pace suppone costante volontà di perdono: nelle famiglie, all’interno delle comunità, delle Chiese tra loro, e poi ancora più nel contesto civile”(Carlo M. Martini). Il perdono e la pace sono messaggi prioritari nella missione: perdonare di cuore (Mt 18,35) e amare i propri nemici (Mt 5,44) sono Vangelo puro, la grande novità cristiana!

La letteratura mondiale offre un florilegio di espressioni sul tema del perdono sia di Dio che dell’uomo. Eccone alcune. “Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!” (A. Manzoni). – “Il perdono non cambia il passato, ma dilata il futuro” (Boros S.). – “Solo chi è forte è capace di perdonare” (Gandhi). – “Perdonate subito: risparmierete del tempo prezioso, e farete meglio la vostra digestione” (Card. O’Connell).


“Non spezzare il tenue filo dell’amicizia perché, una volta rotto, anche se poi lo aggiusti, rimane sempre un nodo”. Frequentavo le elementari quando il maestro mi diede questo consiglio che mi rimase impresso nella memoria e mi torna in mente ogni volta che vengo a conoscenza di contrasti, dissapori, dissidi e mi angoscia il pensiero che basti un errore a porre fine, per sempre, a un’amicizia, a quel rapporto che la Bibbia chiama “balsamo di vita” (Sir 6,16). “Come un uccello che ti sei fatto scappare di mano, così hai lasciato andare il tuo amico e non lo riprenderai. Non seguirlo perché ormai è lontano” (Sir 27,19-20).

L’incapacità di perdonare, la paura di ridare piena fiducia a chi ha sbagliato sono le forze maligne che rendono irrecuperabile il legame d’amore infranto.

Con fatica perdoniamo a noi stessi: ci tormentiamo con rimorsi, non accettiamo l’umiliazione di una debolezza e, come una bomba inesplosa e ancora pericolosamente innescata, ci trasciniamo dietro la nostra colpa. Solo chi ha un rapporto sereno con se stesso è in grado di riconoscere il proprio errore e sa che è possibile un recupero in positivo dell’esperienza amara del peccato.

Non perdoniamo agli altri. Troppo grandi sono la delusione, il dolore per il tradimento e il timore che possa ripetersi; quasi irrefrenabile è l’impulso di rompere il rapporto e di vendicarci per l’offesa subita.

Risucchiati in questo vortice di risentimenti e passioni ci lasciamo sfuggire la gioia più grande, quella che prova anche Dio, centuplicata, quando riesce a far rifiorire un rapporto d’amore. Anche a chi è vecchio egli concede sempre l’opportunità di ripartire, ridonandogli una perenne giovinezza.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Non prevalgano i nostri risentimenti, ma l’azione del tuo Spirito”.

Prima Lettura (Sir 27,30-28,7)

30 Anche il rancore e l’ira sono un abominio,
il peccatore li possiede.
28,1 Chi si vendica avrà la vendetta dal Signore
ed egli terrà sempre presenti i suoi peccati.
2 Perdona l’offesa al tuo prossimo
e allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati.
3 Se qualcuno conserva la collera verso un altro uomo,
come oserà chiedere la guarigione al Signore?
4 Egli non ha misericordia per l’uomo suo simile,
e osa pregare per i suoi peccati?
5 Egli, che è soltanto carne, conserva rancore;
chi perdonerà i suoi peccati?
6 Ricòrdati della tua fine e smetti di odiare,
ricòrdati della corruzione e della morte
e resta fedele ai comandamenti.
7 Ricòrdati dei comandamenti
e non aver rancore verso il prossimo,
dell’alleanza con l’Altissimo
e non far conto dell’offesa subìta.

Chi si sente vittima di qualche ingiustizia è istintivamente portato ad aggredire i responsabili. Da qui hanno origine i regolamenti di conti, l’ira, i rancori, gli odi. Ma, dando libero sfogo a queste passioni, si pone rimedio agli abusi o si peggiora il male? Lungo la storia sono state date varie risposte a questo interrogativo.

Nei tempi più remoti, il metodo per compensare i torti subiti e per scoraggiare dal commetterne altri era piuttosto sbrigativo: si reagiva con la rappresaglia, si restituiva il male… con gli interessi. L’esempio più celebre di questa vendetta senza limiti è quello di Lamech, il figlio di Caino, il primo poligamo che, davanti alle due mogli, cantava: Io uccido chi mi fa un graffio, ammazzo il bambino che mi pesta un piede! “Sette volte si è vendicato Caino, ma Lamech settanta volte sette!” (Gn 4,23-24).

Un passo in avanti, rispetto a questa reazione brutale, è costituito dalla famosa legge “Occhio per occhio, dente per dente, ferita per ferita” (Es 21,24) che – come abbiamo visto nel commento al vangelo della settima domenica – non è un invito a restituire il male ricevuto, ma a far sì che la punizione sia equa.

L’AT non si è però fermato a questa giustizia ragionevole, legittima, ma ancora primitiva, si è spinto oltre. Nel libro del Levitico si ordina: “Tu non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18). È il punto più alto cui erano giunti i saggi d’Israele e il brano che ci viene proposto oggi si muove su questa linea.

Il Siracide – ricco della sapienza che gli derivava dall’esperienza – si rivolge al discepolo e, da uomo a uomo, cerca di convincerlo ad evitare i comportamenti insensati dettati dal desiderio di vendetta, dall’ira, dal rancore. Questi sentimenti sono un abominio e creano uno schermo impenetrabile nel rapporto fra Dio e uomo, impediscono loro di dialogare e di capirsi.

Poi continua la sua riflessione, invitando il discepolo ad andare oltre la semplice giustizia e a spalancare il cuore alla misericordia. La clemenza verso chi ci ha fatto dei torti – dice – è una condizione indispensabile per pregare e ottenere il perdono di Dio: “Se qualcuno conserva nel suo cuore il rancore contro un altro uomo, come avrà il coraggio di chiedere grazie a Dio?” (v. 3).

Sono riflessioni semplici, chiare, pacate; accompagnano fino alle soglie del regno di Dio, dispongono all’ascolto della parola di Gesù che porta alla perfezione la saggezza già presente nell’AT.

Seconda Lettura (Rm 14,7-9)

7 Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, 8 perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore. 9 Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.

Nel capitolo 14 della Lettera ai romani Paolo tratta un problema sempre molto attuale: come risolvere le divergenze di opinioni fra i membri della comunità?

C’erano a Roma due gruppi di cristiani: alcuni – chiamati da Paolo i deboli – erano legati alle tradizioni degli antichi, osservavano i giorni di digiuno, praticavano un’ascesi severa, si astenevano da certe carni; altri invece – i forti – più maturi, si sentivano vincolati dall’unica legge dell’amore al fratello, per il resto si comportavano da persone libere.

A causa di questi contrasti fra tradizionalisti e innovatori, erano sorte parecchie tensioni nella comunità di Roma. I primi accusavano i forti di permissivismo, li consideravano poco virtuosi, infedeli alla legge di Mosè. Questi a loro volta reagivano con battute pesanti; trattavano i deboli da retrogradi, da ottusi mentali, incapaci di comprendere la novità assoluta del vangelo. Come costruire una convivenza pacifica fra persone con convinzioni così opposte? Non era facile (e non lo è nemmeno oggi!).

Paolo – che apparteneva al gruppo dei forti – propone due regole, una per ognuno dei due gruppi, regole che, se rispettate, permettono di arrivare ad un’accettazione reciproca. Parla anzitutto a quelli del suo gruppo, ai forti, e chiede rispetto per i deboli, per le loro pratiche religiose un po’ antiquate, le loro devozioni, le tradizioni ormai desuete. Anche i deboli però devono stare attenti a non prevaricare. Da loro l’Apostolo esige che si astengano dal giudicare i forti, dal pensare che chi non si attiene alle tradizioni degli antichi sia infedele al vangelo (Rm 14,1-6). Se i due gruppi si attengono a queste due norme possono convivere pacificamente, altrimenti sorgeranno fra loro incomprensioni, dissensi, tensioni.

I versetti seguenti (vv. 7-9) – gli unici riportati dalla lettura di oggi – presentano un principio che aiuta a risolvere ogni contrasto: il cristiano tenga sempre presente che egli non vive per se stesso, per la ricerca del proprio tornaconto, ma per il Signore. Nel suo rapporto con i fratelli, dunque, non si deve mai lasciar guidare da considerazioni umane. Vive e muore “per il Signore”.

Vangelo (Mt 18,21-35)

21 Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. 22 E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
23 A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 24 Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. 25 Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. 26 Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. 27 Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. 28 Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! 29 Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. 30 Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
31 Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. 32 Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. 33 Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? 34 E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. 35 Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello”.

Videocommento

Nella spiegazione della prima lettura abbiamo rilevato che c’è stata una progressiva evoluzione nel modo di reagire alle offese e ai torti ricevuti: si è passati dal regolamento dei conti a soluzioni più eque e infine al perdono.

Al tempo di Gesù si insisteva molto sulla necessità di mantenere relazioni pacifiche. Si condannava la vendetta, l’ira, il rancore e si esigeva la riconciliazione. Chi ha sbagliato – insegnavano le guide spirituali – deve riconoscere il proprio errore e implorare il perdono e la persona offesa è obbligata ad accordarlo. Se lo rifiuta, il colpevole chieda scusa davanti a due testimoni per dimostrare di avere fatto tutto il possibile per ristabilire la pace. Se l’offeso muore prima della riconciliazione, chi gli ha fatto del male si rechi sulla sua tomba e, deponendo una pietra, dichiari: “Ho agito male verso di te”.

L’obbligo di perdonare era però ristretto ai membri del popolo d’Israele e non era illimitato. Non più di tre volte – affermavano concordi i rabbini – alla quarta si doveva accedere alle vie legali.

La domanda con cui si apre il vangelo di oggi – “Quante volte devo perdonare al mio fratello, fino a sette volte?” (v. 21) – rivela che Pietro ha capito che Gesù intende oltrepassare i limiti stabiliti dagli scribi. Ricorda certo quanto è stato detto nel discorso della montagna: “Se presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5,23-24) e “Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà a voi; ma se voi non perdonerete…” (Mt 6,14-15). Ha presente anche l’altra affermazione inequivocabile del Maestro: “Se tuo fratello pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: mi pento, tu gli perdonerai” (Lc 17,3-4).

Pietro è sconcertato: il numero sette indica la totalità; non si dovrà per caso perdonare sempre e senza condizioni? Chiede conferma di ciò che comincia a intuire (v. 21).

La risposta di Gesù va oltre ciò che già spaventa Pietro: “Non ti dico che dovrai perdonare fino a sette volte (cioè sempre), ma fino a settanta volte sette (più ancora di sempre)” (v. 22). Il richiamo è alle parole sprezzanti e beffarde di Lamech che si vantava di praticare la vendetta senza limiti. Riprendendole, Gesù vuole insegnare che il perdono deve arrivare all’infinito, come all’infinito era giunta la tracotanza del figlio di Caino.

Per chiarire meglio il suo pensiero racconta una parabola (vv. 23-35).

Fu presentato al re un debitore che gli doveva diecimila talenti. Il talento corrisponde a trentasei chilogrammi d’oro; il suo valore, moltiplicato per diecimila – la cifra più elevata della lingua greca – dà una somma enorme che corrisponde allo stipendio di 200.000 anni di lavoro, 2.400.000 buste paga. Impensabile che qualcuno la potesse restituire.

Alla ventina di immagini usate dalla Bibbia per definire il peccato, negli ultimi secoli prima di Cristo se n’era aggiunta un’altra che aveva finito per prevalere: quella del debito nei confronti di Dio. La gente semplice del popolo si sentiva sempre in arretrato con i pagamenti. Preghiere, sacrifici, offerte, digiuni, opere buone non bastavano mai per compensare le innumerevoli infrazioni della Legge; ci si indebitava sempre di più con il Signore. Solo i farisei erano convinti di avere la contabilità in ordine. Tragica illusione la loro, perché – come dichiara Paolo che pur era vissuto in modo irreprensibile – “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Rm 3,23); di fronte a Dio l’uomo è un debitore insolvente.

Mostrando una generosità senza limiti, il padrone della parabola – che rappresenta Dio – intenerito dalle suppliche del suo servo, condona tutto il debito.

Non c’è alcun peccato che Dio non perdoni, non c’è colpa superiore al suo immenso amore. Anche Paolo ricorre alla stessa immagine: Dio “ha annullato il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli; egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce” (Col 2,14).

Come ha fatto l’uomo ad accumulare un debito così esorbitante? Forse accettando gli innumerevoli doni offertigli dal Signore? Non può essere, perché il dono è gratuito e non rende debitori. Allora si tratta – come pensavano i rabbini – dei peccati, delle trasgressioni? Anche questa interpretazione non soddisfa e ne vedremo la ragione.

Nella seconda parte della vicenda (vv. 28-30) entra in scena un altro servo che deve al primo cento denari, una somma di tutto rispetto – equivalente ad altrettante giornate lavorative – ma irrisoria se confrontata con quella condonata dal re.

Il secondo debitore rivolge al collega la stessa preghiera e spera di ottenere la stessa compassione. Il servo spietato, invece, lo afferra per il collo e comincia a strozzarlo dicendo: rendimi ciò che devi!

Il messaggio centrale della parabola va cercato – è evidente – nella enorme sproporzione fra i due debiti e nello stridente contrasto fra il comportamento di Dio che perdona sempre e quello dell’uomo che invece pretende la restituzione fino all’ultimo spicciolo. L’immagine del soffocamento rende bene l’idea della sudditanza psicologica in cui è ridotto chi ha sbagliato. Come un creditore spietato, l’offeso lo “tiene in mano” e gli può togliere il respiro e la gioia di vivere, con un richiamo, con la semplice allusione alla colpa commessa.

La parabola potrebbe suggerire l’idea che noi siamo responsabili di enormi peccati, mentre dai fratelli abbiamo ricevuto solo qualche sgarbo. Siamo invece sicuri che spesso si verifica il contrario: noi abbiamo commesso solo qualche venialità, mentre gli altri ci hanno arrecato gravi danni.

Non si tratta di fare calcoli sulla consistenza dei torti subiti. A Gesù interessa mettere in luce la distanza immane che esiste fra il cuore di Dio e il cuore dell’uomo, fra il suo amore e il nostro.

Il peccato non è un semplice errore, ma è la rottura del rapporto di alleanza e di amore sponsale che lega l’uomo a Dio. Se teniamo presente che il discepolo è chiamato a “essere perfetto come il Padre che è nei cieli” (Mt 6,48) è facile intuire che il “debito” nei suoi confronti è abissale (come è insolvibile il debito di diecimila talenti). Al confronto, la distanza che separa il più grande santo da un peccatore è irrisoria e può essere colmata (come è realistica la restituzione di cento denari).

Nella preghiera noi chiediamo al Padre di “condonare il nostro debito”. Le colpe che abbiamo commesso non rappresentano tutto il nostro debito; esse riguardano il passato e non sono infinite, sono soltanto un piccolo segno della distanza immensa che ci separa dall’amore del Padre. Questo è il debito che noi chiediamo a Dio di colmare. La nostra preghiera “Perdona i nostri debiti” non riguarda solo gli errori passati, ma è volta soprattutto all’avvenire.

Cosa si aspetta Dio da noi? La sua stessa “compassione”: vuole che non manteniamo il fratello schiavo del suo passato, pretende che non gli togliamo il respiro, mentre egli tenta disperatamente di risalire dal baratro; Dio ci chiede di aiutarlo “settanta volte sette”, rinunciando a qualunque rivalsa nei suoi confronti. I figli del regno di Dio sono “misericordiosi come il Padre celeste” (Lc 6,36) e hanno capito che “l’amore non tiene conto del male ricevuto, tutto scusa, in tutto fa credito” (1 Cor 13,5-7). Chi ha fatto propria questa nuova logica è disposto a rimetterci, dimentica tutti i propri diritti pur di vedere il fratello nuovamente felice, sereno e libero dal suo peccato.

L’ultima scena è da brivido (vv. 31-35). Di fronte al modo con cui il servo cui era stato condonato il debito tratta il suo simile, il padrone, disgustato, è colto da incontenibile sdegno: lo fa chiamare, gli rinfaccia la sua malvagità e lo mette in mano agli aguzzini che lo devono torturare fino a quando non abbia restituito quanto deve. La conclusione è sconcertante: “Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello”.

Il Signore ripaga dunque con la stessa moneta coloro che sono spietati con i loro “debitori”? Una simile interpretazione smentirebbe tutto il messaggio della parabola che vuole invece presentare un Dio che perdona sempre e comunque l’uomo.

Siamo di fronte ad una storia in cui vengono impiegate immagini drammatiche. I predicatori del tempo di Gesù le introducevano spesso nei loro discorsi, per scuotere i loro uditori e per mettere in risalto l’importanza di un certo messaggio. L’evangelista non sta descrivendo ciò che Dio farà alla fine, ma presenta ciò che egli vuole che l’uomo faccia oggi. Per non falsare il messaggio di Gesù è dunque necessario ripulire la parabola dalle tinte forti di cui l’ha rivestita il linguaggio culturale semitico di duemila anni fa. Considerarla una descrizione del comportamento del Padre che sta nei cieli sarebbe un’interpretazione blasfema.

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Coloro che sono entrati nel padiglione a giugno hanno trovato solo scaffali vuoti e l’insegnamento di ripagare chi verrà dopo di noi con le stesse opportunità che ci sono state date.

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