Il Vangelo insegna che il Signore non scarta chi è fragile: è proprio nella mancanza di forze che può manifestarsi la potenza del suo amore

Famiglia Cristiana – 06 settembre 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?
di Enzo Bianchi
Per gentile concessione dell’autore

Nella nostra vita conosciamo ore di fatica e ore di debolezza. A volte ci sentiamo colpevoli di non essere all’altezza di un’azione, di un compito che spetta a noi portare a compimento, e scopriamo una debolezza che non pensavamo presente in noi stessi. “Non ce la faccio! …” si arriva a pensare o a dire e si soffre la stanchezza, l’affaticamento, la debolezza. Nei Vangeli è molto frequente la parola “debole” (asthenés) senza forze, tradotto sovente come malattia. Ma nella lingua dei Vangeli, il greco, c’è un’altra parola per indicare il malato. Gesù è colui che accoglie davanti a sé deboli e malati (cf. Lc 8,2) e l’amico Lazzaro è preso da debolezza, è senza forze (cf. Gv 11,1), quando è ritenuto addirittura morto.

Gesù si preoccupa innanzitutto della debolezza, della mancanza di forze, della fragilità umana. Lo sguardo di Gesù non va all’eventuale peccato di chi gli sta davanti, ma alla sua sofferenza e per questo lo cura, a volte lo guarisce e così lo purifica anche da ogni peccato. Quando Gesù dice a Marta, sorella di Lazzaro, che la debolezza di Lazzaro non è per la morte ma per lo splendore della gloria di Dio (cf. Gv 11,4) ci svela che nelle nostre debolezze, nei nostri abissi può operare la potenza dell’amore di Dio come grazia, cioè amore mai da meritare ma dato gratuitamente affinché dove c’è la tenebra vinca e brilli la luce, dove c’era la disperazione vinca la speranza, e la debolezza diventi evento di grazia.