L’immagine della «soglia» è molto in voga, ma non è del tutto evangelica, e resta confusa e ambigua. È necessaria, invece, una riappropriazione del concetto di “identità” su coordinate evangeliche, per strapparla alla retorica contemporanea.

di Luigi Testa
27 Agosto 2026
Per gentile concessione di
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Tra le immagini più in voga nella riflessione teologica – o che almeno ambisce ad essere tale – dei nostri giorni, quella della «soglia» sembra trovare una certa fortuna, soprattutto nel contesto di quella che più correttamente potrebbe definirsi teologia dalle periferie, o dai margini. L’immagine è immediatamente evocativa, e senz’altro molto suggestiva. Ma, a parte questi meriti di stile, non è del tutto chiara la specifica consistenza del concetto – almeno declinato nel discorso teologico o solo spirituale – e i margini di indeterminatezza, confusione e ambiguità sono notevoli.
Anzitutto, rischia di essere forzata l’eziologia evangelica che generalmente la giustifica. La “soglia”, infatti, non ha alcuna analogia con la “porta” che Gesù impiega per parlare di sé. Quella “porta”, infatti, serve per passare, per entrare; dunque l’importante è il dentro. Diversamente dalla “soglia” della narrazione dei giorni nostri, la “porta” del linguaggio di Gesù è importante in quanto permette di entrare.
«Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9). Altrove appare chiaro che la porta, ad un certo punto, si chiude, e ciò che Gesù più teme è che essa non venga utilizzata per entrare, finché il passaggio è aperto (cfr. Lc 13, 25 ss.). L’invito non è a restare sulla soglia; ma ad entrare; anzi, ad entrare in fretta. E d’altra parte, tutti i luoghi di passaggio nella storia della salvezza – a partire dal deserto – son stati importanti proprio perché la maturazione compiuta in quel frattempo ha permesso l’accesso ad un altrove.
Nel discorso di Gesù è essenziale la contrapposizione tra un dentro e un fuori – c’è un αὐλή, uno spazio con un recinto che distingue (Gv 10,1). La narrazione della “soglia” tende ad una neutralizzazione di questa contrapposizione che, oltre a sembrare in contrapposizione alla Parola di Dio, in chiave per così dire politica, rischia di prestare il fianco ad una fatale eterogenesi dei fini.
La pretesa di una piena fedeltà al mandato evangelico, infatti, chiede anzitutto alla Chiesa che chi è stato tenuto fuori o ai margini sia portato dentro, e pienamente. Non si tratta semplicemente di abitare una “soglia”, di stare in una zona di intersezione che facilmente assume i contorni di una posizione spuria, ma di entrare e prendere posto al centro, quali «coeredi di Cristo» (Rm 8,17). Voler stare sulla soglia è abdicare ai diritti in cui Cristo ci ha pienamente costituiti.
La riflessione contemporanea sul tema ha sicuramente dei meriti importanti, in una chiave anti-identitaria e di recupero del valore di quello che il teologo Sergio Massironi ha chiamato l’«appartenenza antitotalitaria» (S. Massironi, Cattolico cioè incompleto: un’identità estroversa, un’appartenenza antitotalitaria, Castelvecchi, 2022). Ma forse si può pensare di mantenere il significato adottando un diverso significante, con minor spazio di ambiguità e più difendibile sul piano della genealogia biblica.
D’altra parte, anche lo stesso discorso sull’identità meriterebbe una più pacata riflessione, abbandonando i toni eccessivamente polemici della decostruzione – forse pure necessaria – che ci ha occupato negli scorsi decenni. Tra le oscillazioni degli isterismi identitari da un lato e delle nevrosi negazioniste dall’altro, il cristianesimo ci riconsegna alla realtà con l’immagine di quella «pietruzza bianca, sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve», e che verrà messa nelle mani di ciascuno solo nell’ultimo giorno (Ap 2,17).
Così, il cristiano è colui che sa di ricevere la propria identità da Cristo, senza tuttavia poterla conoscere – e dunque possedere – in maniera esaustiva, almeno fin quando «vediamo come in uno specchio, in modo imperfetto» (1Cor 13,12). L’«appartenenza antitotalitaria» deriva dunque dal carattere necessariamente sempre parziale e provvisorio di ogni conoscenza della propria identità, il che tuttavia non si risolve in una sua liquidazione.
È, anzi, forse più che mai necessaria una riappropriazione cristiana, secondo coordinate evangeliche, del concetto di identità, per scongiurare il rischio di lasciarlo appannaggio di retoriche attuali di cui è impossibile tacere l’intrinseca radice anticristiana. Chissà, d’altra parte, che la rimozione del valore del concetto di identità – di cui la narrazione della «soglia» rischia di essere versio minor – non abbia contribuito a preparare questo mostruoso ritorno del rimosso.
Invece, è con la nostra identità ricevuta da Cristo – totalmente nostra, ma che possederemo completamente solo «quando verrà ciò che è perfetto» (1Cor 13,10) – che siamo chiamati a scegliere se stare dentro o fuori, con o contro (cfr. Mt 12,30), esercitando il nostro pieno diritto di figli (cfr. Gal 4,6), senza alcuna necessità di restare sospesi sulla soglia.