XXIII Domenica
Tempo ordinario (A)
Matteo18,15-20

- Prima Lettura – Dal libro del profeta Ezechièle 33,1.7-9
Se tu non parli al malvagio, della sua morte domanderò conto a te. - Salmo Responsoriale – Dal Sal 94 (95)
R. Ascoltate oggi la voce del Signore. - Seconda Lettura – Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 13,8-10
Pienezza della Legge è la carità. - Matteo 18,15-20
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Speriamo che basti la mia parola
Wilma Chasseur
Tre tentativi prima di liquidarlo come pagano e pubblicano. Chi questo? Tuo fratello secondo quanto dice il Vangelo di questa domenica. “Se tuo fratello (ma credo si possa intendere in senso lato) commetterà una colpa contro di te” cosa devi fare? Prima parlane con lui solo, primo tentativo, se andrà a buon fine, basta così.
Prendi con te due persone; ma quali?
Non basta la tua parola? Fai un secondo tentativo: prendi con te una, al massimo due persone. Ma quali? Quelle che sanno amare di più, che sapranno vedere in lui un fratello da amare, non un colpevole da accusare e che sapranno versare olio sulle sue ferite (e sulle tue). Quindi potrebbe andare molto bene, la buona zia o il nonno, qualcuno insomma con molta saggezza e molto amore per il malcapitato. Cercare di rabbonirlo con due o tre persone significa voler risolvere la questione coinvolgendo meno gente possibile. Se non funziona neppure questo fai un terzo tentativo: parlane con la comunità. E che Dio te la mandi buona perché senza il Suo intervento, cioè senza l’intervento della più santa comunità che è la santa Trinità, non credo che basti qualche altra comunità… Esercitare la correzione fraterna esige un grande autocontrollo oltre che tanta carità. Non deve infatti essere uno sfogo, o un risarcimento danni ma un voler ristabilire la concordia e la pace. Non deve prevalere il fastidio dovuto all’offesa ricevuta, ma il bene comune da ripristinare.
Dove due o tre…
E dopo questo arduo compito viene la bellissima promessa che dove due si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa al Padre, egli la concederà. Qualunque cosa. Mi raccomando: mettiamoci subito tutti tacitamente d’accordo per chiedere quella cosa urgentissima di cui abbiamo bisogno, e la riceveremo. “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro.” Voi che mi leggete siete virtualmente riuniti con me e siamo sicuramente più di due o tre, quindi abbiamo la certezza che il Signore c’è. Più di così…
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Ammonire e perdonare per «guadagnare» un fratello
Ermes Ronchi
Il perdono non consiste in una emozione, ma in una decisione. Non nasce come evento improvviso, ma come un percorso.
La portata scandalosa del perdono, ciò che va contro tutti i nostri istinti, sta nel fatto che è la vittima che deve convertirsi, non colui che ha offeso, ma colui che ha subito l’offesa. Difficile, eppure il Vangelo assicura che è una possibilità offerta all’uomo, per un futuro risanato. «Il perdono è la de-creazione del male» (R. Panikkar), perché rattoppa incessantemente il tessuto continuamente lacerato delle nostre relazioni.
Gesù indica un percorso in 5 passi. Il primo è il più esigente: tu puoi intervenire nella vita di un altro e toccarlo nell’intimo, non in nome di un ruolo o di una presunta verità, ma solo se ha preso carne e sangue dentro di te la parola fratello, come afferma Gesù: se tuo fratello pecca… Solo la fraternità reale legittima il dialogo. Quello vero: non quello politico, in cui si misurano le forze, ma quello evangelico in cui si misurano le sincerità.
Il secondo momento: dopo aver interrogato il cuore, tu va’ e parla, tu fa il primo passo, non chiuderti in un silenzio ostile, non fare l’offeso, ma sii tu a riallacciare la relazione. Lontano dalle scene, nel cuore della vita, tutto inizia dal mattoncino elementare di tutta la realtà, il rapporto io-tu.
Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello. Verbo stupendo: guadagnare un fratello. Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo. Investire in fraternità è l’unica politica economica che produce vera crescita.
Poi gli altri passi: prendi con te una o due persone, infine parlane alla comunità. E se non ascolta sia per te come il pagano e il pubblicano. Un escluso, uno scarto? No. Con lui ti comporterai come ha fatto Gesù, che siede a mensa con i pubblicani per annunciare la bella notizia della tenerezza di un Dio chino su ciascuno dei suoi figli.
Tutto quello che legherete o che scioglierete sulla terra, lo sarà anche in cielo. Gesù non parla da giurista, non lo fa mai. «Il potere di perdonare il male non è il potere giuridico dell’assoluzione, è il potere di diventare una presenza trasfigurante anche nelle esperienze più squallide, più impure, più alterate dell’uomo» (Don Michele Do). È il potere conferito a tutti i fratelli di diventare presenza che de-crea il male, con gesti che vengono da Dio: perdonare i nemici, trasfigurare il dolore, immedesimarsi nel prossimo: è l’eternità che si insinua nell’istante. Infatti: ciò che scioglierete, come lui ha sciolto Lazzaro dalle bende della morte; ciò che legherete, come lui ha legato a sé uomini e donne; ciò che scioglierete avrà libertà per sempre, ciò che legherete avrà comunione per sempre.
Vie di misericordia
Antonio Savone
Come stai nella vita, nelle relazioni? Con che sguardo, con quale atteggiamento? Come stai di fronte a chi ha sbagliato? Quando e come intervenire? Con l’atteggiamento di chi sa custodire l’altro che gli è affidato o con animo spadroneggiante? Che cosa può far sì che noi passiamo da una “folla di solitudini” a una “comunione di volti e di storie”? Trovo siano queste le domande che emergono dalle pagine che la liturgia ci ha appena consegnato.
Respiriamo rivalità in ogni forma di convivenza: non ne è esente neanche la comunità cristiana (per non parlare, poi, di quelle religiose all’interno delle quali ci si vanta di essere fratelli e sorelle). Più che la dedizione prevale la competizione. Il bene altrui non è per noi fonte di gioia ma di invidia e perciò finiamo per ostacolarlo invece di promuoverlo, di custodirlo e di metterlo in luce. La gioia dell’altro è un’ombra per noi, la sua riuscita è letta come un nostro uscire di scena. Il male dell’altro è occasione perché ci si faccia da parte. Il pericolo in cui l’altro versa non è affatto motivo per aiutare a superarlo. Siamo ridiventati homo homini lupus, come sosteneva il filosofo Hobbes.
Eppure, l’antico profeta Ezechiele ci ricorda che ciascuno è costituito sentinella. Compito della sentinella è stare sulla breccia per discernere ciò che sopraggiunge all’orizzonte e aiutare l’altro a valutare i passi da compiere. Ezechiele, in tempo di esilio, doveva richiamare l’inconsistenza e l’illusorietà delle speranze del suo popolo. Non era certo un compito facile.
Gesù aveva appena detto che “volontà del Padre è che nessuno dei piccoli si perda”. Aveva sognato così la comunità dei discepoli: un luogo di fraternità in cui non c’è situazione faticosa che non possa essere affrontata con rispetto e delicatezza. Pensata come una esperienza di comunione in cui ci si ascolta e si parla con ponderazione, in cui ciascuno sa di poter contare sull’altro, un’esperienza in cui esprimere la condivisione in ogni situazione. Aveva fatto della qualità delle relazioni tra i membri della comunità, il segno per eccellenza della presenza del Signore nella storia degli uomini: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). E perché questo potesse essere compiuto era necessario che allo stile del giudizio si sostituisse quello del portare l’altro con la sua storia e con i suoi aspetti di limite, consapevoli che solo l’amore (che non ha nulla a che fare con la negazione del male) può riscattare le zone d’ombra presenti in lui. Questo il sogno del Maestro!
E noi? Cosa ne abbiamo fatto di questo sogno? Altre logiche stabiliscono itinerari e procedure, logiche tanto distanti dal Vangelo: logiche di potere e di efficienza, logiche di esclusione.
Al cuore dell’altro, ripete Gesù, ci arrivi solo attraverso una via di misericordia che privilegia anzitutto l’a tu per tu. Certo – lo riconosciamo – è molto più istintivo parlare/sparlare dell’altro che parlare all’altro. Quante volte tutti sanno senza che alcuno abbia parlato all’interessato? La Scrittura definisce questo stile come mormorazione. Molto più spontaneo reagire in maniera offensiva che scegliere di dialogare cuore a cuore. Non poche volte sto di fronte all’altro con disappunto, con insofferenza e perciò con giudizio. Gli antichi padri del deserto sostenevano fosse possibile farsi carico del male dell’altro solo se si è in stato di dolcezza. Quando questo non ci appartiene non faccio che trasmettere uno stato d’animo alterato che non può non innescare reazioni negative.
Dobbiamo pure riconoscere che talvolta vorremmo intervenire nei confronti dell’altro con la presunzione di chi vuol imporre il suo punto di vista o con l’insofferenza verso quanto di diverso l’altro ci rimanda.
Niente mormorazioni, dunque, niente discorsi tenuti alle spalle dell’altro, ma assunzione trasparente delle proprie responsabilità.
Niente giudizi sommari pronunciati in modo implacabile ma un confronto che permetta all’altro di dirsi.
Perché l’altro possa essere guadagnato è necessario che la relazione sia coltivata continuamente: imparare a incrociare più spesso la strada della vita dell’altro.
Chissà perché Gesù chiamerà i suoi discepoli “miei fratelli” (Gv 20.17), solo dopo la Pasqua, solo dopo aver pagato di persona pur di non venir meno a quel vincolo di fraternità!
Don Antonio Savone
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L’arte della correzione fraterna
Enzo Bianchi
Nel capitolo 18 del vangelo secondo Matteo leggiamo diversi insegnamenti di Gesù riguardanti la vita della sua comunità, la comunità cristiana. L’evangelista li raccoglie e li raduna qui per consegnare ai cristiani degli orientamenti in un’ora già segnata dalla fatica della vita ecclesiale tra fratelli e sorelle in conflitto, da rivalità e patologie di rapporti tra autorità e credenti. Il messaggio centrale di questa pagina indica la misericordia come decisiva, assolutamente necessaria nei rapporti tra fratelli e sorelle.
I pochi versetti proclamati in questa domenica vogliono indicare la necessità della riconciliazione sia nel vivere quotidiano sia nella preghiera rivolta al Signore vivente. Ecco allora la prima parola di Gesù: “Se tuo fratello pecca (contro di te), va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato tuo fratello”. In verità questa sentenza di Gesù è attestata nei manoscritti in due forme: quella breve, che parla di un fratello che pecca (cioè che compie un peccato contro le esigenze cristiane), e quella lunga, che specifica “contro di te”, ipotizzando un’offesa personale. Nel primo caso la direttiva sarebbe ecclesiale, e dunque si tratterebbe di un preciso comportamento da viversi come chiesa; nel secondo caso Gesù si riferirebbe alla riconciliazione fraterna in caso di dissidio o offesa. La traduzione italiana ufficiale opta per questa seconda lettura, ma sia l’una sia l’altra versione sono accentuazioni diverse di un’unica verità, perché il peccato intravisto è comunque un peccato grave che impedisce la comunione fraterna.
Gesù chiede la correzione e la riconciliazione tra quanti sono in conflitto, tra l’offeso e l’offensore, ma le richiede anche a livello comunitario, quando un membro della comunità mediante il suo peccato contamina tutto il corpo, diventa soggetto di scandalo, di ostacolo alla vita cristiana, che è e deve essere sempre comunione tra diversità riconciliate e dunque sinfoniche. La comunione esige un serio impegno, anche una fatica, ed è questione di essere responsabili e custodi anche dell’altro. Si faccia attenzione a non leggere in queste parole di Gesù una procedura giuridica cristiana, da osservare come una legge! Certo, Gesù si ispira a quanto si legge nel Levitico: “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un suo peccato” (Lv 19,17; cf. anche Sir 19,13-17). Ma non dà una nuova legge capace di risolvere i conflitti e di eliminare i peccati, bensì chiede che in mezzo alle tensioni, ai conflitti, alle contese e alle offese che inevitabilmente avvengono in ogni comunità permanga il desiderio di comunione, la volontà di edificazione comune, la responsabilità intelligente di ciascuno verso tutti. Quando avviene il peccato grave e manifesto, nella comunità cristiana occorre operare con creatività, sapienza, pazienza e, soprattutto, misericordia.
Che cosa dunque deve fare il cristiano maturo? Ammonire il peccatore, certo, ma con molta carità. Lo ammonisca nell’ora opportuna, lo ammonisca con umiltà e chiarezza, lo ammonisca coprendo la sua vergogna, non svelandola agli altri, dunque da solo a solo. Chi compie la correzione, deve avere il cuore di Gesù che perdona, non disprezza e non si nutre di pregiudizi. Deve farlo con lo spirito del buon pastore che, nella parabola raccontata subito prima da Gesù, va a cercare la pecora che si è perduta (cf. Mt 18,12-14). Deve farlo non perché la legge è stata infranta, ma perché chi ha peccato ha fatto del male a se stesso, ha scelto la via della morte e non quella della vita. In ogni caso, chi corregge non può pensare di dover sradicare la zizzania e salvare il buon grano (cf. Mt 13,24-30)! Va dunque tentato tutto il possibile affinché chi si è smarrito ritrovi la strada della vita e chi ha offeso il fratello ritrovi la via della riconciliazione. Gesù richiede semplicemente questo, eppure constatiamo quanto sia difficile nelle comunità cristiane questo semplice passo verso la comunione. Sembra che l’arte di ammonire e correggere l’altro, arte certo delicata e difficile, non sia possibile e lasci invece posto all’indifferenza da parte di chi è troppo preoccupato di se stesso e della propria salvezza per pensare agli altri.
Ma nel vangelo si testimonia anche la possibilità che la correzione fraterna abbia un esito negativo: il fratello che ha peccato può non voler essere corretto né tanto meno cambiare atteggiamento, convertendosi dalla strada intrapresa in contraddizione con il Vangelo. Che fare in questo caso? Accettando senza rancore il rifiuto opposto dal fratello, occorrerà cercare una via ulteriore rispetto a quella percorsa, magari ricorrendo all’aiuto di altri fratelli e sorelle della comunità: “Se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ‘ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni’ (Dt 19,15)”. Anche in questa opzione non si legga un procedimento giuridico rigido da parte di Gesù! Si colga invece lo spirito di tali ingiunzioni, che vogliono salvare il fratello o la sorella, non rendere pura la comunità, percorrendo vie di esclusione. Chiedere l’aiuto di altri fratelli significa cercare il terzo che aiuti la riconciliazione quando non c’è possibilità di accordo nel faccia a faccia, significa cercare la parola autorevole di altri, che aiuti a discernere meglio quale sia la strada della conversione.
Se poi anche questa via risulta insufficiente, allora – dice Gesù – si può chiedere all’assemblea, alla chiesa (ekklesía) di intervenire perché il conflitto sia risolto e il richiamo alla conversione sia espresso con la massima autorevolezza. Ma anche quest’ultimo tentativo può non avere successo, e allora? Non si dimentichi che comunque l’assemblea non è un tribunale di ultima istanza, ma un’occasione per ascoltare la voce dei fratelli e delle sorelle nel corpo di Cristo, la chiesa: “Se non ascolterà neanche la comunità, la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano (ho ethnikòs kaì ho telónes)”. Questo atteggiamento, assunto da chi è stato offeso o ha visto il peccato, ha corretto e non è stato ascoltato, non è la scomunica, parola usata con accezioni o interpretazioni fantasiose. No! Gesù dice che, se vengono esauriti tutti i tentativi di correzione fraterna e di riconciliazione, allora occorre prendere le distanze per conservare la pace e non incattivire il fratello, occorre considerarlo come se fosse un appartenente alle genti (un pagano) o un pubblicano. Cioè uno che Gesù amava ed era disponibile a incontrare (cf. Mt 9,11; 11,19), un malato che abbisogna di essere guarito, un peccatore che necessita di perdono.
A questo punto il cristiano assume su di sé due responsabilità, quella di perdonare il peccato oppure di non perdonarlo: “Tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo”. Il potere del legare e dello sciogliere, conferito da Gesù a Pietro (cf. Mt 16,19), è dato anche a ogni cristiano affinché eserciti il ministero della riconciliazione, sempre e con autorevolezza. Questo potere è dato ai discepoli come l’ha avuto Gesù stesso, “non per giudicare ma per salvare il mondo” (cf. Gv 3,17). Nella sua Regola san Benedetto legifera su queste patologie vissute talvolta dalla comunità e sa che, esaurita ogni possibilità di correzione di un fratello che continua a dimorare nel peccato grave, non resta che pregare, rimettendo l’altro alla misericordia del Signore e alla potenza della grazia, l’amore che non va mai meritato (cf. RBen 23-28). Anche la scomunica monastica prevista da Benedetto per il fratello peccatore che non si pente è solo medicina: esclusione dalla tavola e dalla preghiera comune, ma mai esclusione totale del fratello.
Il “salvataggio” di un fratello, di una sorella, è opera delicata, faticosa, che richiede pazienza e deve essere ispirata solo dalla misericordia. Perché tutti siamo deboli, tutti cadiamo e abbiamo bisogno di essere aiutati e perdonati: nella comunità cristiana non ci sono puri che aiutano gli impuri o sani che curano i malati! Prima o poi conosciamo il peccato e abbiamo bisogno di un aiuto intelligente e veramente misericordioso, l’aiuto che verrebbe da Dio. Occorre infatti salvarsi insieme, come scrive ancora Benedetto nella Regola: “Cristo ci conduca tutti insieme alla vita eterna (nos pariter ad vitam aeternam perducat)” (RBen 72,12). Nessuno si salva da solo: che salvezza sarebbe quella che riguarda solo me stesso, senza gli altri? Che regno di Dio sarebbe quello in cui si entra da soli, mentre gli altri restano fuori? Che solitudine, che tristezza…
Proprio per questo Gesù chiede ai i suoi discepoli che, quando pregano, siano in comunione. Non basta pregare gli uni accanto agli altri, giustapposti, non basta pregare con le stesse formule o compiere gli stessi gesti. Affinché la preghiera sia autentica e la liturgia gradita di Dio, occorre soprattutto accordarsi (verbo sýn-phonéo) nella carità, essere comunione. Allora la preghiera viene esaudita, perché dove c’è sinfonia dei cuori, là c’è lo Spirito santo, il dono dei doni, sempre concesso a chi lo invoca (cf. Lc 11,13). E bastano pochi, due o tre che pregano nella fede di Cristo Signore, perché Cristo stesso sia presente. Dicevano i rabbini: “Quando due o tre sono insieme e tra loro risuonano le parole della Torah, allora la Shekinah, la Presenza di Dio, è in mezzo a loro” (Pirqé Abot 3,3). Analogamente, Gesù dice che, quando anche solo due o tre fratelli o sorelle si riuniscono nel suo Nome, nella carità reciproca, allora egli è presente. Sì, Gesù è presente là dove si vive l’amore, la carità tra i fratelli, tra le sorelle.
Comunità missionaria per una pastorale dei lontani
Romeo Ballan, MCCJ
Come mettere uno stop alla maldicenza? Perché ammonire chi ha commesso una colpa? Come correggere chi è in errore? Correggere gli altri è un’impresa ardua, è un’arte che richiede umiltà e saggezza; è difficile farlo e farlo bene; è più facile – e più frequente, purtroppo! – parlare con altri degli altrui difetti ed errori; o limitarsi ad umiliarli e offenderli con il rimprovero… Perché non lasciarli nel loro problema? Qual è l’atteggiamento di carità da assumere in tali circostanze? Molto probabilmente, il testo odierno del Vangelo sulla correzione fraterna è lo specchio di situazioni concrete, che già si vivevano nella prima comunità cristiana, per la quale Matteo scriveva il suo Vangelo. Il brano fa parte del cosiddetto discorso ecclesiale (Mt 18), nel quale l’evangelista raggruppa diversi insegnamenti di Gesù circa i rapporti all’interno della comunità, scanditi sui seguenti passi: la vera grandezza consiste nel farsi piccoli e nel mettersi a servire (v. 1-5), la gravità dello scandalo dei piccoli (v. 6-11), la ricerca di chi si è allontanato (v. 12-14), la correzione fraterna (v. 15-18), la preghiera in comune (v. 19-20) e, finalmente, il perdono delle offese e la riconciliazione (v. 23-35).
L’obiettivo della correzione fraterna (Vangelo) è il ricupero e la salvezza del fratello/sorella che ha sbagliato o si è smarrito. Affinché l’ammonizione ottenga lo scopo desiderato, Gesù invita a procedere a tappe: in primo luogo, a livello personale, a tu per tu (v. 15); poi con l’aiuto di una o due persone (v. 16); quindi, con il ricorso alla comunità (v. 17). Il fatto che, alla fine, un fratello/sorella non ascolti nessuno e lo si consideri “come il pagano e il pubblicano” (v 17), non comporta e non autorizza un abbandono, ma piuttosto un’attenzione speciale verso queste persone, come faceva Gesù, che era “amico dei pubblicani e dei peccatori” (Mt 11,19; cfr. Lc 15,1-2). La chiave per capire questa testarda amicizia e preferenza di Gesù sta nella parabola del Buon Pastore che lascia “le 99 pecore sui monti per andare in cerca di quella perduta” (Mt 18,12). Gesù conclude questa parabola con un’affermazione forte: “Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli” (Mt 18,14).
È questa la Parola che precede immediatamente il testo odierno sulla correzione fraterna. Dio ha più voglia e più fretta di perdonare che noi di essere perdonati. È proprio vero che Dio crede alla ricuperabilità delle persone: questo è il fondamento e la speranza della pastorale missionaria per i lontani.Nonostante i limiti, errori e frustrazioni, ma sempre con misericordia, perché è questo il vero volto di Dio, che Gesù è venuto a manifestarci.
Dio rifiuta l’atteggiamento di Caino, che non si preoccupa di suo fratello (cfr. Gen 4,9); anzi (I lettura) ci costituisce sentinelle per gli altri (v. 7) e chiederà conto a chi non parla “perché il malvagio desista dalla sua condotta” (v. 8). Non si tratta di interferire nella vita altrui, né di diminuire l’altrui libertà personale (v. 9), ma di essere presenza fraterna e amica, ispirata all’amore e alla ricerca del vero bene del fratello/sorella. Perché l’amore vicendevole (II lettura) è l’unico debito ammissibile con gli altri: infatti, “pienezza della Legge è la carità” (v. 10). San Paolo viveva da innamorato di Cristo e, pertanto, era preoccupato per tutte le Chiese (2Cor 11,28), voleva annunciare a tutti il Vangelo di Gesù e non aveva paura di rivolgere richiami forti e salutari alle sue comunità. Ma sempre con amore! (*)
L’amore vicendevole, che mira al ricupero di chi sbaglia, è la base su cui si fonda la correzione fraterna. Con tutti i rischi che questa comporta, soprattutto quando si devono ammonire i potenti della terra. Il martirio di S. Giovanni Battista (vedi memoria liturgica il 29/8) fu il risultato estremo di un doveroso e coraggioso rimprovero ad un re adultero e corrotto. Il messaggio odierno non riguarda solo i piccoli sgarbi o incidenti nella vita familiare o comunitaria, ma illumina anche il comportamento del cristiano (dei pastori e dei fedeli) di fronte ai responsabili dei mali maggiori della società: leggi perverse, degrado morale e sociale, gravi ingiustizie, corruzione, sistemi mafiosi, scandali pubblici…, di fronte ai quali il silenzio e il disimpegno suonano a debolezza, paura, viltà, complicità.
Il delicato ministero dell’ammonizione-correzione reciproca viene omesso con troppa frequenza, come costatava anche il Card. Carlo M. Martini (+31/8/2012). Questo difficile servizio della correzione-riconciliazione fraterna, se fatto nella verità, umiltà e carità, risulta più facile ed efficace quando ha il supporto di una comunità di fratelli che vivono la comunione e la preghiera, godendo in tal modo della presenza del Signore, perché sono riuniti nel Suo nome: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì Io-Sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Con queste parole Gesù ci dà una delle più belle descrizioni-definizioni di “chiesa-comunità”. Una comunità riconciliata e orante, che vive la fraternità, ha una grande forza missionaria spontanea ed esplosiva
Come aiutare Dio a ritrovare il suo tesoro
Fernando Armellini
In modo subdolo, quasi impercettibile, come l’insinuarsi di un serpente fra le fessure di una roccia, si fa strada anche fra i cristiani la mentalità di questo mondo che valuta le persone in base al successo che ottengono, alle doti che hanno, alla ricchezza che accumulano. I geni, gli atleti, le personalità eminenti, chiunque dimostra di possedere attitudini particolari è ricercato e ammirato; i deboli, i poveri, gli incapaci, i portatori di handicap appaiono a molti – anche se difficilemente lo si ammette – quasi un bagaglio ingombrante.
La comunità che si gloria dei suoi “eroi” e prova un’inconfessata ripulsa per i peccatori che considera zavorra, rami secchi, un “disonore” per tutta la famiglia, mostra di aver assimilato i criteri di questo mondo, non quelli di Dio che si innamora degli ultimi, di coloro che non contano. Egli ha dichiarato il suo amore al più insignificante dei popoli, Israele, così: “Tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo” (Is 43,4).
Identica è la prospettiva di Gesù: al centro delle attenzioni della sua comunità ha posto “i piccoli”. Sono loro il tesoro di Dio, la perla preziosa per cui vale la pena di perlustrare ogni angolo del mondo, il gioiello che riempie di gioia incontenibile chi lo trova (Mt 13,44-46). Dicevano i rabbini: “Il Signore gioisce per la risurrezione dei giusti e per la rovina degli empi”. Il Dio di Gesù invece fa più festa per un peccatore che ritorna che per novantanove giusti (Mt 18,13).
Solo se abbiamo compreso i gusti di Dio che “ha scelto i poveri” (Gc 2,5) e volge il suo sguardo sull’umile (Is 66,2), siamo nella disposizione giusta per cogliere il messaggio delle letture di oggi.
Prima Lettura (Ez 33,7-9)
7 O figlio dell’uomo, io ti ho costituito sentinella per gli israeliti; ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia. 8 Se io dico all’empio: Empio tu morirai, e tu non parli per distoglier l’empio dalla sua condotta, egli, l’empio, morirà per la sua iniquità; ma della sua morte chiederò conto a te.
9 Ma se tu avrai ammonito l’empio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte, egli morirà per la sua iniquità. Tu invece sarai salvo.
“Forse che io ho piacere della morte del malvagio – dice il Signore Dio – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?” (Ez 18,23). La preoccupazione del Signore è che l’uomo scelga cammini di morte; per questo costituisce Ezechiele come sentinella e lo incarica di vigilare (v. 7). Contro chi? – ci chiediamo – Chi è il nemico che si sta avvicinando e minaccia di annientare Israele?
Per quanto possa sembrare strano, è il Signore il quale sta per colpire il suo popolo con la più grave delle sventure: la distruzione della città di Gerusalemme e la deportazione in terra straniera dei suoi cittadini.
Che deve fare Ezechiele? Deve comportarsi come le sentinelle che suonano la tromba, danno l’allarme in modo che tutti possano mettersi in salvo.
L’immagine della venuta del Signore per punire il popolo ricorre spesso nella Bibbia; quasi ad ogni precetto è aggiunta una promessa di bene per chi lo osserva e la minaccia del castigo per i trasgressori (Dt 28). In realtà non è Dio che punisce, è il peccato che porta l’uomo alla perdizione. Il Signore vuole salvare; chi si allontana dal cammino della vita da lui tracciato decreta la propria morte.
Nel brano di oggi vengono evidenziate in modo drammatico la passione e la premura del Signore per l’uomo. Gli sta tanto a cuore la salvezza del suo popolo, che minaccia di morte Ezechiele se non allerterà gli israeliti e non li metterà in guardia dal pericolo che corrono: stanno facendo scelte che li porteranno alla rovina.
Il profeta è un uomo con una spiccata sensibilità spirituale. È il primo che intuisce le vie del Signore, è colui che sa immediatamente valutare se le decisioni degli uomini sono conformi o difformi dal pensiero di Dio. Per questo è suo dovere intervenire, parlare con franchezza, ammonire chi corre il pericolo di allontanarsi da Dio. Se non adempie questa missione, si rende responsabile della rovina dei suoi fratelli (v. 8), se invece riprende chi si sta comportando male, ma questi non ascolta, allora egli non è colpevole (v. 9).
Ogni cristiano è profeta, è sentinella, è quindi responsabile, in parte, della sorte dei suoi fratelli.
Seconda Lettura (Rm 13,8-10)
8 Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. 9 Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. 10 L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore.
Nel capitolo 13 della Lettera ai romani Paolo tratta dei doveri del cittadino nei confronti delle autorità dello Stato. I cristiani si chiedevano fino a che punto dovesse giungere la loro fedeltà? Che posizione assumere di fronte a istituzioni incompatibili con il vangelo di Cristo? Come comportarsi con un imperatore eccentrico come Nerone? Molti erano insoddisfatti del sistema politico vigente e fra coloro che pensavano ad una rivolta c’era forse anche qualche cristiano.
Nei primi versetti del capitolo (vv. 1-7) l’Apostolo raccomanda a tutti di non lasciarsi coinvolgere in avventure, di comportarsi da cittadini esemplari, rispettosi dei capi, delle leggi e dei beni dello Stato.
Nella seconda parte (vv. 8-10) – quella ripresa nella lettura di oggi – Paolo enuncia un principio generale che aiuta a risolvere non solo questo, ma qualunque problema morale.
Quando non si sa come comportarsi, quando si è incerti sulle scelte da farsi, bisogna fare riferimento al comandamento cui fa capo tutta la legge: “Ama il tuo prossimo come te stesso” (v. 9). Tutti gli altri precetti derivano da questo, non sono altro che una sua specificazione. Chi cerca di fare sempre e solo del bene al fratello, certamente osserva tutti i comandamenti.
Se si tiene presente questo principio, è facile capire che tutte le leggi dello Stato, quando promuovono il bene comune, devono essere osservate e sarebbe un peccato violarle. Tuttavia, se una legge (dello Stato, della chiesa o di qualunque altra istituzione) è contraria a questo precetto, il cristiano non solo ha il diritto, ma il dovere di disobbedire.
Vangelo (Mt 18,15-20)
15 “Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16 se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17 Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. 18 In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.
19 In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. 20 Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.
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Per non fraintendere il significato di questo brano è necessario collocarlo nel suo contesto. Tutto il capitolo da cui è tolto (Mt 18) tratta dei rapporti fra i membri della comunità cristiana: chi deve essere considerato il primo, chi è grande e chi è piccolo, come evitare gli scandali, quale atteggiamento assumere di fronte a chi si allontana dalla fede, come sviluppare l’amore e favorire l’armonia fra i discepoli, quante volte accordare il perdono.
Oggi siamo invitati a riflettere sulle indicazioni che Gesù dà per ricuperare chi ha sbagliato, chi si è smarrito. Per comprenderle bisogna leggerle alla luce della frase che le introduce e che, purtroppo, non è riportata nel vangelo di oggi: “Il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli” (v. 14). Tutto ciò che viene raccomandato deve rispondere a quest’unico obiettivo: riportare alla vita chi ha fatto o sta facendo scelte di morte.
Tocca al pastore, certo, ritrovare la pecorella che si è allontanata, si è ferita e rischia di precipitare in burroni sempre più profondi e oscuri, ma ogni cristiano è pastore di suo fratello, nessuno può ripetere come Caino: “Sono forse io il guardiano di mio fratello?” (Gn 4,9).
La legge dell’amore obbliga ad impegnarsi per ricondurre il fratello sulla retta via; ma come procedere in una questione tanto delicata?
C’è un errore che va assolutamente evitato: spettegolare, diffondere la notizia dell’errore commesso. Questa è diffamazione, serve solo a emarginare chi ha sbagliato, a umiliarlo, a intestardirlo sempre più nel male, a farlo inutilmente soffrire. Equivale a perdere per sempre l’opportunità di recuperarlo.
C’è chi pensa che, per il fatto di aver detto la verità, si può mettere il cuore in pace. Ma la verità non è il valore assoluto, è l’amore il punto di riferimento. La verità può opporsi all’amore, può distruggere la convivenza e i buoni rapporti, invece di favorirli. La diffamazione può annientare un uomo – “Un colpo di lingua rompe le ossa” (Sir 28,17) – può uccidere un fratello, rovinare una famiglia, spezzare un rapporto di coppia. Come negare che c’è della saggezza nel detto popolare: “Meglio una bugia ben detta che una verità inopportuna”?
La verità che non produce amore, ma che provoca turbamento, che genera dissensi, odi e rancori è menzogna. Non si può raccontare tutto ciò che è vero o tutto ciò che si sa. Non si deve, soprattutto, dire la verità a coloro che se ne vogliono servire per il male. La verità che uccide è diabolica, viene dal maligno che “è stato omicida fin da principio… perché è menzognero e padre della menzogna” (Gv 8,44).
Vediamo di capire cosa suggerisce Gesù per “dire la verità” ad un fratello che è in pericolo di perdersi. Il cammino da seguire contempla tre tappe.
La prima: si deve parlare personalmente al fratello, da uomo a uomo, faccia a faccia; tutto deve essere risolto in segreto, per evitare che qualcuno scopra ciò che è accaduto.
Questo primo tentativo è il più delicato, anzitutto perché è impegnativo e decisamente sgradito; tutti preferiscono confidarsi con altri piuttosto che confrontarsi con l’interessato. Poi non è facile trovare le parole giuste, si può sbagliare il modo di entrare in argomento, può sfuggire un aggettivo di troppo, basta un accenno fuori posto ed è tutto finito. Se il fratello rimane ferito, si chiude definitivamente e chi magari ha agito con la migliore delle intenzioni, oltre ad aver perso un amico, si sente anche responsabile della mancata conversione.
In questa situazione può essere d’aiuto il pensiero che si trova nella seconda lettura di oggi: pensare di essere noi nella stessa situazione e tentare di immaginare cosa desidereremmo che gli altri facessero per noi.
Se questo primo tentativo non sortisce il risultato sperato, il secondo passo da fare è chiedere aiuto a uno o due fratelli sensibili e saggi della comunità. Non va mai dimenticato l’obiettivo: il ricupero del fratello. Non si deve mai dare l’impressione che lo si voglia mettere alle strette o che si trovi di fronte a qualcuno che cerca il modo per condannarlo. Deve percepire che ha a che fare con amici che vogliono il suo bene e che sono pronti a testimoniare di fronte ai fratelli la sua buona disposizione.
L’ultima tappa è il ricorso alla comunità. Questo può avvenire solo nei casi in cui il peccato commesso rischi di turbare tutti i fratelli, specialmente i più deboli nella fede. Se anche così il colpevole non si vuole emendare, allora deve essere considerato “come un pagano e come un pubblicano”.
Presa alla lettera, questa raccomandazione stona sulla bocca di Gesù che ha appena ammonito i discepoli: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli!” (v. 10). Com’è possibile che “l’amico dei pubblicani e dei peccatori” (Mt 11,19) pronunci un giudizio così duro?
Se non la si intende nel modo giusto, la frase è strana anche nel vangelo di Matteo dove si rileva spesso che la chiesa non è composta solo da santi, ma anche da peccatori. È un campo dove crescono grano e zizzania, è una rete che prende ogni tipo di pesci, è un banchetto cui sono invitati buoni e cattivi. Come si spiega che i peccatori impenitenti debbano essere scacciati dalla comunità?
Non mettiamo una frase di Gesù in contraddizione con il resto del vangelo.
Un fatto è certo: la comunità non ha il diritto di espellere uno dei suoi membri che si comporta male, solo per il fatto che lo sente come un peso, come un elemento ingombrante. Il peccatore rimane sempre un suo figlio e nessuna madre si vergogna mai di un figlio. Tuttavia non si può negare che la Chiesa ha il diritto e perfino il dovere di pronunciare parole di denuncia o di condanna; Gesù le ha conferito il potere di legare e di sciogliere e ha promesso di ratificare dal cielo le sue decisioni (v. 18).
Legare e sciogliere è un’espressione ben nota. Era usata dai rabbini per indicare la loro autorità di dichiarare lecito o proibito un certo comportamento morale e di infliggere o revocare l’esclusione dalla comunità.
È grande la responsabilità affidata alla chiesa: è chiamata a dichiarare in modo autentico quali pensieri, quali sentimenti, quali scelte sono conformi al vangelo e quali allontanano da Cristo. Non scaccia nessuno, non condanna, non punisce mai, aiuta soltanto a prendere coscienza della condizione in cui ognuno si colloca prendendo certe decisioni.
Nel compimento di questa delicata missione, la chiesa non dimenticherà mai un altro severo detto del Signore: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Lc 6,41-42). Tuttavia è suo compito dichiarare in modo inequivocabile, dopo essersi confrontata con il vangelo, ciò che colloca fuori dalla comunione con Cristo e con la comunità.
Il modo di svolgere questo servizio può e deve cambiare: dipende dalla sensibilità e dalle concezioni pedagogiche che – come sappiamo – sono soggette a evoluzione lungo i secoli. Ci fu un tempo in cui si procedeva in modo piuttosto rigoroso: chi commetteva mancanze morali gravi veniva allontanato dalla comunità (1 Cor 5); si temeva che, ignorando o passando sotto silenzio un comportamento scandaloso, pubblico e a volte persino ostentato, si rischiasse di disorientare i membri più deboli. Così pure, se qualcuno falsificava il vangelo, era pubblicamente ripreso: “L’eretico, dopo una o due ammonizioni, espellilo” (Tt 3,10). La comunità non può certo tollerare che qualcuno, in nome di Cristo, predichi dottrine insane.
Oggi queste forme di scomunica non vengono più praticate. Le scelte pastorali sono diverse, ma l’obiettivo rimane lo stesso: illuminare il fratello, aiutarlo a rendersi conto della sua condizione e indurlo ad emendarsi. “Se qualcuno non obbedisce a quanto diciamo per lettera prendete nota di lui – raccomandava Paolo – e interrompete i rapporti, perché si vergogni; non trattatelo però come un nemico, ma ammonitelo come un fratello.” (2 Ts 3,14-15). Per ottenere questo risultato deve risultare chiaro che le misure prese nei suoi confronti sono dettate soltanto dall’amore, non dalla volontà di “separarlo” da una comunità che si ritiene perfetta. Se si riesce a fargli prendere coscienza del fatto che non è più in piena comunione con i fratelli di fede, si può suscitare in lui una salutare nostalgia della casa del Padre e possono affiorare in lui il desiderio e il bisogno di ritornare.
I versetti conclusivi (vv. l9-20) sono un ultimo richiamo al valore attribuito da Gesù allo “stare insieme” e alla ricerca dell’accordo fra i membri della comunità. La concordia, l’unità di intenti si manifestano nella presa di coscienza della presenza del Risorto in mezzo a loro e nella preghiera che con lui essi rivolgono al Padre. Solo chi è entrato in sintonia di pensieri e di sentimenti con Dio e con i fratelli può sentirsi sicuro di interpretare il pensiero del Signore quando “lega” e quando “scioglie”.
