ESTER:
La regina nascosta e il coraggio di esistere

Quante maschere indossiamo ogni giorno? C’è la maschera per la scuola o l’università, quella per il gruppo di amici, quella per la famiglia, quella per i social media. Ognuna diversa, ognuna calibrata per essere accettati, per piacere, a volte semplicemente per sopravvivere senza troppi problemi. Ci muoviamo nel mondo scegliendo, più o meno consapevolmente, quale parte di noi mostrare e quale tenere nascosta. Ma cosa succede quando la maschera diventa così aderente da farci dimenticare il nostro vero volto? E cosa accade quando la vita, con la sua brutalità, ci costringe a scegliere: continuare a nasconderci e morire dentro, o strapparci la maschera e rischiare tutto per ciò in cui crediamo?
Questa è la storia di Ester. Una storia che, a prima vista, sembra una favola esotica, ambientata nella sfarzosa corte dell’impero persiano, tra banchetti, intrighi e decreti reali. Ma sotto la superficie patinata si nasconde uno dei drammi più moderni e spiritualmente provocatori di tutta la Bibbia. È la storia di una ragazza che diventa regina nascondendo la sua vera identità, e che scopre il senso della sua vita solo nel momento in cui ha il coraggio di rivelarla, mettendo in gioco tutto. Ed è una storia in cui accade qualcosa di sconcertante: Dio non viene mai nominato. Non c’è una sola preghiera, una sola profezia, una sola menzione del Signore. Eppure, la sua presenza silenziosa è il vero protagonista, una regia occulta che si muove attraverso le scelte, le paure e il coraggio degli esseri umani.
La maschera come sopravvivenza: Da Adassa a Ester
La storia di Ester inizia con una perdita e uno sradicamento. È un’orfana ebrea, di nome Adassa, che vive in esilio a Susa, la capitale dell’impero. Fa parte di un popolo sconfitto, una minoranza tollerata ma sempre a rischio. Viene cresciuta da suo cugino, Mardocheo, che la ama come una figlia. La sua condizione è quella della fragilità, dell’insignificanza agli occhi di un impero colossale e potente.
La sua vita viene sconvolta da un capriccio del re, Assuero (identificato con Serse I), un uomo tanto potente quanto volubile. Dopo aver ripudiato la regina Vasti per un’umiliazione pubblica, decide di indire una specie di “concorso di bellezza” in tutto l’impero per trovare una nuova moglie. Non è una favola romantica. Le ragazze più belle del regno vengono prelevate dalle loro case, deportate nell’harem del re e sottoposte a un anno di trattamenti di bellezza prima di passare una notte con lui. È una storia di oggettificazione, di potere maschile assoluto.
Adassa viene “presa” e portata a palazzo. È in questo momento che Mardocheo le dà un’istruzione cruciale: «Non far conoscere la tua stirpe né il tuo popolo». Adassa, il cui nome ebraico significa “mirto”, una pianta legata alla sua terra e alla sua fede, diventa Ester, un nome persiano che forse richiama la dea Ishtar o la parola “stella”. Cambia nome, nasconde la sua identità. Indossa la sua prima, fondamentale maschera. Non lo fa per ambizione, ma per sopravvivenza. In un ambiente potenzialmente ostile, essere un’ebrea potrebbe essere uno svantaggio, un pericolo.
Ester ha successo. Conquista il favore di tutti, diventa la prescelta del re, viene incoronata regina. Ma il suo potere è un’illusione. È la favorita del re, ma la sua vita dipende dal suo umore. Vive in una gabbia dorata, isolata dal suo popolo e dalla sua storia, con l’unica preoccupazione di rimanere bella e gradita agli occhi del sovrano. È l’immagine di un’esistenza superficiale, di un successo basato interamente sull’apparenza, sul conformismo. Quanti giovani oggi si sentono spinti a questo: a nascondere le proprie convinzioni più profonde, le proprie origini, le proprie passioni “strane”, per essere accettati, per diventare “regina” o “re” del proprio piccolo mondo?
Quando il mondo bussa alla porta della gabbia dorata
Mentre Ester vive la sua vita ovattata a palazzo, fuori il mondo reale mostra il suo volto più crudele. Entra in scena Aman, un alto funzionario del re, un uomo consumato dalla vanità e dall’odio. Infastidito dal fatto che Mardocheo, l’ebreo, si rifiuti di inginocchiarsi davanti a lui, decide di non punire solo lui, ma di sterminare l’intero popolo ebraico presente nell’impero. Con l’inganno, ottiene dal re un decreto di genocidio. Viene fissato un giorno, il 13 del mese di Adar, in cui ogni ebreo – uomo, donna, bambino – dovrà essere ucciso e i suoi beni saccheggiati. La notizia piomba sulla comunità ebraica come una sentenza di morte. Mardocheo si veste di sacco, si cosparge di cenere e fa arrivare un messaggio disperato alla regina Ester. Le chiede di intervenire, di andare dal re a perorare la causa del suo popolo.
La prima reazione di Ester è la paura. Una paura del tutto comprensibile. Risponde a Mardocheo facendo presente una legge terribile della corte persiana: chiunque, uomo o donna, si presenti al re nel cortile interno senza essere stato chiamato, deve essere messo a morte. L’unica eccezione è che il re stenda verso di lui lo scettro d’oro. E conclude: «Quanto a me, sono già trenta giorni che non sono stata chiamata per andare dal re». In pratica, sta dicendo: “È impossibile. Se ci provo, mi uccidono. Sono impotente”. La sua maschera da regina si rivela per quello che è: un velo sottilissimo che nasconde una totale assenza di potere reale.
È a questo punto che Mardocheo le invia la frase che cambia la storia, la frase che spacca la sua gabbia dorata e la costringe a guardare in faccia il suo vero io. Le sue parole sono un capolavoro di psicologia e di teologia implicita: «Non pensare di salvare solo te stessa, fra tutti i Giudei, per il fatto che ti trovi nella reggia. Perché se tu taci in questo momento, aiuto e liberazione sorgeranno per i Giudei da un altro luogo, ma tu e la casa di tuo padre perirete. Chi sa che non sia proprio per un momento come questo che tu sei arrivata a essere regina?».
Analizziamo queste parole. Sono una bomba. “Non pensare di salvare solo te stessa”: Mardocheo demolisce l’illusione della sua sicurezza individuale. Le dice: “La tua posizione non ti salverà. Il tuo destino è legato a quello del tuo popolo, che tu lo voglia o no”. Le ricorda che l’identità non è una scelta privata, ma un legame.
“Se tu taci, la salvezza verrà da un altro luogo”: Questa è una potentissima affermazione di fede nella provvidenza, fatta senza nominare Dio. Mardocheo è certo che il popolo ebraico non sarà distrutto. La questione non è se si salveranno, ma chi sarà lo strumento di questa salvezza. La palla passa a Ester. Dio ha un piano, ma lascia agli esseri umani la libertà e la responsabilità di parteciparvi.
“Chi sa che non sia proprio per un momento come questo che tu sei arrivata a essere regina?”: Questa è la domanda che trasforma una biografia in una vocazione. Mardocheo la invita a rileggere tutta la sua vita – l’essere orfana, l’esilio, il concorso di bellezza, l’essere diventata regina – non come una serie di coincidenze fortunate o sfortunate, ma come una preparazione a questo preciso istante. Il suo potere, apparentemente casuale e superficiale, acquista improvvisamente un senso, uno scopo.
Questa domanda risuona per ognuno di noi. “Chi sa che non sia per un momento come questo che ti trovi dove sei?”. Con le tue amicizie, nella tua famiglia, con i tuoi talenti, con la tua popolarità, con la tua sensibilità. La vita smette di essere una sequenza di eventi casuali e diventa un’opportunità di risposta a una chiamata.
La maschera cade, il coraggio nasce
Di fronte a questa sfida, Ester si trasforma. La ragazza passiva e spaventata scompare. Nasce una donna, una leader, una stratega. La sua risposta a Mardocheo è l’inizio della sua liberazione: «Va’, raduna tutti i Giudei che si trovano a Susa e digiunate per me… Anche io e le mie ancelle digiuneremo. Poi entrerò dal re, sebbene ciò sia contro la legge e, se dovrò perire, perirò».
“Se dovrò perire, perirò”. In questa frase c’è la morte della vecchia Ester. È l’accettazione del rischio supremo. Solo chi è disposto a perdere la propria vita è in grado di trovarla veramente. Ester non agisce da sola. Chiede il sostegno della preghiera (il “digiuno”) della sua comunità. Sa che la sua forza non viene solo da se stessa, ma da quel legame con il suo popolo che aveva tenuto nascosto.
Da qui in poi, Ester prende in mano la situazione con un’intelligenza e un’astuzia straordinarie. Non si precipita dal re in preda al panico. Si veste con i suoi abiti regali – ora non più una maschera, ma uno strumento – e si presenta al re. Il re, vedendola, le stende lo scettro d’oro. La prima, mortale, barriera è superata. Ma lei non espone subito il suo problema. Lo invita a un banchetto, insieme ad Aman. E durante il primo banchetto, ancora non parla, ma li invita a un secondo banchetto per il giorno dopo.
È una stratega geniale. Sta creando suspense, sta stuzzicando la curiosità del re e, soprattutto, sta gonfiando a dismisura l’ego di Aman, che si sente l’unico, oltre al re, degno di sedere alla tavola della regina. Lo sta portando esattamente dove vuole lei, per farlo cadere dalla vetta più alta della sua arroganza.
Nel secondo banchetto, finalmente, il re le chiede quale sia il suo desiderio. E qui, la maschera cade definitivamente. Le sue parole sono un capolavoro: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, o re, e se così piace al re, la mia richiesta è che mi sia donata la vita e il mio desiderio è che sia risparmiato il mio popolo. Perché io e il mio popolo siamo stati venduti per essere distrutti, uccisi, sterminati».
Per la prima volta, unisce la sua sorte a quella della sua gente: “IO e il MIO POPOLO”. Non è più la regina Ester, l’individuo privilegiato. È Ester l’ebrea. Si rivela, e così facendo smaschera la malvagità di Aman di fronte al re, che è costretto a prendere una decisione. La storia si capovolge. Aman finisce sulla forca che aveva preparato per Mardocheo, e il popolo ebraico riceve il diritto di difendersi e viene salvato.
Cosa ci dice una regina che vive in un mondo senza Dio?
La storia di Ester è una parabola potente per chi vive in un mondo che sembra “secolare”, dove Dio è silenzioso, assente dai discorsi pubblici, a volte assente persino dalla nostra percezione personale.
Ester ci dice che la fede non è aspettare che Dio risolva i problemi al posto nostro con un miracolo. La fede è discernere, nelle pieghe della realtà, “il momento come questo” in cui siamo chiamati ad agire. È avere il coraggio di usare l’intelligenza, la strategia, le relazioni – tutti gli strumenti umani che abbiamo – per collaborare al piano di salvezza di Dio. Dio, nel libro di Ester, agisce attraverso la lealtà di Mardocheo, l’astuzia di Ester, persino l’insonnia del re in una notte cruciale. La Provvidenza non è magia, è la trama invisibile che Dio tesse con i fili delle nostre scelte libere e responsabili.
Ester è una sfida diretta a ogni forma di individualismo. Ci ricorda che la nostra vita ha senso solo quando la leghiamo a qualcosa di più grande di noi, a una comunità, a una causa giusta. La sua salvezza non sta nell’isolarsi nella sua “reggia”, ma nell’aprirsi al grido del suo popolo.
Infine, la sua storia è un inno al coraggio di esistere. Il coraggio di toglierci le maschere che ci siamo messi per compiacere gli altri o per paura, e di dire finalmente: “Questo sono io. Questa è la mia storia, questa è la mia gente, queste sono le mie convinzioni”. È un percorso che fa paura, che comporta un rischio, quello di non essere più accettati, di “perire” socialmente. Ma è l’unica via per essere veramente vivi, per diventare protagonisti della nostra storia e non semplici comparse.
La domanda che Ester ti lascia, sospesa nel silenzio di un mondo che sembra aver dimenticato Dio, è questa: qual è la maschera che devi toglierti? E per quale “momento come questo” la tua vita ti ha segretamente preparato?
Per gentile concessione di
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