Se c’è un’esperienza che unisce quasi tutti i giovani di ogni epoca, è la sensazione di inadeguatezza. È quel tarlo che sussurra: “Non sono pronto”, “Non sono capace”, “Chi sono io per fare questo?”, “Ci sono altri molto migliori di me”. È la paura di fronte a una responsabilità troppo grande, a un futuro troppo incerto, a un mondo troppo complicato. È il sentirsi “troppo giovani”, non solo in senso anagrafico, ma esistenziale: troppo fragili, troppo inesperti, troppo insignificanti.

Se questa sensazione ti è familiare, allora devi conoscere Geremia. Geremia è il vostro profeta. Non è un eroe impavido, non è un leader carismatico nato, non è un oratore travolgente. Geremia è l’uomo che, chiamato da Dio, ha come prima reazione quella di tirarsi indietro. La sua storia è il manifesto della forza che si sprigiona non nonostante la fragilità, ma attraverso di essa. È la storia di un uomo costretto a portare un messaggio più grande di lui, un fuoco nelle ossa che non riesce a contenere e un dolore nel cuore che si trasforma in lacrime per il suo popolo.

“Ah, Signore Dio! Ecco, io non so parlare, perché sono giovane”

Tutto comincia con una voce. Non una voce tonante in mezzo a lampi e tuoni, ma una parola intima, che scava dentro: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni». È una dichiarazione d’amore e di fiducia sconfinata. Dio dice a Geremia: la tua esistenza non è un caso. C’è un pensiero su di te, un progetto che ti precede e ti definisce nel profondo.

E come reagisce Geremia a questa chiamata vertiginosa? Con entusiasmo? Con gratitudine? No. Reagisce con la scusa più umana e disarmante di tutte: «Ah, Signore Dio! Ecco, io non so parlare, perché sono giovane».

Fermiamoci un istante su questa obiezione. È di una sincerità che ce lo rende subito vicino. “Non so parlare”: non ho le parole, non ho la tecnica, non ho il carisma. “Sono giovane”: non ho l’esperienza, non ho l’autorità, nessuno mi prenderà sul serio. È l’autoritratto di chiunque si senta inadeguato. Geremia sta dicendo a Dio: “Hai sbagliato persona. Io non ho le qualifiche”.

La risposta di Dio è il cuore di tutta la vocazione di Geremia, e forse di ogni vocazione. Dio non dice: “Non è vero, sei bravissimo!”. Non nega la sua percezione di fragilità. Dice qualcos’altro. Dice: «Non dire: “Sono giovane”. Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò e proclamerai tutto ciò che io ti comanderò. Non temerli, perché io sono con te per salvarti». In altre parole: la tua inadeguatezza non è un problema, perché il protagonista non sei tu. La tua giovinezza non è un ostacolo, perché la forza non verrà da te. Il criterio non è la tua capacità, ma la mia presenza.

E poi compie un gesto. «Il Signore stese la mano e mi toccò la bocca. E il Signore mi disse: “Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca”». La vocazione di Geremia non è basata su un corso di public speaking. È basata su un tocco. È un’esperienza fisica, quasi sacramentale. Dio non gli dà un manuale, gli dà le sue stesse parole. Da quel momento, il dramma di Geremia sarà proprio questo: essere abitato da una Parola che non è sua, una Parola incandescente che dovrà annunciare a un mondo che non vuole ascoltarla.

Il profeta controcorrente: La solitudine della verità

E qual è questa Parola? È una parola scomoda. Terribilmente scomoda. Geremia vive in un’epoca di crisi terminale. Il regno di Giuda è un piccolo vaso di coccio stretto tra due superpotenze, l’Egitto e la nascente Babilonia. La classe dirigente, i re, i sacerdoti, i falsi profeti, predicano un ottimismo di facciata. Dicono: “Pace! Pace!”, ma non c’è pace. Dicono: “Dio è con noi, abbiamo il Tempio, non ci accadrà nulla!”. Praticano una religiosità esteriore, fatta di riti e sacrifici, ma il loro cuore è lontano da Dio, la loro società è piena di ingiustizia, di idolatria, di corruzione.

In questo concerto di menzogne rassicuranti, la parola che Dio mette sulla bocca di Geremia è un urlo. È la richiesta di una conversione radicale, di un ritorno all’alleanza del cuore, non solo dei gesti. Geremia è costretto a dire la verità: “Se non cambiate vita, tutto ciò in cui confidate – il tempio, la città, la monarchia – sarà distrutto. Sarete invasi, deportati”.

Immaginate cosa significhi per un giovane dire queste cose ai potenti, ai sacerdoti, alla gente comune. Significa diventare, da un giorno all’altro, il nemico pubblico numero uno. Diventa il disfattista, l’uccello del malaugurio, il traditore della patria. La sua vita si trasforma in un inferno. Viene rifiutato dalla sua stessa famiglia, dai suoi concittadini di Anatot che cercano di ucciderlo. Viene insultato, deriso, picchiato dal capo della sorveglianza del Tempio e messo alla gogna. Viene arrestato, accusato di diserzione e gettato in una cisterna fangosa a morire di fame. Geremia sperimenta la solitudine più radicale. La solitudine di chi vede la verità ma non viene creduto. La solitudine di chi ama disperatamente il suo popolo ma è costretto ad annunciargli la rovina. Le sue profezie non sono freddi oracoli, sono lacerazioni. Piange per il suo popolo: «Oh, se la mia testa fosse acqua e i miei occhi una fonte di lacrime, piangerei giorno e notte per gli uccisi della figlia del mio popolo!». Non è un giudice spietato; è un uomo dal cuore spezzato, costretto a essere il messaggero di un dolore che è prima di tutto suo.

Questa è una sfida potente per noi oggi, che viviamo immersi nel flusso della “maggioranza”, delle opinioni che vanno per la maggiore sui social media. Geremia ci chiede: sei disposto a dire una parola vera, anche se ti renderà impopolare? Sei disposto a mettere in discussione le “false paci” del tuo gruppo di amici, le ingiustizie che tutti vedono ma fanno finta di non vedere? Essere profeti oggi non significa predire il futuro, ma avere il coraggio di leggere il presente con onestà e di chiamare le cose con il loro nome, anche a costo della solitudine.

Le confessioni: Lottare con Dio sul ring della preghiera

Ma dove trova la forza, Geremia? La risposta è sorprendente: non la trova in una fede granitica e incrollabile. La trova in un rapporto con Dio che è tutto tranne che tranquillo. La trova nella lotta, nel lamento, a volte persino nell’accusa.

I capitoli centrali del suo libro contengono delle pagine uniche in tutta la Bibbia, note come le “Confessioni”. Qui il profeta si spoglia di ogni maschera e urla a Dio tutto il suo dramma. Non sono preghiere educate. Sono il diario di un’anima in fiamme.

Arriva a dire a Dio: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso… Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno». “Mi hai sedotto” è un verbo fortissimo, quasi erotico. È come se dicesse: “Mi hai ingannato, mi hai circuito, mi hai promesso di essere con me e guarda dove mi hai portato!”. È un’accusa terribile, quella di un amante tradito.

In un altro momento, sprofondato nella disperazione, maledice il giorno in cui è nato: «Maledetto il giorno in cui nacqui! Il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia benedetto… Perché sono uscito dal grembo materno per vedere tormento e dolore e per finire i miei giorni nella vergogna?».

Questa è la preghiera di Geremia. Una preghiera che non ha paura del dubbio, della rabbia, della disperazione. E questo è un insegnamento di una libertà spirituale immensa. Geremia ci dice che la fede non è l’assenza di domande, ma la possibilità di rivolgerle tutte a Dio, anche quelle più arrabbiate e scandalose. Un rapporto è vero non quando si dicono solo cose carine, ma quando si può essere totalmente onesti, anche nel dolore. Dio non è un tiranno che si offende se gli urliamo contro la nostra sofferenza. È un interlocutore che regge il colpo, che preferisce un urlo sincero a un silenzio pio ma falso.

E proprio nel mezzo di una di queste proteste infuocate, Geremia ci svela il suo segreto. Dopo aver detto “non lo menzionerò più, non parlerò più nel suo nome”, ammette la sua impotenza: «Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo».

Eccola, la sua condanna e la sua salvezza. La Parola di Dio non è un’idea che può decidere di accantonare. È un fuoco. Brucia. Fa male. Ma è anche l’unica cosa che lo tiene vivo. Non può farne a meno. È la sua identità più profonda. È un profeta non per scelta, ma per natura, per vocazione. È questa tensione insopportabile a renderlo incandescente.

La speranza oltre la fine: Comprare un campo mentre il mondo crolla

Eppure, l’uomo che ha passato la vita ad annunciare la distruzione è anche colui che pronuncia la più bella profezia di speranza di tutto l’Antico Testamento. Mentre la catastrofe che aveva predetto si sta compiendo, mentre l’esercito babilonese assedia Gerusalemme e tutto sembra finito, Dio chiede a Geremia di compiere un gesto folle, assurdo, contro-intuitivo. Gli chiede di comprare un campo nella sua terra d’origine, di pagare il prezzo, di redigere un contratto in piena regola e di conservarlo con cura.

Comprare un terreno che sta per essere invaso dal nemico? È l’investimento peggiore della storia. Ma il significato è immenso. Con questo gesto, Dio sta dicendo attraverso Geremia: “Questa non è la fine. La distruzione non avrà l’ultima parola. Verrà un tempo in cui si compreranno di nuovo case, campi e vigne in questo paese”. È un atto di fede radicale nel futuro di Dio, un piccolo seme di speranza piantato tra le macerie.

E questa speranza si concretizza nella promessa di una “nuova alleanza”. Non più un’alleanza scritta su tavole di pietra, esterna all’uomo, ma un’alleanza scritta nel cuore. «Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo… poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato».

Geremia, il profeta del cuore spezzato, alla fine annuncia un Dio che vuole abitare il cuore dell’uomo, guarendolo dall’interno. Dopo aver passato la vita a denunciare un rapporto con Dio falso ed esteriore, intravede un futuro in cui la relazione con Lui sarà intima, personale, indissolubile.

La sfida per noi, “troppo giovani”

La figura di Geremia, così spigolosa e sofferente, è una bussola per ogni giovane che si sente inadeguato.

La sua storia ti dice: non aver paura della tua fragilità. Anzi, riconoscila. È proprio lì, nel punto in cui senti di non essere abbastanza, che Dio può fare il suo capolavoro. La tua debolezza è lo spazio vuoto che la sua forza può riempire.

Geremia ti sfida a essere onesto nella tua preghiera. Hai dubbi? Sei arrabbiato con Dio per qualcosa che ti è successo? Diglielo. Urlalo. Un rapporto vero non teme il conflitto. La fede non è un’emozione dolce, è una relazione tenace che resiste anche nella notte.

Ti invita a compiere gesti di speranza “folli”. Mentre il mondo intorno a te sembra crollare sotto il peso del pessimismo, del cinismo o delle crisi globali, qual è il “campo” che sei chiamato a comprare? Quale piccolo gesto di fiducia nel futuro puoi compiere, contro ogni logica, testimoniando che la distruzione non è l’ultima parola?

Infine, Geremia ti ricorda che essere chiamati da Dio non significa avere una vita facile. Anzi, a volte significa scegliere la strada più scomoda, quella controcorrente. Ma è l’unica strada dove troverai quel “fuoco nelle ossa” che, pur bruciando, è l’unica cosa che può dare un senso e una direzione ardente alla tua esistenza. E non sarai solo. Sarai in compagnia di un Dio che ha promesso: «Io sono con te per salvarti».

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