Dare senza attendersi nulla in cambio, servendo la vita per la vita stessa. Lasciare che ogni creatura sia ciò che è, riconoscendola immagine di Dio e, a sua volta, dono di vita. Tutto questo ci indica frate Sole.

suor Marzia Ceschia
22 Marzo 2024
https://messaggerosantantonio.it
Per gentile concessione dell’autrice
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui; et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de te, Altissimo, porta significatione.
Constatato che l’essere umano non è degno di nominare l’Altissimo, in quanto ha dimenticato le parole adeguate allo stile minore, umile, povero con cui il Verbo si comunica, Francesco convoca le altre creature a innalzare la lode. Esse hanno in questo una funzione consolatrice nel senso più radicale del termine: alla solitudine dell’uomo, estraniatosi dal Creato nell’ambizione di dominarlo e asservirlo, esse prestano la loro presenza e la loro voce. Ma anche prestano la loro testimonianza corale: è un intessersi di voci quello che evoca il santo di Assisi, un cedersi il passo tra esistenze riconoscenti.
La prima creatura a comparire in scena è «messor lo frate Sole»: Francesco accosta significativamente due qualifiche, l’essere «messor», signore, e l’essere «frate», fratello. Il sole è riconosciuto nel suo ruolo privilegiato, irradiatore di luce e di vitalità, signoria di un direttore d’orchestra non di un padrone, un signore «fraterno» poiché parte dello stesso coro cui dà avvio. La luce del sole è per far venire alla luce le altre creature, ciascuna nella sua peculiarità. Dell’Altissimo porta «significatione»: alto ma non ne usurpa la somma altezza, il sole riflette la generosità di Colui che gratuitamente chiama alla vita, dicendo di ogni essere vivente la singolare bellezza. È luce e «iorno» obbediente: è il Signore che ci illumina «per lui». Messor lo frate Sole corrisponde a un mandato, è strumento, è reso vitale dall’Altissimo che è la fonte della vita, è riflesso e riverbero della vitalità che riceve. È bello nella misura in cui esalta le creature sulle quali la sua luce si posa.
All’uomo ammutolito la prima creatura evocata nel Cantico insegna che del Signore si può dire solo accogliendo di uscire da Lui, riecheggiando la sua «santa operazione», per utilizzare un’altra espressione frequente negli scritti di Francesco. È ciò che il santo di Assisi intende col «portare significazione». Le creature in questo – lo vedremo leggendo via via tutto il Cantico – danno insegnamento, ciascuna assecondando il dono che il Signore intende elargire tramite essa. Quali sollecitazioni allora ne vengono all’uomo?
Anzitutto il monito a rispettare l’Origine, ossia ad accogliere la propria creaturalità e il non essere sorgente della propria esistenza. Ogni creatura riceve la vita all’interno di un progetto deviando dal quale perde la propria fisionomia, si diminuisce. Rispettare l’Origine è rispettare a un tempo la destinazione buona di ogni essere pensato e voluto dall’Altissimo: il bene, il farne risaltare la bontà e dignità è il fine con il quale avvicinarsi a ogni vivente. Dal movimento di frate Sole l’uomo può imparare che donare è stare nel ritmo di Dio: la luce solare non ha ritorni se non l’affiorare dei colori e l’esprimersi e crescere della creazione. Donare coincide col servire alla rivelazione degli esseri, del meglio di ognuno, servire alla varietà, alla singolarità, all’originalità, alla bellezza.
Servire è, insomma, lasciar essere, con un’attitudine riconoscente, in un duplice senso: da un lato la riconoscenza nei confronti di ogni vita che a sua volta ci «dà da vivere», collabora alla nostra esistenza, dall’altro lato riconoscendo l’impronta di Dio che provvede al nostro sostentamento in ciò che ci circonda. È un atteggiamento abituale in Francesco, che guarda alle creature con gratitudine – nella consapevolezza di esserne beneficiario per la sua stessa esistenza – e in una prospettiva di gratuità, invitando ad esempio i suoi frati a non «consumarle» come ne fossero i proprietari. Racconta infatti la Compilazione di Assisi (88: FF 1623): «Al frate che andava a tagliare la legna per il fuoco raccomandava di non troncare interamente l’albero, ma di lasciarne una parte. […] Diceva al frate incaricato dell’orto di non coltivare erbaggi commestibili in tutto il terreno, ma di lasciare uno spiazzo libero di produrre erbe verdeggianti, che alla stagione propizia producessero i fratelli fiori. Anzi diceva che il frate ortolano doveva fare un bel giardinetto da qualche parte dell’orto, dove seminare e trapiantare ogni sorta di erbe odorose e di piante che producono bei fiori, affinché nel tempo della fioritura invitino tutti quelli che le guardano a lodare Dio, poiché ogni creatura dice e grida: Dio mi ha fatta per te, o uomo».
L’uomo contemporaneo, perdendo la coscienza della «significazione» ha smarrito anche i significati, tanto che l’utile appare talora come il criterio di valutazione prevalente. Francesco ancor oggi ci sollecita ad ascoltare la voce che riecheggia in ogni vivente, a fare memoria della custodia che a ogni creatura dall’uomo è dovuta (cf. Gen 2,15).