«La fantascienza può armonizzarsi con la fede cristiana?
Cento anni di fantascienza»

«He visto cosas que ustedes, los humanos, no podrían imaginar»
Diego Mattei
24/07/2026
Cortesia de
https://www.laciviltacattolica.es
Sintesi in italiano
L’articolo di Diego Mattei prende avvio dal celebre monologo finale di Blade Runner, pronunciato dall’androide Roy Batty, per mostrare come la fantascienza sappia unire immaginazione tecnologica e interrogativi profondamente umani: la bellezza e la fragilità della vita, la memoria, la morte, il desiderio di durata. Da questa scena simbolica l’autore ricostruisce un secolo di storia del genere, ricordando che il termine scientifiction, poi divenuto science fiction, apparve nell’aprile 1926 sulla rivista Amazing Stories fondata da Hugo Gernsback. Per Gernsback la nuova narrativa doveva fondere avventura, conoscenze scientifiche e capacità profetica, mostrando come ciò che oggi appare impossibile possa diventare realtà domani. La consacrazione del genere sarà poi testimoniata da premi come gli Hugo, i Nebula e il Philip K. Dick.
La nascita ufficiale della fantascienza nel Novecento non significa però che prima mancassero racconti capaci di immaginare mondi diversi. Mattei ne individua numerosi precursori: Luciano di Samosata, Ariosto, Francis Godwin, Cyrano de Bergerac, Thomas More, Margaret Cavendish e Jonathan Swift. In queste opere il viaggio verso luoghi impossibili o lontani assume spesso una funzione satirica, filosofica o politica. Un passo ulteriore è rappresentato da Johannes Kepler, che nel Somnium cerca di rispettare le conoscenze scientifiche del proprio tempo, e da Voltaire con Micromegas. Per Asimov, tuttavia, la vera fantascienza può nascere soltanto dopo la Rivoluzione industriale, quando il progresso tecnico diventa una forza capace di trasformare realmente l’esistenza. In questo senso Mary Shelley, con Frankenstein e il suo riferimento agli studi sul galvanismo, può essere considerata la prima autrice di fantascienza moderna. Nell’Ottocento Jules Verne e H. G. Wells fissano poi molti motivi destinati a diventare canonici: viaggi straordinari, invasori extraterrestri, scienziati fuori controllo, invisibilità e viaggi nel tempo.
Un passaggio decisivo avviene con Astounding Stories e soprattutto con la direzione di John W. Campbell, che dal 1939 inaugura la cosiddetta «Età dell’oro». La fantascienza tende allora a spostarsi dall’avventura pura verso la speculazione scientifica. Si affermano il planetary romance, centrato sull’esplorazione di mondi alieni, e la space opera, fatta di tecnologia, imperi e grandi conflitti cosmici; da questa tradizione deriva la hard science fiction, interessata alla plausibilità tecnica e scientifica. I grandi maestri sono Isaac Asimov, Arthur C. Clarke e Robert A. Heinlein, autori che stabiliscono canoni destinati a influenzare il genere per decenni.
Negli anni Sessanta e Settanta questo modello entra però in crisi con la New Wave. James G. Ballard invita la fantascienza a rivolgersi meno allo spazio esterno e più all’inner space, cioè alla psiche, alla società e alle trasformazioni dell’esperienza umana. Nasce così una soft science fiction che integra psicologia, sociologia e antropologia e ambisce a una maggiore qualità letteraria. In questo orizzonte si collocano, con differenze notevoli, Ray Bradbury, Philip K. Dick, Kurt Vonnegut, Frank Herbert, Ursula K. Le Guin, Octavia Butler, Anthony Burgess e Douglas Adams. Negli anni Ottanta il cyberpunk, inaugurato emblematicamente da Neuromante di William Gibson, modifica ancora il quadro: il futuro non è più collocato a millenni di distanza, ma a pochi anni dal presente, perché l’informatica accelera il cambiamento. L’hacker diventa l’antieroe tipico e lo spazio virtuale anticipa la rete contemporanea. Al tempo stesso il versante «punk» denuncia la concentrazione del potere economico, l’indebolimento delle istituzioni e un capitalismo dominato da grandi conglomerati.
Dopo il 2000 il genere continua a trasformarsi. La New Space Opera recupera viaggi interstellari e grandi battaglie ma li inserisce in mondi socialmente e politicamente più complessi; il New Weird mescola fantascienza e fantasy, costruendo ambienti inquietanti e ibridi; il transumanesimo porta in primo piano il rapporto tra biologia e tecnologia e domanda che cosa resterà dell’umano quando protesi, dispositivi bionici e modificazioni tecnologiche avranno alterato profondamente la nostra condizione. La fantascienza, inoltre, non è più prevalentemente angloamericana: si sviluppa in Europa, Africa e Cina. In Italia un ruolo decisivo è stato svolto dalla collana «Urania», fondata da Giorgio Monicelli nel 1952, mentre Italo Calvino rappresenta un caso di particolare rilievo internazionale.
Una sezione originale dell’articolo è dedicata ai «gesuiti nello spazio». La presenza di scienziati gesuiti nella fantascienza deriva sia dalla tradizionale associazione della Compagnia di Gesù con scienza e cultura, sia dalla possibilità narrativa di affrontare esplicitamente il rapporto tra fede e sapere. Mattei ricorda The Sparrow e Children of God di Mary Doria Russell, in cui una missione gesuitica parte verso una civiltà extraterrestre; A Case of Conscience di James Blish, che pone il problema di una società moralmente ordinata ma priva di religione; The Star di Arthur C. Clarke, dove un astrofisico gesuita scopre un legame sconvolgente tra una supernova e la stella di Betlemme; The Magi di Damien Broderick, The Theology of Water di Hilbert Schenk e The Word to Space di Winston P. Sanders. Questi racconti mostrano come lo scenario cosmico possa diventare un laboratorio per interrogare fede, etica, libertà, missione e rapporto tra autorità religiosa e civile.
Da qui nasce la domanda centrale dell’ultima parte: la fantascienza può conciliarsi con la fede cristiana? L’autore rifiuta l’idea che essa sia necessariamente irreligiosa solo perché spesso assume un orizzonte scientista o mette al centro la capacità umana di trasformare il mondo. Il criterio decisivo non è l’ambientazione, ma la qualità della narrazione e la verità antropologica dei personaggi. Una buona storia, anche se ambientata su Marte, può mettere in scena conflitti autentici tra bene e male, fiducia e sospetto, amore e abbandono. Proprio questa complessità dell’essere umano è compatibile con la visione cristiana del cuore, inteso come luogo di desideri, ferite, contraddizioni e apertura al senso.
Inoltre, seguendo l’idea di Roland Barthes, Mattei osserva che un testo è completato dal lettore, che vi porta la propria biografia, cultura ed esperienza di fede. Non si può quindi stabilire a priori che una storia fantascientifica sia irrilevante per un lettore cristiano. Il genere affronta infatti temi che possono diventare occasioni di riflessione etica e trascendente: il progresso tecnologico, l’incontro con l’altro, la libertà, la giustizia, il potere, il servizio, la coscienza, il bene e il male, la morte, la vita oltre la morte, il rapporto con la natura. Persino l’esplorazione delle frontiere estreme dell’universo può evocare una dimensione di mistero vicina alla teologia apofatica, che riconosce i limiti del linguaggio umano davanti a ciò che lo supera.
Un altro punto decisivo è la salvezza. Richiamando l’astronomo gesuita Guy Consolmagno, l’articolo sostiene che «salvare il mondo» ha senso soltanto se si comprende che cosa renda quel mondo degno di essere salvato. La sensibilità cattolica può dunque offrire alla fantascienza una visione sufficientemente ampia dell’universo, dell’uomo e del suo destino. In conclusione, la fantascienza possiede una funzione quasi «apocalittica», nel significato originario di rivelazione: proietta nel futuro tensioni già presenti nel nostro tempo e, proprio grazie alla distanza narrativa, rende visibili le fragilità, i pericoli e le possibilità del presente. Più che un’evasione in mondi impossibili, essa diventa così uno spazio in cui le grandi domande dell’umanità possono essere raccontate e rese nuovamente pensabili.
IA