XXI Settimana del Tempo Ordinario 
Commento di Paolo Curtaz


Lunedì 24 Agosto (FESTA – Rosso)
SAN BARTOLOMEO

Ap 21,9-14   Sal 144   Gv 1,45-51: Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità.

Martedì 25 Agosto (Feria – Verde)
Martedì della XXI settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
2Ts 2,1-3.13-17   Sal 95   Mt 23,23-26: Queste erano le cose da fare, senza tralasciare quelle.

Mercoledì 26 Agosto (Feria – Verde)
Mercoledì della XXI settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
2Ts 3,6-10.16-18   Sal 127   Mt 23,27-32: Siete figli di chi uccise i profeti.

Giovedì 27 Agosto (Memoria – Bianco)
Santa Monica

1Cor 1,1-9   Sal 144   Mt 24,42-51: Tenetevi pronti.

Venerdì 28 Agosto (Memoria – Bianco)
Sant’Agostino

1Cor 1,17-25   Sal 32   Mt 25,1-13: Ecco lo sposo! Andategli incontro!

Sabato 29 Agosto (Memoria – Rosso)
Martirio di San Giovanni Battista

Ger 1,17-19   Sal 70   Mc 6,17-29: Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista.

Domenica 30 Agosto (DOMENICA – Verde)
XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Ger 20,7-9   Sal 62   Rm 12,1-2   Mt 16,21-27: Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso.


Nel quarto Vangelo la prima parola di Gesù è una domanda: «Che cosa cercate?». Segue un dialogo eloquente: «Maestro, dove dimori?». «Venite e vedete» (Giovanni 1,38-39). La vita cristiana è un rimanere-dimorare con Gesù.
Nel brano scelto per la festa dell’apostolo Bartolomeo-Natanaele, l’invito a dimorare con Gesù è “transitivo”: chi sta con Lui può fare segno ad altri. Così fa Andrea nei confronti del fratello Simon Pietro, così Filippo con Natanaele: «Vieni e vedi». Una volta entrati in relazione con Gesù, la vita prende una piega personalissima per ciascuno.
Qui Gesù afferma di aver visto Natanaele «sotto l’albero di fichi», che indica metaforicamente lo studio della Torah. Su ciò che segue non vi è molto da commentare; se mai da meditare cosa significhi l’incontro con Gesù, come si accolgono le sue domande e risposte. Possiamo però sostare sui verbi che scandiscono questo brano. “Venire”, cioè mettersi in movimento, in ricerca.
Questo camminare sembra antitetico a un altro verbo fondamentale del quarto Vangelo, evocato sopra: “dimorare”. E invece rimanere con Gesù implica un incessante movimento. È il cammino della vita, condotto con lo stile da lui indicato: «Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto» (Giovanni 15,5).
Venendo a Gesù e dimorando in lui, si comincia e poi si continua a “vedere”. Cosa? La sua vita, racconto ultimo del volto di Dio, come Gesù dirà a Filippo: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Giovanni 14,9). Dio “si fa vedere” nell’esistenza di Gesù.

Oggi la Chiesa celebra la festa di uno degli apostoli, Bartolomeo, conosciuto anche come Natanaele. Un invito, nel cuore dell’estate, a ritrovare le radici dell’annuncio che abbiamo ricevuto.
Amo san Bartolomeo. Lo confesso pubblicamente, ad imperitura memoria. E amo la logica del Maestro Gesù, che vuole accanto a sé persone improbabili come Pietro, Matteo, Natanaele… e me. Non sappiamo molto di lui ma ciò che sappiamo ci basta. L’incontro col Signore lo racconta Giovanni nel suo Vangelo. Un incontro fatto di diffidenza e di stupore. Filippo raggiunge Natanaele che riposa sotto il fico, l’albero sotto cui si medita la Scrittura, secondo i rabbini, perché il fico, come la Parola di Dio, riempie di dolcezza il palato (e l’anima). È curioso il fatto che sia Filippo, il cui nome tradisce ascendenze pagane, a conoscere l’ultraconservatore Natanaele il quale, evidentemente, non deve essere una persona così fanatica… Appena viene a sapere che il Messia è Gesù di Nazareth obietta. Nazareth è l’unico paese di Israele che gode di un singolare privilegio: non viene mai citato dalla Scrittura, cosa mai può venire di buon da un paese così? Gesù lo raggiunge e nota la sua onestà: è uno senza peli sulla lingua, una persona zelante. Potrebbe notare che è un pettegolo, invece sottolinea il positivo. E lo conquista. Solo quando vediamo il positivo possiamo fare dei discepoli!

Lunedì della XXI settimana del Tempo Ordinario
Mt 23,13-22: “Guai a voi, guide cieche”.

Le parole di Gesù sono taglienti, sferzanti, ora. È finito il tempo delle galanterie, finito il tempo del dialogo: sa che si complotta contro di lui. Troppa invidia nei suoi confronti, troppo destabilizzanti le sue parole. I detentori del potere religioso, ieri come oggi, vivono con immensa insofferenza la sua libertà interiore. E invece di interrogarsi, di convertirsi, di cambiare, tagliano corto e uccidono chi li accusa. Allora parla, duramente, ferocemente, con una franchezza insostenibile e denuncia le piccole grandi manie degli uomini di fede, la loro ansia di fare proseliti, il loro ingiustificato senso di superiorità, la loro saccenteria e l’insostenibile moralismo. E le contraddizioni di un sistema che si regge sulle minuzie, che si perde nella casistica dimenticando completamente l’orizzonte di riferimento. Manie che ancora viviamo, troppo spesso, fra noi cristiani che, pure, dovremmo esserne ben vaccinati! Eppure quante volte si evangelizza e si fanno proseliti… nella Chiesa stessa, “strappando” dei seguaci a tal movimento per proporne uno migliore. O imponendo pesi che Dio non chiede. O perdendoci anche noi nelle minuzie che uccidono la speranza…

Martedì della XXI settimana del Tempo Ordinario
Mt 23,23-26: “Queste erano le cose da fare, senza tralasciare quelle”.

Anche noi, spesso, rischiamo di filtrare il moscerino e di ingoiare il cammello! Immagine fortissima ed efficace che ci richiama ad uno dei rischi che corriamo noi discepoli: quello di perderci nelle minuzie, nelle cose penultime dimenticando l’essenziale. Essenziale che, come ben ricorda Gesù, sono la giustizia, la misericordia, la fedeltà. Possiamo commettere enormi ingiustizie seguendo le prescrizioni della fede, possiamo elaborare giudizi impietosi sentendoci migliori, possiamo tradire drammaticamente il vangelo credendo di essere dei gran devoti. Papa Francesco insiste molto su questo aspetto: nel vangelo esiste una priorità e questa è la tenerezza di Dio. Se le persone, guardando la Chiesa, vengono colpite dal giudizio, dalla severità, dalla regola e non vedono il vangelo, abbiamo almeno un problema di comunicazione. Misericordia che non significa annacquare il vangelo ma renderlo accessibile, credibile, incontrabile. Solo l’accoglienza sincera può convincere qualcuno ad avvicinarsi fino ad incontrare il vangelo. Vigiliamo su noi stessi per non ingoiare cammelli!

Mercoledì della XXI settimana del Tempo Ordinario
Mt 23,27-32: “Siete figli di chi uccise i profeti”.

Continua la requisitoria senza barriere di Gesù che ha abbandonato il “politicamente corretto” per svelare impietosamente le storture religiose dei devoti suoi contemporanei. I farisei, pur essendo dei pretoriani della fede, dei credenti zelanti e infiammati, rischiano di diventare dei burattini, tutti preoccupati dell’esteriorità a scapito dell’interiorità, dei veri sepolcri imbiancati (che immagine fortissima!), belli fuori e marci dentro… Il discepolo è chiamato ad essere autentico, anche a costo di apparire troppo diretto. Le persone che si avvicinano a noi cristiani si accorgono da lontano se viviamo ciò che professiamo, se sperimentiamo ciò che diciamo… Infine Gesù se la prende contro l’atteggiamento di chi loda i profeti del passato e non riconosce quelli del presente. Ed è proprio così: quasi sempre la profezia non è accettata e riconosciuta, specialmente dalle autorità che la vivono con insofferenza e di malavoglia. Prima di lodare (giustamente) i grandi uomini di Dio che la Chiesa ha stentato a riconoscere, cerchiamo di non commettere lo stesso errore e teniamo lo sguardo interiore pronto a riconoscere la loro presenza…

Monica (Tagaste, attuale Song-Ahras, Algeria, c. 331 – Ostia, Roma, 387), madre di Sant’Agostino d’Ippona. Con una profonda spiritualità, studiava la Bibbia, e fu una delle poche donne a ricevere il permesso di meditare sulle Scritture. Sposata a Patrizio, un pagano dal carattere collerico, sopportò con pazienza le sue difficoltà e i suoi difetti. Ebbero tre figli, Agostino, il maggiore. Quando il marito morì, si convertì e si battezzò. Rimasta vedova, Monica allevò i figli da sola, ma Agostino si allontanò dalla fede, vivendo una vita ribelle, aderendo alla Chiesa manichea. Monica pregava incessantemente per la sua conversione.
Nel 383, Agostino partì per l’Italia per insegnare retorica, lasciando Monica a Cartagine. La madre, con determinazione, lo seguì in Italia, continuando a pregare per lui. Nel 385, Agostino, in crisi spirituale, incontrò Sant’Ambrogio a Milano, che lo avvicinò alla fede cristiana. Dopo vent’anni di preghiere, Monica vide esaudito il suo desiderio: Agostino si convertì al cristianesimo e fu battezzato.
Poco dopo, Agostino e Monica progettavano di tornare in Africa per una vita monastica, ma Monica si ammalò e morì a Ostia il 27 agosto 387. Prima di morire, Agostino, riconoscente, le disse: «Tu madre mi hai generato due volte».

Giovedì della XXI settimana del Tempo Ordinario
Mt 24,42-51: “Tenetevi pronti
“.

Vegliamo, perché il Signore viene quando meno ce lo aspettiamo. Vegliamo nella fatica, anche se la notte è fonda e fa paura. Vegliamo anche quando ci scoraggiamo e pensiamo di esserci sbagliati e che sia tutto un (bell’) inganno. Vegliamo per non farci travolgere dalle cose da fare, dalla crisi economica, da quella delle relazioni e degli affetti. Vegliamo per non stordirci con le preoccupazioni o le illusioni. Vegliamo come chi sa che la vita non si consuma tutta qui, che il frammento di eternità che ci troviamo piantati nel cuore non è che una caparra di Dio. Vegliamo perché la vita è un infinito combattimento, una lotta perpetua contro la dimenticanza di noi stessi e dell’essenziale. Vegliamo per non cadere vittime dello scoraggiamento generale, della rassegnazione collettiva, del cinismo imperante. Vegliamo pregando, con una preghiera intensa e feconda, vera e quotidiana, che attinge alla Parola per tradurla nelle scelte di tutti i giorni. Vegliamo per non cedere: il Signore viene quando meno ce lo aspettiamo. Viene nella nostra anima e viene alla fine della nostra vita biologica.

Decisivo nella vita di Agostino (Tagaste, attuale Song-Ahras, Algeria, 354 – Ippona, attuale Annata, 28 agosto 430), oltre l’influsso della madre, fu l’incontro con il vescovo Ambrogio dal quale ricevette il Battesimo. Dal suo curriculum di studi e di magistero nella scuola pubblica, attraverso un’appassionata ricerca della verità, passò alla totale sequela di Cristo Signore, punto di convergenza della creazione e della storia. In lui si incontrano in rara sintesi il contemplativo, il teologo, il pastore d’anime, il catechista, l’omileta, il mistagogo, il difensore della fede, il promotore di vita comune. E’ autore di una regola monastica che influenzò tutte le successive regole dell’Occidente cristiano. I suoi scritti restano un monumento di straordinaria sapienza e lo qualificano come il maggiore fra i Padri e Dottori della Chiesa latina.

Venerdì della XXI settimana del Tempo Ordinario
Mt 25,1-13: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!

Che strano sposo che arriva a mezzanotte e pretende che le amiche della sposa siano sveglie! E che strani consigli danno le amiche a quelle sprovvedute rimaste senza olio, come se nel cuore della notte si potesse trovare un commerciante aperto! Ma il senso della parabola è chiaro: Dio è uno sposo e la sua venuta è una festa straordinaria. Non ci “meritiamo” Dio, egli viene senza condizioni, sta a noi accorgerci della sua venuta, sta a noi capire qual è il momento della sua venuta. Il Dio di Gesù, accessibile e misterioso, evidente e nascosto, ci invita continuamente a vegliare, a lasciare la parte migliore di noi accesa e vigile. Il paradosso del nostro tempo è che siamo talmente presi dalla vita da non avere più il tempo di vivere! Alla fine di questa estate vogliamo riprendere l’autunno con la ferma decisione di ritagliarci dei piccoli spazi quotidiani in cui vegliare, in cui fare il punto della situazione, in cui prendere consapevolezza della nostra vita intima e profonda. Cosa abbiamo di meglio da fare se non aspettare ed accogliere Dio? Sia questa la nostra priorità, vivere nella gioia dell’attesa del ritorno dello sposo.

Giovanni sigilla la sua missione di precursore con il martirio. Erode Antipa, imprigionatolo nella fortezza di Macheronte ad Oriente del Mar Morto, lo fece decapitare (Mc 6,17-29). Egli è l’amico che esulta di gioia alla voce dello sposo e si eclissa di fronte al Cristo, sole di giustizia: «Ora la mia gioia è compiuta; egli deve crescere, io invece diminuire» (Gv 3,29-30). Alla sua scuola si sono formati alcuni dei primi discepoli del Signore (Gv 1,35-40). Ultimo profeta e primo apostolo, egli ha dato la sua vita per la sua missione, e per questo è venerato nella Chiesa come martire. Fin dal sec. V il 29 agosto si celebrava a Gerusalemme una memoria del Precursore del Signore. Il suo nome si trova nel Canone Romano.

Oggi la Chiesa celebra il martirio di Giovanni il Battista, il più grande uomo mai vissuto, secondo Gesù. Ancora oggi la sua coerenza e la sua testimonianza ci incoraggiano sulle strade della fede.
Così muore ucciso Giovanni. Schiacciato dalla debolezza di un re burattino che non vuole sfigurare davanti ai suoi commensali. Un gigante che viene ucciso da una formica, Erode Antipa, pavido lussurioso che, pur ascoltando volentieri il Battista, non sa convertirsi, non sa difendersi davanti al subdolo strapotere della sua amante, infastidita dalla franchezza delle parole del profeta scomodo. Così viene ucciso un grande, per opera di un fantoccio di cui non resterebbe traccia nella storia, se non avesse fatto fuori il più grande fra i profeti. Giovanni aveva un compito: preparare la strada al Messia. E lo aveva svolto con ardore e passione, con coerenza e convinzione. Fino quasi a perdere la fede, scosso com’era stato dalla logica di Dio che manda sulla terra un Messia umile e compassionevole. Grande Giovanni, che sa mettersi in discussione fino in fondo, ancora dal carcere, cercando una risposta al suo inquieto vagare. Immenso profeta che ha saputo attrarre a sé nel deserto, folle in attesa di un’indicazione. Grande amico che intercede per noi e per tutti coloro che subiscono ingiustizia e violenza.

Sabato della XXI settimana del Tempo Ordinario
Mt 25,14-30: “Sei stato fedele nel poco, prendi parte alla gioia del tuo padrone.”

Cinque talenti. Tre. Uno. Talenti consegnati ai servi dal padrone. Padrone folle, aggiungo io. Un talento è un’unità di misura imbarazzante: oltre venti chili d’oro. Quindi centinaia di migliaia di euro dati ad ognuno. Non ad una banca o a un uomo d’affari ma ai proprio servi. Gesù ci dice qualcosa di straordinario: ci ha riempiti di preziosità, siamo colmi di valore. E noi che passiamo il tempo a lamentarci, a fuggire la realtà rifugiandoci in improbabili sogni, a consumarci nell’invidia e nella rabbia! Noi che pensiamo di non valere nulla o di non avere avuto delle possibilità, che rischiamo di seppellire il dono che siamo senza renderlo dono per gli altri! Siamo preziosi non perché straordinariamente capaci ma perché amati. E sta a noi scoprire in cosa consiste il nostro talento: forse nell’ascolto o nella pazienza, o nel buonumore. Tutti abbiamo un dono da scoprire, non da sotterrare sotto metri di depressione e sensi di colpa! Tutti abbiamo risorse da mettere in gioco per il bene comune, per far crescere la Chiesa e l’umanità. Scopriamo, allora, il nostro talento e mettiamoci in gioco!

“Non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Pietro scopre così la vera identità di Gesù. Egli fa l’incredibile scoperta che questo carpentiere di Nazaret non è altro che il Cristo, l’unto di Israele, la realizzazione dell’attesa, lunga duemila anni, del suo popolo. Ma Pietro interpreta la missione di Gesù in termini politici. Gesù ben se ne rende conto e spiega che tipo di Messia sarà: andrà a Gerusalemme per soffrire, essere messo a morte e risorgere il terzo giorno. Ciò è troppo per Pietro: nel suo spirito, l’idea di sofferenza e l’idea di Messia sono semplicemente incompatibili fra loro.
“Non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Se Pietro potesse solo rendersene conto, sarebbe pervaso dalla gioia! Il Messia, che si sarebbe immerso nella sofferenza, che avrebbe incontrato l’ostilità degli uomini e che avrebbe subito tutte le conseguenze dell’ingratitudine secolare di Israele verso il Dio dell’Alleanza, era proprio lì! Davanti a lui c’era finalmente colui che avrebbe sconfitto Satana in uno scontro decisivo e che avrebbe, in questo modo, portato a compimento il piano divino di salvezza per l’umanità.
Poiché Pietro “cominciò a protestare dicendo: Dio te ne scampi, Signore, questo non ti accadrà mai”, Gesù gli disse: “Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”. Voltaire scrisse argutamente: “Dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza e l’uomo gliela rese proprio bene!”.
Nella nostra tendenza innata a resistere a Dio, noi deformiamo la sua immagine, ci rifiutiamo di lasciare che Dio sia come vuole essere. Il nostro Dio è troppo piccolo, troppo fragile e troppo limitato, mentre il Dio di Gesù Cristo è letteralmente troppo bello per essere vero. Gesù si affretta a percorrere la via che porta a Gerusalemme per svelarcelo sulla croce.
Sulla croce, infatti, Gesù rivelerà l’ultimo ritratto di Dio nel dramma della misericordia che vince il peccato, dell’amore che supera la morte e della fedeltà divina che cancella il tradimento.
Chi avrebbe mai immaginato, sia pure in sogno, che Dio sarebbe intervenuto nella nostra storia in questo modo?
Sfortunatamente, per molti, Gesù è davvero troppo bello per essere vero. “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!” (Gv 4,10).

La chiamata del Signore, tema di oggi, è irresistibile. Per il profeta Geremia, la voce di Dio, è come un fuoco che egli non può soffocare, né contenere.
Nel Vangelo ci viene presentata la chiamata del Figlio, mandato dal Padre nel mondo, per compiervi la sua opera di salvezza, morendo in Croce. E’ il primo annuncio della Passione e dopo la reazione scandalizzata di Pietro, Gesù precisa le condizioni esigentissime della chiamata: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
Per essere suoi discepoli, bisogna anteporre lui a noi; dobbiamo saper rinunciare a noi stessi, con scelte difficili a volte, e anche personali, dove ognuno deve impegnarsi in prima persona!
Altro che far consistere il Vangelo – come si vorrebbe oggi – tutto e solo nella costruzione di un mondo migliore, senza scelte personali e a volte laceranti da fare, in risposta ad un Amore assoluto che non ammette esitazioni, ripensamenti doppie appartenenze ed inutili guardarsi indietro.

Dio prende tutto?

Dio dà tutto, ma chiede anche tutto (“chi perderà la propria vita per causa mia la troverà”). Soprattutto chiede fiducia incrollabile in Lui, e in Lui solo, senza posare il capo in altre sicurezze.
Dio chiede tutto, ma non prende tutto. Ad Abramo aveva chiesto il figlio e poi gliel’ha lasciato, ma gliel’ha lasciato quando ha visto che era disposto a darglielo. Dio ci chiede questi salti nel vuoto (=la rinuncia a cose a cui siamo magari anche molto attaccati), che sono poi salti in Lui, ma se rifiutiamo il salto nel vuoto non sapremo mai che in fondo c’era Lui ad aspettarci e non il vuoto.
E comunque non ci chiederà mai quanto ha chiesto al Figlio stesso che – in questo Vangelo – va a Gerusalemme per venire ucciso. “Abramo offre il figlio mortale che non muore, mentre Dio ci dà il suo Figlio immortale che muore” (Origene). Bellissimo e verissimo: Dio dà tutto, mentre a noi chiede solo qualche rinuncia. Oggi il concetto di rinuncia per Dio, è quasi totalmente scomparso, ma esiste in altri ambiti: quello dello sport per esempio, che comporta faticosi allenamenti, o quello della “linea” che comporta diete su diete… E’ urgente recuperare anche il concetto di rinuncia per Dio, perché solo così usciremo dal grigiore di un’esistenza insipida e mediocre, e diventeremo come piccole lampade ardenti e irradianti luce e calore tutto intorno.

Un solo comandamento

La stessa storia della salvezza inizia con un invito alla rinuncia: di tutti gli alberi del giardino, potevano mangiare i progenitori, ma di quello che era in mezzo no! Era l’unico comandamento e manco quello hanno saputo osservare! Se avessero saputo osservarlo, non ci sarebbe stato bisogno di istituirne altri, ma dopo la trasgressione si dovettero aumentare pure i comandamenti; e anche ora, nella società civile, vediamo che più l’uomo trasgredisce, più aumentano le leggi. E la vita si complica sempre di più, proprio perché l’uomo non è capace di rinnegare se stesso, le sue tendenze al male, le sue bramosie…
Ma perché la rinuncia? Questa per me, è la prova più bella e anche più certa dell’esistenza di Dio. E soprattutto del Suo Amore per noi: infatti se non fossimo destinati alla Gloria e non fossimo chiamati alla comunione con Lui fin da quaggiù, non ci sarebbe proprio nessuna rinuncia da fare.

Cosa vuole Dio da te?

“Cosa vuole Dio da me?” Quante volte te lo sei chiesto? Ebbene, Dio da te vuole… te! Nientemeno!
Ecco perché ci chiede di rinnegare tutto ciò che ingombra il nostro cuore, perché questo cuore, lo vuole riempire di Sé stesso. “Apri la bocca, la voglio riempire”, dice un Salmo. “Sì apri la bocca, o il cuore, o la mano che il frutto della Gloria, Io te lo voglio dare (dice Dio), ma guai se la richiudi perché richiudendola prenderesti solo del finito, mentre io sono l’infinito” (Molinié). L’unica cosa che Dio non ci può dare è quella che vogliamo prendere per rapina. Possiamo fallire tutto nella vita, non avremo fallito niente se avremo vinto la battaglia per la vita eterna.

da http://www.lachiesa.it