di Enzo Bianchi
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Per gentile concessione dell’autore

La lettera pastorale per l’anno giubilare 2000 del Vescovo della diocesi di Milano, il Card. Carlo Maria Martini, porta il titolo Quale bellezza salverà il mondo?, e pone il problema della dimensione religiosa della bellezza.

Alla luce della rivelazione la bellezza appare anzitutto dono di Dio e compito dell’uomo. Essa è la vocazione affidata dal Dio creatore all’umanità. Il Dio che al termine di ogni giorno creazionale vide, secondo il racconto del primo capitolo della Genesi, che era “bello” ciò che aveva fatto e che l’umanità era “molto bella”, chiede all’uomo di essere all’altezza di tale bellezza, cioè della propria umanità a immagine e somiglianza di Dio. La vocazione fondamentale del credente è a divenire uomo corrispondendo così allo sguardo di Dio sulla propria umanità. La bellezza è dunque connessa all’umanità dell’uomo in quanto creatura: ogni uomo, credente o no, è chiamato a fare della propria vita un capolavoro umano. Cioè a condurre a termine la faticosa avventura della propria vita così che lo sguardo di Dio possa ancora riconoscere e proclamare che tale vita “è bella”, è cioè una vita che cercato di resistere alle tentazioni dell’abbruttimento, della volgarità, della banalità e che ha declinato la bellezza come bontà, giustizia, rispetto, dedizione, amore … Per la Bibbia la “bellezza” è anche “bontà”, l’estetica è anche etica.

La vocazione alla bellezza è anche dell’intero creato che porta inscritte in sé, nel mondo della natura, le tracce del Dio “autore della bellezza” (Sap 13,5). L’uomo è chiamato ad abitare il mondo facendone un kosmos, un insieme armonico e ordinato stabilendo la pace sulla terra e testimoniando così i cieli nuovi e la terra nuova, il Regno di Dio. E che altro è il Regno di Dio, dice Massimo il Confessore, se non “la perfetta bellezza”? Se dunque ogni uomo ha in sé il germe della bellezza da sviluppare e in questa opera l’azione creatrice e poietica dell’arte ha certamente un posto privilegiato, il cristianesimo attesta che è in Cristo che l’umanità trova la possibilità radicale della bellezza. E il Card. Martini indica giustamente nell’episodio della Trasfigurazione l’icona e il messaggio più densi circa la bellezza. La bellezza è rivelazione: è alterità che si manifesta restando sempre non circoscrivibile, non pienamente attingibile, e creando comunione in chi se ne lascia illuminare. Al cuore della Trasfigurazione c’è la gloria di Dio che brilla sul volto di Cristo e che illumina anche Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti, e irradia sui volti dei discepoli creando una grande, ineffabile comunione. Questa comunione è il riflesso della grande comunione che abita la Trinità divina e che vorrebbe ispirare tutte le relazioni personali ed ecclesiali del credente. Si comprende perché Karl Barth abbia potuto scrivere che “se si nega la Trinità si ha un Dio senza bellezza”.

Dimensione che è in Dio e che si manifesta in Gesù Cristo, la bellezza viene riversata nel cuore dell’uomo grazie allo Spirito santo: essa è partecipazione dell’uomo alla vita divina, è uscita da sé per incontrare Dio, è trasfigurazione dell’umano sull’esempio di Cristo che “ci ha insegnato a vivere in questo mondo” (Tt 2,11-12). Se la bellezza cristiana si declina come comunione, dev’essere chiaro che questa comunione ha una dimensione anzitutto interiore. La radice della bellezza è nel cuore, nella vita interiore che si gioca nel profondo, nella pacificazione interiore. Se un uomo raggiunge la pace del cuore e la custodisce, anche gli uomini che lo incontrano troveranno pace. O, se si preferisce, saranno irradiati dalla sua bellezza.

Sì, la bellezza cristiana è un evento, non un dato fisso e immutabile: è originata dal dono di Dio in Gesù Cristo, produce la comunione tra gli uomini e con tutte le creature, suscita come risposta la gratuità, immette nei cuori l’umiltà. Al cuore della comunità cristiana l’eucaristia, memoria della donazione di Dio all’umanità, è magistero di bellezza nel momento stesso in cui è magistero di carità. Dov’è carità là è bellezza!