XXI Domenica
Tempo Ordinario (A)
Matteo 16,13-20

(Letture: Isaia 22,19-23; Salmo 137; Romani 11,33-36; Matteo 16,13-20)
Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
«Chi sono io per te?».
Se Gesù ci interroga nel profondo
Ermes Ronchi
Oggi il Vangelo propone due delle centinaia di domande che intessono il testo biblico: Cosa dice la gente? E voi che cosa dite? Gesù, riferiscono gli evangelisti, «non parlava alla gente se non con parabole» (Mt 13,34) e con domande. Gesù ha scelto queste due forme particolari di linguaggio perché esse compongono un metodo di comunicazione generativo e coinvolgente, che non lascia spettatori passivi. Lui era un maestro dell’esistenza, e voleva i suoi pensatori e poeti della vita: «Le risposte ci appagano e ci fanno stare fermi, le domande invece, ci obbligano a guardare avanti e ci fanno camminare» (Pier Luigi Ricci).
Gesù interroga i suoi, quasi per un sondaggio d’opinione: La gente, chi dice che io sia?. La risposta della gente è univoca, bella e sbagliata insieme: Dicono che sei un profeta! Una creatura di fuoco e di luce, come Elia o il Battista; sei bocca di Dio e bocca dei poveri. Ma Gesù non è un uomo del passato, fosse pure il più grande di tutti, che ritorna.
A questo punto la domanda, arriva esplicita, diretta: Ma voi, chi dite che io sia? Prima di tutto c’è un ma, una avversativa, quasi in opposizione a ciò che dice la gente. Come se dicesse: non si crede per sentito dire. Ma voi, voi con le barche abbandonate, voi che siete con me da anni, voi amici che ho scelto a uno a uno, che cosa sono io per voi?
In questa domanda è il cuore pulsante della fede: chi sono io per te? Gesù non cerca formule o parole, cerca relazioni (io per te). Non vuole definizioni ma coinvolgimenti: che cosa ti è successo, quando mi hai incontrato? La sua domanda assomiglia a quelle degli innamorati: quanto conto per te? Che importanza ho nella tua vita? Gesù non ha bisogno della risposta di Pietro per avere informazioni o conferme, per sapere se è più bravo degli altri maestri, ma per sapere se Pietro è innamorato, se gli ha aperto il cuore. Cristo è vivo, solo se è vivo dentro di noi. Il nostro cuore può essere la culla o la tomba di Dio. Cristo non è le mie parole, ma ciò che di Lui arde in me.
La risposta di Pietro è a due livelli: Tu sei il Messia, Dio che agisce nella storia; e poi, bellissimo: sei il figlio del Dio vivente.
Figlio nella Bibbia è un termine tecnico: è colui che fa ciò che il padre fa, che gli assomiglia in tutto, che ne prolunga la vita. Tu sei Figlio del Dio vivente, equivale a: Tu sei il Vivente. Sei grembo gravido di vita, fontana da cui la vita sgorga potente, inesauribile e illimitata, sorgente della vita. Se cerchiamo oltre le parole, se scendiamo al loro momento sorgivo, possiamo ancora ascoltare la dichiarazione d’amore di Pietro: tu sei la mia vita! Trovando te ho trovato la vita.
Crisi e opportunità in una relazione che cambia
Gaetano Piccolo
La crisi
Quando in una relazione si comincia a dire “non ti riconosco più” è il segnale ormai evidente che da tempo la relazione si è usurata ed è arrivato il momento della crisi. Succede all’interno della coppia, anche dopo molti anni di matrimonio, succede tra amici che sono sempre liberi di scegliere vie nuove e imprevedibili, succede anche quando facciamo parte di un movimento, gruppo, famiglia religiosa, realtà cioè che possono cambiare nel tempo e in cui a un certo punto possiamo fare fatica a riconoscere quegli ideali che all’inizio ci hanno attirato.
Il cambiamento
Per quanto una relazione possa essere profonda, le persone al suo interno cambiano. Non possiamo pretendere di trattare l’altro come un oggetto immutabile. Noi stessi talvolta non ci sentiamo più capiti, abbiamo la percezione che l’altro sia lontano e non sia più capace di intendere in modo adeguato quello che stiamo vivendo. Questa incomprensione risiede anche nel fatto che molto spesso, per evitare un dispendio di energia, applichiamo all’altro degli schemi già noti: pretendiamo di conoscere bene l’altro, possiamo prevedere i suoi comportamenti, gli mettiamo addosso delle etichette che ci aiutano a non perdere tempo nel chiederci che cosa stia veramente attraversando il suo cuore.
Un Dio scontato?
Il Vangelo di questa domenica ci ricorda che probabilmente applichiamo questo stesso meccanismo anche a Dio: lo diamo per scontato, presumiamo di conoscerlo già, non ci aspettiamo niente di nuovo nella relazione con Lui, non ci interroghiamo su eventuali percorsi nuovi che forse ci sta suggerendo. Ripetiamo la stessa narrazione di Dio, come se si trattasse di un libro ormai già letto tante volte.
Un Dio già visto?
Anche Gesù aveva avvertito probabilmente dei segnali di crisi nella relazione con la gente, forse aveva avuto il sentore che il suo messaggio non fosse stato compreso adeguatamente. Possiamo dire in altre parole che Gesù non si è sentito capito. Per questo motivo ha il coraggio di fermarsi e di verificare quello che sta accadendo dentro questa relazione fondamentale per la sua vita. Attraverso i discepoli si informa innanzitutto sulla percezione che la gente ha avuto di lui. Le risposte certificano questa incomprensione: la gente ha interpretato Gesù alla luce di vecchi schemi. Conoscevano altri profeti, Giovanni Battista o Elia, e Gesù non sembra così diverso dagli altri. Ha qualcosa dell’uno e dell’altro. Ricorda esperienze passate, ma non c’è nulla di nuovo nel suo messaggio.
Verificare
La preoccupazione di Gesù ha un volto ancora più drammatico, perché teme di non essere stato capito neppure da coloro che gli sono stati più vicino. Per questo non ha paura di tirare fuori quella domanda rischiosa: “e voi, chi dite che io sia?”. È la domanda che il discepolo di ogni tempo non può evitare: dopo aver camminato insieme, dopo tanti anni che ci frequentiamo…chi sono io per te? Forse ci accorgeremo che Gesù è diventato una presenza nella nostra vita che non ci parla più, come quelle Bibbie aperte in bella mostra nell’ingresso delle case di giovani famiglie credenti, ma che nessuno legge più. Gesù è lì, ma nessuno lo interroga né lo ascolta.
Riprendere il cammino
Chi è Gesù per me in questo momento della mia storia? La risposta a questa domanda non è mai il frutto dell’intelligenza, ma solo dell’azione dello Spirito dentro di noi: “né sangue né carne te lo hanno rivelato”. La conoscenza vera di Gesù è un dono dello Spirito dentro di noi.
Nonostante queste dimenticanze e incomprensioni, Gesù non smette di affidarsi alle mediazioni umane per continuare a essere presente nella Chiesa: Pietro con tutti i suoi limiti diventa la roccia su cui Dio si appoggia per continuare a parlare all’umanità di ogni tempo. Dio ci rende degni di essere la voce attraverso cui continua a diffondere la sua Parola.
Fino in fondo
Per conoscere Gesù bisogna anche camminare insieme a Lui, fino in fondo, percorrendo anche il cammino del Calvario e sostando sotto la croce, accogliendo la gioia della risurrezione. Per questo Gesù ordina ai discepoli di non dire a nessuno che egli è il Cristo, perché non si tratta di ricevere un’informazione o una conoscenza, ma di fare un’esperienza. In quel momento del percorso nel Vangelo, la gente non potrebbe comprendere il significato di questa parola. E forse in questo modo torniamo alla domanda iniziale: conosciamo una persona se accettiamo di camminare insieme fino in fondo, rinunciando a visioni parziali o affrettate, ma soprattutto Gesù ci insegna a non considerare mai l’altro come un oggetto immobile e scontato nella nostra vita.
Leggersi dentro
- – Chi è Gesù per te in questo momento della tua vita?
- – In che modo potresti rinnovare la tua relazione con il Signore?
Chi sei, chi sono
Paolo Curtaz
Penso che succeda a tutti. Anche a te, amico lettore.
A me succede spesso. Nonostante e forse a causa degli anni che passano e le esperienze che si accumulano, ci sono momenti in cui, con onestà, devi fare i conti con ciò che sei e con ciò che fai.
In quei momenti ti chiedi chi sei veramente. Ti pesi. Ti misuri.
Non chi pensi di essere o come gli altri ti vedono.
Ma come sei tu sul serio, senza esaltarti e senza abbatterti.
E in quei momenti le altre persone ci fanno da specchio, ci aiutano, ci sostengono, ci svelano a noi stessi.
Non parlo delle persone che si avvicinano a noi e ci identificano con un ruolo.
Ma di quelli che frequentiamo, che amiamo, che ci amano. E che, spesso, si fanno un’idea di noi più convincente e precisa di quanto noi stessi riusciamo a fare.
Così, sul finire di questo rovente mese agostano, ritroviamo la bellissima pagina del dialogo di Cesarea di Filippo.
Là dove, dopo alcuni anni di discepolato, Gesù chiede ai suoi, e a noi, di scoprire le carte.
Di dire cosa pensano veramente di lui.
Di non giocare a fare i devoti, ma di aprire il proprio cuore alla verità.
Per passare dal si dice al ti dico.
Bravo Gesù
Pensateci seriamente: non è incredibile che si parli ancora di un ebreo marginale vissuto duemila anni fa? Che milioni di uomini e donne, ogni settimana, si radunino per ascoltare le sue parole? E altri, addirittura, giungano a morire nel suo nome?
Diamo per scontato, forse troppo, che Gesù faccia parte del nostro orizzonte.
Che faccia parte del paesaggio immutabile delle cose.
Ma non è così. Non è detto che la sua presenza permanga per sempre.
Bisogna riconoscerlo, però: ancora si parla di Gesù.
Si spettegola.
E ciò che si dice di lui, a grandi linee, è ciò che riportano gli apostoli.
È un grande uomo, un profeta, un innovatore, un idealista…
Salvo rare eccezioni di Gesù ci si ostina a parlare bene, a difenderlo.
Ad amarlo. Anche chi non si professa suo discepolo.
Per la sua vita, la sua coerenza, la sua forza interiore, la sua spiritualità.
Poi, certo, i cristiani sono un altro paio di maniche. Scucite.
Next level
Solo che, ad un certo punto, se abbiamo il coraggio di lasciarci interrogare, proprio il Signore ci chiede di cambiare livello, di osare, di metterci in gioco.
Non importa cosa gli altri dicono di lui.
A lui importa cosa ne penso io. Proprio io.
Possiamo vivere tutta la vita frequentando messe e sgranando rosario. Senza mai lasciarci scuotere, smuovere, interrogare.
Perché altro è dire di essere credenti, altro credere.
Altro discutere di donne e di uomini, di affetti e conquiste. Altro innamorarsi.
Chi è per me Gesù? Oggi, ora. Qui.
State attenti a non rispondere in fretta. Regalatevi dieci minuti seri.
Cortesie
«Chi sono io, per te?».
Simone il pescatore osa, si schiera.
Gesù è uomo pieno di fascino e di mistero.
Di più. È un profeta.
Di più. È il Messia.
Facile dirlo, per noi. Ma per chi stava lì con lui, con il falegname di Nazareth, è un’affermazione sconcertante. Gesù non era un uomo di cultura, e neppure religioso. E non era neanche tanto devoto, permettendosi di interpretare liberamente la Legge (riportandola all’essenziale, in verità).
Per Simone, dire che Gesù è il Cristo è un salto mortale.
E Gesù gli restituisce il favore.
Simone dice a Gesù: “Tu sei il Cristo”, che significa: “Tu sei il Messia che aspettavamo”, una professione di fede bella e buona e, decisamente, ardita.
Pietro, riconoscendo nel falegname l’inviato di Dio, fa un salto di qualità determinante nella sua storia, un riconoscimento che gli cambierà la vita.
Gesù gli risponde: “Tu sei Pietro”.
Simone non sa di essere Pietro. Sa di essere cocciuto e irruente. Ma, riconoscendo in Gesù il Cristo, scopre il suo nuovo volto, una dimensione a lui sconosciuta, che lo porterà a garantire la saldezza della fede dei suoi fratelli.
Pietro rivela che Gesù è il Cristo, Gesù rivela a Simone che egli è Pietro. Scambio di cortesie.
Quando ci avviciniamo al mistero di Dio, scopriamo il nostro volto; quando ci accostiamo alla Verità di Dio riceviamo in contraccambio la verità su noi stessi.
Confessare l’identità di Cristo ci restituisce la nostra profonda identità.
Il Dio di Gesù non è un concorrente alla mia umanità.
Se volete scoprire chi siete veramente, specchiatevi nello sguardo di Dio.
“Tu sei il Cristo”, “tu sei Pietro”
Enzo Bianchi
Chi è Gesù?
Enzo Bianchi
Chi è Gesù? Questa domanda centarle per la nostra fede, che in forme diverse percorre tutto il vangelo, risuona nel teso odierno proprio sulle labbra di Gesù: dalla risposta a tale interrogativo dipende la nostra relazione con lui, il Signore della nostra vita.
Mentre si trova a Cesarea di Filipo, città situata nell’estremo nord di Israele, Gesù chiede: «Figlio dell’uomo» Gesù intende riferirsi a quella figura di Salvatore profetizzata da Daniele (cf. Dn 7) e attesa dai credenti di Israele per la fine dei tempi. Ma è importante notare che in questo modo egli prende anche una misteriosa distanza da sé, parlando di sé come di un altro, alla terza persona, senza alcuna autoreferenzialità… I discepoli riportano l’opinione corrente che vedeva in Gesù un profeta (cf. Mt 13,57; 14,5): secondo alcuni egli sarebbe Giovanni il Battezzatore risorto dai morti, come già aveva sostenuto Erode (cf. Mt 14,2); secondo altri sarebbe il nuovo Elia, il grande profeta rapito da Dio in cielo (cf. 2Re 2,1-18); secondo altri ancora in lui rivivrebbe Geremia, il profeta duramente perseguitato dalla classe sacerdotale del suo tempo. Tutte risposte che contengono una parte di verità, ma ancora insufficienti a spiegare la novità, la singolarità di Gesù.
Ecco perché Gesù stesso chiede direttamente ai discepoli: «Voi, chi dite che io sia?». È una domanda posta in tono confidenziale a quanti sono più strettamente coinvolti con lui e dunque dovrebbero conoscerlo in profondità, ben oltre i pareri popolari. Uno solo di loro, Simon Pietro, risponde senza esitazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Egli riconosce in Gesù il Cristo, cioè il Messia, il Re di pace e di giustizia atteso da Israele in favore di tutta l’umanità; non solo, ma discerne in lui il Figlio di Dio, ossia il rivelatore ultimo e definitivo del Padre agli uomini (cf. Gv 1,18). Nella città che prende il nome da Cesare, colui che si faceva chiamare Dio e Signore, Pietro esprime la confessione di fede che coglie in pienezza l’identità di Gesù…
Egli fa questo non in qualità di «portavoce» dei Dodici, bensì mosso da una forza interiore, da una rivelazione che gli poteva venire solo da Dio, come Gesù sa riconoscere: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli». Ed è proprio in quanto destinatario di questo dono di grazia che Simone riceve da Gesù un nome nuovo, Kefa, Pietro, accompagnato da una precisa missione: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa», immagine che rinvia alla pietra di fondazione del tempio, «e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (cf. Is 28,14-18). Pietro è proclamato da Gesù fondamento della sua comunità, la chiesa, e roccia capace di confermare i fratelli nella fede (cf. Lc 22,32): è solo per questa volontà del Signore, non in forza delle sue doti personali, che egli appare come «primo» nella lista dei Dodici (Mt 10,2) e riceve dal Signore stesso l’autorità di governo (le chiavi del Regno: cf. Is 22,22) e quella disciplinare (il potere di legare e di sciogliere).
Pietro non sarà esente da errori e cadute: anzi, come vedremo nell’immediato prosieguo del nostro brano, da roccia solida diverrà pietra d’inciampo, e a causa del suo sentire mondano verrà apostrofato da Gesù addirittura come «satana» (Mt 16,18). Questo però non deve scandalizzarci né indurci a sminuire l’autorità di Pietro. Al contrario, dovremmo meravigliarci della straordinaria condiscendenza con cui Gesù ha affidato a lui, povero e fragile uomo, il ministero decisivo per la comunione e l’unità della chiesa; e, nello stesso tempo, ricordare che nella comunità cristiana l’autorità può essere esercitata solo conformandosi al sentire di Cristo, l’unica vera Roccia su cui è fondata la chiesa (cf. 1Cor 3,11; 1Pt 2,4-8)!
Il dialogo tra Pietro e Gesù sfocia sul silenzio imposto da quest’ultimo ai discepoli in merito alla propria qualità messianica. In questo modo Gesù intende scavare nei nostri cuori lo spazio per la domanda decisiva: che tipo di Messia egli è? Cosa significa che egli è il Cristo? Sarà lui stesso a rivelarcelo, con parole sorprendenti e «scandalose»…
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Pietro – pietra che rende solida l’Unità e la Missione
Romeo Ballan mccj
Gesù fa un sondaggio d’opinione sulla sua Persona, ma va oltre i risultati del sondaggio (Vangelo). Chi è Gesù? Qual è la sua identità vera? Che ne pensa la gente? Ma voi, chi dite che io sia? Sono domande che ci rimbalzano dal passato e sono sempre attuali. L’affermazione centrale di questa domenica è la risposta di Simon Pietro, a nome anche degli altri, sull’identità di Gesù: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (v. 16). L’opinione della gente (v. 14) colloca Gesù al livello dei grandi profeti d’Israele (Elia, Geremia, Giovanni il Battista); il che è già una buona approssimazione, ma ancora a livello spettacolare. La gente coglie la grandezza di Gesù (miracoli, dottrina…), ma non arriva a conoscere pienamente la sua identità.
E Gesù va oltre: “Ma voi chi dite…? G. non cerca definizioni, cerca rapporti personali, una risposta di innamorati: Chi sono io per voi, quanto conto io per te, che importanza ho io nella tua vita?
Per arrivarci, occorrono criteri interpretativi nuovi. Ci vuole un supplemento di fede. La risposta di Pietro, infatti, è frutto di una luce superiore, che viene dal Padre (v. 17); per questo va oltre l’intendere umano (da carne e sangue). Ma nonostante questa luce nuova, Pietro comprende solo parzialmente l’identità e la missione di Gesù: ne dà prova il testo del Vangelo di Matteo che segue riguardo alla croce. (Vedi Vangelo di domenica prossima). Questo dimostra la fatica del credere; è difficile per tutti. Cristiani non si nasce, ma si diventa. Credere in Gesù vuol dire “seguirlo”, cioè mettersi in cammino e ogni giorno cercare di assumere i suoi ‘sentimenti’ di totale fiducia nel Padre, “imitare” il suo stesso stile di vita attraverso gesti di bontà, misericordia, accoglienza, condivisione…
In uno scambio di confidenze reciproche, Pietro riconosce l’identità di Gesù (Tu sei il Cristo…), e Gesù rivela l’identità di Pietro (Tu sei Pietro…) e lo rende partecipe del Suo progetto per una nuova comunità: la sua Chiesa, che durerà nei secoli (v. 18). Nonostante le difficoltà e le resistenze storiche, opposte a questo testo di Matteo, il piano di Gesù riguardo alla sua Chiesa sussiste nel tempo. Secondo la tradizionale interpretazione cattolica, le tre metafore della pietra (v. 18), delle chiavi (v. 19) e il binomio legare-sciogliere (v. 19) si completano nel conferimento post-pasquale a Pietro del servizio di pascere, nell’amore, il popolo della nuova alleanza (cfr. Gv 21,15s). La fede di Pietro – e dei successori – è prioritaria e fondamentale: solo così nasce, si fonda, cresce la Chiesa. “Nell’umile testimonianza dell’apostolo Pietro” il Signore ha “posto il fondamento della nostra fede”, perché anche noi diventiamo pietre vive per l’edificazione della Chiesa (Orazione colletta).
Non qualunque modo di esercitare l’autorità è accetto a Dio e fa bene al popolo, come lo conferma la rimozione di Sebna, funzionario intrigante del palazzo (I lettura, v. 19), perché il Signore vuole “un padre per gli abitanti di Gerusalemme” (v. 21). Secondo Gesù, che è “il Signore e il Maestro” (Gv 13,14), che “non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita” (Mt 20,28), l’autorità (le chiavi) è data a Pietro e alla Chiesa per un servizio al popolo di Dio in una diaconia senza fine. Quanto più ampia è l’autorità tanto più intenso deve essere l’amore e generoso il servizio. Perché nel mondo tutti abbiano vita e la famiglia umana viva unita! È questo l’obiettivo della missione che Papa Francesco ripropone ogni volta che parla della Chiesa.
Il Concilio ci dà la dimensione teologica e missionaria del progetto di Gesù: “La Chiesa pellegrinante è missionaria per sua natura” (AG 2). Perché “essa esiste per evangelizzare” (Paolo VI, in EN 14). È significativo il fatto che Gesù parli del suo progetto di Chiesa trovandosi in un territorio pagano (v. 13: regione di Cesarèa di Filippo), in un contesto geografico ed etnico simile a quello della donna cananea (vedi il Vangelo di domenica scorsa). Questi due fatti (la cananea e Pietro), narrati da Matteo, mettono in luce due valori importanti per capire l’identità di Gesù: la fede e la missione. Due valori necessari! Anzitutto, Gesù elogia la fede di ambedue, anche se diversa nel modo di esprimersi. Inoltre, i due fatti rivelano il carattere universale della missione di Cristo e della Chiesa. Una missione di salvezza aperta a tutti i popoli, vicini e lontani!
Un sondaggio d’opinione circa l’identità di Gesù, fatto ai nostri giorni, ci darebbe risultati approssimativi e riduttivi. È un fatto che una elevata proporzione di fedeli battezzati si sono allontanati dalla Chiesa, dal Vangelo e da Cristo, anche se non si può mai misurare il livello della fede di una persona. Per essi è necessaria una nuova evangelizzazione, con i contenuti e i metodi della missione ad gentes, cioè la prima evangelizzazione (cfr. RMi 33). Per molti occorre ripartire dai fondamenti della fede cristiana e far uso di ogni buon metodo pedagogico.
Il Vangelo odierno ed altre ricorrenze di questo periodo estivo ripropongono tre elementi tipici dell’identikit del cattolico. Tali valori sono: Eucaristia-Madonna-Papa, tutti e tre insieme. I molti anni di vita missionaria in vari continenti mi hanno portato a questa ferma convinzione. Sono valori che sostengono e rafforzano la fede del cristiano, illuminano il senso di appartenenza alla Chiesa, chiariscono la sua identità, lo aiutano ad essere sale e luce in seno al confuso universo religioso del nostro tempo. In particolare, di fronte a non cristiani, o protestanti, ortodossi, evangelici e altri gruppi. Non si tratta di fare polemiche o confronti odiosi. Per il cattolico, questi sono tre amori irrinunciabili, da condividere e da proporre ad altri con umiltà e rispetto; sono valori che riempiono di gioia la vita e la missione dei cristiani in qualunque parte del mondo.
Nel professare la nostra fede, diciamo: Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica; potremmo anche aggiungere una quinta nota: perseguitata, perché questa è una realtà costante nella storia, fino ai nostri giorni in varie parti del mondo. “Essere uomini-donne di Chiesa vuol dire essere donne-uomini di comunione”, ci ricorda Papa Francesco. Appartenere alla Chiesa è un valore grande, un dono prezioso del Signore, che postula il nostro ringraziamento costante e l’impegno a custodirlo e condividerlo con umiltà e rispetto. Preghiamo che il Signore ci conceda, come a santa Teresa di Ávila, la gioia di vivere e di “morire, come figli-figlie della Chiesa”.
Una scoperta che ti cambia
Fernando Armellini
Circolava alla fine degli anni ’60 un ritratto di Cristo wanted–ricercato: capelli lunghi, barba incolta, amico degli emarginati, annunciatore di un messaggio rivoluzionario, malvisto dai poteri costituiti. Era il Gesù dei contestatori. Faceva la sua comparsa accanto a quello misticheggiante di chi si sentiva attratto dalla religione delle devozioni e dell’intimismo spirituale.
Ha avuto la sua epoca anche il Gesù trionfatore, fra labari e stendardi: era il “conquistatore di regni” e il protettore dei sovrani di questo mondo.
Il Gesù della religione è il più inossidabile: garantisce la giustizia, premia i buoni, protegge i pii e punisce i malvagi. A volte qualcuno lo fa scadere al ruolo di castigamatti o di spauracchio per i bambini che fanno i capricci. È comunque l’utile garante di comportamenti morali ritenuti positivi.
Gesù è un personaggio che tutti sembrano voler strattonare per averlo dalla propria parte.
C’è anche il Gesù che ci portiamo dentro di noi dagli anni della nostra infanzia, presentatoci da catechisti a volte più volenterosi che preparati, un Gesù che forse non ci ha mai convinti fino in fondo e che, ad un certo punto della nostra vita, non ha più avuto molto da dirci.
Dopo duemila anni, egli non cessa di provocare e di interpellare ogni uomo e, come ha fatto un giorno nei pressi di Cesarea di Filippo, ci incalza con una domanda imbarazzante: “Chi dite che io sia?”
Di fronte a tante immagini che circolano di lui, è difficile scegliere quella autentica.
Prima Lettura (Is 22,19-23)
Così dice il Signore contro Sebna sovrintendente del palazzo:
19 “Ti toglierò la carica,
ti rovescerò dal tuo posto.
20 In quel giorno chiamerò il mio servo
Eliakìm, figlio di Chelkia;
21 lo rivestirò con la tua tunica,
lo cingerò della tua sciarpa
e metterò il tuo potere nelle sue mani.
Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme
e per il casato di Giuda.
22 Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide;
se egli apre, nessuno chiuderà;
se egli chiude, nessuno potrà aprire.
23 Lo conficcherò come un paletto in luogo solido
e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre”.
Il fatto cui fa riferimento questa profezia è ben noto. Il re Ezechia (VIII sec. a.C.) – un uomo buono, ma anche piuttosto ingenuo – si era scelto come maggiordomo Sebna, un opportunista, un corrotto che si serviva del denaro pubblico per costruirsi il proprio splendido mausoleo, un mestatore intrigante che, contro il parere di Isaia, propugnava l’alleanza con l’Egitto. Fu destituito e il suo posto fu preso da Eliakìm figlio di Chelkia. Isaia approvò questa saggia decisione: Eliakìm era onesto, capace, politicamente affidabile. Il profeta parla di lui in termini entusiastici: “Egli sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per tutto il popolo di Giuda” (v. 21).
L’episodio ci interessa perché dà informazioni sul modo con cui veniva conferito il potere a un nuovo maggiordomo: il re strappava il mantello e la cintura a colui che si era mostrato inetto e li consegnava al nuovo incaricato. Questi veniva rivestito della tunica del suo predecessore, era avvolto con la sua sciarpa e decorato con le sue insegne; infine gli venivano consegnate le chiavi del palazzo (vv. 20-22).
Ricevere le chiavi equivaleva a ottenere tutti i poteri nella reggia, amministrare i beni del sovrano e decidere chi poteva essere ricevuto in udienza.
Il brano si chiude con altre due immagini che preannunciano la condizione in cui verrà collocato Eliakìm: egli sarà come un piolo solidamente conficcato in una parete e come un trono di cui potranno gloriarsi tutti i suoi familiari (v. 23).
Sembra che il profeta preveda per lui una sfolgorante carriera e il raggiungimento di una posizione prestigiosa, invece sta annunciando il suo tramonto politico. Nei versetti seguenti (vv. 24-25 – non riportati dalla lettura) Isaia descrive, con sottile ironia, la fine ingloriosa di Eliakìm. A lui – dice – “si attaccherà ogni peso della casa di suo padre: discendenti e nipoti, ogni vaso anche piccolo, dalle tazze alle anfore… cederà il paletto conficcato in luogo solido, si spezzerà, cadrà e andrà in frantumi tutto ciò che vi era appeso”. È una presentazione satirica delle conseguenze del nepotismo cui anche Eliakìm, purtroppo, finirà per cedere. Approfitterà della sua posizione per favorire parenti, amici e rampolli che si aggrapperanno a lui fino a divenire un peso insostenibile: “il piolo” cederà e tutti coloro che vi saranno legati cadranno e si frantumeranno. Povero Eliakìm, uomo buono rovinato dal potere!
Seconda Lettura (Rm 11,33-36)
33 O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! 34 Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? 35 O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio?
36 Poiché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.
Il brano conclude la lunga esposizione del problema che ha tanto angustiato Paolo: il suo popolo si è rifiutato di riconoscere in Gesù il messia di Dio. Abbiamo visto che l’infedeltà di Israele ha avuto un risvolto positivo: ha permesso ai pagani di entrare a far parte della Chiesa. Sono state le persecuzioni da parte dei giudei a costringere i discepoli a lasciare Gerusalemme, a disperdersi per il mondo e ad annunciare il vangelo ai pagani (At 11,19-21).
Di fronte a questa “abilità” di Dio nel guidare gli avvenimenti della storia e nel trarre il bene anche dal male, Paolo esclama “Quanto è grande la sapienza e la scienza di Dio e come sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (v. 33).
I disegni del Signore sono davvero incomprensibili e imprevedibili, non solo nella storia dei popoli, ma anche nella vita di ognuno.
L’enigma del male ha sempre afflitto l’umanità e nessuna mente, per quanto illuminata, è mai riuscita a darne una spiegazione convincente. Nemmeno nel libro di Giobbe in cui il problema è direttamente affrontato viene data una risposta.
Paolo invita a inchinarsi di fronte al mistero e a riconoscere umilmente che le vie del Signore sono “imperscrutabili”. C’è però una certezza che è data dalla fede: tutto ciò che accade è guidato dall’amore del Padre e ogni avvenimento, anche il più drammatico, ha comunque un senso.
Vangelo (Mt 16,13-20)
13 Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. 14 Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. 15 Disse loro: “Voi chi dite che io sia?”. 16 Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.
17 E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.
20 Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
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Sappiamo distinguere molto bene l’amico dal collega di lavoro, dai compagni di gioco, di bar, di tifoseria sportiva. Sono diversi i sentimenti che proviamo per una ragazza appena conosciuta, per la fidanzata, per la sposa. Quando si viene coinvolti nell’amore scatta il meccanismo della gelosia, compare il tormento di chi teme di perdere la persona amata, di chi non tollera rivali. È una passione non facile da controllare: “La collera è crudele, l’ira è impetuosa; ma chi può resistere alla gelosia?” (Pr 27,4); essa accorcia i giorni, anticipa la vecchiaia (Sir 30,24).
Anche Dio è “geloso” perché nessuno più di lui è innamorato dell’uomo. Per decine di volte nell’AT risuonano le espressioni: “Io, il Signore, sono un Dio geloso” (Es 20,5). “Sono acceso di grande gelosia per Sion” (Zc 8,2). “Dal fuoco della mia gelosia sarà consumata tutta la terra” (Sof 3,8). Dio esige l’amore esclusivo che coinvolge tutto il cuore, tutta l’anima, tutte le forze (Dt 6,6); nel cuore dell’uomo non ci può essere posto che per lui.
Questo amore senza riserve è preteso anche da Cristo: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26). Nulla deve essergli anteposto, nemmeno gli affetti più naturali – è questo il senso dell’immagine paradossale da lui usata.
Un giorno, nei pressi della città che Filippo – uno dei figli di Erode il grande – ha fondato nell’estremo nord del paese, Gesù rivolge agli apostoli due domande. Abbastanza semplice la prima: “Chi sono io per la gente?”; più impegnativa la seconda: “Chi sono io per voi?”.
Le opinioni che circolano lo accostano a personaggi eminenti: a Giovanni Battista, a Elia, a Geremia, agli antichi profeti (vv. 13-14).
È innegabile l’ammirazione degli uomini di tutti i tempi per Gesù, eppure la stima e la venerazione non bastano. Egli non è la personificazione, la concretizzazione di valori eccellenti, perseguiti in genere da tutte le persone di buona volontà; non è uno dei tanti che si sono distinti per la loro onestà e lealtà, per l’amore ai poveri, per l’impegno in favore della giustizia, della pace, della non violenza.
Già come uomo – è vero – Gesù li distanzia tutti perché non segue le tattiche e le strategie umane. Basti considerare le scelte di avere aspettato la maturità per iniziare la sua missione, di aver dato la precedenza alla vita nascosta, di non rivelare se non agli intimi e gradualmente il suo progetto, di aver capovolto tutte, ma proprio tutte le logiche umane fino a “consegnare” la sua vita, fino a fare della sconfitta il suo trionfo. Ma neanche questo è sufficiente per essere da lui ritenuti “discepoli”. Discepolo è chi ha capito che egli è unico, come unica è la persona di cui ci si innamora, di cui ci si fida ciecamente e per la quale si è disposti a tutto.
È a questo punto che interviene la risposta sorprendente di Pietro che, a nome anche degli altri, mostra di aver capito tutto. Gli dice: “Tu sei il Cristo”, tu sei il messia, il salvatore di cui hanno parlato i profeti e che tutto il nostro popolo attende (v. 16). Sei colui per il quale siamo disposti a giocarci la vita.
Difficile trovare un risposta più esatta, eppure – nell’ultimo versetto del brano (v. 20) – l’evangelista ricorda che Gesù impone ai discepoli il silenzio, severamente, come ha già fatto con i demoni. La ragione è semplice: Pietro ha dato una risposta esatta solo nella forma, in realtà ha in mente un’idea completamente distorta, è convinto che Gesù stia per dare inizio al regno di Dio sulla terra e pensa che questo si attuerà mediante una ostentazione di forza, prodigi e segni che lo imporranno all’attenzione di tutti. È certo che otterrà un successo strepitoso e questa è anche l’opinione degli altri discepoli che, pur avendo capito qualcosa di più rispetto alle folle, sono ancora prigionieri della mentalità comune che valuta la riuscita di una vita in base ai trionfi ottenuti. Nessuno si è ancora reso conto che, fin dall’inizio, il Maestro ha considerato diabolica la proposta di prendere il potere e di dominare sui regni di questo mondo.
Nella seconda parte del brano (vv. 17-20) viene riferita la risposta di Gesù a Simone: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa…”.
L’interpretazione di queste parole è più difficile di quanto sembri. Per quale ragione e in che senso Simone è chiamato “pietra” su cui viene edificata la chiesa? Una semplice affermazione del primato del papa? No, molto di più.
Cominciamo a fare due osservazione che ci possono aiutare a capire meglio questo importante testo.
Anzitutto notiamo che della “roccia” posta a fondamento della chiesa si parla altre volte nel NT e questa “roccia”, solida, inamovibile, è sempre e solo Cristo. “Nessuno – dichiara Paolo – può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1 Cor 3,11). Ai cristiani delle comunità dell’Asia Minore ricorda così la loro gloriosa condizione: “Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore” (Ef 2,19-21). Più esplicito ancora è Pietro che, nella sua prima lettera, invita i neo-battezzati a non staccarsi mai da Cristo, perché è lui la “pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio”; poi sviluppa l’immagine e, rivolto ai cristiani, dice: “Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale”, uniti come siete alla “pietra angolare, scelta, preziosa” collocata da Dio, nel giorno di Pasqua, come base di tutta la costruzione (1 Pt 2,4-6).
La seconda osservazione è che il nome dato a Simone – Cefa-Pietro – in aramaico (la lingua parlata da Gesù) con tutta probabilità non significa roccia, ma semplicemente pietra da costruzione.
Se le cose stanno in questi termini, la pietra di cui parla Gesù è la fede professata da Pietro. È questa fede che costituisce il fondamento della chiesa, che la mantiene unita a Cristo-roccia, che la rende incrollabile e le permette di non essere mai sopraffatta dalle forze del male. Tutti coloro che, come Pietro e con Pietro, professano questa fede, vengono inseriti, come pietre vive, nell’edificio spirituale progettato da Dio.
L’espressione le porte dell’inferno non va materializzata. Queste porte rappresentano il potere del male, indicano tutto ciò che si oppone alla vita e al bene dell’uomo. Nulla mai – assicura Gesù – potrà impedire alla chiesa di portare a compimento la sua opera di salvezza, a condizione che rimanga sempre strettamente unita a lui, il figlio del Dio vivente.
Pietro riceve anche le chiavi e il potere di legare e di sciogliere. Prima di chiarire il significato di queste due immagini, usate frequentemente dai rabbini, notiamo che il potere di legare e di sciogliere non è riservato a Pietro, ma è conferito, subito dopo, a tutta la comunità (Mt 18,18; cf. Gv 20,23).
Consegnare le chiavi – lo abbiamo rilevato nel commento alla prima lettura – equivale ad affidare l’incarico di gestire la vita che si svolge all’interno del palazzo; significa concedere il potere di introdurre in casa o di negare l’accesso.
I rabbini erano convinti di possedere “le chiavi della Toràh” perché conoscevano le sacre Scritture; ritenevano che tutti dovevano dipendere da loro, dalle loro decisioni dottrinali, dai loro giudizi; si sentivano in diritto di discriminare fra giusti e ingiusti, fra santi e peccatori.
Gesù riprende questa immagine nella sua dura requisitoria contro gli scribi: “Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito (Lc 11,52). Invece di aprire la porta della salvezza, essi la sbarravano, non rivelando al popolo il vero volto di Dio e la sua volontà.
A costoro Gesù ha sottratto la chiave di cui si erano abusivamente appropriati; ora è soltanto sua. Riprendendo la profezia di Isaia su Eliakìm, il veggente dell’Apocalisse dichiara che è Cristo, e nessun altro, “colui che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre” (Ap 3,7).
L’edificio spirituale cui Gesù fa riferimento è “il regno dei cieli”, la condizione nuova in cui entra chi diviene suo discepolo e la chiave che permette di entrare è la fede professata da Pietro.
Consegnando le chiavi a Pietro, Gesù non lo incarica di fare il portinaio del paradiso, né, tanto meno, di “farla da padrone” sulle persone a lui affidate, ma gli ingiunge di “divenire modello del gregge” (1 Pt 5,3), gli affida il compito di spalancare a tutti l’ingresso alla conoscenza di Cristo e del suo vangelo. Chi passa attraverso la porta aperta da Pietro con la sua professione di fede (è questa la “porta santa”) accede alla salvezza, chi si rifiuta rimane escluso.
Anche l’immagine del legare e sciogliere è ben nota perché impiegata spesso dai rabbini del tempo di Gesù. Si riferiva alle decisioni riguardanti le scelte morali: legare significava proibire, sciogliere equivaleva a dichiarare lecito. Indicava anche il potere di pronunciare giudizi di approvazione o di condanna del comportamento delle persone e quindi di ammetterle o di escluderle dalla comunità.
Approfondiremo e chiariremo questo concetto quando, fra due domeniche, esamineremo Mt 18,18, dove emerge che questa stessa autorità di dichiarare chi appartiene al regno dei cieli e chi no, è concessa da Gesù a tutta la chiesa.
Concludendo possiamo dire che, dal brano evangelico di oggi, come da numerosi altri testi del NT (Mt 10,2; Lc 22,32; Gv 21,15-17), risulta chiaro che a Pietro è affidato un incarico particolare nella chiesa: è lui che compare sempre per primo, che è chiamato a pascere gli agnelli e le pecorelle e che deve sostenere nella fede i suoi fratelli.
I malintesi e i dissensi non sono nati da questa verità, ma dal modo di svolgere questo servizio. Lungo i secoli – lo ammettiamo con sincera umiltà – tante volte è degenerato e da segno di amore e di unità è divenuto espressione di potere.
Come lo stesso papa ha espressamente riconosciuto, è necessaria una revisione dell’esercizio di questo ministero, in modo che il vescovo di Roma divenga realmente per tutti, secondo la stupenda definizione di Ireneo di Lione (secolo II), “colui che presiede alla carità”.