
Lettera Pastorale
Farsi prossimo
1985/86
Carlo Maria Martini
[Prima parte:
il tema della carità nel cammino della nostra Chiesa.]
[11] Qual è allora l’aspetto nuovo e specifico che intendo trattare in questa lettera pastorale? E’ l’aspetto della concretezza storica.
L’unione degli uomini con Cristo voluta dal Padre, compiuta nella Pasqua, attuata storicamente nella Chiesa. è un evento di libertà e di amore. Chiama in causa la concreta decisione dell’uomo che, affascinato dall’immenso amore di Cristo, rinuncia a vivere nell’orgoglio, nell’egoismo, nell’affermazione prepotente di sé e si dispone, invece, a celebrare l’amore di Dio, ad assecondare i desideri di Dio, a testimoniare l’amore di Dio ad ogni uomo. Ma questo significa comprendere profondamente se stessi; scoprire, interpretare, gestire la propria libertà; guardarsi attorno e darsi da fare per scoprire e condividere i bisogni concreti dei fratelli, assumersi coraggiosamente le proprie responsabilità nella società attuale.
Di questo concreto esercizio della carità intendo parlare in questa lettera.
Per tornare alla parabola del buon samaritano, ciò che mi voglio chiedere è che cosa è scattato in lui, che meccanismo si è messo in moto nel suo animo, quale concreto cammino egli ha percorso per farsi prossimo di quel disgraziato, soccorrerlo, prevederne i bisogni futuri. E mi voglio chiedere conseguentemente che cosa deve scattare in me, in ogni mio fratello e sorella, in ogni comunità cristiana, quali forze vanno risvegliate, quali responsabilità vanno assunte, quali itinerari vanno percorsi, perché noi possiamo ripetere il gesto del buon samaritano qui e ora, nel mondo d’oggi, in questa società milanese di cui facciamo parte.
[12] Cerco ora di dire le stesse cose con altre parole, che mi vengono suggerite dal programma della Chiesa italiana per gli anni ’80. Come sapete, tale programma si ispira al binomio comunione-comunità.
La parola comunione designa l’amore trinitario di Dio; l’unione di tutti gli uomini in Cristo secondo il disegno del Padre; il dono dello Spirito che, mediante la Parola, l’Eucaristia, i carismi e i ministeri, anima interiormente la vita della Chiesa.
La parola comunità designa la visibile, storica, sociale riunione dei credenti nella Chiesa.
La comunità cristiana è il frutto della comunione. Si fonda nella comunione. Manifesta visibilmente le ricchezze inesauribili della comunione. I gesti storici; le espressioni culturali, i comportamenti quotidiani, i riti, le leggi, i vincoli sociali, i rapporti psicologici della comunità cristiana sono fatti realmente e propriamente umani, ma la forza della comunione, che in essi si manifesta, concede loro una carica sovrabbondante di vitalità, di efficacia comunicativa. Essi diventano un fattore prezioso di coesione tra gli uomini, un messaggio di riconciliazione, un potente richiamo all’unità che il genere umano trova nel mistero dell’unico Dio, Padre di tutti.
E’ facile vedere che la carità è il senso profondo della comunione e quindi la legge vitale della comunità.
Orbene, in questa lettera vorrei mostrare come la carità passa dalla comunione alla comunità. Vorrei descrivere la vita concreta di una comunità cristiana che, proprio in forza della comunione, coltiva l’amicizia fraterna, è attenta ai bisogni di tutti, suscita vocazioni al servizio generoso del prossimo, si apre ai problemi del mondo, accoglie i più piccoli, i più poveri, gli ultimi, cerca le vie concrete della pace, favorisce gli itinerari della riconciliazione, esercita un influsso benefico sulla vita sociale e politica.
[13] Ci saranno di aiuto nel nostro cammino tre eventi, tre doni con cui il Signore viene incontro al nostro desiderio di aderenza alla realtà e alla vita concreta.
Il primo evento è l’avvenuta celebrazione del quarto centenario della morte di S. Carlo. Non è stata soltanto una celebrazione ufficiale, che ha interessato qualche gruppo ristretto di esperti. E’ stato toccato il cuore della gente. Abbiamo scoperto una sorprendente vicinanza di S. Carlo alla vita pastorale della nostra Chiesa.
[14] La croce di S. Carlo ha visitato tante nostre comunità e ci ha ricordato la radice contemplativa della prodigiosa attività del nostro Santo Patrono.
Un aspetto significativo di questa attività è stato studiato nel convegno diocesano sulla catechesi per e con gli adulti. Il convegno ci ha aiutati a rivivere 1’ansia missionaria di S. Carlo, il suo desiderio di annunciare il Vangelo a tutti, la genialità pratica con cui egli ha saputo programmare e attuare strumenti e modi organici e stabili di insegnamento della dottrina cristiana.
Il Santo Padre, a cui esprimiamo ancora una volta la nostra affettuosa riconoscenza, è venuto in pellegrinaggio nei luoghi di S. Carlo, e ci ha fatto riscoprire, con i suoi discorsi, i molteplici aspetti della figura poliedrica del suo e nostro Patrono.
Dobbiamo ora approfondire il cuore e il vertice di tutta l’opera di S. Carlo, cioè la sua carità, che ha animato tutto il suo ministero episcopale, è diventata eroica nei momenti di grave calamità, come nella famosa peste del 1576, e si è scolpita indelebilmente nella memoria del popolo milanese. Il programma pastorale di quest’anno sul tema della carità può quindi essere visto come l’ideale prolungamento e coronamento dell’anno carolino.
Il secondo evento è il già citato convegno sulla catechesi. In esso abbiamo dedicato molta attenzione agli strumenti e alle esperienze di comunicazione della fede. Rimane, però, sempre aperto e urgente il problema della fede stessa, che deve essere comunicata.
La verità della fede è il dono che lo Spirito fa perennemente alla Chiesa e che la Chiesa fedelmente custodisce, ma è anche un compito storico sempre nuovo. La fede adulta sa sempre essere anche attuale, vive nel tempo, si confronta con i problemi di ogni epoca, fonda nel Vangelo di Gesù, verità ultima dell’uomo, i cammini di razionalità, di libertà, di socialità propri di ogni cultura.
[15] La catechesi per e con gli adulti comunica in modo organico e riflesso l’intima forza di verità che scaturisce dalla fede adulta. Ci deve stare a cuore, allora, la formazione di cristiani adulti, di uomini guidati dallo Spirito, di credenti maturi che sanno farsi carico dei problemi di fede dei loro fratelli. I testimoni della fede saranno i veri catechisti. Orbene la fede. adulta è quella che opera attraverso la carità, scopre e condivide le concrete condizioni in cui gli uomini vivono.
[16] La carità porta alla pienezza la fede che viene comunicata nella catechesi. A sua volta la catechesi rende più consapevole, più luminosa e più comunicabile la ricchezza prodigiosa che la fede riceve dalla carità vissuta. C’è quindi un rapporto tra il programma pastorale dello scorso anno sulla catechesi e il programma pastorale di quest’anno sulla carità.
[17] Il terzo evento è il convegno della Chiesa italiana su: “Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini”. Esso si svolgerà a Loreto nella settimana dopo Pasqua del 1985. Come si vede la preparazione deve svolgersi in un tempo molto ristretto e può coinvolgere solo alcuni organismi rappresentativi dell’intera comunità diocesana. Diventa allora molto importante la fase applicativa, che estenderà capillarmente a tutta la comunità il cammino spirituale e le acquisizioni pastorali del convegno. Il nostro programma pastorale sulla carità sarà una preparazione immediata al convegno e soprattutto potrà avvalersi di molti stimoli derivanti dalla fase applicativa.
In particolare il tema del convegno invia al tema della carità due sollecitazioni verso la concretezza.
[18] La prima sollecitazione è un invito a guardare l’uomo così com’è, con il suo carico di peccato e di miseria. La carità di Dio per noi ha dovuto assumere 1’atteggiamento della misericordia e del perdono. Anche la nostra carità deve tenere conto delle divisioni, delle guerre, delle ingiustizie e deve dischiudere itinerari di riconciliazione. Il male non può essere messo tra parentesi perché ci dà fastidio e ci richiama la nostra immensa fragilità. Non può essere considerato superficialmente come un intralcio nello sviluppo umano, facilmente superabile con il progresso civile e scientifico.
Esso ha radici profonde nel cuore degli uomini e ha ramificazioni inestricabili nella vita sociale. La carità sa tutto questo; perciò implora continuamente la misericordia di Dio e si impegna a tracciare le strade del perdono tra gli uomini.
[19] La seconda sollecitazione, che ci viene dal convegno, spinge la carità verso i concreti problemi della vita associata. Il convegno, infatti non parlerà genericamente della riconciliazione cristiana, ma metterà a tema i rapporti tra la riconciliazione cristiana e la comunità degli uomini. Nel bene e nel male ogni persona umana è strettamente collegata con le altre persone attraverso una rete di valori ideali comuni, di modi di pensare e di parlare, di tradizioni, di strutture economiche, di relazioni politiche. Amare l’uomo concreto vuol dire anche intervenire nel campo comunitario, sociale, politico, perché sia sempre più aperto alla libertà, alla pace, alla giustizia, alla collaborazione, alla ricerca di valori spirituali comuni. Vuol dire anche dialogare e lavorare con tutti coloro che vogliono coltivare questi valori nella comunità degli uomini.
[20] Il desiderio di concretezza e di dialogo nell’esercizio della carità mi conduce a rileggere il cap. 25 del vangelo di Matteo. La parola biblica, che talvolta è complessa, qui diventa semplicissima, essenziale, tagliente.
Viene descritto il giudizio finale, che avrà come unico criterio l’esercizio concreto della carità. Qualcuno ha parlato di pagina laica, perché non ci sono accenni alla fede, alla preghiera, al culto. I giusti non sanno nemmeno di aver soccorso il Signore stesso nei bisognosi: “Signore, ma quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo incontrato forestiero e ti abbiamo ospitato nella nostra casa, o nudo e ti abbiamo dato i vestiti? Quando ti abbiamo visto malato o in prigione e siamo venuti a trovarti?” (Mt 25, 37-39).
Quello che conta sembra essere qui il puro gesto materiale di aiuto all’affamato, all’assetato, al forestiero, all’ignudo, al malato, al carcerato.
Per comprendere questa pagina dobbiamo cogliere in essa un insegnamento globale e un particolare aspetto polemico.
L’insegnamento globale riguarda l’operosità della vita cristiana. Matteo scrisse il suo vangelo per una comunità che era tentata di parole vuote, di entusiasmi superficiali, senza impegnarsi seriamente nelle opere della carità. Di qui l’invito a non accontentarsi di dire “Signore, Signore”, ma a fare concretamente la volontà del Padre e a mettere in pratica la parola del Signore. Anche la pagina del giudizio finale va letta in questa prospettiva di realismo, di operosa concretezza.
[21] Da questo punto di vista non c’è opposizione tra le opere della carità e le pratiche del culto. Se quello che veramente conta è l’intenso realismo nell’esercitare la carità, proviamo a pensare alla forte spinta verso la concretezza che il credente riceve da una vita di culto sinceramente praticata. Quando un cristiano, professando esplicitamente la fede e celebrando gli atti liturgici, si rende conto dell’immensa carità che Cristo ha per lui e per ogni uomo, non può rimanere indifferente. Vuole anch’egli spendersi totalmente per i fratelli. Questo desiderio ispirato dalla fede entra in risonanza con altri desideri spontanei o riflessi che noi proviamo dinanzi ai problemi dei nostri fratelli. I loro bisogni ci commuovono. Le loro povertà ci spingono a privarci di qualcosa per soccorrerli. I torti e le ingiustizie, che essi subiscono, suscitano in noi dispiacere, sdegno, condanna per chi compie l’ingiustizia, lotta contro la violenza, impegno per rinnovare profondamente la società.
I motivi suggeriti dalla fede e i motivi provenienti dai nostri naturali sentimenti si rafforzano reciprocamente verso un’operosità sempre più realistica e costante.
Così, almeno, dovrebbe accadere.
Purtroppo non sempre accade così. Interviene qui l’aspetto polemico del testo di Matteo. E’ un aspetto che affiora in molte pagine evangeliche. Basti pensare alla parabola dei due figli invitati dal padre ad andare a lavorare nella vigna. Uno dice di sì, ma poi non va. L’altro dice di no, ma poi va (cfr. Mt 21, 28-32). Purtroppo il culto viene separato dalla vita, la fede dalle opere.
[22] Spesso i credenti si riempiono la bocca di parole, ma non fanno la volontà del Padre, mentre è possibile trovare realismo, concretezza, impegno fraterno, implicita corrispondenza ai desideri di Dio in chi non ha esplicitamente con Dio un rapporto di fede e di culto.
Mi viene alla mente una pagina struggente e amara di La peste di A. Camus. Un padre gesuita e un medico non credente passano l’intera notte al capezzale di un bambino, che muore dopo lunghe ore di angosciosa agonia. Al mattino, nell’atto di lasciarsi, i due si stringono la mano e il medico dice al gesuita: “Vede, padre: adesso neppure più Dio ci divide”.
Perché Dio finisce per dividerci? Perché l’unità prodotta in noi dalla comune esperienza di un grande dolore pare più vera e intensa dell’unità creata dalla fede nell’unico Dio, Padre di tutti?
Vorrei dire ai credenti: “Riveliamo il volto paterno di Dio con le opere della carità fraterna. La fede nel Dio salvatore, redentore, liberatore ci dia il coraggio di stare a fianco ad ogni povertà, sofferenza, ingiustizia, con la sincera, operosa, illuminata volontà di cambiare le cose”. Ma mi accorgo che queste parole si scontrano con tante pigrizie, incertezze, inerzie, che purtroppo trovo presenti anche nella mia vita e nel mio comportamento.
Vorrei dire ai non credenti: “Fondate nell’amore di Dio la vostra dedizione al prossimo. Noi uomini sappiamo così poco del nostro vero bene; come possiamo volere il vero bene degli altri? Siamo così pieni di paure e di incertezze, che la nostra passione per gli altri corre il rischio di arenarsi di fronte alle ingratitudini e agli insuccessi, se non è sostenuta dalla certezza che Dio è sempre in noi”. Ma ancora una volta mi accorgo che le mie parole incontrano ostacoli insormontabili. Come si fa a penetrare nel cuore di un uomo? Come si fa a sapere per quali motivi uno non crede? L’educazione ricevuta, le difficoltà incontrate nella ricerca religiosa, i cattivi esempi dei credenti possono aver frenato il cammino verso la fede.
Non mi resta che sperare nella forza con cui Dio può toccare il cuore dei credenti e dei non credenti perché raggiungano una visione completa dell’uomo, nei suoi concreti bisogni quotidiani e nella sua chiamata a un destino ultraterreno.
[23] Intanto noi possiamo dialogare e collaborare.
La passione, l’impegno e talvolta anche la rabbia, con cui i non credenti cercano un mondo giusto, libero e fraterno, possono offrire stimoli efficaci verso la concretezza.
I credenti, fondando la sincerità e il realismo del loro amore nella fiducia in Dio, nell’umiltà, nella adesione a Gesù, nella speranza della risurrezione, possono per lo meno porre serie domande a ogni uomo circa il vero bene a cui siamo chiamati e destinati.
Per questo oso offrire questa lettera non solo ai miei fratelli e alle mie sorelle di fede, ma ad ogni fratello e sorella che cerca sinceramente il bene dell’uomo.
Spero che questa lettera possa suscitare dialogo. riflessione collaborazione.
Quello che conta è che ogni uomo sia avvicinato, fatto prossimo, aiutato con un amore sincero, vero, operoso.