XX Domenica
Tempo ordinario (A)
Matteo 15,21-28
- Prima Lettura dal libro del profeta Isaìa 56,1.6-7
La mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli». - Salmo Responsoriale 66 (67)
R. Popoli tutti, lodate il Signore. - Seconda lettura dalla lettera di san Paolo ai Romani 11,13-15.29-32
Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti! - Dal Vangelo secondo Matteo 15,21-28
In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore», disse la donna, «eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

E Dio si arrese alla fede indomita di una madre
Ermes Ronchi
La donna delle briciole, una madre straniera, intelligente e indomita, che non si arrende ai silenzi e alle risposte brusche di Gesù, è uno dei personaggi più simpatici del Vangelo. E Gesù, uomo di incontri, esce trasformato dall’incontro con lei.
La donna di un altro paese e di un’altra religione, in un certo senso “converte” Gesù, gli fa cambiare mentalità, lo fa sconfinare oltre Israele, gli apre il cuore alla fame e al dolore di tutti i bambini, che siano d’Israele, di Tiro e Sidone, figli di Raqqa o dei barconi, poco importa: la fame è uguale, il dolore è lo stesso, identico l’amore delle madri. No, dice la donna a Gesù, tu non sei venuto solo per quelli di Israele, ma anche per me, tu sei Pastore di tutto il dolore del mondo.
Anche i discepoli sono coinvolti nell’assedio tenace della donna: Rispondile, così ci lascia in pace. Ma la posizione di Gesù è molto netta e brusca: io sono stato mandato solo per quelli della mia nazione, quelli della mia religione e della mia cultura.
La donna però non si arrende: aiuta me e mia figlia! Gesù replica con una parola ancora più ruvida: Non si toglie il pane ai figli per gettarlo ai cani. I pagani, dai giudei, erano chiamati “cani” e disprezzati come tali.
E qui arriva la risposta geniale della donna: è vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. È la svolta del racconto. Questa immagine illumina Gesù. Nel regno di Dio, non ci sono figli e no, uomini e cani. Ma solo fame e figli da saziare, e figli sono anche quelli che pregano un altro Dio.
Donna, grande è la tua fede! Lei che non va al tempio, che non conosce la Bibbia, che prega altri dei, per Gesù è donna di grande fede.
La sua grande fede sta nel credere che nel cuore di Dio non ci sono figli e cani, che Lui prova dolore per il dolore di ogni bambino, che la sofferenza di un uomo conta più della sua religione. Lei non conosce la fede dei catechismi, ma possiede quella delle madri che soffrono. Conosce Dio dal di dentro, lo sente all’unisono con il suo cuore di madre, lo sente pulsare nel profondo delle sue piaghe: «è con il cuore che si crede», scrive Paolo (Rm 10,10). Lei sa che Dio è felice quando una madre, qualsiasi madre, abbraccia felice la carne della sua carne, finalmente guarita.
Avvenga per te come desideri. Gesù ribalta la domanda della madre, gliela restituisce: Sei tu e il tuo desiderio che comandate. La tua fede e il tuo desiderio sono come un grembo che partorisce il miracolo.
Matura, in questo racconto, un sogno di mondo da abbracciare: la terra come un’unica grande casa, con una tavola ricca di pane e ricca di figli. E tutti, tutti sono dei nostri.
Avvenire
I cagnolini
Gianfranco Ravasi
“Non è bene prendere il pane
dei figli e gettarlo ai cagnolini!”.
Scena piuttosto inattesa, questa, descritta solo da Matteo (15,21-28) e Marco (7,24-30): essa presenta un Gesù molto duro, ai limiti dell’insensibilità, a tal punto che gli stessi discepoli devono intervenire, almeno per placare la donna che li sta seguendo e che reca con sé il suo dramma. Cristo si trova nel territorio di frontiera con l’attuale Libano e un’indigena cananea (o siro-fenicia) si aggrappa a lui, sulla base della sua fama di guaritore, implorando un suo intervento per la figlia malata.
Gesù all’inizio la ignora semplicemente («non le rivolse neppure una parola»). All’intercessione dei discepoli che vogliono liberarsi di questa presenza importuna, reagisce con un gelido “no”: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele», ribadendo il primato dell’orizzonte ebraico nella sua missione, sulla scia dell’elezione di Israele. Ma la sua freddezza, sia pure motivata, non scoraggia la donna che gli urla: «Signore, aiutami!». E qui il nostro sconcerto raggiunge l’apice, sentendo Gesù replicarle in modo sferzante con un probabile proverbio quasi “razzista”: ai cani non si dà il pane destinato agli esseri umani!
È vero che nella frase si adotta il diminutivo più attenuato, kynária, “cagnolini”, ma è evidente l’appellativo spregiativo di “cani” riservato agli infedeli, cioè ai pagani, a causa della loro impurità religiosa e rituale, tipica di questi animali che già nell’Antico Testamento venivano usati come appellativo offensivo (“cani”) nei confronti dei prostituti maschi, presenti nei culti idolatrici. Ma quando il cuore di una madre soffre per la sua creatura, non conosce offese o limiti, e la sua replica è umile e coraggiosa al tempo stesso: «Eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
A questo punto Gesù è, per così dire, trasformato dall’esempio della donna straniera; potremmo quasi dire che riceve da lei una lezione di fede che egli esplicita, prima di concederle il dono tanto sospirato: «Donna, grande è la tua fede!». La confessione e la lode rivolte a questa madre pagana aprono idealmente le frontiere della salvezza oltre il popolo ebraico. L’unico requisito decisivo non è più l’etnia o la cultura ma la fede, come era accaduto anche nel caso del centurione romano che implorava a Gesù la guarigione di un suo servo: «In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande!» (Matteo 8,10).
Naturalmente questo comportamento di Gesù, da un lato, marca la sua reale umanità legata a una mentalità, a un linguaggio, a una sensibilità, a un’appartenenza. D’altro lato, però, esso dev’esser letto nella traiettoria della storia della salvezza che ha in Israele il punto di partenza. Dio entra in dialogo con l’umanità attraverso un popolo a cui consegna il suo messaggio e l’incarico di essere testimone nel mondo della sua salvezza.
È questo il tema dell’elezione, della promessa, dell’alleanza che lo stesso san Paolo, apostolo dei pagani, riconosce ed esalta (Romani cc. 9-11), criticando con i profeti la riduzione di questa missione da parte degli ebrei solo a privilegio o a motivo di orgoglio nazionalistico. In questa luce il nostro brano dev’essere interpretato riprendendo tra le mani un testo già da noi commentato, quando Gesù si era rivolto ai Dodici invitandoli inizialmente a «non andare fra i pagani… e a rivolgersi piuttosto alle pecore perdute della casa di Israele» (Matteo 10,5-6), ma infine esortandoli a «fare discepoli tutti i popoli» (28,19).
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Il banchetto del Regno è aperto a tutti
Enzo Bianchi
Dopo la discussione con i farisei scesi da Gerusalemme e l’insegnamento su ciò che veramente rende impuro l’uomo (cf. Mt 15,1-20), Gesù lascia Genesaret, città situata in terra d’Israele, e «si ritira verso le parti di Tiro e Sidone»: rifiutato dalle autorità religiose giudaiche egli prende le distanze dirigendosi a nord, verso il territorio pagano, come aveva fatto a suo tempo il profeta Elia (cf. 1Re 17,2-24).
Mentre si trova in questa zona di confine, ecco che una donna cananea, dunque pagana – Marco con più precisione la definisce «sirofenicia» (Mc 7,26) –, gli esce incontro implorandolo: «Pietà di me, Signore, figlio di David! Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». Essa lo acclama quale Messia, mostrando così di conoscere l’attesa di Israele; non solo, ma le sue parole indicano una grande fiducia nella capacità di Gesù di guarire sua figlia. Egli però non le risponde nulla. Sono allora i discepoli a intercedere per la donna, chiedendo a Gesù che almeno le rivolga una parola di congedo, visto che essa continua a gridare il suo bisogno. Ma egli ribatte: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele»; d’altra parte, nell’inviare i Dodici in missione aveva già ordinato loro di rivolgersi solo a questi stessi destinatari (cf. Mt 10,6).
Quale figlio d’Israele, Gesù fa obbedienza ai tempi inscritti nel disegno sapiente di Dio, riservando per ora la propria attività al popolo dell’alleanza e delle benedizioni: solo dopo la sua resurrezione invierà i discepoli comandando loro di fare discepole tutte le genti (cf. Mt 28,19)…
Ma la donna insiste e, prostrandosi ai piedi di Gesù, rinnova con perseveranza la propria richiesta: «Signore, aiutami!». Gesù questa volta le risponde, seppur ancora in modo negativo: «Non è bene prendere il pane riservato ai figli», cioè a Israele, il figlio primogenito (cf. Es 4,22), «e gettarlo ai cagnolini», animali impuri con cui la Scrittura designava i pagani. La donna manifesta innanzitutto di condividere la motivazione «teologica» addotta da Gesù («È vero, Signore»), ma poi aggiunge una considerazione straordinaria: «Ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Sono parole che rivelano una fede profonda e intelligente; è come se essa dicesse: «Sì, noi pagani siamo i cani; ma ho fede che Dio, il quale nel suo amore nutre tutti, non lascerà neppure noi nel bisogno».
Gesù discerne in queste parole la fede della donna e da essa si lascia interpellare, fino a mutare il proprio comportamento: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri», comando efficace che causa immediatamente la guarigione della figlia. Ma questa affermazione di Gesù va intesa in tutta la sua ricchezza. Egli non pone condizioni alla donna, non le dice: «Se hai fede, farò per te ciò che desideri», così come non ha mai detto a nessuno: «Se hai fede, ti salvo». No, Gesù riconosce la fede di chi gli sta di fronte e sa mettere in lui fiducia. Per questo ripete sovente: «La tua fede ti ha salvato» (Mt 9,22; Mc 10,52), oppure, come dice a un altro pagano, il centurione romano: «Sia fatto secondo la tua fede» (Mt 8,13). Ecco un elemento saliente dell’autorevolezza di Gesù: la sua capacità di far crescere e fiorire le persone che incontra, riaprendo per loro spazi inattesi di vita nuova. Così egli abbatte le barriere che separano gli uomini e ci narra che, quando si incontra in verità una persona, questa cessa di essere ciò che i muri la rendono per tornare ad essere semplicemente un essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio.
Questo incontro con la donna cananea segna un’importante apertura di Gesù ai pagani, come lo sarà anche la successiva moltiplicazione dei pani, al termine della quale resteranno sette ceste di pezzi avanzati, simbolo delle settanta genti della terra (cf. Mt 15,32-39); tra queste genti – non dimentichiamolo – siamo da annoverare anche noi cristiani provenienti dal paganesimo… Attraverso questi segni Gesù ci mostra che il banchetto del Regno è aperto a tutti (cf. Mt 8,11): dovremmo ricordarlo quando siamo tentati di erigere nuovi muri frutto del nostro cattivo zelo…
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Il Vangelo della Vita insegna:
Non escludere nessuno!
Romeo Ballan, MCCJ
Nessuno è lontano, né tanto meno è escluso, dal cuore di Dio. Il messaggio centrale delle quattro letture bibliche di questa domenica è chiaro: Dio offre la sua salvezza liberamente, senza esclusioni, ad ogni persona, a tutti i popoli. Questa affermazione, che per noi, oggi, è chiara e fuori discussione, fu invece una conquista assai travagliata per la comunità dei giudeo-cristiani, per i quali Matteo scrisse il suo Vangelo. È noto quanto l’Israele antico e quello contemporaneo di Gesù vivessero la salvezza e l’alleanza come proprietà private, quasi esclusive del popolo eletto, a fronte dei “pagani, che agli occhi dei giudei erano considerati cani” (epiteto spregiativo), come annota la Bibbia di Gerusalemme su Mt 15,26. Il libro degli Atti degli Apostoli dà prova del difficile percorso e della lenta apertura della prima comunità cristiana su questo punto. La complicata gestione del caso di Cornelio per Pietro e per la comunità (Atti 10-11), il dibattito nel Concilio di Gerusalemme (Atti 15), le controversie di Paolo con i giudeo-cristiani… sono chiare testimonianze di quanto sia stato arduo per la Chiesa primitiva ammettere nuovi membri provenienti dal mondo pagano, cioè di origine non ebraica. E ancor più inconcepibile era accettarli senza passare sotto la Legge antica.
Il testo di Isaia (I lettura) offre un respiro di universalità: gli stranieri sono ricolmi di gioia nella casa di preghiera, i loro sacrifici salgono graditi a Dio nel tempio, che Egli aprirà “per tutti i popoli” (v. 7). Tale apertura universale, cantata con letizia dal salmista (salmo responsoriale), restava ancora condizionata all’osservanza del sabato e alla salita al monte santo (Is 56,6-7), elementi che diverranno caduchi dopo la risurrezione di Gesù. Il travaglio della crescita verso l’universalità è patente nel dialogo e nel miracolo di Gesù con la donna cananea (Vangelo), originaria della regione pagana di Tiro e di Sidone (v. 21), a nord della Palestina. Anche l’evangelista Marco insiste nel presentarla come straniera e pagana: “era greca, di origine siro-fenicia” (Mc 7,26).
Il superamento dell’esclusivismo appare chiaro, alla fine, nell’ammirazione di Gesù per la fede di quella donna pagana e straniera. Lei è cosciente di non essere figlia, ma cagnolino, con diritto almeno alle briciole dei padroni (v. 26-27); è certa però di avere un posto nel cuore di Dio. Gesù esalta la fede grande di quella madre: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te…” Gesù la esaudisce guarendone all’istante la figlia ammalata (v. 28). Alla fine Gesù chiama quella straniera: “Donna” (gr. ‘gúnai’), titolo dato alle regine; con la medesima parola Gesù si rivolge a sua madre a Cana e dall’alto della croce (cfr. Gv 2,4 e 19,26). Allo stesso modo Gesù aveva guarito il servo del centurione pagano di Cafarnao, lodandone la fede come primizia dei nuovi commensali del Regno, che “verranno dall’oriente e dall’occidente” (Mt 8,10-13). Anche oggi “c’è molta fede sulla terra, dentro e fuori le chiese, perché grande è il numero delle madri del mondo che non sanno il Credo ma sanno che Dio ha un cuore di madre. Sanno che per Lui la persona viene prima della sua fede” (Ermes Ronchi).
Mi fa pensare e mi domando perché Gesù, sempre pronto e generoso nel soccorrere i bisognosi, fa così tanta fatica a esaudire quella mamma cananea, che le sta implorando una cosa così chiara e legittima: la guarigione della figlia. Forse Gesù realizza una sua nuova strategia; o forse l’evangelista ricostruisce il fatto con una precisa intenzione didattica, vuole insegnarci qualcosa… Alla fine, Gesù si arrende; è patente la ‘vittoria’ del cuore di mamma, pagana e straniera.
Dopo fatti come questi, è chiaro che l’appartenenza al nuovo popolo di Dio non avverrà più per la via del sangue (razza), ma per la fede, che è sempre e solo dono gratuito di Dio, Padre misericordioso. Padre dei Giudei prima, e poi dei pagani, insegna San Paolo ai Romani (II lettura): la priorità storica dei Giudei resta vera; “i doni e la chiamata di Dio (a Israele) sono irrevocabili” (v. 29); ma ciò non significa esclusione degli altri popoli. Secondo Paolo, tutti i popoli sono stati ugualmente disobbedienti, ribelli e infedeli a Dio: prima i pagani, e poi i Giudei; ma adesso Dio vuole “essere misericordioso verso tutti” (v. 32). È il dono e il mistero dell’amore misericordioso di Dio. Per tutti! Questo è il Vangelo, la buona notizia missionaria di cui il mondo ha sempre bisogno. Per la sua vita, per la sua gioia! Papa Francesco esorta a fare una pastorale missionaria “che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni”. (*)
Oggi, non si nega, teoricamente, l’ammissione di tutti alla salvezza in Cristo, ma, nella pratica, esiste il pericolo di considerare il Vangelo come proprietà privata, di uso personale. Non si arriva a negare che tutti siano ugualmente chiamati a conoscere Cristo, ma, di fatto, si fa poco o nulla per annunciarlo a quanti ancora non lo conoscono. Si pensa: ‘Sì, ne hanno diritto, ma possono aspettare ancora; un giorno qualcun altro ci penserà’… La sfida è scoprire la missione come dono e impegno urgente. A questo ci spinge il Vangelo di Matteo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli” (28,19).
Gesù non era solito fare elogi, ma gli evangelisti ne registrano tre, e proprio con persone ritenute ufficialmente “irregolari”: la peccatrice, l’ufficiale romano, la cananea. “La Cananea è una donna che non va al tempio, oggi diremmo una che non va in chiesa. È una pagana, che invoca altri dei, altri idoli. Ha la fede di una madre disperata, che non chiede nulla per sé, desidera la guarigione della sua creatura. È una donna cocciuta, testarda, che non si rassegna di fronte alle prime difficoltà; non si arrende ai silenzi di Dio” (R. Vinco). L’episodio della cananea, accolta da Gesù, e altri episodi ripropongono ai nostri giorni il tema dell’accoglienza degli stranieri nella società. Meritano, quindi, appoggio tutte le iniziative che promuovono la solidarietà e l’integrazione fra popoli e gruppi diversi. Perché è giusto e doveroso affermare: “Nella mia città nessuno è straniero!” Questo sarà possibile soltanto quando ognuno potrà dire a se stesso e agli altri: “Nel mio cuore nessuno è straniero!”
I “cani” tramutati in “agnelli” dalla fede
Fernando Armellini
A sud della città di Gerusalemme viene indicato ancor oggi il “Campo del vasaio”, il terreno acquistato con le monete d’argento riconsegnate da Giuda ai sacerdoti del tempio (Mt 27,3-10). Era lo stesso luogo in cui alcuni re d’Israele avevano compiuto scelleratezze orrende, giungendo a sacrificare i propri figli a Baal. Verso la fine del VII secolo a.C. il pio re Giosia lo aveva profanato (2 Re 23,10) e, da allora, esservi sepolti era ritenuto il colmo dell’ignominia. Con i soldi del tradimento, i sommi sacerdoti comperarono quel campo per adibirlo a cimitero per la sepoltura degli stranieri (Mt 27,7). Ai pagani impuri e immondi non poteva che essere riservato un luogo maledetto (Ger 19,11) e anche da morti dovevano essere mantenuti separati dai figli di Abramo.
L’impulso alla discriminazione e la tendenza a erigere barriere fra buoni e cattivi, fra puri e impuri, fra santi e peccatori sono profondamente radicati nel cuore dell’uomo e riemergono nelle forme più svariate: nella paura del confronto, nell’incapacità di gestire un dialogo aperto, sereno e rispettoso con chi ha opinioni diverse; a volte tali impulsi si mimetizzano dietro la denuncia di pericoli reali, il sincretismo, l’irenismo, la perdita d’identità, la rinuncia ai propri valori.
Come può parlare di ecumenismo chi considera gli altri dei “lontani”? Chi può essere tanto presuntuoso da ritenersi “vicino”? Tutti siamo “lontani” da Cristo e in cammino verso la perfezione del Padre che sta nei cieli (Mt 5,48). Solo chi prende coscienza di essere “impuro”, di non poter vantare meriti davanti a Dio si trova nella disposizione giusta per accogliere la salvezza. “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” – ha assicurato Gesù. Non avendo alcun merito di cui gloriarsi, si affidano spontaneamente al Signore e giungono prima di chi si ritiene puro (Mt 21,31).
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Ci vergognavamo di averli come compagni di viaggio. Poi la sorpresa: erano entrati nel regno di Dio prima di noi”.
Prima Lettura (Is 56,1.6-7)
1 Così dice il Signore:
“Osservate il diritto e praticate la giustizia,
perché prossima a venire è la mia salvezza;
la mia giustizia sta per rivelarsi”.
6 Gli stranieri, che hanno aderito
al Signore per servirlo
e per amare il nome del Signore,
e per essere suoi servi,
quanti si guardano dal profanare il sabato
e restano fermi nella mia alleanza,
7 li condurrò sul mio monte santo
e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera.
I loro olocausti e i loro sacrifici
saliranno graditi sul mio altare,
perché il mio tempio si chiamerà
casa di preghiera per tutti i popoli”.
La paura di perdere la propria identità nazionale e religiosa ha indotto Israele a isolarsi dagli altri popoli e a darsi norme restrittive nei confronti degli stranieri. Il libro del Deuteronomio ordina: “Non farai alleanza con gli stranieri, né farai loro grazia. Non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché allontanerebbero i tuoi figli dal seguire il Signore, per farli servire a dèi stranieri” (Dt 7,2-4).
Poi venne l’esilio a Babilonia. Fu un’esperienza amara, ma preziosa, dalla quale gli israeliti uscirono maturati. Costretti a confrontarsi con la cultura degli altri popoli, corressero i propri pregiudizi e si resero conto che molte loro paure erano immotivate; i pagani non erano costituzionalmente malvagi e perversi, ma coltivavano anche sentimenti nobili e davano prova di una morale molto elevata. La loro religione non era un cumulo di assurdità, conteneva elementi apprezzabili.
Al ritorno dall’esilio, avevano assimilato una mentalità universalistica, ma non tutti. Le guide politiche e spirituali continuavano ad alimentare diffidenze, sospetti, timori ingiustificati. Esdra, ad esempio, si lacerò il vestito, si strappò i capelli e i peli della barba quando venne informato che molti avevano profanato la stirpe santa, imparentandosi con le popolazioni locali (Esd 9).
È in questo tempo, caratterizzato da tensioni e intolleranze, da tentativi di apertura e da integralismi che sorge il profeta che parla nella lettura di oggi. È un uomo sereno e senza preconcetti, ha uno sguardo che spazia oltre gli orizzonti angusti della tradizione del suo popolo; capisce che è giunto il momento di abbandonare gli esclusivismi e di lasciar cadere le discriminazioni imposte dal Deuteronomio, si rende conto che non hanno più senso le barriere che separano gli uomini: a qualunque tribù, razza o nazione appartengano, essi sono figli dell’unico Dio.
Ecco la sua promessa: verrà il giorno in cui gli stranieri che onorano il Signore e mettono in pratica i suoi comandamenti saranno accompagnati fino al suo tempio ove offriranno sacrifici e innalzeranno preghiere. Nella casa di Dio nessuno più sarà considerato straniero. Il tempio, il luogo santo per eccellenza di Israele, diverrà casa di preghiera per tutti i popoli (vv. 6-7).
Seconda Lettura (Rm 11,13-15.29-32)
13 Pertanto, ecco che cosa dico a voi, Gentili: come apostolo dei Gentili, io faccio onore al mio ministero, 14 nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. 15 Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti? 29 Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!
30 Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia per la loro disobbedienza, 31 così anch’essi ora sono diventati disobbedienti in vista della misericordia usata verso di voi, perché anch’essi ottengano misericordia.
32 Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!
La lettura sviluppa il tema che è stato introdotto domenica scorsa: il dramma interiore di Paolo che non riesce a farsi una ragione del rifiuto di Cristo da parte del suo popolo.
Il libro degli Atti degli apostoli ci ragguaglia sul suo metodo apostolico: passava di città in città annunziando il vangelo anzitutto ai giudei, poi, se questi si rifiutavano di credere, si rivolgeva ai pagani (At 13,46-48).
Dopo una decina d’anni eccolo fare un bilancio della sua opera missionaria: tranne poche eccezioni, gli israeliti non hanno aderito alla fede in Cristo. Come si spiega questo fatto?
Nel brano di oggi Paolo constata che la loro disobbedienza ha avuto un effetto positivo: ha favorito l’entrata dei pagani nella comunità cristiana, infatti, se i giudei avessero creduto in massa, con la mentalità gretta ed esclusivista che avevano, con i pregiudizi che ancora alimentavano nei confronti degli stranieri, ben difficilmente avrebbero permesso ai pagani di essere accolti a pieno titolo nella chiesa.
A questo punto Paolo ha un’intuizione: il rifiuto di Cristo da parte del suo popolo non può essere definitivo; un giorno – ne è certo – anche gli israeliti riconosceranno in Gesù il messia annunciato dai profeti. Che accadrà allora? L’Apostolo dà libero sfogo alla sua gioia: se la loro disobbedienza è stata provvidenziale, cosa non accadrà quando anch’essi diverranno discepoli? Sarà un’autentica risurrezione dai morti (v. 15).
Vangelo (Mt 15,21-28)
21 Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. 22 Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio”. 23 Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i discepoli gli si accostarono implorando: “Esaudiscila, vedi come ci grida dietro”. 24 Ma egli rispose: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”. 25 Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: “Signore, aiutami!”. 26 Ed egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini”. 27 “ È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. 28 Allora Gesù le replicò: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita.
Videocommento
Raccontavano i rabbini che un agricoltore aveva piantato nel suo campo ogni sorta di alberi e li aveva coltivati con cura; attese molte primavere e molte estati, ma rimase deluso: tante foglie, qualche fiore, ma nessun frutto. Stava per appiccare il fuoco al campo quando, su un ramo un po’ discosto, vide una melagrana. La colse e la assaggiò: era deliziosa. “Per amore di questo melograno – esclamò felice – lascerò vivere tutti gli altri alberi del mio giardino”. Similmente – concludevano i rabbini – per amore di Israele Dio salverà il mondo.
Non tutti i giudei però condividevano l’apertura mentale di questi rabbini illuminati. La maggioranza riteneva che una sola era la stirpe eletta e santa e che i pagani dovevano essere evitati come immondi e reietti (At 10).
È con questo esclusivismo che si dovette confrontare la prima comunità cristiana spuntata, come virgulto rigoglioso, dal ceppo d’Israele.
I cristiani si interrogavano: la salvezza è destinata a tutti i popoli o è riservata ai figli di Abramo?
Nacquero dissensi, dissapori, aspri conflitti che divisero la chiesa (1Cor 1,10-12; Gal 2,11-14). Alcuni sostenevano che il vangelo doveva essere annunciato solo agli israeliti e, per avvalorare la loro tesi, si richiamavano al comportamento di Gesù che, durante la sua vita pubblica, aveva svolto la sua missione entro i confini della Palestina; ricordavano anche la sua raccomandazione: “Non andate fra i pagani, non entrate nelle città dei samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute del popolo d’Israele” (Mt 10,5-6).
Altri coltivavano idee più aperte, convinti com’erano che, sì, il vangelo doveva essere predicato anzitutto agli israeliti – primi destinatari della salvezza (Mt 22,1-6) – ma poi anche i pagani dovevano essere ammessi nella sala del banchetto del regno di Dio (Mt 22,8-10). Israele era “il primogenito” del Signore (Sir 36,11), ma non “l’unigenito”: Dio aveva sempre considerato suoi figli anche gli altri popoli (Ger 3,19). L’ordine del Risorto era stato inequivocabile: “Andate e fate discepole tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20).
A causa del breve tempo (forse soltanto tre anni) della vita pubblica, Gesù aveva limitato la sua missione “alle pecore perdute della casa d’Israele”, ma aveva anche compiuto gesti chiari per indicare che la sua salvezza era per tutti i popoli. L’episodio narrato nel vangelo di oggi è uno dei più significativi e rivelatori al riguardo.
Un giorno si presenta a Gesù una straniera. Viene dalle regioni di Tiro e Sidone e “continua a gridare” (si noti l’insistenza della sua preghiera), implorando la guarigione di sua figlia. Il testo la chiama “cananea”, appartiene dunque ad un popolo nemico, un popolo pericoloso che più volte ha sedotto Israele, lo ha fatto deviare dalla retta fede e lo ha indotto ad adorare Baal e Astarte.
I discepoli di Gesù – israeliti educati nel più rigoroso integralismo religioso – non possono che rimanere sorpresi di fronte alla sfrontatezza di questa pagana invadente che osa rivolgersi al loro Maestro e attendono la sua reazione: si atterrà alle norme vigenti che proibiscono di intrattenersi con straniere o – come spesso ha fatto – romperà gli schemi tradizionali?
L’evangelista riferisce il dialogo fra Gesù e la donna, compiacendosi quasi di sottolineare il tono sempre più duro delle risposte del Maestro. Di fronte alla richiesta di aiuto della donna, egli assume un atteggiamento sprezzante: non la degna di uno sguardo, non le rivolge nemmeno la parola (v. 23). Intervengono allora gli apostoli che, un po’ infastiditi, vogliono risolvere al più presto la situazione che rischia di divenire imbarazzante. Gli chiedono di allontanarla. “Esaudiscila”, – dice il nostro testo – ma non è una traduzione corretta. “Mandala via!” – è la loro richiesta.
Gesù sembra seguire il loro consiglio, diviene più severo e spiega: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele” (v. 24).
L’immagine del gregge allo sbando ricorre spesso nell’AT: “Vanno errando tutte le mie pecore in tutto il paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura” – dichiara Ezechiele (Ez 34,6) – cui fa eco un altro profeta: “Tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada” (Is 53,6). C’è anche la promessa di Dio: “Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia” (Ez 34,11.16).
Solo con gli israeliti però il Signore ha preso impegni, è solo di loro che si deve interessare. Presentandosi come il pastore d’Israele, Gesù dichiara di voler dare compimento alle profezie e la donna capisce. Sa di non essere del popolo eletto, è cosciente di non appartenere al “gregge del Signore” e di non avere alcun diritto alla salvezza, tuttavia confida nella benevolenza e nella gratuità degli interventi di Dio, si prostra davanti a Gesù e implora: “Signore, aiutami!”.
Come risposta riceve un’offesa: “Non è bene prendere il pane dei figli e buttarlo ai cagnolini!” (v. 26).
Gli israeliti sono il gregge, i pagani sono i cani. L’uso del diminutivo attenua, ma non di molto, l’asprezza dell’insulto. “Cane” era, in tutto il Medio Oriente antico, la più pesante delle ingiurie, era il nomignolo con cui gli ebrei designavano i pagani. Un’immagine cruda, ripresa in vari testi del NT: “Non date le cose sante ai cani, né gettate le vostre perle davanti ai porci” (Mt 7,6). “Fuori i cani!” (Ap 22,15). “Guardatevi dai cani!” (Fil 3,2). Era usata per mettere in rilievo l’assoluta incompatibilità fra la vita pagana e la scelta evangelica.
Sulla bocca di Gesù questa espressione sorprende, soprattutto se si tiene conto del fatto che la donna cananea si è rivolta a lui con grande rispetto: per tre volte lo ha chiamato “Signore” – titolo con cui i cristiani professavano la loro fede nel Risorto – e una volta “Figlio di Davide” che equivale a riconoscerlo come messia. Sembra che, come tutti i suoi connazionali, anch’egli abbia in abominio gli stranieri. Ma è così?
La conclusione del racconto ci illumina. “Donna – esclama Gesù – davvero grande è la tua fede!”. Un elogio che non è mai stato rivolto a nessun israelita.
Ora tutto diviene chiaro. Ciò che precede – la provocazione, il disprezzo per i pagani, il richiamo alla loro impurità e indegnità – non era che un’abile messa in scena. Gesù voleva che i suoi discepoli modificassero radicalmente il loro modo di rapportarsi con gli stranieri. Ha “recitato la parte” dell’israelita integro e puro per mostrare quanto fosse insensata e ridicola la mentalità separatista coltivata dal suo popolo. Mentre le “pecore del gregge” si tenevano lontane dal pastore che le voleva radunare (Mt 23,37), i “cani” si accostavano a lui e, per la loro grande fede, ottenevano la salvezza.
Il messaggio è quanto mai attuale: la chiesa è chiamata ad essere segno che sono finite tutte le discriminazioni determinate dal sesso, dall’appartenenza a una razza, a un popolo o a un’istituzione. “Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù – dichiara Paolo – poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa” (Gal 3,26-29).
La donna cananea – la pagana, la miscredente – è additata a modello del vero credente: sa di non meritare nulla, crede che solo dalla parola di Cristo può giungere gratuitamente la salvezza, la implora e la riceve in dono.