
Lettera Pastorale
Farsi prossimo
1985/86
Carlo Maria Martini
Pubblicata il 10 febbraio 1985 per l’anno pastorale 1985-1986, Farsi prossimo rappresenta una tappa fondamentale del magistero del cardinale Carlo Maria Martini e del cammino della Chiesa ambrosiana. Ispirandosi alla parabola del buon Samaritano, Martini invita ogni cristiano non soltanto ad aiutare chi è nel bisogno, ma a “diventare prossimo”: fermarsi, ascoltare e condividere concretamente le sofferenze degli altri. La carità, alimentata dallo Spirito Santo, non è quindi un’attività riservata a pochi, ma una dimensione essenziale della fede e della vita di tutta la comunità. La lettera conduce così dalla contemplazione dell’amore di Dio a precise scelte personali, ecclesiali e sociali, capaci di tradurre il Vangelo in gesti di accoglienza, solidarietà e giustizia. Il testo è articolato in quattro parti e prepara il cammino culminato nel Convegno diocesano di Assago del 1986.
Farsi prossimo
[1]
Vieni, Spirito del Padre e di Gesù,
guidaci verso tutta la verità,
aiutaci a dimorare nell’amore di Gesù,
a ricordare e a compiere
tutto quello che Gesù ci ha insegnato.
Signore Gesù, sotto la guida del tuo Spirito,
cerchiamo di ricordare le parole
che ci dicevi quando eri tra noi.
Avevamo lasciato tutto
e ti avevamo seguito.
Eravamo conquistati dalla tua parola
e dai gesti prodigiosi,
con cui sanavi le debolezze umane.
Aspettavamo con ansia il gesto definitivo,
che avrebbe inaugurato
il tuo regno sulla terra.
Ma tu guardavi sempre oltre,
verso un centro misterioso della tua vita,
che sfuggiva continuamente
alla nostra comprensione.
Parlavi di un cibo sconosciuto,
che la volontà del Padre ti andava preparando.
Parlavi di un'”ora”,
che avrebbe rivelato pienamente
la gloria del Padre.
Quando l’ora è giunta
– e fu l’ora della croce e della morte –
noi siamo fuggiti.
Ti chiediamo perdono ancora una volta
della nostra viltà:
noi abbiamo paura
di un amore che si concede
fino alla morte.
Ti chiediamo perdono
della nostra poca fede:
volevamo che tu salvassi gli uomini,
misurandoti coi progetti degli uomini,
non credevamo all’energia prodigiosa
che sarebbe scaturita dalla tua obbedienza filiale;
non credevamo all’amore sconfinato,
con cui il Padre crea, protegge,
salva e rinnova la vita di ogni uomo.
Signore, accresci in noi la fede,
come radice di ogni vero amore per l’uomo.
Come possiamo testimoniare il tuo amore?
Tu un giorno ci hai raccontato di un uomo,
che scendeva da Gerusalemme a Gerico
e fu assalito dai briganti.
Signore, quell’uomo ci chiama.
Aiutaci a non restare tra le mura del cenacolo.
Gerusalemme è la città della Cena,
della Pasqua, della Pentecoste.
Per questo ci spinge fuori
per diventare il prossimo di ogni uomo
sulla strada di Gerico.
[2] Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, anche la lettera pastorale di quest’anno inizia con una preghiera. Altri punti di partenza mi erano venuti in mente. Dovendo affrontare il tema della carità, sarei potuto partire dai tanti casi di sofferenza che incontro nel mio ministero pastorale. Le carceri, i letti dei malati, le famiglie provate economicamente, gli operai senza lavoro, i casi di solitudine e di emarginazione, le situazioni di ingiustizia e mille altri fatti ogni giorno danno una stretta al cuore e fanno venir voglia di gridare: “Svegliamoci! Non si può continuare così! Dobbiamo rinnovare radicalmente la nostra vita pastorale per aprirci agli immensi bisogni dei fratelli”.
Ho preferito, tuttavia, partire ancora con una preghiera, non solo per riconoscere, fin dall’inizio, che la carità è un dono che dobbiamo implorare con umile fiducia, ma anche per insinuare che il fatto indiscutibile, che deve sferzare più fortemente la nostra inerzia, è l’immensità dell’amore di Dio. Il mio grido diventa: “Svegliamoci all’amore di Cristo! E’ mai possibile che, dopo essere stati tanto amati, noi siamo ancora così indisponibili al contraccambio e così insensibili all’esigenza di imitare e testimoniare l’amore che ci è stato donato?”.
Né dobbiamo temere che lo spostamento di attenzione verso l’amore di Dio renda meno urgente l’appello che ci viene dai bisogni dell’uomo. Il fatto di sperimentare quanto è amata da Dio l’umanità concreta, che ci portiamo dentro la nostra persona, ci offre motivi perentori, esempi stimolanti, energie inesauribili nell’ascoltare, accogliere, aiutare 1’umanità che è presente in ogni altra persona. Nel cap. l0 del vangelo di San Luca, Gesù, dopo aver presentato la profonda unità che c’è tra 1’amore di Dio e l’amore del prossimo, racconta la parabola del buon samaritano, per indicare l’ampiezza illimitata e incondizionata dell’impegno con cui dobbiamo farci prossimo di ogni uomo.
[3] Se dunque il primo passo della lettera pastorale è stato la preghiera, il secondo passo sia l’ascolto della parabola del buon samaritano.
Prendendola come immagine del cammino pastorale della nostra Chiesa, possiamo cogliere in essa quattro momenti.
Il primo momento è come un’introduzione scenica. In alto sta Gerusalemme, con le sue mura sicure, le case accoglienti, il tempio di Dio che offre bellezza e protezione. Mille metri più in basso, Gerico, la città delle rose, si stende sulle rive del Mar Morto a trecento metri sotto il livello del mare. Tra le due città una zona aspra e desertica, con una strada piena di imprevisti e di pericoli. Un uomo, che scende da Gerusalemme a Gerico, incontra dei briganti, che gli portano via tutto, lo bastonano e fuggono, lasciandolo mezzo morto.
Nel nostro cammino pastorale, insieme con i discepoli di Emmaus abbiamo incontrato il Signore, che ci ha spiegato la sua Parola; abbiamo spezzato con lui il Pane dell’Eucaristia; siamo corsi a Gerusalemme, la città della Cena, della Pasqua, della Pentecoste per prepararci alla missione, che ci farà testimoni del Risorto in tutto il mondo. La missione e la testimonianza ci portano lontano da Gerusalemme, incontro a ogni uomo che ha bisogno di aiuto. In altre parole dobbiamo comprendere il rapporto che c’è tra la dimensione contemplativa della vita, la Parola, l’Eucaristia, la missione e la carità, nella quale ultima tutte le altre realtà della Chiesa trovano la loro pienezza.
Il secondo momento della parabola ci presenta il penoso spettacolo della durezza del cuore. Un sacerdote e un levita, che percorrono quella strada, passano oltre, senza prestare soccorso. La loro durezza è l’immagine della nostra. I bisogni dei fratelli ci mettono in difficoltà. Rimaniamo chiusi in noi stessi e scarichiamo sugli altri le responsabilità. I rapporti sociali che ci legano ai nostri simili, senza la scintilla della carità, restano inerti. Dobbiamo esaminare umilmente le difficoltà che le nostre comunità incontrano nell’esercizio della carità.
Il terzo momento è il cuore di tutta la narrazione. Consta di una sola parola greca, che significa: fu mosso a compassione. Essa designa l’intensa commozione e pietà da cui fu afferrato un samaritano, che passava per quella stessa strada. Non pensiamo soltanto a un risveglio di buoni sentimenti. Poche pagine prima (cfr. Lc 7,13), la stessa parola è usata per descrivere la compassione di Gesù dinanzi al funerale del figlio della vedova di Naim. In altri passi della Bibbia questa parola allude all’immensa tenerezza che Dio prova per ogni uomo. Dobbiamo pensare che con questa parola il racconto evangelico voglia descrivere un evento misterioso che è accaduto nel cuore del samaritano e lo ha, per così dire, attratto nello stesso movimento di misericordia con cui Dio ama gli uomini. Cercheremo anche noi di scoprire le leggi misteriose, secondo le quali l’amore di Dio, mediante lo Spirito di Gesù, infonde la carità nei nostri cuori.
Il quarto momento è una conclusione movimentata, tutta premura e azione: il samaritano si avvicina allo sfortunato, si fa prossimo, versa vino e olio sulle ferite, le fascia; carica lo sconosciuto, fatto diventare prossimo, sul proprio asino e lo porta alla locanda; sborsa due monete d’argento per le cure che saranno necessarie. La cosa più bella è che non lo abbandona al suo destino. Sa che può aver bisogno di tante altre cose; allora dice al padrone della locanda: “Abbi cura di lui e, anche se spenderai di più, pagherò io quando ritorno”. Anche noi ci chiederemo quali gesti concreti ci domanda la carità che Dio ha acceso nel nostro cuore.
Ecco dunque le quattro parti della lettera.
- Prima parte: il tema della carità nel cammino della nostra Chiesa.
- Seconda parte: le difficoltà che incontriamo nell’esercizio della carità.
- Terza parte: lo Spirito Santo che accende in noi la carità, ce ne insegna il significato profondo.
- Quarta parte: le scelte storiche e i gesti concreti della carità.
Questa lettera vuole solo invitare a una riflessione fondamentale sul tema della carità.
Seguirà nel prossimo anno pastorale un secondo intervento su alcune applicazioni operative. Vivremo così un biennio dedicato a questo tema fondamentale dell’esistenza cristiana.
[4] Ringrazio il Signore perché la nostra Chiesa è da sempre sulla strada di Gerico per soccorrere i bisognosi.
Da quando sono entrato come vescovo nella diocesi di Milano, non cesso di stupirmi per le innumerevoli e commoventi espressioni di carità, che il Signore sa suscitare nelle persone e nelle comunità.
L’animo del nostro popolo tradizionalmente buono e accogliente, ha creato un costume di operosa disponibilità, che fa maturare tanti gesti e tante iniziative di bontà.
L’opera geniale di alcuni grandi testimoni della carità ha fatto sorgere nel passato molte istituzioni caritative, che svolgono ancor oggi un prezioso servizio per i fratelli in difficoltà.
Gruppi parrocchiali e di ambiente, che si ispirano alla carità attraverso varie forme e correnti di spiritualità, tengono viva nelle comunità cristiane e negli ambienti di lavoro l’attenzione per i poveri e gli ammalati.
Alla porta dei preti bussano quotidianamente molte persone in cerca di un soccorso immediato, di un alloggio, di un posto di 1avoro.
Gli itinerari educativi dei ragazzi e dei giovani prevedono normalmente visite a istituti, attenzione a persone sole e ammalate, raccolta di fondi per iniziative di carità.
[5] Nuove forme di servizio, ispirate al volontariato e alla cooperazione internazionale, registrano un crescente interesse, soprattutto presso i giovani, che si preparano alle scelte mature della vita, e presso gli anziani che, col venir meno di un certo tipo di prestazioni professionali e familiari, vogliono impiegare utilmente il tempo libero a loro disposizione.
Le grandi calamità, dentro e fuori la Patria, vedono sorgere tra la nostra gente una gara di solidarietà e di generosità.
[6] Tuttavia le nuove povertà, tipiche del nostro tempo, che esplodono con particolare intensità nella nostra struttura sociale, come l’insicurezza del lavoro e della casa, la solitudine e l’emarginazione, il disadattamento dovuto all’immigrazione interna ed estera, le forme di asocialità, le angosce esistenziali ecc. ci tengono continuamente sotto pressione, sferzano la nostra pigrizia, ci chiedono sempre nuovi interventi.
Stimolato da tanti esempi di carità e da problemi così gravi della nostra società, ho cercato anch’io di mettermi sulla strada di Gerico fin dall’inizio del mio ministero pastorale. Ho cercato di dedicare tempo, attenzione pastorale e solidarietà ai malati, ai carcerati, agli handicappati, agli emarginati di ogni genere. Ho spinto le comunità cristiane a verificarsi costantemente sul comando nuovo dell’amore datoci da Gesù. Ho fatto appello all’autorevolezza, che molti accordano agli interventi del vescovo, per dare una voce a chi non ha voce. In alcuni discorsi, specialmente in occasione di incontri con la “Caritas”, ho tracciato anche delle linee pastorali per un cammino della Chiesa sulla strada della carità.
[7] Molto, però, resta ancora da fare. Ecco allora la presente lettera pastorale. Avrei voluto scriverla subito all’inizio del mio ministero, perché la carità è il bene che ci deve stare maggiormente a cuore. Già nella conclusione della prima lettera pastorale sulla dimensione contemplativa della vita scrivevo: “Ho scritto queste cose con la convinzione che la realtà più importante a cui la preghiera ci deve orientare è la carità. Questa è la meta finale a cui siamo chiamati. Su questo punto, che mi sta tanto a cuore, cioè sul come la nostra Chiesa deve vivere la carità verso tutti, dovremo un giorno fermarci più a lungo”.
Ma un conto è il primato nella vita e un conto la priorità nella trattazione. Nella vita cristiana la carità ha indubbiamente il primo posto e non tollera incertezze e ritardi. Una riflessione organica e programmatica sulla carità chiede però di essere inserita in un cammino di fede. La carità infatti, è inseparabile dalla vita di fede. Nella carità i singoli credenti e tutta la Chiesa esprimono se stessi, la 1oro profonda identità. Orbene l’identità profonda del cristiano e della Chiesa è la sequela, il discepolato, 1’obbedienza, la testimonianza nei confronti di Gesù. C’è anzitutto Cristo, c’è il mistero dell’unione di Cristo con ogni uomo con ogni sofferenza, con ogni speranza, con ogni storia umana; c’è il disegno del Padre che ha voluto che un uomo, Gesù di Nazareth, fosse unito a lui nell’amore dello Spirito Santo come Figlio Unigenito e ha voluto che ogni altro uomo fosse suo figlio per partecipazione alla vita di Gesù in forza dello Spirito Santo.
[8] Questo disegno di amore, rivelato in tutta la vita di Gesù, ha raggiunto la sua pienezza nella Pasqua. Essa, infatti, è il momento in cui l’amore del Padre, comunicato a Gesù mediante lo Spirito, affronta la prova suprema dell’odio, del peccato, della morte, diventandone definitivamente vincitore. L’unione degli uomini con Cristo, secondo il disegno del Padre, trova nella Pasqua la sua celebrazione originaria e fondamentale. Dalla Pasqua scaturisce il dono dello Spirito che unisce realmente ogni uomo a Gesù. Il dono invisibile dello Spirito è accompagnato dal dono visibile dell’Eucaristia. L’Eucaristia è Cristo stesso, morto e risorto, che si rende presente per attuare concretamente, visibilmente, per tutta la durata della storia umana, quella comunione con tutti gli uomini che è stata voluta dal Padre ed è stata attuata nella Pasqua a modo di pienezza definitiva e di sorgente inesauribile.
La Parola del Signore annuncia per tutti i tempi questo disegno di amore, ci conduce alla comprensione di colui che è presente nell’Eucaristia e ci guida nel conformare tutta la nostra vita personale e comunitaria all’Eucaristia.
Dall’Eucaristia, poi, vengono i carismi, i doni spirituali, i ministeri, con cui ogni credente è reso conforme a Cristo, rende presente Cristo nel mondo, serve i fratelli nel nome di Cristo, partecipa alla missione che Cristo ha affidato alla Chiesa.
[9] La Chiesa è testimone di tutto questo, è annunciatrice del mistero di Cristo e degli uomini uniti a lui. E lo è non in qualche suo aspetto o in qualche suo gesto, ma in tutto il suo essere. La Chiesa è il segno profetico, la primizia santa, l’iniziale attuazione storica dell’unione degli uomini con Cristo. La Chiesa proclama il mistero del Padre, accoglie lo Spirito, celebra nell’Eucaristia la Pasqua del Signore, annuncia e ascolta la Parola, si avvale della ricchezza spirituale dei diversi carismi e ministeri: così diventa l’umanità unita a Cristo secondo il disegno del Padre e viene inviata a tutto il mondo, presso ogni uomo e ogni popolo, per aggregare a sé tutti gli uomini e per dare così a tutti gli uomini la gioia, la dignità, la libertà, la speranza dei figli di Dio.
[10] Questo è lo sfondo su cui collocare il tema della carità. La carità è il cuore stesso della Trinità. E’ l’ispiratrice del disegno di Dio sull’umanità. E’ l’anima della vita di Cristo. E’ il valore profondo della Pasqua, dell’Eucaristia, della Parola, della missione della Chiesa. E’ il dono e l’impegno di ogni discepolo di Cristo.
Pertanto gli argomenti che ho trattato nelle precedenti lettere pastorali, riguardano già la carità. Tracciavano il cammino della carità. Erano i passi della carità.