Le ordinazioni episcopali compiute senza l’autorizzazione di Roma dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X hanno riaperto una frattura che risale al Concilio Vaticano II. Massimo Faggioli ripercorre le tappe dello scontro e interpreta la ferma risposta di Leone XIV come espressione di una più ampia difesa dell’unità della Chiesa e dell’eredità conciliare.

La Fraternità San Pio X e il Papa
La ferma risposta di Leone non dovrebbe sorprendere.
Massimo Faggioli
22 luglio 2026
https://www.commonwealmagazine.org

Yves Congar apriva il suo libro del 1976 sulla Fraternità San Pio X chiedendo: «Ancora Ecône e monsignor Lefebvre?». Cinquant’anni dopo, ci poniamo la stessa domanda di fondo.

La vicenda della FSSPX, anche nel momento in cui ha raggiunto la sua più recente svolta, si dipana ormai da molto tempo. Le comunità della FSSPX — secondo fonti ufficiali, 733 sacerdoti, 264 seminaristi, 250 suore e quasi mezzo milione di fedeli, una minuscola minoranza rispetto agli 1,4 miliardi di cattolici nel mondo — sono ciò che Congar nel 1977 definì «centri del cattolicesimo del Sillabo» (con riferimento al Sillabo degli errori di Pio IX del 1864). La Fraternità considera tutto ciò che è venuto dopo come un tradimento del vero cattolicesimo. Probabilmente la FSSPX di oggi avrebbe difficoltà ad accettare perfino l’enciclica di Pio XII del 1943 che pose fine alla duratura opposizione della Chiesa cattolica all’esegesi storico-critica della Bibbia.

La decisione di separarsi da Roma ebbe inizio nei primi anni successivi al Concilio Vaticano II ed è stata scandita da momenti di crescente contrapposizione. Nel 1976 papa Paolo VI impose la suspensio a divinis all’arcivescovo Marcel Lefebvre, dopo che questi aveva disobbedito agli ordini vaticani ordinando illecitamente sacerdoti tradizionalisti senza la necessaria autorizzazione. Poi, nel 1988, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, la FSSPX ordinò quattro vescovi senza il permesso di Roma: un atto scismatico che portò alle loro scomuniche e al documento pontificio Ecclesia Dei. Tra il 2007 e il 2011 Benedetto XVI tentò un approccio più conciliante, soprattutto revocando le scomuniche del 1988 ai quattro vescovi della FSSPX. (Poco dopo Benedetto XVI scoprì che uno di loro, il cittadino britannico Richard Williamson, era un negazionista dell’Olocausto.) Francesco seguì una linea simile con la decisione unilaterale di consentire ai sacerdoti della FSSPX di ascoltare le confessioni e assistere ai matrimoni, e abolendo la commissione istituita con Ecclesia Dei. Ma non trattò sul Vaticano II, comprendendo il rischio di indebolire l’autorità del Concilio. Dovette tuttavia affrontare gli effetti collaterali delle azioni di Benedetto, vale a dire la legittimazione e persino la promozione del tradizionalismo liturgico e del suo bagaglio ecclesiologico. Seguirono così Traditionis custodes nel 2021 e Desiderio desideravi nel 2022, che limitarono l’uso della «Messa tradizionale in latino», difendendo con forza il legame tra la liturgia e l’ecclesiologia del Vaticano II. A cinque anni dalla sua pubblicazione, la ricezione della Traditionis custodes di Francesco — parte della risposta di Roma al tradizionalismo nelle sue forme scismatiche e non scismatiche — resta una questione aperta.

Ora Leone XIV raccoglie la sfida. Attraverso appelli pubblici — l’ultimo il 29 giugno — cercò di convincere la FSSPX a revocare la decisione di ordinare quattro nuovi vescovi, che minacciava di rinnovare lo scisma del 1988 e di provocare scomuniche automatiche. Ma il 1° luglio la FSSPX procedette con ciò che prometteva di fare da mesi. La cerimonia di ordinazione dei quattro vescovi fu, per usare le parole del giornalista italiano Iacopo Scaramuzzi, «la Woodstock dei tradizionalisti: un po’ messa in latino, un po’ Tripadvisor». Non ci sarebbe mai stato molto su cui negoziare o «dialogare»: l’opposizione radicale al Vaticano II e al magistero postconciliare costituisce l’intera raison d’être della FSSPX. Lo dimostra la «Professione di fede» di ventotto pagine pubblicata il 24 giugno, molto più lunga e dettagliata della «professione» originale di Marcel Lefebvre del 1974. È un rifiuto dell’intero Vaticano II, dalla Dei verbum alla Gaudium et spes, passando per la costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium. In parole semplici, il problema della FSSPX con il Vaticano II non è mai stato soltanto liturgico; chi sostiene il contrario è deliberatamente ignorante o intenzionalmente disonesto.

La risposta di Roma alle ordinazioni del 1° luglio giunse entro ventiquattr’ore; non fu soltanto rapida, ma anche forte e pubblica: un decreto di scomunica e una nota esplicativa con dettagli sulle persone scomunicate e considerate scismatiche. Il decreto riflette una concezione della scomunica più ampia — non limitata ai vescovi e al clero coinvolti nelle ordinazioni episcopali — rispetto a quella determinata dalle ordinazioni del 1988. Il 1° luglio 1988 il cardinale Bernardin Gantin, allora prefetto della Congregazione per i Vescovi, emanò il documento che definiva scismatici i vescovi appena ordinati. Il decreto affermava:

Monsignor Marcel Lefebvre e Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta sono incorsi ipso facto nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica. Dichiaro inoltre che monsignor Antonio de Castro Mayer, vescovo emerito di Campos, poiché ha partecipato direttamente alla celebrazione liturgica in qualità di coconsacrante e ha aderito pubblicamente all’atto scismatico, è incorso nella scomunica latae sententiae prevista dal canone 1364, paragrafo 1. I sacerdoti e i fedeli sono ammoniti a non sostenere lo scisma di monsignor Lefebvre, altrimenti incorreranno ipso facto nella gravissima pena della scomunica.

Questa volta il documento proveniva dal cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede. La questione dello scisma viene ora trattata come un peccato contro la fede. La Nota esplicativa del Dicastero per la Dottrina della Fede del 2 luglio 2026 afferma invece:

I ministri sacri appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X sono in stato di scisma e devono pertanto essere considerati scismatici […] e sono soggetti alla scomunica prevista dal diritto (can. 1364 § 1 CIC). Quanto ai fedeli laici, coloro che aderiscono formalmente alla Fraternità Sacerdotale San Pio X alle condizioni stabilite nella Nota esplicativa del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 1996 (cfr. ibid., 7), tuttora in vigore e fatta propria da questo Dicastero, devono essere considerati scismatici e scomunicati.

La stessa nota esplicativa afferma che «i ministri sacri della Fraternità Sacerdotale San Pio X amministrano illecitamente i sacramenti e che il sacramento della penitenza da loro amministrato e il matrimonio al quale assistono sono invalidi». Finora i sacramenti amministrati dalla FSSPX erano stati considerati validi, anche quando conferiti da vescovi o sacerdoti illegittimi formalmente appartenenti a un gruppo scismatico.

La ricezione della Traditionis custodes di Francesco — parte della risposta di Roma al tradizionalismo nelle sue forme scismatiche e non scismatiche — resta una questione aperta.

Il nuovo approccio di Roma incide sul modus vivendi adottato da alcuni vescovi cattolici locali con la FSSPX nelle proprie diocesi. Ciò spiega la varietà delle dichiarazioni interpretative diffuse dai vescovi, specialmente negli Stati Uniti — compresa quella dell’arcivescovo Paul Coakley, ordinario di Oklahoma City e presidente della USCCB —, uno dei Paesi più coinvolti. Sebbene un terzo dei sacerdoti della FSSPX provenga dalla Francia, oggi un quinto viene dagli Stati Uniti, che ospitano il più grande seminario della Fraternità e il maggior numero di seminaristi. Uno dei nuovi vescovi della FSSPX, Michael Goldade, è cresciuto a St. Marys, in Kansas, dove sorge la più grande chiesa al mondo costruita dalla FSSPX (completata nel 2023). Fu ordinato nel 2004 al seminario San Tommaso d’Aquino di Winona, in Minnesota. Per sette anni fu priore della chiesa di San Vincenzo de’ Paoli a Kansas City, i cui sacerdoti appartengono alla FSSPX; il 1° luglio essi parteciparono alle consacrazioni della Fraternità in Svizzera.

Tre aspetti della vicenda della FSSPX rivestono particolare importanza per la Chiesa di oggi. Il primo è la reazione dei cattolici — soprattutto vescovi, clero e teologi — che sono in comunione con Roma ma sostengono anche la FSSPX e i cattolici tradizionalisti sulla questione liturgica (la cosiddetta «Messa in latino» preconciliare). Su papa Leone e sui sostenitori del Vaticano II si esercita una pressione affinché facciano ulteriori concessioni su questo fronte. La normalizzazione del tradizionalismo liturgico all’interno del cattolicesimo è una vittoria postuma di Benedetto XVI. La comunità tradizionalista non è più un gruppo marginale composto da sfumature diverse «tra cripto-lefebvrismo e ortodossia». Per alcuni gruppi il cattolicesimo torna ad acquisire attrattiva proprio facendosi minoranza. Attrae alcuni ideologi politico-teologici reazionari, risponde al desiderio di ricerca spirituale e di esperienze carismatiche e offre un ritorno alle forme classiche dell’osservanza religiosa. Almeno in Europa, per il momento la questione resta più ecclesiale che politica, anche se, nel lungo periodo, il negazionismo nei confronti del Vaticano II sarebbe catastrofico per la cultura politica dei cattolici.

Alcuni di questi gruppi, inoltre, non si limitano più a voler correggere adattamenti e improvvisazioni liturgiche eccessivi; esprimono un desiderio nostalgico di usare la dottrina e la teologia per annullare l’inculturazione iniziata con il Vaticano II, che ad alcuni cattolici — giovani e convertiti — sembra storia antica. Affrontare il tradizionalismo liturgico non legato alla FSSPX richiederà discernimento pastorale e teologico, forse immaginando soluzioni differenziate nelle varie parti del mondo. Difese ritualizzate della lesa maestà del Vaticano II non saranno sufficienti. D’altra parte, è chiaro che l’agnosticismo verso la riforma liturgica o il suo rovesciamento non lascerebbero intatto il resto del Vaticano II.

Il secondo elemento da osservare è che questo scisma non è stato il risultato di negoziati falliti con la Santa Sede. I negoziati falliti caratterizzarono maggiormente il pontificato di Benedetto, e quanto accade oggi fa anche parte di una valutazione storica e teologica in divenire del suo pontificato. Prima come cardinale Ratzinger e poi come Benedetto XVI, egli cercò di risolvere lo scisma mediante una revisione o correzione della ricezione del Vaticano II. Leone, però, ha un proprio modo di rilanciare la ricezione conciliare, evidente nelle udienze generali del mercoledì, in cui la catechesi si concentra sui documenti del Vaticano II: un corso basato sulle fonti che, una volta completato, potrebbe meritare di essere letto come un libro. Tutto ciò avviene senza accuse né risentimenti verso l’epoca postconciliare, un’epoca che Robert Prevost ha vissuto lontano da Roma, negli Stati Uniti e in America Latina.

Ratzinger fu uno dei grandi teologi del Vaticano II, ma questo momento mette definitivamente da parte l’illusione che il problema fosse la questione liturgica e che la soluzione fosse la liturgia preconciliare. Questa convinzione fuorviante e le azioni che ne seguirono crearono un’ambiguità sistemica sul Vaticano II, sfruttata da alcuni leader della Chiesa, sia chierici sia laici. Il Summorum Pontificum (2007) di Benedetto XVI innescò inevitabilmente un’insurrezione tra il clero e gli attivisti tradizionalisti, i quali non erano soltanto favorevoli alla «Messa tradizionale in latino», ma anche contrari all’insegnamento del Vaticano II, proprio come il clero della FSSPX oggi osa dichiarare apertamente. La FSSPX nega un intero secolo di sviluppo dottrinale: non soltanto il Vaticano II, ma anche quanto lo precedette e lo seguì immediatamente in materia di libertà religiosa, ecumenismo, dialogo interreligioso e rapporti tra Chiesa e Stato, nonché riguardo all’idea dell’unica famiglia umana, al concetto di persona umana dotata di libertà di coscienza, al rifiuto dell’antisemitismo e molto altro.

In terzo luogo, la ferma risposta di Leone alle azioni della FSSPX non dovrebbe sorprendere. L’«unità» è un tema molto forte nel magistero di papa Leone. Emerse fin dall’inizio, nell’omelia della Messa inaugurale: «Fratelli e sorelle, vorrei che questo fosse il nostro primo grande desiderio: una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato».

Prevost spiegò la scelta del nome pontificale richiamando Leone XIII, la Rerum novarum e lo sviluppo della dottrina sociale della Chiesa in risposta al capitalismo industriale. Ma esiste un’altra spiegazione possibile e complementare. Leone XIII, eletto otto anni dopo la perdita dello Stato Pontificio nel 1870, superò l’intransigente rifiuto di Pio IX nei confronti dell’Illuminismo, della Rivoluzione francese, dello Stato liberale e del razionalismo. Superò il Sillabo degli errori del 1864. Superò l’Esposizione universale di Parigi del 1867, dove lo Stato Pontificio scelse di farsi rappresentare da una catacomba come dichiarazione politica antiprotestante e antisecolare. In questa luce, la prima enciclica di Leone XIV — Magnifica humanitas, dedicata all’intelligenza artificiale — può essere letta come un «Contro-Sillabo».

Leone XIII reinventò il papato moderno: una Curia successiva alla fine dello Stato Pontificio e un ruolo internazionale per il capo della Chiesa cattolica. Leone XIV affronta in termini diversi il ruolo della Chiesa nel mondo moderno. La sua risposta alla FSSPX dimostra la sua intenzione di «andare avanti», come ha affermato a giugno. Il Vaticano considera ora la FSSPX una questione scismatica esterna. Resta da vedere come Leone affronterà il problema del tradizionalismo radicale interno. Nei decenni passati il Vaticano ha tollerato le critiche tradizionaliste al Vaticano II, e non soltanto sulla liturgia. Ora, i membri della FSSPX che desiderano tornare alla comunione con Roma sono tenuti a firmare una «formula di adesione» che riconosce l’obbedienza al papa e alla gerarchia cattolica, nonché l’accettazione dell’intero Vaticano II. Sarebbe interessante vedere che cosa accadrebbe se a ogni cattolico — dai vescovi ai fedeli laici — venisse chiesto di fare altrettanto.

Massimo Faggioli è professore di teologia storica presso la Villanova University. Il suo prossimo libro su papa Leone XIV sarà pubblicato in inglese da Liturgical Press nell’agosto 2026.

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La Fraternità San Pio X e il Papa

La ferma risposta di Leone non dovrebbe sorprendere.

Massimo Faggioli

22 luglio 2026

Yves Congar apriva il suo libro del 1976 sulla Fraternità San Pio X chiedendo: «Ancora Ecône e monsignor Lefebvre?». Cinquant’anni dopo, ci poniamo la stessa domanda di fondo.

La vicenda della FSSPX, anche nel momento in cui ha raggiunto la sua più recente svolta, si dipana ormai da molto tempo. Le comunità della FSSPX — secondo fonti ufficiali, 733 sacerdoti, 264 seminaristi, 250 suore e quasi mezzo milione di fedeli, una minuscola minoranza rispetto agli 1,4 miliardi di cattolici nel mondo — sono ciò che Congar nel 1977 definì «centri del cattolicesimo del Sillabo» (con riferimento al Sillabo degli errori di Pio IX del 1864). La Fraternità considera tutto ciò che è venuto dopo come un tradimento del vero cattolicesimo. Probabilmente la FSSPX di oggi avrebbe difficoltà ad accettare perfino l’enciclica di Pio XII del 1943 che pose fine alla duratura opposizione della Chiesa cattolica all’esegesi storico-critica della Bibbia.

La decisione di separarsi da Roma ebbe inizio nei primi anni successivi al Concilio Vaticano II ed è stata scandita da momenti di crescente contrapposizione. Nel 1976 papa Paolo VI impose la suspensio a divinis all’arcivescovo Marcel Lefebvre, dopo che questi aveva disobbedito agli ordini vaticani ordinando illecitamente sacerdoti tradizionalisti senza la necessaria autorizzazione. Poi, nel 1988, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, la FSSPX ordinò quattro vescovi senza il permesso di Roma: un atto scismatico che portò alle loro scomuniche e al documento pontificio Ecclesia Dei. Tra il 2007 e il 2011 Benedetto XVI tentò un approccio più conciliante, soprattutto revocando le scomuniche del 1988 ai quattro vescovi della FSSPX. (Poco dopo Benedetto XVI scoprì che uno di loro, il cittadino britannico Richard Williamson, era un negazionista dell’Olocausto.) Francesco seguì una linea simile con la decisione unilaterale di consentire ai sacerdoti della FSSPX di ascoltare le confessioni e assistere ai matrimoni, e abolendo la commissione istituita con Ecclesia Dei. Ma non trattò sul Vaticano II, comprendendo il rischio di indebolire l’autorità del Concilio. Dovette tuttavia affrontare gli effetti collaterali delle azioni di Benedetto, vale a dire la legittimazione e persino la promozione del tradizionalismo liturgico e del suo bagaglio ecclesiologico. Seguirono così Traditionis custodes nel 2021 e Desiderio desideravi nel 2022, che limitarono l’uso della «Messa tradizionale in latino», difendendo con forza il legame tra la liturgia e l’ecclesiologia del Vaticano II. A cinque anni dalla sua pubblicazione, la ricezione della Traditionis custodes di Francesco — parte della risposta di Roma al tradizionalismo nelle sue forme scismatiche e non scismatiche — resta una questione aperta.

Ora Leone XIV raccoglie la sfida. Attraverso appelli pubblici — l’ultimo il 29 giugno — cercò di convincere la FSSPX a revocare la decisione di ordinare quattro nuovi vescovi, che minacciava di rinnovare lo scisma del 1988 e di provocare scomuniche automatiche. Ma il 1° luglio la FSSPX procedette con ciò che prometteva di fare da mesi. La cerimonia di ordinazione dei quattro vescovi fu, per usare le parole del giornalista italiano Iacopo Scaramuzzi, «la Woodstock dei tradizionalisti: un po’ messa in latino, un po’ Tripadvisor». Non ci sarebbe mai stato molto su cui negoziare o «dialogare»: l’opposizione radicale al Vaticano II e al magistero postconciliare costituisce l’intera raison d’être della FSSPX. Lo dimostra la «Professione di fede» di ventotto pagine pubblicata il 24 giugno, molto più lunga e dettagliata della «professione» originale di Marcel Lefebvre del 1974. È un rifiuto dell’intero Vaticano II, dalla Dei verbum alla Gaudium et spes, passando per la costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium. In parole semplici, il problema della FSSPX con il Vaticano II non è mai stato soltanto liturgico; chi sostiene il contrario è deliberatamente ignorante o intenzionalmente disonesto.

La risposta di Roma alle ordinazioni del 1° luglio giunse entro ventiquattr’ore; non fu soltanto rapida, ma anche forte e pubblica: un decreto di scomunica e una nota esplicativa con dettagli sulle persone scomunicate e considerate scismatiche. Il decreto riflette una concezione della scomunica più ampia — non limitata ai vescovi e al clero coinvolti nelle ordinazioni episcopali — rispetto a quella determinata dalle ordinazioni del 1988. Il 1° luglio 1988 il cardinale Bernardin Gantin, allora prefetto della Congregazione per i Vescovi, emanò il documento che definiva scismatici i vescovi appena ordinati. Il decreto affermava:

Monsignor Marcel Lefebvre e Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta sono incorsi ipso facto nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica. Dichiaro inoltre che monsignor Antonio de Castro Mayer, vescovo emerito di Campos, poiché ha partecipato direttamente alla celebrazione liturgica in qualità di coconsacrante e ha aderito pubblicamente all’atto scismatico, è incorso nella scomunica latae sententiae prevista dal canone 1364, paragrafo 1. I sacerdoti e i fedeli sono ammoniti a non sostenere lo scisma di monsignor Lefebvre, altrimenti incorreranno ipso facto nella gravissima pena della scomunica.

Questa volta il documento proveniva dal cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede. La questione dello scisma viene ora trattata come un peccato contro la fede. La Nota esplicativa del Dicastero per la Dottrina della Fede del 2 luglio 2026 afferma invece:

I ministri sacri appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X sono in stato di scisma e devono pertanto essere considerati scismatici […] e sono soggetti alla scomunica prevista dal diritto (can. 1364 § 1 CIC). Quanto ai fedeli laici, coloro che aderiscono formalmente alla Fraternità Sacerdotale San Pio X alle condizioni stabilite nella Nota esplicativa del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 1996 (cfr. ibid., 7), tuttora in vigore e fatta propria da questo Dicastero, devono essere considerati scismatici e scomunicati.

La stessa nota esplicativa afferma che «i ministri sacri della Fraternità Sacerdotale San Pio X amministrano illecitamente i sacramenti e che il sacramento della penitenza da loro amministrato e il matrimonio al quale assistono sono invalidi». Finora i sacramenti amministrati dalla FSSPX erano stati considerati validi, anche quando conferiti da vescovi o sacerdoti illegittimi formalmente appartenenti a un gruppo scismatico.

La ricezione della Traditionis custodes di Francesco — parte della risposta di Roma al tradizionalismo nelle sue forme scismatiche e non scismatiche — resta una questione aperta.

Il nuovo approccio di Roma incide sul modus vivendi adottato da alcuni vescovi cattolici locali con la FSSPX nelle proprie diocesi. Ciò spiega la varietà delle dichiarazioni interpretative diffuse dai vescovi, specialmente negli Stati Uniti — compresa quella dell’arcivescovo Paul Coakley, ordinario di Oklahoma City e presidente della USCCB —, uno dei Paesi più coinvolti. Sebbene un terzo dei sacerdoti della FSSPX provenga dalla Francia, oggi un quinto viene dagli Stati Uniti, che ospitano il più grande seminario della Fraternità e il maggior numero di seminaristi. Uno dei nuovi vescovi della FSSPX, Michael Goldade, è cresciuto a St. Marys, in Kansas, dove sorge la più grande chiesa al mondo costruita dalla FSSPX (completata nel 2023). Fu ordinato nel 2004 al seminario San Tommaso d’Aquino di Winona, in Minnesota. Per sette anni fu priore della chiesa di San Vincenzo de’ Paoli a Kansas City, i cui sacerdoti appartengono alla FSSPX; il 1° luglio essi parteciparono alle consacrazioni della Fraternità in Svizzera.

Tre aspetti della vicenda della FSSPX rivestono particolare importanza per la Chiesa di oggi. Il primo è la reazione dei cattolici — soprattutto vescovi, clero e teologi — che sono in comunione con Roma ma sostengono anche la FSSPX e i cattolici tradizionalisti sulla questione liturgica (la cosiddetta «Messa in latino» preconciliare). Su papa Leone e sui sostenitori del Vaticano II si esercita una pressione affinché facciano ulteriori concessioni su questo fronte. La normalizzazione del tradizionalismo liturgico all’interno del cattolicesimo è una vittoria postuma di Benedetto XVI. La comunità tradizionalista non è più un gruppo marginale composto da sfumature diverse «tra cripto-lefebvrismo e ortodossia». Per alcuni gruppi il cattolicesimo torna ad acquisire attrattiva proprio facendosi minoranza. Attrae alcuni ideologi politico-teologici reazionari, risponde al desiderio di ricerca spirituale e di esperienze carismatiche e offre un ritorno alle forme classiche dell’osservanza religiosa. Almeno in Europa, per il momento la questione resta più ecclesiale che politica, anche se, nel lungo periodo, il negazionismo nei confronti del Vaticano II sarebbe catastrofico per la cultura politica dei cattolici.

Alcuni di questi gruppi, inoltre, non si limitano più a voler correggere adattamenti e improvvisazioni liturgiche eccessivi; esprimono un desiderio nostalgico di usare la dottrina e la teologia per annullare l’inculturazione iniziata con il Vaticano II, che ad alcuni cattolici — giovani e convertiti — sembra storia antica. Affrontare il tradizionalismo liturgico non legato alla FSSPX richiederà discernimento pastorale e teologico, forse immaginando soluzioni differenziate nelle varie parti del mondo. Difese ritualizzate della lesa maestà del Vaticano II non saranno sufficienti. D’altra parte, è chiaro che l’agnosticismo verso la riforma liturgica o il suo rovesciamento non lascerebbero intatto il resto del Vaticano II.

Il secondo elemento da osservare è che questo scisma non è stato il risultato di negoziati falliti con la Santa Sede. I negoziati falliti caratterizzarono maggiormente il pontificato di Benedetto, e quanto accade oggi fa anche parte di una valutazione storica e teologica in divenire del suo pontificato. Prima come cardinale Ratzinger e poi come Benedetto XVI, egli cercò di risolvere lo scisma mediante una revisione o correzione della ricezione del Vaticano II. Leone, però, ha un proprio modo di rilanciare la ricezione conciliare, evidente nelle udienze generali del mercoledì, in cui la catechesi si concentra sui documenti del Vaticano II: un corso basato sulle fonti che, una volta completato, potrebbe meritare di essere letto come un libro. Tutto ciò avviene senza accuse né risentimenti verso l’epoca postconciliare, un’epoca che Robert Prevost ha vissuto lontano da Roma, negli Stati Uniti e in America Latina.

Ratzinger fu uno dei grandi teologi del Vaticano II, ma questo momento mette definitivamente da parte l’illusione che il problema fosse la questione liturgica e che la soluzione fosse la liturgia preconciliare. Questa convinzione fuorviante e le azioni che ne seguirono crearono un’ambiguità sistemica sul Vaticano II, sfruttata da alcuni leader della Chiesa, sia chierici sia laici. Il Summorum Pontificum (2007) di Benedetto XVI innescò inevitabilmente un’insurrezione tra il clero e gli attivisti tradizionalisti, i quali non erano soltanto favorevoli alla «Messa tradizionale in latino», ma anche contrari all’insegnamento del Vaticano II, proprio come il clero della FSSPX oggi osa dichiarare apertamente. La FSSPX nega un intero secolo di sviluppo dottrinale: non soltanto il Vaticano II, ma anche quanto lo precedette e lo seguì immediatamente in materia di libertà religiosa, ecumenismo, dialogo interreligioso e rapporti tra Chiesa e Stato, nonché riguardo all’idea dell’unica famiglia umana, al concetto di persona umana dotata di libertà di coscienza, al rifiuto dell’antisemitismo e molto altro.

In terzo luogo, la ferma risposta di Leone alle azioni della FSSPX non dovrebbe sorprendere. L’«unità» è un tema molto forte nel magistero di papa Leone. Emerse fin dall’inizio, nell’omelia della Messa inaugurale: «Fratelli e sorelle, vorrei che questo fosse il nostro primo grande desiderio: una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato».

Prevost spiegò la scelta del nome pontificale richiamando Leone XIII, la Rerum novarum e lo sviluppo della dottrina sociale della Chiesa in risposta al capitalismo industriale. Ma esiste un’altra spiegazione possibile e complementare. Leone XIII, eletto otto anni dopo la perdita dello Stato Pontificio nel 1870, superò l’intransigente rifiuto di Pio IX nei confronti dell’Illuminismo, della Rivoluzione francese, dello Stato liberale e del razionalismo. Superò il Sillabo degli errori del 1864. Superò l’Esposizione universale di Parigi del 1867, dove lo Stato Pontificio scelse di farsi rappresentare da una catacomba come dichiarazione politica antiprotestante e antisecolare. In questa luce, la prima enciclica di Leone XIV — Magnifica humanitas, dedicata all’intelligenza artificiale — può essere letta come un «Contro-Sillabo».

Leone XIII reinventò il papato moderno: una Curia successiva alla fine dello Stato Pontificio e un ruolo internazionale per il capo della Chiesa cattolica. Leone XIV affronta in termini diversi il ruolo della Chiesa nel mondo moderno. La sua risposta alla FSSPX dimostra la sua intenzione di «andare avanti», come ha affermato a giugno. Il Vaticano considera ora la FSSPX una questione scismatica esterna. Resta da vedere come Leone affronterà il problema del tradizionalismo radicale interno. Nei decenni passati il Vaticano ha tollerato le critiche tradizionaliste al Vaticano II, e non soltanto sulla liturgia. Ora, i membri della FSSPX che desiderano tornare alla comunione con Roma sono tenuti a firmare una «formula di adesione» che riconosce l’obbedienza al papa e alla gerarchia cattolica, nonché l’accettazione dell’intero Vaticano II. Sarebbe interessante vedere che cosa accadrebbe se a ogni cattolico — dai vescovi ai fedeli laici — venisse chiesto di fare altrettanto.

Massimo Faggioli è professore di teologia storica presso la Villanova University. Il suo prossimo libro su papa Leone XIV sarà pubblicato in inglese da Liturgical Press nell’agosto 2026.

Traduzione di
http://www.combon2i000.org