Partenza da Emmaus
Missione e catechesi nella Chiesa
Lettera pastorale
Anno pastorale 1983/84
Carlo Maria Martini

[21] Nell’Eucaristia ci viene incontro la Pasqua di Cristo nel contesto di significative prestazioni umane. Il pane e il vino, frutto del lavoro dell’uomo; l’atto gioioso del mangiare insieme, espressione della socialità umana; la ricerca di Dio attraverso gesti rituali, segno della religiosità: tutto questo patrimonio di valori umani viene assunto da Cristo e trasformato in segno vivo, reale, efficace della propria presenza, del proprio sacrificio pasquale.

Nell’Eucaristia si attua, dunque, esemplarmente quella unione di Cristo con ogni uomo, di cui parla il papa nei già citati n. 13-14 dell’enciclica Redemptor Hominís. L’uomo che Cristo ha unito a sé, facendolo via della Chiesa, è l’uomo reale, concreto, storico, libero. L’unione dell’uomo con Cristo è l’evento di una libertà, che diventa sempre più libera mediante un progressivo radicarsi nella libertà di Cristo. Nella sua stessa struttura celebrativa, come abbiamo visto nella lettera pastorale “Attirerò tutti a me”, l’Eucaristia dice e attua tutto questo.

Nella missione della Chiesa viene portato a compimento questo rapporto dell’Eucaristia con la libertà di ogni uomo.

Poiché la missione è rivolta alla libertà, non si può parlare di schemi o di piani prefabbricati. Bisognerà piuttosto parlare di stile, di atteggiamento, di cammino indicativo.

Occorre certamente fare anche dei programmi pastorali concreti per i diversi settori di esercizio della libertà. In questo senso ho ricevuto molti suggerimenti dai Consigli Episcopale, Pastorale, Presbiterale e da diverse persone, comunità, associazioni, movimenti e gruppi, che mi hanno aiutato a preparare questa lettera. Sono grato di questa ricchezza, a cui attingerò nel corso di quest’anno pastorale.

Per ora, però, mi pare più utile insistere sullo “stile” che una comunità cristiana deve assumere per essere missionaria, cioè per svolgere una missione a servizio della libertà di Cristo che l’Eucaristia dona alla libertà di ogni uomo.

In concreto lo stile missionario ha due punti di riferimento.

-Anzitutto c’è l’attenzione alla libertà degli uomini, chiamati alla libertà cristiana.

-Ma l’attenzione alla libertà umana e la chiamata alla libertà cristiana saranno vivaci ed efficaci, se la comunità sarà ricca di esempi, di condizioni, di atteggiamenti concreti di libertà modellata dalla fede in Cristo.

Propongo qualche suggerimento per entrambi gli aspetti.

[22] La libertà di Cristo non elimina, anzi suscita, purifica dal peccato, promuove la libertà umana. Pertanto annunciare e portare agli uomini la libertà cristiana significa donare loro una novità di cui hanno immensamente bisogno, perché senza di essa la loro libertà rimarrebbe senza fondamento, senza destinazione definitiva, senza perdono per gli egoismi e i tradimenti; ma vuol dire anche aspettarsi che la libertà cristiana, nell’impatto con le diverse situazioni della libertà umana, riveli meglio se stessa, si arricchisca di nuove esperienze, attui le sue inesauribili potenzialità.

In questa luce suggerisco una particolare attenzione ad alcuni nostri fratelli di umanità.

a) Anzitutto sottolineo l’importanza della missione “ad gentes”. Essa ci è proposta dal comando esplicito di Gesù, dalla intrinseca tendenza della fede a comunicarsi a tutti gli uomini, dagli immensi bisogni materiali e spirituali dei popoli non ancora illuminati dalla speranza evangelica.

La missione, però, deve valorizzare le caratteristiche dei singoli popoli, le diverse civiltà, il patrimonio spirituale di ogni gruppo umano. Le antiche Chiese potranno cosi rallegrarsi e beneficiare delle nuove forme di vita cristiana che le giovani Chiese missionarie vanno elaborando mediante l’incontro creativo dei perenni valori evangelici con le diverse culture umane.

L’attività missionaria diventerà una vera cooperazione tra le Chiese, dove tutti potranno dare e ricevere, come insegna il recente documento della Commissione Episcopale della C.E.I. per la cooperazione tra le Chiese: “L’impegno missionario della Chiesa italiana”, che invito a meditare attentamente.

La cooperazione viene favorita dagli scambi intensi e frequenti che sono resi possibili dalle varie forme di volontariato, coordinate dagli organismi di cooperazione internazionale.

Mentre incoraggio tutte queste iniziative, ricordo l’importanza dei missionari e delle missionarie a vita. Essi sono il fulcro indispensabile di tutta l’attività missionaria. Bisogna pregare perché aumentino queste vocazioni. La ricca esperienza degli istituti missionari deve essere accolta come un dono prezioso, che vivifica il tessuto della pastorale diocesana, cosi come va apprezzato e impiegato meglio l’apporto dei missionari a vita sia nei loro rientri temporanei, sia nel ritorno definitivo in patria.

In particolare ricordo il valore emblematico che ha per noi la missione diocesana in Africa. Essa deve diventare sempre più un simbolo profetico, una occasione di scambio di esperienze pastorali diverse, un luogo di rigenerazione missionaria di tutta la diocesi.

Al Centro Missionario Diocesano va il mio grato apprezzamento insieme con l’invito a diffondere capillarmente, attraverso le commissioni missionarie parrocchiali, le ricchezze del rinnovamento missionario che sta avvenendo in tutta la Chiesa.

b) La missione fuori patria offre stimoli ed esempi per la missione in patria. Si apre davanti al nostro sguardo anzitutto íl fenomeno degli indifferenti e dei lontani. Come già osservavo nella lettera pastorale “In principio la Parola”, parte V, n. 2, dobbiamo vedere in questi fratelli non solo l’aspetto negativo del rifiuto – non sappiamo se e quanto colpevole – di una vita cristiana più esplicita e coerente, ma anche gli aspetti positivi: una certa nostalgia di Cristo, una ricerca sincera di valori umani visti erroneamente incompatibili con la fede, il desiderio di una Chiesa più pura e più evangelica, ecc.

Questo significa che, mentre dobbiamo moltiplicare e perfezionare le occasioni di evangelizzazione, dobbiamo anche, però, coltivare uno stile di accoglienza e di dialogo. La comunità cristiana deve farsi carico di tutti, anche di quelli che dicono di no alla pratica esplicita della fede. Vanno create occasioni comunitarie aperte a tutti, in cui si affrontano i problemi fondamentali della vita umana e le questioni concrete della convivenza in un determinato ambiente. Va fatta evidentemente la proposta rigorosa della vita cristiana in tutta la sua completezza, ma accettando che ciascuno verifichi gradualmente a quale livello è in grado di arrivare e apprezzando ogni tentativo onesto di confrontarsi con la fede, anche se non produce i risultati sperati. In questo contesto raccomando una attenzione particolare ai divorziati risposati e a tutti coloro la cui condizione, per diversi motivi, non rende possibile un passo definitivo di piena comunione ecclesiale e che, tuttavia, sono anch’essi chiamati a camminare, con alacrità e speranza, dietro a Gesù che sale a Gerusalemme.

Diveniamo consci della nostra grande responsabilità: le comunità cristiane possono diventare anche un luogo di sereno confronto umano e civile e devono educare meglio i cristiani ad assumersi le responsabilità verso tutte le situazioni difficili, secondo le stimolanti indicazioni contenute nel documento del Consiglio Permanente della C.E.I.: “La Chiesa italiana e le prospettive del Paese” ( 1981).

c) Un ambito umano particolarmente ricco di stimoli per la missione della Chiesa è quello di chi non ha voce per farsi valere ai vari livelli della vita associata. La situazione disperata di questi fratelli (emarginati, drogati, disadattati, stranieri senza regolare condizione sociale, ecc. ) congiunge paradossalmente una drammatica lontananza da Cristo, almeno in molti casi, e una stimolante somiglianza con lui.

In particolare in molti cittadini esteri, residenti tra noi in condizioni precarie di vita e di lavoro, si verifica il mancato soddisfacimento delle elementari necessità umane. I1 loro grido si unisce al grido religioso che ci viene dalle missioni lontane.

Colmare la lontananza da Cristo e interpretare la dolorosa somiglianza con lui diventano compiti urgenti della comunità cristiana.

E’ come una sfida che il Vangelo lancia ai credenti, per rivelare la suprema potenza della Pasqua di Cristo nell’estrema impotenza di queste situazioni umane.

[23] L’attenzione ai diversi ambiti umani della libertà sarà veramente missionaria, se nascerà da una comunità cristiana che vive forme esemplari di libertà, cioè modi di esistenza che, da una radicale adesione alla libertà di Cristo, derivano pienezza di sensibilità umana, capacità di comprensione e di condivisione, intuito profetico di ciò che di nuovo va maturando nel cuore della storia, discernimento sicuro di ciò che favorisce e di ciò che impedisce il bene dell’uomo.

La libertà cristiana è un dono dello Spirito, che va implorato ogni giorno con umile preghiera.

Ci sono, però, delle condizioni che favoriscono l’accoglimento di questo dono. Ne indico alcune, che mi sembrano particolarmente importanti per lo stile missionario della nostra Chiesa.

a) Vanno apprezzate e coltivate tutte le vocazioni cristiane. In esse l’unico mistero di Cristo rivela la propria inesauribile ricchezza, la capacità di essere imitato in forme sempre nuove. Lo stile missionario di una Chiesa è insieme lo stimolo e il frutto della sua vivacità vocazionale.

Ecco alcuni richiami particolari.

-E’ indispensabile la maturazione di robuste vocazioni laicali. Occorre sperimentare itinerari sempre più completi ed efficaci di educazione alle diverse forme della santità laicale. Senza un laicato adulto non c’è Chiesa missionaria. I laici hanno uno speciale inserimento nel mistero e nel ministero messianico di Gesù e vivono specifiche forme di partecipazione alla vita liturgica, catechistica, caritativa della comunità cristiana.

Di qui sappiano ricavare la luce e la forza per una originale presenza nella società civile e politica, per un serio impegno professionale, per un discernimento operoso delle forme di pensiero, di costume e di intervento che promuovono oppure offendono la vita, la dignità, la libertà delle persone umane.

-Uno speciale impegno missionario è richiesto alle famiglie cristiane. Esse hanno scoperto e vissuto con gioia negli scorsi decenni l’inserimento della famiglia nel sacramento dell’Eucaristia e nel mistero della Chiesa. Ora devono approfondire la partecipazione alla sua missione in consonanza con le caratteristiche proprie della vocazione matrimoniale e familiare, che sono quelle di custodire e promuovere un bene così essenziale e oggi così in crisi come è la realtà familiare nella sua globalità; di essere ambiti fondamentali di educazione cristiana; di assumere il ruolo di gangli vitali per l’evangelizzazione capillare; di intervenire genialmente in quei casi di solitudine, di abbandono, di disadattamento, così tipici della società attuale, per i quali solo una presenza familiare può essere efficace. Si tenga presente in particolare quanto è detto nella parte III di Comunione e comunità (CEI, 1982) con riferimento alla “chiesa domestica”.

-Gli impegni urgenti e difficili dei cristiani nel mondo d’oggi invocano la testimonianza luminosa dei valori del Regno. Intervengono qui le vocazioni di speciale consacrazione, sia nella classica forma religiosa, sia nella forma più recente degli istituti secolari e in forme affini. Nella riscoperta del loro carisma originario esse troveranno l’ispirazione per svolgere nella Chiesa d’oggi la missione indispensabile di proclamare profeticamente la forza del Vangelo nei suoi valori essenziali; di offrire ai fratelli di fede modi e luoghi di ricarica spirituale e di preghiera; di immettere energie generose e preparate nei settori della pastorale diocesana, specialmente in quelli più difficili e trascurati; di sostenere l’impegno cristianamente ispirato per l’edificazione della società.

-Per favorire il servizio della carità, l’evangelizzazione missionaria capillare, l’articolazione fraterna a misura d’uomo delle grosse comunità, sono da valorizzare le vocazioni al diaconato permanente. Il Consiglio Presbiterale ha recentemente studiato l’argomento, ha delineato la figura teologica, pastorale, spirituale del diacono permanente e ha avanzato alcune proposte operative che potranno certamente sensibilizzare la comunità diocesana su questo ministero così importante per l’azione missionaria della Chiesa.

-Nel contesto delle vocazioni cristiane che si rinnovano, anche la figura del presbitero verrà chiarita e rinnovata. Essa sarà a servizio dell’unità e della collaborazione tra le varie vocazioni. Demandando giustamente ad altri fratelli alcuni impegni e servizi, i preti potranno dedicarsi con libertà maggiore ai compiti dell’evangelizzazione. Collaborando col ministero pastorale del vescovo troveranno nuove forme di servizio presbiterale in corrispondenza con le necessità pastorali ancora scoperte e inesplorate. Condividendo la responsabilità del vescovo, membro del collegio episcopale, verso tutte le Chiese, si renderanno disponibili a svolgere il ministero anche in altre Chiese alle quali il vescovo li invia. Questo rinnovamento missionario della figura del prete metterà in più chiara luce presso i ragazzi e i giovani la vocazione al presbiterato e aiuterà a superare la crisi vocazionale, che si registra in questo ambito di primario valore per la vita ecclesiale.

b) Il rinnovamento vocazionale favorisce il rinnovamento istituzionale. La parrocchia è l’istituzione fondamentale della pastorale diocesana. Essa costituisce un ambito particolarmente significativo per far incontrare la libertà umana, nell’arco delle sue espressioni primarie ed essenziali, con le fondamentali espressioni sacramentali, educative, ministeriali del mistero di Cristo e della Chiesa ( cfr. il documento della C.E.I. “Comunione e comunità”, nn. 42-46, e la lettera pastorale “Attirerò tutti a me”, n. 96). Se la parrocchia vede realmente la propria struttura amministrativa a servizio della missione, avverte la necessità di aprirsi e integrarsi in varie direzioni: verso i decanati e le zone pastorali; verso le comunità più piccole che nascono al suo interno; verso associazioni, movimenti, gruppi di più esplicito impegno missionario.

Dal punto di vista teorico non è difficile delineare la complementarità e la collaborazione di queste realtà ecclesiali a servizio della “apostolicità” e della “cattolicità” della Chiesa diocesana. Il problema è soprattutto pratico. Occorre imparare a camminare insieme con umiltà, rispetto e pazienza su strade che sono ancora troppo nuove e inesplorate.

c) Il rinnovamento vocazionale e istituzionale sarà favorito dal coraggio con cui i singoli e le comunità assumeranno gli atteggiamenti missionari che esprimono l’autentica libertà cristiana. E’ necessario adattare all’oggi lo stile che Gesù propone ai suoi discepoli inviati in missione:

-lo stile di essenzialità ci chiede di saper scoprire e presentare chiaramente le priorità, le precedenze, le gerarchie di valore nella complessa e non sempre ordinata attività pastorale che noi svolgiamo;

-lo stile di povertà impone la sobrietà nel dotarci di mezzi e strutture pastorali, l’esempio rigoroso di povertà personale, l’amministrazione dei beni comunitari veramente finalizzata alla carità, lo scambio anche di beni economici tra persone e comunità in vista di una giusta perequazione dei beni personali e comunitari;

-lo stile di gratuità esige che il ministero sia un dono vero e totale, distinguendo le prestazioni ministeriali dalle fonti economiche, che la comunità saprà trovare per il giusto sostentamento dei ministri;

-lo stile di fraternità invita a creare un clima di serenità, di cordialità, di immediatezza nei rapporti interpersonali, così da mettere ogni persona a proprio agio e da favorire la comunicazione della fede, lo scambio di esperienze, l’edificazione e la correzione fraterna.

Ho toccato molti punti in modo sommario e allusivo. Ogni persona e ogni comunità faranno un proprio programma per tradurre in azione quello che qui viene offerto solo come indicazione di uno stile.

Per tutti propongo ora un’azione che riguarda la catechesi, come momento molto significativo della missione.