Partenza da Emmaus
Missione e catechesi nella Chiesa
Lettera pastorale
Anno pastorale 1983/84
Carlo Maria Martini

[16] Iniziamo la nostra dimora di approfondimento e di attualizzazione della parola di Dio sulla missione contemplando una pagina del quarto vangelo ricca di simbolismo.

Nei vv. 37-51 del primo capitolo, Giovanni descrive il primo radunarsi dei discepoli attorno a Gesù. E’ tutto un rilanciare la notizia, un passarsi la voce, un invitare gli altri ad unirsi. Ma questa, che potremmo chiamare la prima comunicazione missionaria del Vangelo, della “Buona Notizia”, è preceduta da una pausa contemplativa. Due discepoli del Battista seguono Gesù. Invitati da lui, vanno e vedono dove egli abita, dimorano con lui per alcune ore (Gv 1, 37-39). In Giovanni il verbo “dimorare” vuol dire non solo stare in un luogo, ma entrare nel mondo spirituale di una persona, affiatarsi con i suoi pensieri, assimilare i suoi desideri, condividere la sua missione in mezzo agli altri uomini.

Anche Marco, nel descrivere la chiamata dei Dodici, accenna al momento dello “stare con Gesù”: “Poi Gesù salì sopra un monte, chiamò vicino a sé alcuni che aveva scelti ed essi andarono da lui. Ne costituì dodici, perché restassero con lui e venissero mandati in missione per predicare e per avere il potere di scacciare i demoni” (Mc 3, 13-14). Troviamo i grandi temi della missione: la elezione, la chiamata, l’invio, il potere prodigioso che si sprigiona dalla predicazione evangelica. Ma tutto questo comporta un “restare insieme con lui”.

L’apostolato non è una iniziativa che i discepoli elaborano in aggiunta al loro rapporto di discepolato con Gesù, ma è semplicemente l’approfondimento e lo sviluppo della sequela. Anche noi dobbiamo fondare il rinnovamento apostolico, missionario, cattolico della nostra azione pastorale in un approfondimento della sequela.

Dobbiamo ritornare alle pagine bibliche sulla missione per dimorare in esse, per far penetrare la loro energia interiore nelle situazioni di difficoltà, nelle “prove” dette sopra. La forza del Vangelo può essere colta e assimilata da ciascuno di noi e dalle nostre comunità attraverso la scoperta di alcuni valori e procedimenti spirituali che essa ha suscitato nella storia della comunità cristiana.

In questa bozza di lettera pastorale propongo agli operatori alcuni esempi di questi valori da approfondire e da completare. Li raccolgo attorno ai tre aspetti della missione precedentemente delineati:

– aspetto esistenziale,

– aspetto istituzionale,

– aspetto culturale.

[17] La missione è anzitutto un fatto dell’esistenza. L’esistenza cristiana, plasmata dallo Spirito di Gesù, proclama, dimostra, fa vedere che Gesù è il Signore, è la verità, la salvezza, la speranza dell’uomo. Le difficoltà che incontriamo sul piano ecclesiale e su quello culturale, in fondo dipendono da una insufficiente assimilazione esistenziale della forza del Vangelo. D’altro lato, se la nostra esistenza diventa veramente evangelica, riesce a sciogliere i nodi problematici della missione istituzionale e culturale.

Qui ciascuno è chiamato in causa con le proprie personalissime responsabilità dinanzi alla vocazione cristiana. Raccolgo, però, dalla tradizione due sollecitazioni che riguardano alcuni aspetti generali della vita attuale dal punto di vista della piena dedizione della nostra esistenza al Vangelo.

a) La prima sollecitazione è un forte richiamo alla vita secondo lo Spirito. Nelle nostre comunità cerchiamo di curare l’annuncio delle verità cristiane, rinnoviamo le celebrazioni sacramentali, educhiamo a un impegno operativo, ma forse stiamo trascurando quella che si chiamava un tempo la formazione, l’ascetica, la vita interiore. Finiamo così per pensare che la vita cristiana stia davanti a noi come un complesso di fatti, di verità, di gesti, che sta a noi assimilare con le nostre forze. La fede invece ci dice che non solo Gesù è il dono del Padre; dono del Padre è anche lo Spirito Santo, senza la cui presenza e guida interiore ci è impossibile assimilare personalmente quello che Gesù è per ciascuno di noi. Occorre riscoprire e aggiornare la grande tradizione spirituale cristiana. Gli esempi e gli scritti dei santi, specialmente le loro autobiografie, la direzione e il colloquio spirituale, la comunicazione della fede in famiglia, nel gruppo, nella comunità, la meditazione quotidiana e gli Esercizi Spirituali, sono alcuni mezzi che occorre riprendere in mano vigorosamente per disporre il cuore a ricevere la grazia dello Spirito.

b) La coltivazione della vita spirituale ci rende attenti anche agli ostacoli peccaminosi che noi opponiamo alla guida dello Spirito Santo. Di qui l’atteggiamento penitenziale, che trova suggello e alimento nella celebrazione del sacramento della penitenza. La crisi, che questo sacramento sta attraversando nella coscienza e nella prassi delle nostre comunità, deve preoccuparci. Si dice che questo sacramento è in crisi perché in crisi è la coscienza dei valori morali e conseguentemente la coscienza dei peccati che negano i valori morali. Forse va colta anche una prospettiva complementare: stiamo attraversando una pericolosa crisi della coscienza morale, perché è in crisi la celebrazione del sacramento della penitenza. Infatti la percezione dei nostri peccati è connessa con la percezione del bene che viene violato dal peccato. La percezione del bene, a sua volta, si ha soltanto in quell’atteggiamento spirituale ricco e complesso, con cui noi, a partire dall’esperienza dei beni parziali, provvisori, penultimi, ci apriamo al riconoscimento e all’accoglimento del Bene ultimo e definitivo, che è il mistero di Dio. Il Bene, quindi, più che descritto e precisato, può essere cercato, invocato, celebrato, accolto. In particolare il cristiano cerca, celebra, accoglie la rivelazione definitiva del Bene in Gesù, nella sua vita e nella sua Pasqua. Anche la scoperta, il riconoscimento, il superamento del peccato, pur radicandosi in atteggiamenti che nascono dal di dentro del cuore, ultimamente avvengono alla presenza di Gesù, si suggellano nella celebrazione dell’amore misericordioso del Padre.

Ecco perché la tradizione spirituale cristiana invita ad esprimere in varie forme celebrative gli atteggiamenti penitenziali, e in particolare quella forma celebrativa che è stata donata da Gesù alla Chiesa, cioè il sacramento della penitenza.

Ed ecco perché la tradizione considera la celebrazione di questo sacramento non solo come un evento eccezionale per colpe gravissime, che hanno causato una rottura irreparabile dell’Alleanza, ma anche come un gesto da ripetere frequentemente per prendere coscienza della nostra quotidiana miseria davanti a Dio, per intuire la distanza tra la nostra vita e gli ideali evangelici, per sperimentare la forza rinnovatrice della Pasqua per diradare quella nebbia interiore che non ci permette di scoprire ed eseguire i compiti che il Vangelo ci affida.

Gesù Risorto, apparendo ai discepoli la sera stessa del giorno di Pasqua, congiunge strettamente la missione della Chiesa con la remissione dei peccati: Come il Padre ha mandato me, così io mando voi […] a chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi non li perdonerete, non saranno perdonati (Gv 20, 21.23).

La confessione frequente, come invito che ci viene dalla tradizione cristiana, può aiutarci a vivere la missione in modo più coerente.

Prepariamoci ad accogliere con riconoscenza e con impegno le indicazioni che ci verranno anche dal prossimo Sinodo dei Vescovi su questo argomento.

[18] Per quanto riguarda l’aspetto istituzionale della missione, l’intento di ricondurre l’azione della Chiesa sotto il primato della forza comunicativa del Vangelo, ci invita a riflettere sui rapporti tra apostolicità e cattolicità.

Normalmente noi partiamo dalle comunità già costituite e vediamo la missione come qualcosa che promana da esse e le rende “cattoliche”, cioè aperte a tutti, ai lontani, ai popoli non cristiani.

Questo mettere la missione dopo la costituzione della comunità non dice come stanno realmente le cose ed è forse la ragione profonda delle difficoltà che oggi incontriamo nel trovare l’armonia tra l’azione missionaria e la pastorale ordinaria, tra l’apertura al nuovo e la conservazione dell’esistente, tra l’istituzione parrocchiale e i movimenti, gruppi, associazioni.

La tradizione ci insegna che nella realtà storica la missione ha preceduto la comunità e l’ha costituita. L’apostolicità fonda la cattolicità. Prima c’è l’azione missionaria dell’apostolo, che va di luogo in luogo ad annunciare la risurrezione, a predicare il Vangelo, a radunare i credenti attorno alla memoria eucaristica della Pasqua. La costituzione delle comunità e la loro articolazione anche di tipo territoriale e amministrativo nascono in seguito per dare una concreta forma comunitaria all’azione missionaria e per irradiare in modo più organico e capillare la forza della missione apostolica. La carica missionaria che si irradia dalla comunità manifesta dunque la ricchezza apostolica da cui la comunità è costituita.

Se guardiamo, per esempio, ai due vescovi da cui prende nome la nostra tradizione pastorale, cioè S. Ambrogio e S. Carlo, notiamo che la forte incidenza che hanno avuto nel rinnovamento anche istituzionale della Chiesa milanese, è legata a una infaticabile azione di rifondazione apostolica, di presenza capillare e personale, di intensa predicazione evangelica, di visita missionaria alle persone e alle comunità.

Queste intuizioni vanno approfondite a livello storico e teologico. L’anno carolino ci offrirà occasioni e strumenti di studio e di applicazione pastorale.

Possiamo accennare intanto a qualche conseguenza che riguarda la vivificazione missionaria delle nostre iniziative pastorali.

a) Nella luce del rapporto tra apostolicità e cattolicità possiamo precisare il rapporto tra pastorale ordinaria e pastorale missionaria. La cattolicità, che apre l’azione pastorale ai lontani e ai non cristiani, dà la misura della carica apostolica di una comunità. Infatti la testimonianza apostolica riguarda Gesù morto e risorto, costituito Signore e Salvatore di tutti gli uomini. La cattolicità esprime l’apostolicità. Ma questo significa che l’azione missionaria fa riferimento a una pastorale ordinaria, che si lascia continuamente verificare e rigenerare dal contatto con le sorgenti apostoliche e missionarie da cui la comunità ha avuto origine.

b) Un esempio di rigenerazione missionaria di una importante struttura della nostra pastorale ordinaria potrebbe riguardare i decanati. Forse li consideriamo troppo dal punto di vista amministrativo della divisione territoriale e della efficacia organizzativa. La loro tensione missionaria verso i lontani e verso i settori nevralgici della evangelizzazione, come ad esempio il mondo del lavoro, dell’assistenza, della scuola, ecc., rischia di essere considerata come un’aggiunta al lavoro pastorale parrocchiale.

Bisogna riscoprire e configurare concretamente un altro aspetto, per il quale i decanati sono l’edizione moderna delle antiche “pievi”. Senza cadere nell’anacronismo e tenendo conto, quindi, delle attuali esigenze, occorre ricordare l’origine non amministrativo-organizzativa, ma missionaria della “pieve”, come un centro di irradiamento missionario. In alcune zone della Diocesi questo fatto ha ancora una parlante evidenza architettonica. Cito, tra tante, due chiese che ho visitato di recente presso Luino: S. Martino di Campagnano e S. Vittore di Brezzo di Bedero. Chi le vede comprende che cosa abbia voluto significare una “Chiesa matrice” o madre di altre Chiese, un centro vivo di irradiazione missionaria per i territori circostanti .

Come riproporre oggi un simile centro evangelizzatore, non tanto come entità geografica, quanto come fatto di Chiesa, come comunione di ministeri e carismi diversi, capaci di interpretare le nuove esigenze missionarie nella luce di una viva tradizione di fede accolta e rinverdita nelle diverse comunità?

[19] Il primato del Vangelo, applicato all’aspetto culturale della missione, ci invita a riflettere sul rapporto che c’è tra due categorie, a cui si ricorre per descrivere la testimonianza della Chiesa davanti al mondo d’oggi: martirio e dialogo. Vi ho fatto ricorso anch’io in occasione della nomina cardinalizia, per indicare a quali modelli intendevo ispirare il nuovo servizio che, insieme con la Chiesa ambrosiana, mi accingevo a prestare alla Chiesa di Roma.

La meditazione delle parole evangeliche relative alla missione ci suggerisce di non considerare il martirio e il dialogo come due atteggiamenti paralleli; piuttosto di mostrare la loro origine comune nella forza irradiante e comunicativa della fede che si apre al dialogo e non si chiude di fronte al martirio.

Ci può venire in aiuto, ancora una volta, un dato della tradizione spirituale cristiana, cioè la coscienza che la Chiesa dei primi secoli ha espresso circa il fatto del martirio. Rileggendo con attenzione e commozione alcuni celebri “atti dei martiri”, ho notato che il punto centrale della loro testimonianza, cioè l’amore totale a Cristo fino alla morte, sprigiona da se stesso una serie di motivazioni e di ragioni, nella linea dell’ammonimento di Pietro “ad essere sempre pronti a rispondere a quelli che vi chiedono spiegazioni sulla speranza che avete in voi” (1 Pt 3, 15).

Nel dialogo, che intrecciano con i loro giudici, i martiri fanno capire di non poter vivere senza Cristo e di essere quindi pronti à morire per Cristo, perché sono convinti che in Cristo l’uomo trova la pienezza vera della vita.

Ecco allora che la fede in Cristo ha come sfondo e conseguenza la fede in Dio Padre, Creatore del cielo e della terra, origine e fine della storia umana. La vita eterna e la risurrezione gloriosa, che i martiri si attendono dopo la morte, diventano una luce che dà significato alla vita terrena.

I martiri si sforzano di far capire che l’obbedienza alla legge evangelica genera una vita morale che onora la dignità e la libertà dell’uomo. Dimostrano rispetto per le leggi della società civile, a meno che esse, rinnegando la loro funzione, pretendano di scavalcare la legge divina e di prendere il posto di Dio.

Proprio la convinzione, insita nel martirio, che Gesù è Signore e Salvatore dell’uomo, fa nascere il dialogo sui rapporti tra il Vangelo e la vicenda umana. Un martirio autenticamente cristiano, cioè pienamente consapevole di essere testimonianza di Cristo Signore e Salvatore, è fonte inesauribile di dialogo. Un dialogo autenticamente cristiano, cioè capace di condividere e di illustrare il rispetto, la passione, l’amore che Cristo ha per l’uomo, affonda nel martirio le proprie radici.

Questo significa che il binomio martirio-dialogo non allude a tecniche pastorali intransigenti o possibiliste, polemiche o ireniche. Neanche viene in primo piano un pur doveroso e prezioso sforzo di ascolto delle voci culturali, di lettura della situazione, di interpretazione dei fenomeni sociali.

La questione fondamentale è quella della vocazione cristiana, cioè della chiamata ad appartenere a Cristo, perché egli è la vita e la gioia dell’uomo. Questa vocazione comporta insieme il martirio e il dialogo, con una sottolineatura dell’uno o dell’altro aspetto a seconda delle circostanze concrete, cioè del tipo di reazione che si produce nell’ambiente umano in cui viene testimoniato il Vangelo.

La sottolineatura ha anche relazione con la benefica varietà delle vocazioni in cui si articola la comune vocazione cristiana; alcune vocazioni, sullo sfondo del “martirio”, inteso come dono di testimonianza rigorosa “usque ad mortem”, sviluppano soprattutto la responsabilità dialogale verso il mondo, la società, le istituzioni culturali; altre invece, sullo sfondo del “dialogo”, inteso come amorosa comunicazione del bene divino per l’uomo d’oggi, insistono sul rigore della testimonianza mediante forme profeticamente audaci di rinuncia e di consacrazione a Cristo.

La missione della Chiesa nella società esige pertanto la completezza, la geniale ripresentazione, la collaborazione delle diverse vocazioni cristiane, come base dei programmi pastorali e delle iniziative culturali.

[20] “Quando, attraverso l’esperienza della famiglia umana in continuo aumento a ritmo accelerato, penetriamo nel mistero di Gesù Cristo, comprendiamo con maggiore chiarezza che, alla base di tutte queste vie lungo le quali, conforme alla saggezza del Pontefice Paolo VI, deve proseguire la Chiesa dei nostri tempi, c’è un’unica via: è la via sperimentata da secoli, ed è, insieme la via del futuro.

Cristo Signore ha indicato questa via, soprattutto quando – come insegna il Concilio – “con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (cfr. Gaudium et spes, n. 22). La Chiesa ravvisa, dunque, il suo compito fondamentale nel far sì che una tale unione possa continuamente attuarsi e rinnovarsi. La Chiesa desidera servire quest’unico fine: che ogni uomo possa ritrovare Cristo, perché Cristo possa con ciascuno, percorrere la strada della vita, con la potenza di quella verità sull’uomo e sul mondo, contenuta nel mistero dell’Incarnazione e della Redenzione, con la potenza di quell’amore che da essa irradia. L’uomo è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione: egli è la prima e fondamentale via della Chiesa, via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione”

Queste parole, oramai divenute famose, dell’enciclica di Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis (nn 13-14), possono ben sintetizzare il cammino fin qui percorso. La missione della Chiesa è finalizzata a mettere in evidenza e a porre in atto il legame intrinseco e costitutivo che c’è tra il mistero di Gesù e il destino di ogni uomo. La Chiesa è a servizio di Cristo e di tutti gli uomini “predestinati dal Padre ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, cosi che egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rom 8,29). La Chiesa non produce il rapporto tra Cristo e gli uomini, ma da tale rapporto è essa stessa prodotta. Essa lo accoglie, lo celebra, lo annuncia, lo vive esemplarmente con la forza dello Spirito Santo e così attrae in esso la libertà di ogni uomo.

Il momento più alto e originario in cui questo rapporto è celebrato, è l’Eucaristia. Essa illustra e attua la presenza di ogni uomo nella Pasqua di Cristo. Permette ad ogni uomo di trovare il proprio posto nel mistero di Cristo, di unire la propria libertà alla libertà di Cristo, modello e fondamento di ogni autentica libertà.

L’Eucaristia è la Pasqua di Cristo che diventa, a modo di sacramento, memoriale, celebrazione, la Pasqua di tutta la Chiesa e di tutta l’umanità.

Dall’Eucaristia, quindi, viene totalmente determinata la missione della Chiesa. Nell’Eucaristia la Chiesa prende coscienza e forza per la missione. Dall’Eucaristia riceve le leggi della missione. All’Eucaristia conduce gli uomini raggiunti dalla missione.

Dobbiamo dunque approfondire il rapporto tra Eucaristia e missione.