Le parole della fede
Un itinerario biblico-antropologico per l’oggi giovanile

6. «Togliti i sandali»
Esodo 3,5
Il racconto.
Mosè, fuggito dall’Egitto dopo aver ucciso un sorvegliante, pascola ora il gregge del suocero Ietro nel deserto, quando un fenomeno insolito attira il suo sguardo: un roveto che arde senza consumarsi. «Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”» (Esodo 3,3): è la curiosità, prima ancora della fede, a muovere i suoi passi. Ma non appena si avvicina, una voce lo ferma: «Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”» (Esodo 3,4). E subito segue l’ordine che dà nome a questa parola: «Riprese: “Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!”» (Esodo 3,5). Solo dopo questo gesto Dio si presenta: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (Esodo 3,6); e Mosè, racconta il testo, si copre il volto, perché ha paura di guardare verso Dio.
Ripresa teologico-filosofica.
Il gesto di togliersi i sandali, prima ancora di ogni parola che Mosè potrà pronunciare, dice già tutto: davanti al sacro non si avanza con i propri passi consueti, quelli con cui si cammina ogni giorno indifferenti al terreno che si calpesta, ma si riconosce di essere già su una soglia che non ci si è costruiti da soli. Il timore di cui qui si tratta – quello che la tradizione biblica chiamerà altrove yir’ah, timore di Dio – non coincide con la paura che paralizza e allontana, ma designa piuttosto lo stupore riverente, la percezione lucida della propria finitudine davanti a una grandezza che non si possiede né si controlla, come mostra bene anche il gesto di Mosè di coprirsi il volto, non per fuggire, ma per reggere una presenza troppo grande per lo sguardo. In questo la scena può dialogare, senza sovrapposizioni indebite, con la categoria dello stupore come atteggiamento originario del conoscere che la fenomenologia husserliana e poi la teologia estetica di Hans Urs von Balthasar hanno variamente elaborato: si tratta di una soglia che dischiude, non di un ostacolo che respinge.
Rilevanza giovanile.
In una cultura che tende a sopprimere ogni forma di soglia e di rispetto per ciò che eccede la propria misura – riducendo tutto a oggetto disponibile, fotografabile, consumabile in uno scorrimento continuo di contenuti senza soste, come ha ben mostrato la critica di pensatori quali Byung-Chul Han alla trasparenza totale della società contemporanea – il recupero di un sano timore-stupore restituisce ai giovani la possibilità di incontrare qualcosa di più grande di loro senza doverlo immediatamente possedere, fotografare o consumare. Anche l’adolescente, come Mosè, si avvicina spesso per curiosità a un roveto che arde: un’esperienza forte, un incontro inatteso, una domanda improvvisa sul senso della propria vita. La differenza sta in ciò che accade dopo: se quella curiosità viene subito soddisfatta e archiviata come uno stimolo fra i tanti, oppure se qualcuno insegna al ragazzo a fermarsi, a togliersi i sandali, cioè a lasciare che quell’incontro lo tocchi davvero prima di passare al successivo.
Traccia educativa.
Educare al timore di Dio significa allenare alla capacità di stupirsi e di fermarsi, di togliersi i sandali davanti a ciò che merita rispetto e non immediata manipolazione, e di riconoscere che non tutto è disponibile né immediatamente comprensibile, senza che questa soglia venga vissuta come umiliazione della propria libertà. Significa anche, concretamente, custodire nella proposta educativa spazi e tempi non riempiti da parole e da attività, luoghi di silenzio in cui un roveto possa ancora ardere senza essere subito spiegato, fotografato o commentato, perché è in quel margine di sospensione, e non nella sua immediata risoluzione, che lo stupore ha la possibilità di attecchire.
1. Approfondimento esegetico
Il contesto narrativo
Mosè è fuggito dall’Egitto dopo aver ucciso un sorvegliante egiziano che maltrattava un ebreo, e vive ormai da tempo presso Ietro, sacerdote di Madian, di cui ha sposato la figlia Zippora. È un uomo che ha lasciato alle spalle sia la propria identità egiziana di adozione sia la possibilità di un ritorno fra il proprio popolo, un uomo a metà fra due mondi che ha trovato provvisoria pace nel mestiere di pastore. È mentre conduce «il gregge oltre il deserto» che giunge «al monte di Dio, l’Oreb» (Esodo 3,1): un dettaglio che il narratore lascia cadere senza enfasi, come se Mosè stesso non sapesse ancora di trovarsi in un luogo speciale.
La curiosità che precede la fede
Il racconto insiste su un dato psicologicamente prezioso: non è la devozione a muovere per prima i passi di Mosè, ma la semplice curiosità davanti a un fenomeno anomalo. «Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”» (Esodo 3,3). È significativo che il testo non censuri questo movente ordinario, quasi scientifico: Dio non attende un’anima già pia per rivelarsi, ma intercetta un uomo semplicemente incuriosito da un fatto strano. Solo quando Mosè si avvicina, la scena cambia registro: «Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: “Mosè, Mosè!”». Rispose: «Eccomi!» (Esodo 3,4) – la stessa parola che abbiamo incontrato nella seconda giornata, a segno di quanto le sette parole di questo itinerario si richiamino a vicenda.
L’ordine e il nome
Segue immediatamente l’ordine che dà il nome a questa giornata: «Riprese: “Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!”» (Esodo 3,5). Solo dopo questo gesto Dio si presenta con il proprio nome legato alla storia dei padri – «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (Esodo 3,6) – e Mosè, racconta il testo, «si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio». Poco più avanti nello stesso capitolo, alla domanda di Mosè su quale nome riferire al popolo, Dio risponderà con la celebre formula «Io sono colui che sono» (Esodo 3,14): un nome che è insieme rivelazione e velo, presenza e mistero che nessuna definizione può esaurire. L’educatore che desideri approfondire questa giornata può scegliere di estendere la lettura fino a questo versetto, per mostrare come il gesto di togliersi i sandali apra la strada a una rivelazione che, pur donandosi, non si lascia mai possedere del tutto.
Un richiamo canonico
Vale la pena segnalare ai ragazzi che lo stesso ordine – togliersi i sandali su terra santa – ricompare identico molti secoli dopo, quando Giosuè, alla vigilia della conquista di Gerico, incontra il
comandante dell’esercito del Signore: «Togli i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale stai è santo» (Giosuè 5,15). La ripetizione quasi letterale della formula, a distanza di generazioni, testimonia come questo gesto sia diventato, nella memoria biblica, il segno riconoscibile di ogni autentico incontro con il sacro.
2. Ripresa teologico-filosofica ampliata
Il sacro come mistero tremendo e affascinante: Rudolf Otto
Il teologo e storico delle religioni Rudolf Otto ha proposto, in un’opera divenuta un classico dello studio del fenomeno religioso, di descrivere l’esperienza del sacro attraverso la formula latina mysterium tremendum et fascinans: un mistero che insieme atterrisce, per la sua radicale alterità rispetto a tutto ciò che l’uomo può controllare o comprendere, e affascina, attirando irresistibilmente chi lo incontra. La scena del roveto ardente offre forse l’illustrazione narrativa più perfetta di questa doppia polarità descritta da Otto: Mosè si avvicina attratto (fascinans) e insieme si copre il volto per paura (tremendum), due movimenti opposti e simultanei che nessuna descrizione teorica renderebbe altrettanto vivi quanto questa scena concreta.
La gloria che si mostra velandosi: Hans Urs von Balthasar
Il teologo Hans Urs von Balthasar ha insistito, in una delle intuizioni centrali della propria opera, sul fatto che la rivelazione divina si comunichi sempre attraverso una forma percepibile – una gloria, uno splendore – che tuttavia non si lascia mai ridurre a semplice oggetto di comprensione: la gloria di Dio si dona nel mostrarsi e insieme si sottrae nel suo stesso mostrarsi, chiedendo non un’analisi ma una contemplazione che rispetti la sua eccedenza. Il roveto che arde senza consumarsi offre un’immagine quasi perfetta di questa dinamica: una luce visibile, reale, eppure irriducibile a qualunque spiegazione che pretenda di esaurirla.
La società della trasparenza e la scomparsa della soglia
Il filosofo Byung-Chul Han ha descritto la cultura digitale contemporanea come una società della trasparenza totale, nella quale ogni cosa deve potersi mostrare immediatamente, fotografare, condividere, senza residuo di segretezza o di distanza: una cultura che tende a eliminare ogni soglia, ogni “suolo santo” su cui non sia lecito avanzare senza preparazione. Applicata alla scena del roveto, questa critica permette di far percepire ai ragazzi quanto sia oggi culturalmente difficile il gesto stesso di Mosè: fermarsi, non avvicinarsi oltre, accettare che qualcosa resti non immediatamente accessibile, in un mondo che ci abitua a considerare ogni distanza come un ostacolo da eliminare piuttosto che come uno spazio da rispettare.
3. Sezione psicologico-antropologica
La psicologia contemporanea della meraviglia
Un filone di ricerca in crescita nella psicologia positiva, di cui lo studioso Dacher Keltner è fra i principali rappresentanti, si occupa dell’emozione della meraviglia – l’awe della letteratura
anglosassone – definita come la risposta che si prova davanti a qualcosa che eccede gli schemi consueti di comprensione della realtà. Gli studi in questo campo documentano che le esperienze di meraviglia autentica producono effetti misurabili sul benessere psicologico: una riduzione temporanea della centratura su di sé, un aumento del senso di connessione con gli altri e con il mondo, una percezione dilatata del tempo disponibile. È un dato che l’educatore può comunicare ai ragazzi in termini semplici e verificabili, mostrando come il gesto biblico di fermarsi stupiti non sia solo un’esigenza religiosa, ma corrisponda a un bisogno psicologico documentato dalla ricerca contemporanea.
Il pensiero adolescenziale e l’apertura al trascendente
Gli studi di psicologia dello sviluppo, a partire dalle classiche ricerche di Jean Piaget sullo stadio del pensiero operatorio formale, mostrano come proprio nell’adolescenza si sviluppi per la prima volta la capacità di ragionare su ipotesi astratte, non ancorate all’esperienza concreta immediata: una capacità che rende possibile, per la prima volta in modo pienamente maturo, anche l’interrogazione sul trascendente, sull’infinito, sul senso ultimo delle cose. Questo dato permette all’educatore di presentare la giornata sul roveto ardente non come un tema “aggiunto” alla crescita del ragazzo, ma come qualcosa che intercetta una capacità cognitiva ed esistenziale che sta, proprio in questi anni, per la prima volta pienamente fiorendo.
4. Sezione letteraria
Giacomo Leopardi, L’infinito
La celebre lirica leopardiana racconta come uno sguardo bloccato da una siepe, che impedisce di vedere oltre un certo punto dell’orizzonte, apra paradossalmente l’immaginazione a spazi sconfinati e a un tempo senza confini, generando nell’io lirico un naufragio che il poeta stesso definisce dolce. È un testo particolarmente prezioso per questa giornata perché mostra, in un contesto totalmente laico e distante dal linguaggio biblico, la stessa dinamica del roveto ardente: un limite fisico concreto – la siepe leopardiana, il roveto mosaico – che invece di impedire l’accesso al mistero, lo rende
paradossalmente possibile. L’educatore può proporre ai ragazzi un confronto diretto fra i due testi, invitandoli a notare come tanto Leopardi quanto il narratore biblico affidino l’esperienza del mistero non a un orizzonte sconfinato e immediatamente visibile, ma a una soglia che, proprio limitando lo sguardo, lo libera.
Annie Dillard, Pellegrino a Tinker Creek
La scrittrice naturalista americana Annie Dillard ha dedicato un intero libro all’osservazione minuziosa e contemplativa di un piccolo corso d’acqua vicino a casa sua, mostrando come l’attenzione paziente rivolta alle cose più ordinarie – un albero, un insetto, la luce del mattino – possa diventare essa stessa una forma di esperienza del sacro, non meno autentica di quella riservata a eventi eccezionali. Questo testo, meno noto ai ragazzi ma prezioso, permette di ampliare la portata della giornata: il roveto ardente non insegna solo a riconoscere il sacro negli eventi straordinari, ma a coltivare uno sguardo capace di fermarsi anche davanti a un cespuglio qualunque, se solo si impara a guardarlo davvero.