Le parole della fede
Un itinerario biblico-antropologico per l’oggi giovanile

3. «Non temere… credette»
‘emunah – Genesi 15,1.6
Il racconto.
Abramo, ormai avanti negli anni, ha appena vissuto una prova impegnativa: ha liberato con le armi il nipote Lot, catturato da alcuni re invasori, e ha incontrato il misterioso Melchisedek. È dopo questi fatti, racconta il testo, che «fu rivolta ad Abram, in visione, questa parola del Signore: “Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande”» (Genesi 15,1). Ma Abramo, invece di accogliere in silenzio la rassicurazione, replica quasi con insolenza: che cosa può darmi, Signore, se me ne vado senza figli e il mio erede sarà un servo della mia casa? È una domanda che pesa come un’accusa, e Dio non la elude: «Poi lo condusse fuori e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”; e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”» (Genesi 15,5). Ed è a questo punto, non prima, che il narratore registra la svolta: «Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (Genesi 15,6).
Ripresa teologico-filosofica.
La sequenza narrativa è più istruttiva di quanto un primo sguardo lasci intuire: la fede di Abramo non nasce da un’evidenza dimostrata né da una prova empirica, ma da una parola di rassicurazione – “non temere” – che precede e rende possibile l’atto stesso del credere, e che si accompagna a un gesto, quello di alzare gli occhi al cielo stellato, capace di allargare lo sguardo di Abramo oltre l’orizzonte ristretto della sua condizione presente. Il termine ebraico ‘emunah, dalla radice ‘aman – la stessa da cui deriva la parola “amen”, che tuttora pronunciamo per sigillare una preghiera – evoca l’immagine della stabilità, del fondamento solido su cui ci si può appoggiare senza vacillare, come un piede che trova roccia sotto la sabbia mobile. Credere, in questa accezione, non significa anzitutto aderire a un contenuto dottrinale definito una volta per tutte, ma affidare la propria esistenza a un Tu ritenuto affidabile, sulla base di una parola ricevuta piuttosto che di una prova constatata con i propri occhi. Si tratta di una fiducia fondativa dell’intera postura esistenziale, più vicina alla fiducia primordiale che la psicologia dello sviluppo riconosce come base della crescita psichica, che a un atto puramente intellettuale di adesione a proposizioni; e teologicamente essa precede e sostiene ogni successiva articolazione dottrinale, come la radice precede il ramo.
Rilevanza giovanile.
Gli adolescenti di oggi vivono spesso in un regime di sospetto generalizzato verso ogni autorità e ogni promessa, esito comprensibile di tradimenti ricevuti nelle relazioni primarie, o semplicemente mediato da una cultura che insegna, con qualche ragione, a diffidare di ogni parola non immediatamente verificabile. È un sospetto che ha le sue buone ragioni storiche, e sarebbe ingenuo liquidarlo come mero capriccio generazionale; ma è anche un sospetto che, se diventa l’unica postura possibile, rischia di precludere in radice la possibilità stessa dell’affidamento, cioè di quel gesto senza il quale nessuna relazione – amicale, amorosa, professionale, e non solo religiosa – può davvero cominciare. Riscoprire la fede come possibilità di affidamento fondato su una parola ricevuta, e non come ingenuità da superare al più presto, tocca dunque una ferita molto concreta della condizione giovanile contemporanea, e insieme apre una speranza altrettanto concreta: quella di un’autorità che non pretende obbedienza cieca, ma dice anzitutto “non temere”, e invita ad alzare lo sguardo oltre la propria condizione presente, come Abramo davanti alle stelle.
Traccia educativa.
Educare alla fede come fiducia significa mostrare, con pazienza e attraverso esperienze verificabili nel tempo – non a parole, ma nei fatti concreti della relazione educativa – che l’affidamento non è debolezza, ma la forma più alta di libertà, perché solo chi si fida può davvero ricevere qualcosa di nuovo, invece di limitarsi a possedere ciò che già controlla. Significa anche, sul modello del racconto, non pretendere che la fiducia sorga senza passare attraverso la domanda, anche insolente, anche polemica: Abramo non crede subito, contesta, chiede conto, e solo dopo essere stato ascoltato nella sua obiezione trova la parola che gli permette di credere. Un educatore che squalificasse la domanda critica del ragazzo come mancanza di fede, anziché accoglierla come tappa necessaria del cammino verso di essa, tradirebbe la logica stessa di questo racconto.
1. Approfondimento esegetico
Il contesto narrativo
Genesi 15 si apre subito dopo un episodio di guerra: Abramo ha appena liberato con le armi il nipote Lot, catturato da una coalizione di re invasori, e ha incontrato la figura misteriosa di Melchisedek, re di Salem e sacerdote del Dio altissimo, che lo benedice. È un Abramo reduce da un successo militare, dunque, quello a cui è rivolta la parola che apre il capitolo: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande» (Genesi 15,1). L’immagine dello scudo non è casuale dopo un racconto di battaglia: Dio si presenta nel linguaggio stesso della protezione che Abramo ha appena sperimentato di persona, ma promettendogli una sicurezza che nessuna vittoria militare può garantire.
La domanda che precede la fede
Ciò che rende questo capitolo unico rispetto ai precedenti è la reazione di Abramo, che non accoglie subito la rassicurazione in silenzio, ma replica con una domanda quasi polemica: «Signore Dio, che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli…» (Genesi 15,2-3). È un’obiezione che mette a nudo la ferita più profonda di Abramo – l’assenza di un erede, dopo anni di promesse non ancora compiute – e il testo non la censura né la corregge: Dio risponde direttamente all’obiezione, con un gesto prima ancora che con una parola. «Poi lo condusse fuori e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”; e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”» (Genesi 15,5). Solo a questo punto, dopo il dubbio espresso e dopo il gesto compiuto di alzare gli occhi al cielo, il narratore registra la svolta decisiva: «Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (Genesi 15,6).
Il seguito del capitolo: l’alleanza suggellata nel sonno
Il capitolo prosegue con un rito antico di alleanza, in cui Abramo divide in due alcuni animali e Dio, sotto forma di una fiaccola ardente, passa in mezzo alle parti divise, mentre Abramo è immerso in un sonno profondo e in un terrore oscuro, durante il quale gli viene rivelato che i suoi discendenti saranno stranieri e schiavi per quattrocento anni prima di ricevere la terra promessa. Questo dettaglio è importante per l’educatore: il testo non nasconde che la fede di Abramo si accompagni a una
rivelazione di sofferenza futura, non solo di gloria. Credere, in Genesi 15, non significa ricevere garanzie di un futuro facile, ma fidarsi di una parola che comprende esplicitamente anche il tempo della prova.
La ricezione del testo nel Nuovo Testamento
Genesi 15,6 è probabilmente, dopo i racconti evangelici, il versetto dell’Antico Testamento più citato nella storia della teologia cristiana. Paolo lo pone al centro tanto della Lettera ai Romani quanto di quella ai Galati per fondare la propria dottrina della giustificazione per fede, sganciata dall’osservanza della Legge; la Lettera di Giacomo, in polemica implicita con una lettura troppo unilaterale di Paolo, cita lo stesso versetto per ricordare che la fede di Abramo si è manifestata anche nelle opere. È utile che l’educatore sappia che questo singolo versetto ha alimentato, molti secoli dopo, uno dei dibattiti teologici più intensi della storia cristiana, quello sul rapporto fra fede e opere culminato nella Riforma protestante: un dibattito che esula dagli scopi catechistici di questa giornata, ma che testimonia quanto profondamente il gesto di Abramo abbia continuato a interrogare la coscienza credente nei secoli.
2. Ripresa teologico-filosofica ampliata
La radice della stabilità
Il termine ebraico ‘emunah, dalla radice ‘aman – la stessa da cui deriva la parola liturgica “amen”, che ancora oggi pronunciamo per sigillare una preghiera – evoca l’immagine della stabilità, di ciò su cui si può fare affidamento perché non vacilla, come una colonna ben piantata o un piede che trova roccia sotto la sabbia mobile. È un’immagine radicalmente diversa da quella, spesso diffusa nella cultura contemporanea, che associa la fede a un salto nel vuoto privo di ogni fondamento: la radice ebraica dice piuttosto l’esatto contrario, una fermezza che si acquista appoggiandosi a qualcosa di solido, sia pure non visibile né dimostrabile con i criteri della ragione empirica.
La fiducia nella testimonianza altrui: Paul Ricoeur
Il filosofo Paul Ricoeur ha dedicato pagine importanti al tema della testimonianza, mostrando come una parte rilevante della conoscenza umana – storica, giudiziaria, ma anche religiosa – non si fondi su un’evidenza diretta, ma sulla fiducia accordata alla parola di un altro che attesta ciò che io stesso non ho potuto verificare. Applicata al racconto di Abramo, questa categoria permette di comprendere che credere a una promessa non verificabile non è un atto irrazionale, ma segue la stessa logica per cui, ogni giorno, fondiamo gran parte delle nostre conoscenze e delle nostre scelte sulla parola di altri di cui ci fidiamo, senza poter verificare tutto in prima persona.
La scommessa della ragione: Blaise Pascal
Il filosofo e matematico Blaise Pascal, nei suoi Pensieri, ha proposto un celebre argomento – noto come la scommessa di Pascal – secondo cui, non potendo la ragione dimostrare né l’esistenza né la non esistenza di Dio con assoluta certezza, converrebbe comunque scommettere sulla sua esistenza, perché la posta in gioco rende questa scommessa più ragionevole del suo contrario. È bene segnalare all’educatore che l’argomento pascaliano, elaborato nel Seicento in un contesto filosofico molto diverso da quello del racconto patriarcale, non va sovrapposto ad Abramo come se fosse la sua stessa logica: ma resta un’analogia istruttiva per mostrare ai ragazzi come anche pensatori di grande rigore razionale abbiano riconosciuto che, in certe questioni decisive, l’attesa di una prova totale prima di agire può essere essa stessa una scelta, e non necessariamente la più saggia.
La fede come affidamento, non come certezza: Romano Guardini
Romano Guardini insiste, nei suoi scritti sulla vita di fede, sulla differenza fra la certezza logica, che si impone alla mente indipendentemente dalla volontà di chi conosce, e la fiducia personale, che coinvolge sempre una decisione della libertà e non solo un’evidenza dell’intelletto. Credere ad Abramo, in questa prospettiva, non significa disporre di prove sufficienti, ma scegliere di affidarsi a un Tu che si è mostrato degno di fiducia in altre occasioni – come Abramo aveva già sperimentato la protezione divina prima di questo capitolo – pur senza alcuna garanzia dimostrativa sul futuro.
3. Sezione psicologico-antropologica
Erik Erikson e la fiducia di base
Erik Erikson colloca all’inizio del proprio schema degli stadi psicosociali dell’esistenza umana la tensione fra fiducia di base e sfiducia, un compito evolutivo che si gioca nei primi mesi di vita attraverso la relazione con chi si prende cura del neonato, e che lascia una traccia permanente nella capacità futura della persona di fidarsi del mondo e delle relazioni. È una fiducia che nasce, secondo Erikson, non da una dimostrazione razionale ma dalla ripetuta esperienza di essere accolti e soddisfatti nei propri bisogni: una base pre-razionale su cui si costruirà, molto più tardi, ogni capacità adulta di fidarsi. Il racconto di Abramo che crede dopo aver già sperimentato la protezione divina in battaglia offre un’immagine narrativa sorprendentemente coerente con questa intuizione psicologica: la fiducia matura si radica sempre in una storia precedente di affidabilità sperimentata, non nasce dal nulla in un singolo istante.
La ricostruzione della fiducia dopo il tradimento
Un filone consistente della psicologia clinica contemporanea si occupa di come la fiducia, una volta infranta da un tradimento o da un abbandono, possa essere ricostruita: gli studi in questo campo concordano nell’indicare che la ricostruzione richiede tempo, coerenza ripetuta nel comportamento di chi chiede di essere nuovamente creduto, e la possibilità per chi è stato ferito di esprimere apertamente la propria obiezione, senza che questa venga liquidata come mancanza di buona volontà. È esattamente ciò che accade nel racconto biblico: Abramo non nasconde la propria obiezione, e Dio non la ignora né la rimprovera, ma vi risponde con un gesto concreto – mostrargli le stelle – prima di attendersi che Abramo creda.
L’adolescenza fra sospetto e desiderio di affidarsi
Gli studi sullo sviluppo adolescenziale descrivono questa fase come segnata da una tensione fra un accresciuto pensiero critico, capace finalmente di mettere in discussione le narrazioni ricevute passivamente dall’infanzia, e un bisogno altrettanto forte, anche se meno dichiarato, di trovare qualcuno o qualcosa a cui affidarsi con fiducia piena. Questa tensione, lungi dall’essere una contraddizione da correggere, è essa stessa il terreno su cui una fede matura può radicarsi: non una fiducia ingenua che non ha mai attraversato il dubbio, ma una fiducia che, come quella di Abramo, ha posto la propria domanda e ha ricevuto una risposta prima di credere.
4. Sezione letteraria
Alessandro Manzoni, I promessi sposi
L’intero romanzo manzoniano può essere letto come una lunga meditazione narrativa sulla
Provvidenza, cioè su una fiducia che i personaggi – in primo luogo Renzo e Lucia, ma anche fra Cristoforo e il cardinale Federigo Borromeo – sono chiamati a maturare attraverso vicende di ingiustizia, violenza, peste, separazione, senza che il testo offra mai loro alcuna prova anticipata che tutto si risolverà per il meglio. È un riferimento particolarmente adatto a un pubblico italiano, perché appartiene al patrimonio scolastico condiviso, e permette di mostrare come il tema della fiducia in una promessa non verificabile attraversi la grande letteratura nazionale, non solo il testo biblico.
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov
Nel celebre confronto fra i fratelli Ivan e Alëša, il romanzo mette in scena con straordinaria intensità la ribellione della ragione umana di fronte alla sofferenza innocente, e insieme la possibilità di una fede che non pretende di risolvere razionalmente lo scandalo del male, ma si affida ugualmente. Questo romanzo, complesso e adatto a un pubblico già maturo, può essere proposto all’educatore non per una lettura integrale ma come riferimento colto per mostrare come il dubbio di Abramo – “che cosa mi darai, se la mia condizione resta quella che è?” – trovi eco in una delle grandi opere della letteratura mondiale sul rapporto fra fede e ragione.
Per gentile concessione di
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