Nonostante un lieve miglioramento, il rapporto ONU registra ancora 645 milioni di persone in carenza alimentare. Nel continente africano, 309 milioni

Un terzo della popolazione mondiale non può permettersi un’alimentazione equilibrata. Ma è nel continente che si registra il numero più alto di persone coinvolte, superando ormai l’Asia. Donne e bambini pagano il prezzo più alto. La carenza di infrastrutture nella catena del freddo fa perdere oltre un terzo della produzione di frutta, verdura, pesce e latticini

(Credit: Signal)

22 Luglio 2026
Articolo di Redazione
Per gentile concessione di
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Il rapporto The State of Food Security and Nutrition in the World 2026, pubblicato dalle principali agenzie delle Nazioni Unite, restituisce un quadro globale ancora segnato da profonde contraddizioni.

Se nel 2025 si è registrato un lieve miglioramento (14 milioni in meno) rispetto all’anno precedente, circa 645 milioni di persone nel mondo continuano a soffrire la fame.

Il vero problema è il costo del cibo

Il nodo centrale, secondo il documento, non è più solo la disponibilità di cibo, ma la sua accessibilità economica: il costo medio di una dieta sana è salito a 4,28 dollari al giorno. Una cifra che l’inflazione ha reso proibitiva per oltre un terzo della popolazione mondiale. A pagarne le conseguenze sono soprattutto donne e bambini, le cui diete restano povere di varietà, allontanando sempre più il pianeta dagli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati per il 2030.

L’Africa, epicentro della crisi

L’Africa è il vero baricentro della crisi alimentare mondiale. Nel 2025 un africano su cinque ha sofferto la fame. Una quota che – seppur stabile rispetto al 20,3% del 2024 dopo anni di crescita ininterrotta dal 2017 -, si traduce in numeri assoluti sempre più alti a causa della pressione demografica.

Il continente ha così superato l’Asia diventando l’area con il maggior numero di persone affamate al mondo, 309,2 milioni, mentre oltre la metà della popolazione, 877 milioni di persone, vive una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave. Le proiezioni al 2030 stimano che più della metà delle persone affamate del pianeta si troverà in Africa, dove la fame potrebbe ancora colpire quasi un abitante su cinque.

Dentro questo quadro convivono però realtà molto diverse: l’Africa centrale e orientale, con percentuali che superano il 25%, restano le aree più colpite, a fronte di un Nordafrica che si ferma al 9,8%.

Il costo di una dieta sana

Se la fame racconta la parte più visibile della crisi, il costo del cibo ne svela la radice economica. In Africa una dieta sana costa in media 4,35 dollari al giorno. Soglia che i due terzi della popolazione – oltre un miliardo di persone – non riescono a permettersi. Si tratta della percentuale più alta al mondo.

A pesare di più sul bilancio delle famiglie sono gli alimenti di origine animale, entrati nella fascia di prezzo più cara a livello globale in quasi 7 paesi africani su 10, mentre la frutta resta uno dei beni relativamente più accessibili.

I sussidi e il loro effetto moltiplicatore

Le politiche di sostegno interno, va detto, faticano a incidere su questi prezzi più che altrove; eppure, se inserita in una strategia coordinata a livello internazionale, l’Africa diventa la regione che trae maggior beneficio da ogni dollaro investito in sussidi, capace di generare un effetto moltiplicatore quasi doppio rispetto alla spesa iniziale.

Nutrizione: luci e ombre

Sul fronte nutrizionale il continente mostra un volto più sfaccettato, fatto di luci e ombre. Da un lato, l’Africa è oggi l’unica regione al mondo sulla buona strada per raggiungere gli obiettivi globali di riduzione del sovrappeso e del deperimento infantile, entrambi ormai sotto il 6%.

Dall’altro, resta indietro su fronti altrettanto decisivi: il ritardo della crescita nei bambini, sceso dal 34% del 2012 al 30,3% nel 2024, migliora troppo lentamente, mentre l’anemia nelle donne peggiora anno dopo anno.

A ciò si aggiunge una diversità alimentare ancora largamente insufficiente, che in Africa tocca i valori più bassi registrati a livello mondiale sia tra i bambini piccoli che tra le donne in età fertile, mentre l’obesità adulta, seppur partendo da livelli contenuti, continua a crescere in parallelo.

Le fragilità strutturali da colmare

Dietro questi numeri emergono fragilità strutturali che il rapporto individua come priorità di intervento. La carenza di catene del freddo e di infrastrutture rurali adeguate provoca perdite post-raccolto che superano il 30-40% per frutta, verdura, pesce e latticini, mentre gli investimenti in ricerca e sviluppo agroalimentare restano marginali, appena il 3% della spesa mondiale del settore.