“Scisma”: un termine al quale l’opinione pubblica si è abituata, da un po’ di tempo a questa parte, per via dei lefevriani e delle loro consacrazioni episcopali. Finite le notizie “calde” è possibile tornare sull’evento e tentare di capirlo. Pubblichiamo due articoli – uno di Giovanni Cominelli, questo, e uno di Manuel Belli, il successivo. Cominelli inquadra il problema soprattutto alla luce del confronto della Chiesa con la modernità e il ruolo del Concilio Vaticano II.

Giovanni Cominelli
15 Luglio 2026
Per gentile concessione di
https://labarcaeilmare.it

Il mondo ha ben altro di cui preoccuparsi oggi, non certo del micro-scisma dei lefebvriani, che a Écône, nel Canton Vallese, hanno ordinato quattro nuovi vescovi della “Fraternitas sacerdotalis Sancti Pii X”, fondata da Mons. Lefebvre nel 1970 e che, pertanto, si sono posti fuori dalla linea della successione apostolica, anche se Mons. Lefebvre ci stava a pieno titolo. L’evento è certamente circoscritto, ma dentro dentro vi si agitano questioni universali della Chiesa e della politica.

La liturgia e il Sacro

Chi ha intravisto in TV il raduno dei neo-scismatici sul piovoso prato vallese è stato colpito, innanzitutto, dallo splendore e dal rigore dei riti liturgici: pianete e stole cluccicanti di ori e di ricami, lo struggente canto gregoriano, l’armonia prestabilita dei movimenti dei celebranti.

Da sempre il fine dell’assemblea liturgica è quello di segnare i confini tra il Sacro e il mondo quotidiano. Il Sacro non lo si può raccontare, si può solo, “erleben”, vivere intensamente. La Liturgia è l’esperienza del Sacro, attraverso la recitazione di formule, di gesti rituali. Nessuna parola in libertà. D’altronde, l’assemblea liturgica non è un confronto-dibattito democratico. Questo auto-confinamento nel Sacro è una scommessa: ad esso attingono i fedeli per tornare a dare energia e significato alla normale vita quotidiana dei fedeli, uomini tra gli uomini.

Rispetto a questa liturgia tradizionale, spesso teatralmente autocompiaciuta, la sperimentazione liturgica “anarchica” del dopo Concilio Vaticano II ha avvicinato certamente di più il celebrante ai fedeli e viceversa, ha anche prodotto forme disordinate di populismo liturgico. Così capita, a volte, di sentire strimpellare da qualche giovane di oratorio la famosa “Imagine” di John Lennon, che invita ad immaginare un mondo in cui non ci sia più religione: “no religion”, proprio lì in chiesa!

Il grande problema: la Chiesa e il mondo moderno

Non è però sulla Liturgia e sulla Messa in Latino che si è consumato lo scisma. E’ il rapporto tra Chiesa e modernità ciò che è in questione e perciò, anche quello tra Chiesa e politica. Il Concilio Vaticano II aveva superato l’idea di Pio XII di una ricostituzione moderna dell’intreccio stringente tra società civile, Chiesa, politica e Stato.

Era la nuova “Civitas christiana”, teorizzata come “Nuova cristianità” nel 1936 da Jacques Maritain in “Umanesimo integrale”, negli anni di vigilia del massacro mondiale e del suicidio europeo. Mentre Pio IX si era opposto alla modernità liberale e socialista con il Sillabo del 1864 e Pio X alla corrente culturale e teologica del modernismo con l’Enciclica “Pascendi” del 1907, Pio XII non voleva opporvisi, ma inglobarli hegelianamente in una sintesi superiore, che non nutriva più nostalgie medievali, ma neppure cedeva alla fascinazione della modernità liberale.

Il Concilio Vaticano II

Il Concilio Vaticano II, egemonizzato intellettualmente dai Vescovi del Nord-Europa e dell’America Latina, con il loro seguito di teologi francesi, tedeschi – tra cui Ratzinger – olandesi e latino-americani, spazzò via questa ultima illusione della “Nuova cristianità” e spinse i Cristiani nel mare aperto della secolarizzazione e della “morte di Dio”, senza più nessuna protezione o privilegio politico e statale.

Le prime righe della Costituzione dogmatica “Gaudium et Spes” del Concilio Vaticano II incominciano così:

Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.

Con ciò la Chiesa si allineava alla modernità presente. Una tale scelta, per alcuni tardiva, per altri una fuga in avanti, generò innovazioni audaci, a volte avventurose sul piano teologico e su quello liturgico, ma anche ripensamenti, arretramenti e ostinate opposizioni che amareggiarono gli anni di Paolo VI fino al 1978.

Tra queste anche quella di Mons. Lefebvre, il fondatore della “Fraternitas”. A Écône ancora oggi si coltiva l’antica illusione medievalista e antimodernista. Del resto la “Fraternitas”, si denomina, appunto, da Pio X. Effetti politici? Da sempre c’è una parte della politica che tenta di usare la Chiesa e sue parti per i propri fini e viceversa. Oggi è soprattutto la destra politica di ispirazione MAGA, sia negli USA sia in Italia. Trattasi di classico voto di scambio: la politica cerca voti, la religione attende protezione. Vance ha persino ipotizzato un’abolizione della separazione tra Stato e Chiesa.

Giovanni Cominelli
Nato a Parre (BG) il 27 giugno 1943. Studi nel Seminario di Bergamo fino a vent’anni. Laurea filosofia all’Università statale di Milano. Consigliere regionale dal 1980 al 1990. Scrive di politica e di educazione.