La cristología del Hijo del hombre
Marc Rastoin
diciembre 31, 2021
Cotesia de
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L’articolo affronta il problema centrale della cristologia: comprendere in che modo, nella persona pienamente umana di Gesù di Nazaret, si sia manifestato Dio. Fin dalle origini, i cristiani hanno cercato parole e concetti capaci di conciliare la fede nell’unico Dio d’Israele con il riconoscimento della divinità di Cristo, senza compromettere la sua autentica umanità. Questo lavoro teologico rimane necessario in ogni epoca: non basta ripetere le formule elaborate dalla tradizione e dai concili, ma occorre tradurne il significato nel contesto culturale contemporaneo. Per farlo, secondo l’autore, è indispensabile ripartire dall’uomo Gesù, dalla sua esperienza storica e dal modo in cui egli stesso comprese ed espresse la propria identità.

Gesù maturò la propria coscienza religiosa all’interno del giudaismo galilaico del I secolo. Era un ebreo praticante, di lingua aramaica, formato dalla preghiera dei salmi, dal culto della sinagoga, dalle feste celebrate nel Tempio e dalla lettura delle Scritture. Le sue parole, la sua fede e la sua visione della missione ricevuta da Dio si svilupparono dunque attraverso la “grammatica” religiosa d’Israele. Le scoperte di Qumran e la conoscenza della letteratura intertestamentaria hanno mostrato quanto fosse ricco e diversificato il mondo spirituale ebraico dell’epoca. Temi come l’attesa del Messia, il giudizio finale e la persecuzione dei profeti formavano l’ambiente teologico nel quale Gesù visse.

Anche le Beatitudini e il Padre nostro presentano numerosi punti di contatto con testi biblici e preghiere ebraiche. Riconoscere queste radici non riduce l’originalità di Gesù, ma permette di comprenderla meglio. La sua singolarità emerge, per esempio, dalla centralità delle parabole e dall’unione, nella sua persona, delle funzioni di maestro, guaritore ed esorcista. Gesù fu profondamente inserito nel proprio ambiente religioso, dal quale ricevette schemi di pensiero, linguaggio e primi discepoli, ma all’interno di tale ambiente elaborò una sintesi personale e nuova.

Un elemento decisivo per comprendere la sua identità è il rapporto con Giovanni Battista. Gesù iniziò la vita pubblica recandosi da lui e facendosi battezzare come un israelita fra gli altri, in mezzo ai peccatori. Ciò, inizialmente percepito da alcuni cristiani come motivo d’imbarazzo, appare invece un segno della sua umiltà e della capacità di decentrarsi. Gesù cercava di riconoscere l’azione del Padre anche fuori di sé e comprese che, in quel momento, essa passava attraverso Giovanni. Per questo ne lodò la grandezza e non rinnegò mai il legame con lui.

La missione di Gesù è inseparabile da quella del Battista. Egli riprese alcuni aspetti della sua predicazione, scelse tra i suoi discepoli e riconobbe nel suo battesimo un’iniziativa proveniente da Dio. Quando le autorità di Gerusalemme gli domandarono con quale potere agisse, Gesù collegò implicitamente la propria autorità a quella di Giovanni. Tuttavia, non si limitò a proseguirne l’opera: trovò una strada personale, rivolta alle “pecore perdute della casa d’Israele”. Guarì i malati, istruì le folle e costituì un gruppo di dodici discepoli, simbolo della ricostituzione dell’intero popolo d’Israele.

Per parlare di sé, Gesù preferì soprattutto l’enigmatica espressione “Figlio dell’uomo”. Per comprenderla bisogna risalire al libro di Daniele e alla successiva letteratura giudaica, in particolare al Libro di Enoc. In Daniele compare una figura che possiede contemporaneamente caratteri umani e attributi divini: viene sulle nubi del cielo, riceve autorità e partecipa al giudizio della terra. Alcuni ebrei del tempo di Gesù attendevano quindi un Messia umano e, nello stesso tempo, associato alla sfera divina. Il Libro di Enoc sviluppa ulteriormente questa figura e la identifica con Enoc soltanto nella parte conclusiva.

Gesù introduce però una novità decisiva: non presenta il Figlio dell’uomo soltanto come una figura futura, ma lascia intendere che quella promessa escatologica si sta realizzando nella sua persona. Ciò che prima era atteso per gli ultimi tempi diventa presente. Le idee sul Messia, sul giudizio e sul Figlio dell’uomo appartenevano già alla tradizione ebraica; la novità consiste nell’identificazione concreta con Gesù di Nazaret. Quando i Vangeli parlano del Figlio dell’uomo che verrà sulle nubi, si riferiscono pertanto alla futura manifestazione gloriosa di colui che ha già operato nella storia.

Gesù partecipò al dibattito ebraico sull’identità del Messia, sulla sua discendenza davidica e sui rapporti fra il Figlio dell’uomo di Daniele e il Servo descritto da Isaia. Dimostrò, però, una certa diffidenza verso il titolo di “Messia”, probabilmente perché troppo carico di aspettative politiche e nazionali. Nel Vangelo di Marco lo accetta pienamente soltanto alla fine, durante l’interrogatorio del sommo sacerdote. Preferisce invece “Figlio dell’uomo”, espressione pronunciata quasi esclusivamente da lui e presto abbandonata dai primi cristiani, tanto da essere assente nelle lettere di Paolo. Proprio questa rapida scomparsa costituisce un importante indizio della sua autenticità storica.

La formula possedeva un’ambiguità particolarmente adatta allo stile di Gesù. In aramaico e in ebraico poteva indicare semplicemente un essere umano, come accade nel libro di Ezechiele, dove Dio si rivolge al profeta chiamandolo “figlio d’uomo”. Al tempo stesso poteva rinviare alla misteriosa figura celeste di Daniele. Tutto dipendeva dalla sfumatura tra “un figlio d’uomo” e “il Figlio dell’uomo”. Gesù utilizzava inoltre l’espressione in terza persona, presentandosi con discrezione e lasciando agli ascoltatori la libertà di interpretare le sue parole. Come nelle parabole, non imponeva una definizione, ma invitava a comprendere: chi aveva orecchi per ascoltare doveva decidere personalmente chi fosse Gesù.

Tale scelta esprime una cristologia volutamente aperta. Da un lato, Gesù si colloca fra gli esseri umani e manifesta la propria piena appartenenza all’umanità; dall’altro, suggerisce la relazione eccezionale che lo unisce a Dio, poiché il Figlio dell’uomo è associato all’autorità, al giudizio e al trono divini. Gesù non può dunque essere separato dal Padre e dallo Spirito: la risposta data alla sua persona e al suo insegnamento acquista un valore definitivo.

La sintesi elaborata da Gesù combina tre figure bibliche. La prima è il Messia, titolo da lui accolto ma immediatamente reinterpretato. Quando Pietro lo riconosce come Cristo, Gesù spiega infatti che il Figlio dell’uomo dovrà soffrire. La seconda figura è appunto il Figlio dell’uomo di Daniele, destinato a ricevere potere e gloria, ma non descritto come sofferente. Per comprendere il legame tra autorità messianica e sofferenza è necessario introdurre la terza figura: il Servo del Signore di Isaia, che offre volontariamente la propria vita, prende su di sé le colpe della moltitudine e, attraverso la sofferenza, porta la salvezza non soltanto a Israele, ma a tutti.

La novità di Gesù non risiede quindi nei singoli elementi, tutti appartenenti alle Scritture e alle discussioni religiose del tempo, ma nella loro originale combinazione. Gesù si concepisce come Messia e Figlio dell’uomo che assume la missione del Servo sofferente. A questa sintesi giunse attraverso la meditazione delle Scritture, la conoscenza delle attese religiose contemporanee e la convinzione che i profeti inviati da Dio fossero destinati alla persecuzione. La morte violenta di Giovanni Battista dovette rafforzare in lui la consapevolezza che anche la sua fedeltà alla missione avrebbe provocato l’opposizione dei potenti.

Secondo l’autore, gli evangelisti, pur sviluppando strategie narrative e teologiche proprie, rimasero fedeli all’interpretazione biblica originaria del loro maestro. Presentano Gesù innanzitutto come un uomo rivolto ai poveri e agli ultimi, un servo che offre la vita per Israele e per la moltitudine. Egli non proclama continuamente la propria divinità, benché questa sia confessata senza esitazioni dalla fede degli evangelisti. Appare invece come un ebreo credente, esperto delle Scritture e convinto di essere l’inviato degli ultimi tempi: il Figlio dell’uomo che deve attraversare il cammino del Servo prima di manifestarsi sulle nubi nella gloria.

Gesù evitò titoli e definizioni rigide perché potevano tradirlo quanto rivelarlo. Preferì che fossero le parole, le guarigioni e le azioni a parlare della sua identità. Voleva che ciascuno decidesse liberamente chi egli fosse. Si considerava un uomo fra gli uomini e un israelita fra i propri fratelli, ma anche protagonista di un passaggio decisivo nel piano della salvezza, in una relazione unica con Dio chiamato “Abbà”. Riconoscere che Dio operava attraverso di lui significava riconoscere che il Regno era già giunto vicino.

Questa cristologia è importante anche per comprendere la natura del cristianesimo. Esso rischia sempre di trasformarsi in una religione come le altre, fatta principalmente di dogmi, regole e riti, dimenticando di essere nato come rinnovamento spirituale all’interno della fede d’Israele. Gesù non volle fondare una religione separata, ma incarnare una nuova fase del progetto del Dio d’Israele. Il cristianesimo è quindi un movimento radicale ed escatologico, nato da una lettura personale ma profondamente ebraica dell’insieme delle Scritture.

L’autore lo definisce una sorta di “religione al quadrato”: una religione che ha senso soltanto se conduce oltre la semplice osservanza, verso la carità stessa di Dio. Essa richiede l’interiorizzazione della Torah e l’imitazione delle qualità divine: perdono, dono di sé e uscita dal proprio egoismo. Non vuole essere semplicemente un’altra istituzione religiosa, ma una rivoluzione spirituale realizzata dentro e a partire da una tradizione già esistente.

Resta tuttavia una tensione: conservare la radicalità escatologica di Gesù e il suo amore per Israele, simboleggiato dai dodici apostoli, aprendosi nello stesso tempo a tutti i popoli. Sebbene durante la vita Gesù abbia operato in un’area geografica limitata, era convinto che il Padre volesse la salvezza dell’intera creazione. Chiamava ogni persona a una relazione filiale con Dio e a un rovesciamento dell’esistenza: chi cerca di conservare egoisticamente la propria vita la perde, mentre chi la dona per lui e per il Vangelo la salva.

La formula “Figlio dell’uomo” collega così una cristologia “bassa”, fondata sull’umanità, sull’umiltà e sulla discrezione, con una cristologia “alta”, centrata sulla relazione unica di Gesù con il Padre e sul suo ruolo escatologico. Questo equilibrio indica una strada anche alla Chiesa contemporanea: partire dall’umanità credibile e spiritualmente affascinante di Cristo, senza rinunciare a confessarlo come Signore e Figlio di Dio.

In conclusione, comprendere la cristologia vissuta da Gesù rimane un compito sempre aperto. La sua libertà spirituale nasceva dalla totale appartenenza a Dio. Chiamando Dio “Abbà”, egli esprimeva una relazione intima e insieme universalmente accessibile a ogni essere umano che si riconosca figlio. La cura radicale per gli altri derivava dal completo decentramento da sé. Scegliendo l’espressione “Figlio dell’uomo”, Gesù adottò una definizione umile, dinamica ed enigmatica, che lo collocava contemporaneamente al livello di ogni uomo e nella sfera di Dio. Una cristologia successiva, insistendo sulle esplicite dichiarazioni della sua divinità, ha talvolta rischiato di oscurare tale umiltà. Recuperarla permette invece di riconoscere che il cammino di fede di Gesù è anche un cammino di piena umanizzazione: soltanto chi si affida totalmente a Dio può accogliere pienamente se stesso e donarsi senza riserve agli altri.