
El discernimiento espiritual
Miguel Angel Fiorito
diciembre 31, 2021
Cortesia de
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Il discernimento spirituale nella tradizione ignaziana ha come fondamento la ricerca costante di Dio. Questo principio, già centrale nell’Antico e nel Nuovo Testamento, assume in sant’Ignazio di Loyola una forma specifica: Dio deve essere cercato non soltanto nella preghiera e nel raccoglimento, ma soprattutto nell’azione. La spiritualità ignaziana è infatti propria dell’uomo “attivo”, il quale orienta la preghiera all’azione e, nello stesso tempo, lascia che l’azione lo prepari a pregare. Si crea così un circolo fecondo tra preghiera e attività: la relazione con Dio illumina le opere, mentre ciò che si vive e si compie diviene materia di incontro con lui. Questa impostazione non elimina la dimensione contemplativa, che appartiene a ogni autentica vocazione cristiana, ma la integra in una vita rivolta al servizio e all’apostolato.
La ricerca di Dio avviene, secondo Ignazio, attraverso l’esperienza del discernimento, che presenta due dimensioni inseparabili: una esterna e una interna. L’esperienza esterna è costituita dagli avvenimenti della vita personale e comunitaria, dai rapporti con gli altri e dalle circostanze storiche; quella interna comprende invece ciò che tali avvenimenti suscitano nella coscienza, come pensieri, sentimenti, desideri, timori, attrazioni, repulsioni e giudizi. Il punto di partenza del discernimento è normalmente la realtà concreta, ma il processo non può compiersi se non si considera anche la risonanza interiore che la accompagna. Gli eventi non manifestano automaticamente la volontà divina: per comprenderne il significato occorre osservare come essi agiscono dentro la persona e distinguere la provenienza delle diverse mozioni.
L’importanza attribuita all’esperienza esterna è evidente nella redazione delle Costituzioni della Compagnia di Gesù. Ignazio non volle stabilirle definitivamente senza confrontarle con quanto egli stesso e i gesuiti, ormai presenti in diversi luoghi del mondo, stavano concretamente vivendo. Simón Rodrigues gli suggerì di attendere prima di confermarle, perché il tempo e, attraverso di esso, Dio insegnano ai propri servitori. Ignazio fece suo questo criterio: anche nelle indicazioni date a una comunità di studenti riconobbe che soltanto l’esperienza avrebbe mostrato che cosa fosse necessario aggiungere o eliminare. La storia e le circostanze diventano così maestre, non perché ogni fatto sia immediatamente un ordine divino, ma perché offrono il terreno nel quale la volontà di Dio può essere cercata.
L’esperienza esterna, tuttavia, non è sufficiente. Negli Esercizi spirituali Ignazio invita a riconoscere nell’interiorità tre possibili fonti dei pensieri: alcuni nascono dalla persona stessa, altri provengono dal buono spirito e altri ancora dal cattivo. Egli elabora quindi delle regole per “sentire e conoscere” le diverse mozioni dell’anima: bisogna anzitutto accorgersi di ciò che accade dentro di sé e poi comprenderne l’origine e la direzione. Il discernimento non consiste perciò in una generica introspezione, ma nell’interpretazione spirituale dei movimenti interiori per riconoscere quali siano conformi a Dio e a Gesù Cristo e quali, invece, allontanino da lui.
Negli Esercizi questa esperienza interiore viene favorita dalla contemplazione della vita terrena di Cristo. I misteri della sua esistenza, dalla nascita alla passione e alla risurrezione, suscitano affetti, pensieri e desideri alla luce dei quali la persona può interrogarsi sulla propria vocazione. Quando affronta il tema dell’elezione, cioè la ricerca della volontà di Dio, Ignazio propone di contemplare l’esempio di Cristo e, insieme, di domandarsi in quale stato o forma di vita Dio voglia essere servito. Il Cristo contemplato non è però soltanto una figura del passato: è il Risorto, vivo nel presente, che guarda la persona, agisce nella sua storia e la conduce verso il futuro. Il “Cristo storico” e il “Cristo della fede” costituiscono pertanto il criterio attraverso cui interpretare l’esperienza interiore e orientare la vita concreta.
La necessità di considerare l’interiorità non rende il discernimento solipsistico, individualista o soggettivista. Esso assumerebbe questi caratteri soltanto se l’esperienza interna fosse separata dalla realtà esterna. Gli avvenimenti provocano sempre reazioni: possono generare gioia o risentimento, ansia o libertà, desiderio o rifiuto; inducono a formulare giudizi e a immaginare decisioni. In questo senso, essi “agitano” la persona. Prestando attenzione a tale agitazione, è possibile imparare, sotto la guida dello Spirito Santo, a distinguere ciò che viene da Dio da ciò che gli è contrario. Un evento diviene segno della chiamata divina, oppure di ciò che si oppone a Dio, quando viene interpretato attraverso le mozioni che suscita e alla luce di Cristo. Il discernimento non è dunque intimistico, perché tiene conto della vita reale, ma neppure naturalistico, perché non si limita a un’analisi sociologica, psicologica o economica: riconosce anche l’azione della grazia e della tentazione.
Un esempio significativo è offerto dal comportamento di Ignazio quando seppe che l’imperatore aveva proposto Francesco Borgia come cardinale e che il papa era favorevole alla nomina. Questa notizia costituiva l’esperienza esterna. Interiormente Ignazio avvertì subito l’impulso a impedire la nomina, ma non volle identificare la propria reazione iniziale con la volontà di Dio. Poiché percepiva ragioni e mozioni contrastanti, si prese tre giorni per riflettere e pregare. In alcune ore provava timore e non si sentiva libero di intervenire presso il papa; in altre, i timori scomparivano ed emergeva una maggiore libertà spirituale. Soltanto dopo aver osservato più volte questa alternanza raggiunse un giudizio chiaro e una volontà serena, dolce e libera di opporsi alla nomina. Giunse anzi alla certezza che, se non avesse agito, non avrebbe potuto rendere buona testimonianza del proprio comportamento davanti a Dio. L’episodio mostra come una decisione non derivi né dal solo fatto esterno né da un impulso isolato, ma dalla paziente verifica delle mozioni nel tempo.
La stessa struttura si ritrova nell’Autobiografia di Ignazio. Gli avvenimenti esteriori – la convalescenza a Loyola, le letture, il viaggio in Terra Santa e gli studi a Barcellona, Alcalá, Salamanca e Parigi – vengono narrati insieme ai movimenti interiori che li accompagnano: il desiderio di imitare i santi, l’attrazione per una vita mondana, le paure e le incertezze. Anche il Diario spirituale e le lettere di governo o di direzione testimoniano questa continua esperienza di discernimento, nella quale storia personale e coscienza si illuminano reciprocamente.
Vi sono anche situazioni in cui l’anima non è attraversata da spiriti diversi, ma si trova tranquilla. Ignazio chiama questa condizione “terzo tempo” dell’elezione. In tal caso la grazia può manifestarsi proprio attraverso l’assenza di agitazione, e la decisione viene cercata mediante un uso ordinato della ragione. Occorre considerare i vantaggi e i pericoli di ciascuna alternativa, sia rispetto alla scelta positiva sia rispetto alla rinuncia, formando un quadro completo della situazione. Si osserva poi verso quale soluzione inclini maggiormente la ragione, evitando di seguire impulsi puramente sensuali. Anche questa modalità non nega la dimensione interiore: ne riconosce semplicemente una forma diversa, caratterizzata dalla pace anziché dal conflitto delle mozioni.
L’attenzione congiunta all’esperienza esterna e interna prende, nella spiritualità ignaziana, il nome di “esame di coscienza”. L’espressione non indica soltanto il controllo morale delle colpe commesse, finalizzato alla confessione. Questa funzione rimane valida, ma non esaurisce il significato dell’esame. La coscienza è concepita come il luogo della lotta spirituale, nel quale s’incontrano i pensieri propri della persona e le ispirazioni provenienti dal buono o dal cattivo spirito. L’esame serve quindi a rileggere tanto la preghiera quanto l’azione, riconoscendo ciò che si è mosso dentro di sé, come si è reagito agli eventi e verso quale direzione si è stati condotti.
In questo senso, l’esame di coscienza coincide con la vigilanza raccomandata dal Vangelo. Vigilare significa mantenere un’attenzione orante e continua, per non lasciarsi guidare inconsapevolmente da qualsiasi impulso. Non si tratta di una pratica puramente analitica, ma di un vero modo di pregare. La tradizione cristiana conosce anche altre forme di preghiera, come la supplica e il ringraziamento; tuttavia la spiritualità ignaziana, proprio perché orientata all’azione, attribuisce all’esame un posto privilegiato e particolarmente frequente. Attraverso di esso, l’uomo attivo può riconoscere Dio nel corso della giornata e trasformare l’esperienza quotidiana in un dialogo con lui.
La centralità di questa pratica è confermata dalla vita dello stesso Ignazio. Nonostante i doni spirituali ricevuti, egli continuò fino alla morte a esaminare frequentemente la propria coscienza, arrivando, secondo le testimonianze, a farlo ogni ora. Tale assiduità dimostra che l’esame non è un esercizio elementare riservato ai principianti, ma uno strumento permanente di maturità spirituale. Il discernimento ignaziano può quindi essere sintetizzato come una ricerca di Dio nella totalità della vita: nella preghiera e soprattutto nell’azione, negli eventi e nelle loro risonanze interiori, nella ragione e nelle mozioni dello spirito. La volontà divina non viene dedotta meccanicamente dalle circostanze né identificata con emozioni soggettive; emerge piuttosto da una vigilanza paziente, illuminata dalla contemplazione di Cristo e capace di condurre a decisioni segnate da chiarezza, libertà e pace.