
El humor y la vida cristiana
La Civiltà Cattolica
diciembre 31, 2021
L’articolo riflette sul significato dell’umorismo e sul ruolo che esso può assumere nella vita cristiana. Il punto di partenza è una frase di Eugène Ionesco, secondo il quale soltanto l’umorismo, anche quando è nero o crudele, può dare serenità all’essere umano, permettendogli di sopportare un’esistenza segnata dalla sofferenza e dalla morte. Nelle opere del drammaturgo, tuttavia, il riso nasce spesso da una visione desolata della condizione umana: diverte e offre una momentanea evasione, ma non sembra capace di procurare una serenità autentica. Proprio questa osservazione introduce la distinzione fondamentale tra forme diverse di umorismo. Esiste infatti un umorismo amaro, corrosivo e chiuso alla trascendenza, ma anche un umorismo benevolo, illuminato dalla saggezza umana e religiosa.
Nella tradizione cristiana il senso dell’umorismo occupa un posto importante, tanto da poter essere considerato una manifestazione del dono della sapienza. Esso è stato definito “il sale della vita religiosa”, perché la preserva dalla rigidità, dalla presunzione e dal deterioramento spirituale. Molti santi ne hanno offerto esempi significativi: Teresa d’Avila, Francesco di Sales, Tommaso Moro, Filippo Neri, Ignazio di Loyola, Giovanni XXIII e Giorgio La Pira. Secondo alcuni autori, persino la storia di numerose eresie potrebbe essere letta come la conseguenza della perdita del senso dell’umorismo: quando manca la capacità di relativizzare le proprie idee e di riconoscere i propri limiti, la religione rischia di trasformarsi in fanatismo, astrattezza o assurdità.
Definire l’umorismo non è semplice, poiché le sue manifestazioni dipendono dalla cultura, dalle consuetudini, dalla mentalità e dalla personalità dei singoli individui. Le diverse definizioni richiamate nell’articolo convergono però su alcuni elementi essenziali. L’umorismo è la capacità di riconoscere le debolezze, le contraddizioni e gli aspetti comici della natura umana, accogliendoli con ironia indulgente e comprensione. Consente di cogliere il lato sorridente delle cose anche nelle circostanze avverse e comporta uno sguardo distaccato, ma privo di malizia e cinismo. Grazie a tale sguardo, ciò che pretende di essere assoluto viene ricondotto alle sue giuste proporzioni.
L’umorismo si distingue quindi dal comico, dall’ironia e dalla semplice risata. Il comico si concentra soprattutto sugli aspetti eccentrici della realtà allo scopo di divertire. L’umorismo, pur suscitando il sorriso, nasce dalla contemplazione delle miserie umane e invita anche a riflettere. L’ironia può aggredire, ferire o distruggere; l’umorismo è invece indulgente, compassionevole e costruttivo. La risata può essere una reazione immediata e istintiva, persino una risposta difensiva a una situazione tesa; l’umorismo è più delicato, complesso e meditato. Esso non respinge la realtà, ma ne scopre una dimensione nuova, capace di trasformare una situazione grave in un’occasione di vicinanza e comprensione reciproca.
Per raggiungere questa prospettiva è necessaria una certa saggezza, maturata attraverso l’esperienza e l’osservazione di sé e degli altri. Ogni forma di umorismo contiene infatti un giudizio implicito sull’uomo e sull’esistenza. Pirandello definisce tale capacità “sentimento del contrario”: non si tratta soltanto di accorgersi di una contraddizione, come avviene nel comico, ma di comprenderne le ragioni umane e di provare partecipazione per chi la vive. Il sorriso autenticamente umoristico nasce dunque dall’incontro tra intelligenza e compassione.
Se l’umorismo dipende da una determinata concezione dell’uomo, il cristianesimo, secondo l’articolo, ne rappresenta l’espressione più piena. Kierkegaard lo considera la più vicina approssimazione dell’essere umano alla dimensione propriamente religiosa. A prima vista, cristianesimo e umorismo potrebbero sembrare incompatibili: l’assolutezza di Dio e la serietà dell’impegno di fede sembrano escludere ogni leggerezza. In realtà, la fede cristiana permette di non attribuire un valore assoluto alle realtà terrene. Il mondo è importante, ma non è definitivo; i suoi poteri, i suoi successi e le sue tragedie non costituiscono l’ultima parola sulla storia.
Alcuni teologi descrivono Dio come Deus ludens, un Dio che crea con gioia e libertà. L’immagine della Sapienza che gioca o danza davanti a Dio suggerisce che la creazione non debba essere interpretata esclusivamente attraverso le categorie della necessità e della gravità. La più profonda manifestazione del “divino senso dell’umorismo” si troverebbe però nell’Incarnazione. Il contrasto tra il Dio eterno e infinito e l’uomo Gesù, soggetto alla fame, alla sete, alla fatica, alle passioni, alla sofferenza e alla morte, supera ogni comprensione. Dio unisce gli estremi e compie qualcosa di radicalmente inatteso: entra nella fragilità umana e si affida agli uomini. Se l’umorismo nasce dall’accostamento degli opposti e dal rovesciamento delle prospettive, l’Incarnazione ne costituisce l’esempio supremo, pur trattandosi di un “divertimento” che coincide con l’infinita serietà dell’amore.
Lo stesso stile paradossale accompagna l’intera storia della salvezza. Dio sceglie ciò che il mondo giudica insignificante, debole o spregevole per confondere ciò che appare forte e importante. Anche la storia della Chiesa è segnata da persone, eventi e strumenti inattesi, attraverso i quali l’azione divina introduce continue sorprese. La vita cristiana oscilla così tra l’eternità di Dio e la banalità degli avvenimenti quotidiani, tra la vittoria definitiva di Cristo e le sconfitte dei credenti, tra la santità della Chiesa e il peccato dei suoi membri.
L’umorismo cristiano non ignora il male e la miseria, ma evita di osservarli con lo sguardo severo del giudice. Guidato dalla fede, intravede nelle contraddizioni umane il progetto più grande di Dio. Chi possiede questo umorismo sviluppa resilienza e libertà interiore: non si lascia schiacciare dalle sconfitte, perché sa che nessuna realtà terrena è definitiva. Egli riconosce l’insufficienza del mondo, ma la vede riflessa nell’amore divino. Perciò continua ad amare la realtà non soltanto nonostante le sue imperfezioni, ma anche dentro di esse. Il sorriso diventa così espressione di pietà, gratitudine e gioia per il semplice fatto di esistere in un mondo che, pur incompleto, rimane circondato dalla grazia.
Uno degli effetti principali dell’umorismo cristiano è la demitizzazione di se stessi e degli altri. L’essere umano è spesso tentato di considerarsi un eroe, di collocarsi su un piedistallo e di immaginarsi capace di dominare ogni debolezza. Pietro, che promette di non rinnegare mai Gesù, rappresenta questa presunzione. Lo scontro con la propria fragilità potrebbe condurre alla disperazione; l’umorismo agisce invece come una valvola di sicurezza. Non nasconde le debolezze, ma permette di guardarle come le guarda il Signore: con comprensione, fiducia e promessa di perdono. Gesù sa che Pietro lo rinnegherà tre volte, eppure gli affida la Chiesa, riconoscendo nel suo comportamento non una malvagità definitiva, ma la fragilità di una persona amata.
Da questo ridimensionamento nascono l’umiltà e la fiducia. L’umiltà elimina la presunzione e consente di camminare nella verità, ricordando agli anziani che il mondo non finirà con loro e ai giovani che non è cominciato con loro. La fiducia, invece, permette di procedere con coraggio e di aprirsi agli altri. L’umorismo cristiano trasforma così il pessimismo in audacia, il disprezzo in compassione e il rifiuto dei limiti in una loro feconda accettazione. La realtà umana, separata dalla redenzione, può apparire assurda, spaventosa o priva di significato; collocata nell’orizzonte dell’amore di Dio, appare invece come la condizione di un figlio che, anche quando si comporta in modo capriccioso, rimane oggetto di tenerezza e misericordia.
La vera grazia consiste allora anche nel saper ridere di sé, dei propri fallimenti, delle ambizioni frustrate e dei sogni infranti. L’umorismo riduce la drammaticità degli avvenimenti, ne mette in evidenza la relatività e impedisce che assumano un carattere fatalistico. Tommaso Moro ne offrì una testimonianza straordinaria affrontando con battute persino la propria esecuzione. Salendo al patibolo chiese aiuto per arrivare in cima, osservando che per scendere avrebbe provveduto da solo; raccomandò inoltre al boia di colpire con precisione, perché il suo collo corto non ne danneggiasse la reputazione. Non si trattava di superficialità, ma di una libertà fondata sulla speranza cristiana, capace di sottrarre alla morte la pretesa di essere l’ultima parola.
Il senso dell’umorismo è utile anche nei rapporti con il mondo e con la Chiesa. Molta insoddisfazione nasce dal fatto che gli eventi non seguono i nostri desideri e che gli altri non pensano come noi. L’umorismo crea una distanza salutare dalle opinioni personali e ricorda che nessuno possiede da solo tutta l’intelligenza, la verità o lo Spirito Santo. Chi è eccessivamente vicino ai problemi perde la prospettiva, assolutizza i dettagli e trasforma ogni questione in una tragedia, ogni novità in un’eresia, ogni critica in un disastro. È quindi necessario coltivare nel cuore uno spazio dal quale possa nascere un sorriso benevolo, capace di riconoscere i propri limiti e quelli altrui.
Questa disposizione coincide con la libertà dello spirito. Nel dolore, guardarsi con umorismo può essere un rimedio più efficace di uno sforzo eroico, perché impedisce alla sofferenza di produrre amarezza e veleno. Anche il consiglio dell’antico monaco citato nell’articolo esprime tale concretezza: se l’anima è turbata, bisogna pregare; se il turbamento continua, rivolgersi al padre spirituale; se persiste ancora, andare a dormire. L’umorismo riconosce che talvolta persino i problemi spirituali possono dipendere dalla stanchezza e non devono essere caricati di significati assoluti.
La figura opposta all’uomo dotato di umorismo è il rancoroso. Egli prende tutto troppo sul serio, soprattutto se stesso, non sa relativizzare le proprie idee né provare compassione per la debolezza umana. Considera Dio principalmente come giudice e custode della legge, anziché come padre. Quando un progetto fallisce o un’amicizia finisce, si lascia invadere dall’amarezza. Il cristiano dotato di umorismo, invece, comprende i propri limiti e sorride davanti al crollo delle illusioni, sapendo di trovarsi sotto una Provvidenza più grande. Non sorprende quindi che il senso dell’umorismo sia frequente nei mistici, i quali praticano seriamente la vita religiosa ma non si fanno illusioni sulla propria santità o sull’importanza assoluta delle loro osservanze.
La Scrittura afferma che Dio “ride nei cieli”. La sua risata non è crudele, ma calma e compassionevole: nasce dalla certezza che il male e il tumulto della storia non potranno prevalere. Ogni risata pura proveniente da un cuore giusto può perciò riflettere qualcosa della vittoria divina e della certezza che, alla fine, tutto sarà ricondotto al bene.
L’umorismo, oltre a favorire l’umiltà, genera fiducia e audacia. Il credente non fonda la propria sicurezza esclusivamente sulle capacità personali, sui mezzi disponibili o sulle circostanze favorevoli, ma sulla certezza che il progetto di Dio non può fallire. Papa Onorio III si fece rappresentare nel mosaico di San Paolo fuori le Mura piccolissimo ai piedi di Cristo, quasi a lasciare al Pantocratore il compito di governare davvero la Chiesa.
L’esempio più ampio proposto dall’articolo è però quello di Giovanni XXIII. Il suo umorismo si manifestava in una cordialità paterna, capace di infondere pace e fiducia. Sentendosi uno strumento dello Spirito Santo, non attribuiva a se stesso un’importanza eccessiva. Di fronte alle difficoltà del pontificato, la sera ricordava di essere semplicemente Angelo Roncalli e riusciva così ad addormentarsi. Durante la preparazione del Concilio Vaticano II, alla dichiarazione che non sarebbe stato possibile convocarlo nel 1963, rispose che allora lo avrebbe convocato nel 1962. Il suo rifiuto dei “profeti di sventura” derivava dalla capacità di vedere, oltre le crisi del presente, l’azione della Provvidenza. Il suo ottimismo non ignorava il male, ma nasceva dalla fede che Cristo accompagna la Chiesa attraverso tutti i mari della storia.
In conclusione, l’articolo presenta il vero umorismo come strettamente legato alla fede e alla libertà cristiana. La letteratura del nichilismo e dell’assurdo può produrre ironia, comicità, risate amare o pietà desolata, ma non quella benevolenza fiduciosa che caratterizza autori come Chesterton e Manzoni. Secondo Fulton J. Sheen, il “divino senso dell’umorismo” insegna che nulla di terreno deve essere considerato assoluto: l’unica questione veramente decisiva è la salvezza dell’anima. Le cose create sono mezzi e non fini; devono diventare gradini verso una realtà più alta. Chi non sopravvaluta se stesso né il mondo riesce a guardarli da una vetta spirituale e a coglierne anche gli aspetti ridicoli. A coloro che avranno vissuto con questa libertà, trasformando ogni realtà umana in un passo verso il cielo, Dio potrebbe infine offrire il proprio sorriso.
Forte
"Mi piace""Mi piace"