XVI Domenica
Tempo ordinario (A)
Matteo 13,24-43

Grano e zizzania
  • Libro della Sapienza 12,13.16-19
    Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose… il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti.
  • Lettera ai Romani 8,26-27
    Lo Spirito intercede con gemiti inesprimibili.
  • Vangelo di Matteo 13,24-43
    In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania…
    Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo…
    Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata»…
    Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo»…

Contro il demone della divisione
Joseph Ndoum

Continua questa domenica la lettura del discorso di Gesù in parabole del Vangelo di Matteo. La parabola del grano e della zizzania occupa il primo posto. Essa viene raccontata alla folla e poi spiegata ai discepoli in casa. Tra questo racconto e la sua spiegazione sono inserite due altre parabole: quella del granello di senapa e del lievito. L’accento viene messo sullo stile dell’agire di Dio nel mondo e nella storia. Questo tema è presente anche nella prima lettura dal libro della Sapienza: Dio agisce con pazienza, mitezza e misericordia verso tutti. Egli ci governa con molta indulgenza, proprio perché onnipotente .

Questo modo di agire di Dio viene ripreso nel ritornello del salmo responsoriale: “Tu sei buono, Signore, e ci perdoni”. Il brano della lettera di Paolo ai Romani, nella seconda lettura, sembra non inserirsi in questa tematica. Esso presenta piuttosto l’azione dello Spirito Santo che ispira e sostiene la preghiera dei credenti. Egli è realmente in noi, prega dentro di noi e ci suggerisce le intenzioni giuste nella preghiera. Infatti, l’intercessione interiore ed efficace dello Spirito ci mette in sintonia con il progetto salvifico universale di Dio.

La parabola del grano e della zizzania è tutta costruita sui contrasti: di personaggi, di gesti e di mentalità. Solo lo sfondo è unico: un campo. Il padrone vi semina il grano. Ma il nemico approfitta delle tenebre, del sonno dei contadini, per spandere zizzania in mezzo al grano, e poi sparisce. I servi del padrone del campo vorrebbero sradicare immediatamente la zizzania, ed egli non si lascia afferrare dalla impazienza. Oltre ad essere padrone del campo, è padrone anche del tempo: Dio dà tempo, ha bisogno di tempo e sa aspettare. Non è che la vista della zizzania in mezzo al campo gli faccia piacere, ma giudica prematuro raccogliere ora la zizzania. Si corre soprattutto il rischio di sradicare anche il buon seme. Quindi il padrone, che ci tiene troppo al grano, rimanda la separazione dei due al tempo della mietitura. I mietitori devono raccogliere prima a zizzania e legarla in fastelli per bruciarla; il grano invece deve essere riposto nel granaio. Le immagini di questa parabola sono assai trasparenti nella loro valenza pedagogica. L’agire di Dio nella storia è rappresentato dal padrone che semina del buon seme nel suo campo. Nella parabola, colui che semina il buon grano (con l’annuncio della Parola di Dio) è il Figlio dell’uomo; e nello stesso contesto l’azione del Maligno impedisce al Vangelo di portare frutto. Però, il problema fondamentale è l’atteggiamento da tenere di fronte alla presenza del male nella storia umana. La presenza del male non sembra rappresentare un fatto eccezionale. Non c’è da meravigliarsi che il male sia mescolato insieme al bene, e che i due crescano insieme nello stesso campo. Dio non interviene subito clamorosamente nella storia dell’uomo. Egli è paziente, misericordioso ed aspetta. Ma alla fine il male sarà strappato ed eliminato. Il regno di Dio non va concepito come un avvenimento invadente, che subito si impone. Il Vangelo, che si identifica con questo regno, cresce poco a poco silenziosamente ma efficacemente nei cuori. Solo alla fine Dio interviene per attuare il suo giudizio che porta allo scoperto il male e lo condanna in modo irreversibile.

da comboninsieme


Nel mondo per essere fecondi non perfetti
Ermes Ronchi

Il bene e il male, buon seme ed erbe cattive si sono radicati nella mia zolla di terra: il mite padrone della vita e il nemico dell’uomo si disputano, in una contesa infinita, il mio cuore. E allora il Signore Gesù inventa una delle sue parabole più belle per guidarmi nel cammino interiore, con lo stile di Dio.
La mia prima reazione di fronte alle male erbe è sempre: vuoi che andiamo a raccogliere la zizzania? L’istinto mi suggerisce di agire così: strappa via, sradica subito ciò che in te è puerile, sbagliato, immaturo. Strappa e starai bene e produrrai frutto. Ma in me c’è anche uno sguardo consapevole e adulto, più sereno, seminato dal Dio dalla pazienza contadina: non strappare le erbacce, rischi di sradicare anche il buon grano. La tua maturità non dipende da grandi reazioni immediate, ma da grandi pensieri positivi, da grandi valori buoni.
Che cosa cerca in me il Signore? La presenza di quella profezia di pane che sono le spighe, e non l’assenza, irraggiungibile, di difetti o di problemi. Ancora una volta il mite Signore delle coltivazioni abbraccia l’imperfezione del suo campo. Nel suo sguardo traspare la prospettiva serena di un Dio seminatore, che guarda non alla fragilità presente ma al buon grano futuro, anche solo possibile. Lo sguardo liberante di un Dio che ci fa coincidere non con i peccati, ma con bontà e grazia, pur se in frammenti, con generosità e bellezza, almeno in germogli. Io non sono i miei difetti, ma le mie maturazioni; non sono creato ad immagine del Nemico e della sua notte, ma a somiglianza del Padre e del suo pane buono.
Tutto il Vangelo propone, come nostra atmosfera vitale, il respiro della fecondità, della fruttificazione generosa e paziente, di grappoli che maturano lentamente nel sole, di spighe che dolcemente si gonfiano di vita, e non un illusorio sistema di vita perfetta. Non siamo al mondo per essere immacolati, ma incamminati; non per essere perfetti, ma fecondi. Il bene è più importante del male, la luce conta più del buio, una spiga di buon grano vale più di tutta la zizzania del campo.
Questa la positività del Vangelo. Che ci invita a liberarci dai falsi esami di coscienza negativi, dal quantificare ombre e fragilità. La nostra coscienza chiara, illuminata, sincera deve scoprire prima di tutto ciò che di vitale, bello, buono, promettente, la mano viva di Dio continua a seminare in noi, e poi curarlo e custodirlo come nostro Eden. Veneriamo le forze di bontà, di generosità, di tenerezza di accoglienza che Dio ci consegna. Facciamo che queste erompano in tutta la loro forza, in tutta la loro potenza e bellezza, e vedremo la zizzania scomparire, perché non troverà più terreno.

Avvenire


Il discepolo e l’incompiuto
Antonio Savone

Portiamo tutti nel nostro cuore il desiderio recondito di un tempo e di un luogo in cui fiorisca soltanto del buon grano, un tempo e un luogo in cui, finalmente, cessi quella strana mescolanza di bene e di male che è la nostra vita.

Se solo potessimo ritornare a un agognato paradiso terrestre… che nel nostro immaginario suona come il tempo e il luogo in cui non c’erano inconvenienti e magagne di ogni genere. Lo desideriamo a livello sociale, in ambito ecclesiale, lo desideriamo sul piano relazionale e – perché no? – anche su quello più strettamente personale. E, invece, è come se giorno dopo giorno vedessimo svanire ogni prospettiva di miglioramento e quei brevi tentativi di tregua che talvolta abbiamo assaporato, sfumano come una bolla di sapone.

Perché tutto deve essere così complicato e difficile quando – a nostro dire – le nostre intenzioni attingono alla migliore rettitudine? Che cos’è quel mio continuo sbagliare quando con onestà mi sembra di voler realizzare il meglio per me e per chi mi sta attorno? Come giustificare quella continua incoerenza nella quale cado ogni volta di nuovo senza neppure accorgermene? E perché quella malignità che traspare anche nelle buone intenzioni o quelle distorsioni interpretative che non poche volte finiscono per accendere conflitti relazionali che altrimenti non conosceremmo? Perché sono fatto così male? Ci sarà mai un tempo in cui vedere trionfare il bene sul male?

Come stare di fronte all’incompiuto? È a questa domanda che risponde la pagina della parabola del grano e della zizzania.

Come stare di fronte all’incompiuto? Così come fa Dio: con pazienza. La pazienza, infatti, è la capacità di vivere l’incompiuto nella fiducia che si tratta di un non-ancora-compiuto, è la disponibilità a rispettare e attendere i tempi dell’altro. La pazienza è un frutto di quella fede che è capace di rimettersi completamente nelle mani di Dio e perciò riconosce che non spetta a noi decidere tempi e modi.
Non poche volte ci scopriamo abitati da uno zelo non equilibrato che indica un rapporto malsano con il tempo: il tempo che ci è donato, infatti, è segno dell’amore di Dio e perciò va vissuto come occasione per esercitare la sua stessa misericordia nei rapporti con gli uomini.

Corriamo tutti il rischio di stare di fronte alla realtà in modo superficiale e sbrigativo, proprio come pretenderebbero i servi della parabola: quanta fretta nel giudicare le scelte altrui, quanta fretta nel vagliare il loro operato, quanta fretta nel decidere cosa accettare e cosa rifiutare, quanta fretta nell’eliminare tutto ciò che non corrisponde alle nostre aspettative!

Che cosa c’è alle radici della mia fretta? Essa, infatti, non è per nulla una dimostrazione di forza: è piuttosto indice di un nostro malessere personale. L’impazienza finisce per allearsi ben presto con l’insipienza di chi sradica tutto. Siamo convinti di conquistare l’onnipotenza mediante delle prove di forza: ma questa è soltanto un’illusione. Troppi nostri metodi sommari finiscono per diventare eccessivamente determinati e per nulla riguardosi. Non poca nostra irruenza, infatti, finisce per celare mali segreti che continuiamo a portarci dentro senza volerli riconoscere.

C’è un nemico dentro e fuori di noi che può essere vinto non già con un odio più intenso bensì con un amore più grande. È necessario, perciò, guardare all’atteggiamento del Padre il quale non ha fretta perché è consapevole che il grano, malgrado tutto, può crescere comunque rigoglioso.

Dio manifesta la sua forza attraverso l’esercizio della pazienza: è la moderazione la prova della sua onnipotenza, consapevole che non c’è peccato che possa tagliare irrimediabilmente i ponti con la misericordia di Dio. La zizzania può diventare buon grano: questo crede Dio e per questo sa attendere. L’Incarnazione del Figlio di Dio non ha provocato come per incanto la trasformazione del mondo. Gesù ha vinto il male proprio riconoscendolo, assumendolo e attraversandolo.

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Continuando ad ascoltare le parole di Gesù nel capitolo 13 del vangelo secondo Matteo, meditiamo sulla parabola della zizzania, alla quale Gesù dedica un’ampia spiegazione, e sulle due similitudini del granellino di senapa e del lievito. Queste narrazioni sono introdotte dall’espressione: «Il regno dei cieli si può paragonare a…», da intendersi come: «Avviene al regno dei cieli ciò che avviene a…». Ovvero, Gesù crea immagini di vita, perché sa che il Regno è una realtà viva, un evento dinamico che si sviluppa grazie all’agire di Dio.

Un uomo semina nel suo campo del buon seme. Ma mentre tutti dormono il suo nemico viene a seminare in mezzo al grano la zizzania: quando dunque la messe porta frutto ecco apparire, inestricabilmente mescolati, il buon grano e la zizzania. Allora alcuni servi zelanti si offrono di estirpare la zizzania, ma il padrone si oppone: «No, perché non accada che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura». Solo allora egli darà ordine di separare il grano dalla zizzania, raccogliendo il primo nel granaio e bruciando l’altra: solo allora e solo lui, il Signore, farà questa azione di separazione; non prima e non noi, suoi servi!

Dio semina la sua Parola e con le sue energie di vita lavora instancabilmente per instaurare il suo Regno. Eppure siamo costretti a constatare, accanto al bene, la scandalosa presenza del male, opera del Nemico, di Satana: il male attraversa l’umanità, la chiesa e – se vogliamo riconoscerlo – anche il cuore di ciascuno di noi. E spesso, ammonisce Gesù, contribuiamo al suo diffondersi con la nostra scarsa vigilanza, con il nostro dormire… Ma di fronte alla dolorosa scoperta di questa compresenza di grano e zizzania la reazione sbagliata è quella di cedere alla tentazione dell’impazienza, pretendendo di operare noi il giudizio che spetta a Dio e al Figlio dell’uomo quando verrà nella sua gloria (cf. Mt 25,31-46). Ci sono sempre nella chiesa coloro che si presumono giusti e, accecati dalle loro certezze, vorrebbero una comunità di puri: ma Dio solo conosce i veri giusti e nel giorno del giudizio, della mietitura (cf. Gl 4,13; Ap 14,15-16), li rivelerà e li accoglierà nel suo Regno! Al presente la sua pazienza, il suo sentire in grande è per noi occasione di convertirci per accogliere la salvezza (cf. 2Pt 3,15)…

Il Regno – dice ancora Gesù – è simile a un granellino di senapa seminato in un campo: è un seme piccolissimo eppure, «una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che gli uccelli si annidano tra i suoi rami» (cf. Ez 17,22-24). Qui l’attenzione cade sullo sviluppo straordinario del seme, sullo scarto tra la sua piccolezza iniziale e la sua grandezza finale. Lo stesso accade per il Regno: nel nostro oggi appare una realtà piccola, ma alla fine dei tempi sarà manifestata la sua grandezza. Il discepolo di Gesù Cristo deve guardare al contrasto tra l’oggi e il futuro, ma deve anche capire che il futuro dipende proprio dalla piccolezza dell’oggi. Il suo Maestro gli ha infatti rivelato che i criteri della grandezza e dell’apparire non devono essere applicati al regno dei cieli: la forza del Regno non va confusa con il fascino della grandezza, declinabile volta per volta come numero, prestigio, potere…

Per ribadire questa realtà Gesù si serve di un’altra similitudine: una donna mette poco lievito in una grande quantità (circa 40 kg!) di farina; anzi, il testo dice che la donna «nasconde» il lievito, per sottolineare che la presenza del Regno è velata, non si impone. Eppure l’insospettata forza del lievito fa fermentare tutta la pasta. L’attenzione si concentra qui sulla potenza del lievitopiccola cosa, ma capace di causare una grande trasformazione. È proprio così: la vita di Gesù era piccola cosa, pressoché sconosciuta agli storici del tempo; ma in lui, l’uomo su cui Dio ha regnato totalmente, era celata la potenza del Regno, offerto a tutti gli uomini…

Siamo dunque chiamati alla pazienza, alla piccolezza, al nascondimento: nel vivere con libertà e intelligenza queste realtà sta la nostra possibilità di accogliere il Regno annunciato da Gesù, cioè di fare obbedienza a lui, chicco di grano caduto a terra e morto per portare molto frutto (cf. Gv 12,24). Questa dinamica di morte e resurrezione è già primizia del Regno, se sappiamo assumerla nella nostra vita e testimoniarla nella compagnia degli uomini.

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Il frumento, alla fine, avrà la meglio sulla zizzania
Romeo Ballan, MCCJ

Proibito mettere steccati e fare separazioni fra buoni e cattivi, fra santi e malvagi! Perché c’è il male nel mondo? Da dove viene la zizzania? Ce lo insegna Gesù. Nelle tre parabole del Vangelo (zizzania, granello di sènape e lievito), emergono gli insegnamenti della parabola del seminatore (vedi domenica XV): l’insignificante piccolezza del seme a confronto con la sua intima forza prorompente; il padrone che sparge nel campo grano buono, mentre il nemico vi semina zizzania; l’impazienza vendicativa dei servi e la tollerante pazienza del padrone… (v. 25.28-29). Il ‘nemico’ fa concorrenza, opera di notte, semina discordia e divisioni; ha un nome: è il diavolo. Alla fine, al tempo della mietitura, arriva il momento del bilancio definitivo: i risultati sono vagliati, con il conseguente premio o castigo (v. 30). Ancora una volta, Gesù ci da la chiave di interpretazione della sua parabola, applicata ora alla vita di ciascuno (siamo un po’ buono e un po’ meno), alla vita e alla storia della Chiesa, chiamata a vivere immersa in un mondo di violenze e ingiustizie, ma sempre animata dalla speranza e dalla pazienza di Dio. In ogni tempo e luogo la Chiesa missionaria “deve proseguire il suo pellegrinaggio tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio” (S. Agostino, De civitate Dei).

Il Santo Papa Karol Wojtyla, in uno dei suoi ultimi libri, ci ha lasciato un commento autorevole sul mysterium iniquitatis che imperversa nel mondo e nella storia, e sulla coesistenza del bene e del male, con un riferimento esplicito alla parabola odierna: “Il modo in cui il male cresce e si sviluppa sul terreno sano del bene costituisce un mistero. Mistero è anche quella parte di bene che il male non è riuscito a distruggere e che si propaga nonostante il male, avanzando anzi sullo stesso terreno. È immediato il richiamo alla parabola evangelica del buon grano e della zizzania… In effetti, questa parabola può essere assunta a chiave di lettura di tutta la storia dell’uomo. Nelle varie epoche e in varia misura il grano cresce insieme alla zizzania, e la zizzania insieme al grano. La storia dell’umanità è il teatro della coesistenza del bene e del male. Questo vuol dire che, se il male esiste accanto al bene, il bene però persevera accanto al male e cresce, per così dire, sullo stesso terreno, che è la natura umana” (cfr. Memoria e Identità, p. 14).

La ricaduta di questo messaggio sul mondo missionario è immediata. Davanti al male che dilaga o alla chiusura e cattiveria di tante persone, il missionario e l’educatore sono tentati con frequenza di assumere il ruolo dei servi della parabola, che vorrebbero sradicare subito la zizzania (v. 28). Spesso ostentano il coltello dello ‘zelo’ per applicare l’aut-aut (o-o). Gesù, il divino seminatore del buon grano, invita ad aver pazienza e misericordia, concede tempo per la maturazione, rispettando i tempi di Dio, l’unico giudice che sa che cosa c’è nel cuore umano. I servi vorrebbero eliminare subito il male, cioè sopprimere le persone malvagie, ma il padrone li invita alla sopportazione; il male sarà eliminato, a suo tempo, ma i malvagi sono persone con le quali bisogna usare pazienza, attendere l’intervento finale di Dio e la Sua giustizia mitigata dalla misericordia.

La missione, pur avendo la forza incontenibile del Vangelo (v. 31-32), inizia sempre in situazioni di piccolezza e di fragilità rispetto ai dinamismi poderosi del maligno. Il missionario è certamente portatore di un lievito che è capace di rinnovare il mondo dal di dentro (v. 33), ma che opera sui tempi lunghi della pazienza, della scarsa rilevanza, della momentanea sconfitta e della tolleranza. Lo aveva già prefigurato il libro della Sapienza (I lettura): o Dio, “il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti” (v. 16). A differenza dei potenti della terra, che spesso eccedono e abusano del potere, Dio è sempre “padrone della forza”, giudica “con mitezza”, ci governa “con molta indulgenza” (v. 18). Anzi il Dio cristiano manifesta la sua onnipotenza soprattutto perdonando e usando misericordia. Infatti, Egli dà ai suoi figli “la buona speranza” che, dopo i peccati, concede il pentimento (v. 19). Tale è lo stile di Gesù, che il discepolo e il missionario assumono come programma di vita e di azione.

Il cuore umano è un campo di buon grano misto a zizzania, sotto la pressione del maligno e i furori dell’intolleranza. Proprio come dice una canzone, “dentro a tutti quanti c’è del bene e c’è del mal; ma in fondo ad ogni cuor è nascosto un capital”. C’è bisogno che lo Spirito (II lettura) venga in aiuto alla nostra debolezza (v. 26), ci sostenga nel tempo della coesistenza del bene e del male, dia animo alla nostra speranza, e ci educhi secondo il cuore misericordioso di Dio(v. 27).


L’opera creatrice è iniziata con la separazione della luce dalle tenebre (Gn 1,4); il firmamento fu posto per separare le acque che sono sopra il cielo da quelle che si trovano sulla terra (Gn 1,6-7); Dio disse: “Vi siano lampade nel firmamento del cielo, per separare il giorno dalla notte” (Gn 1,14). Al termine di queste separazioni, l’autore sacro commenta: “E Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn 1,31).

Da quel giorno, l’uomo – forse per l’inconscia paura che gli opposti potessero di nuovo fondersi e riportare il caos, il disordine che rendeva impossibile la vita – è istintivamente indotto ad erigere steccati e a stabilire una separazione fra i buoni e i malvagi, fra il puro e l’impuro, fra i santi e gli empi, fra gli amici di Dio e i suoi nemici. Alcuni testi della Bibbia, interpretati superficialmente, sembrano approvare simili discriminazioni: “Sarete santi per me, poiché io, il Signore, sono santo e vi ho separati dagli altri popoli, perché siate miei” (Lv 20,26; 20,26).

Nel mondo uscito buono dalle mani di Dio, la presenza del male rimane un enigma, un elemento di disturbo che l’uomo non sopporta e, impaziente come i servi della parabola, si chiede: “Da dove viene la zizzania?”. In lui subentra allora la frenesia di risolvere immediatamente le tensioni che prova e finisce per ricorrere a rimedi peggiori del male: diventa spietato e intollerante con se stesso e con gli altri, castiga in modo crudele, scatena guerre sante e si lascia prendere dall’ira che “mai porta a compimento la giustizia di Dio” (Gc 1,20).

In tal modo commette due errori: non accetta serenamente la realtà del mondo in cui il bene e il male sono destinati a convivere e confonde la stagione della crescita con quella della mietitura.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“La presenza del male nel mondo non mette in pericolo la riuscita del regno di Dio”.

Prima Lettura (Sap 12,13.16-19)

13 Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose,
perché tu debba difenderti
dall’accusa di giudice ingiusto.
16 La tua forza infatti è principio di giustizia;
il tuo dominio universale ti rende indulgente con tutti.
17 Mostri la forza se non si crede nella tua onnipotenza
e reprimi l’insolenza in coloro che la conoscono.
18 Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza;
ci governi con molta indulgenza,
perché il potere lo eserciti quando vuoi.
19 Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo
che il giusto deve amare gli uomini;
inoltre hai reso i tuoi figli pieni di dolce speranza
perché tu concedi dopo i peccati
la possibilità di pentirsi.

Il libro della Sapienza è stato l’ultimo dell’AT ad essere scritto. Il suo autore – un giudeo di Alessandria d’Egitto – era probabilmente ancora vivo quando Gesù è nato.

Da secoli la maggioranza degli israeliti viveva dispersa per il mondo. In ogni città dell’impero romano costituivano una comunità a parte: avevano le loro sinagoghe, i loro rabbini, i loro tribunali, le loro feste, le loro tradizioni. Non contraevano matrimonio con i pagani e prendevano tutte le precauzioni per non lasciarsi corrompere dai costumi degli altri, per non lasciarsi influenzare dalla loro morale e dalle loro pratiche religiose.

Alcuni di questi israeliti della cosiddetta diaspora avevano trovato un’ottima sistemazione all’estero, esercitavano professioni redditizie, ma i più vivevano in ristrettezze ed erano anche oggetto di discriminazioni. Costoro si chiedevano: come mai noi, pur essendo fedeli alla legge di Dio, siamo oppressi e umiliati, mentre gli idolatri prosperano? Perché Dio tollera che subiamo insolenze e ingiustizie? I nostri padri ci hanno raccontato che, in passato, il Signore compiva segni e prodigi in favore del suo popolo, come mai ora non interviene più, è forse diminuita la sua forza?

Nel brano di oggi l’autore risponde a queste domande. La forza del Signore – assicura – è sempre la stessa, infinita, ma egli non la usa per punire, la impiega solo per il bene dell’uomo. Questa è la sua giustizia: usare indulgenza nei confronti di tutti. Il suo dominio è universale, si estende su giusti ed empi: non può voler bene solo ad alcuni (v. 16).

Gli uomini impiegano la loro forza per incutere timore e rispetto, per soggiogare i più deboli e costringerli a rimanere sottomessi. Dio invece, pur essendo il padrone della forza, non la usa per imporre la sua sovranità; non ricorre ai castighi, alle ritorsioni, alle vendette, ma, con tutti, anche con i malvagi, si mostra mite e indulgente (vv. 17-18).

Commoventi le due ragioni che, nell’ultimo versetto (v. 19), spiegano il sorprendente comportamento di Dio: egli è paziente, anzitutto, perché vuole insegnare al suo popolo che il giusto deve amare gli uomini. Ci sono, sì, azioni ignobili, opere infami, ma nessun uomo è spregevole, tutti meritano amore. La seconda ragione: Dio non interviene con ritorsioni e castighi perché non vuole la morte del malvagio, ma “che desista dalla sua condotta e viva” (Ez 18,23); per questo gli offre sempre la possibilità di pentirsi (v. l9). Chi si attende un suo intervento punitivo sta semplicemente proiettando in Dio i propri istinti vendicativi.

Seconda Lettura (Rm 8,26-27)

26 Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; 27 e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio.

Come si fa a pregare? Se bastasse ripetere formule sarebbe semplice. Ma Gesù ha detto che la preghiera dei suoi discepoli non è di questo tipo: “Quando pregate non sprecate le parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole” (Mt 6,7)

Nella lettura di oggi Paolo riconosce candidamente: noi non sappiamo pregare, non abbiamo idea di che cosa si debba chiedere a Dio e le nostre invocazioni sono spesso solo tentativi di farlo aderire ai nostri progetti.

Lo Spirito viene in soccorso della nostra debolezza e ci suggerisce le parole che dobbiamo rivolgere al Padre (v. 26). Pregarlo è aprire la mente e il cuore alla sua luce e disporsi ad accogliere la sua volontà, in ogni istante della vita. Chi ci offre la luce di Dio e ci dona la forza di seguirla è lo Spirito, “colui che scruta tutte le cose, anche le profondità di Dio” (1 Cor 2,10) e ci fa partecipi dei suoi misteri. I pensieri del Signore sono però incomprensibili per la sapienza di questo mondo (1 Cor 2,3-7), per questo Paolo li definisce “gemiti ineffabili”.

La preghiera che viene dallo Spirito è sempre esaudita, perché è conforme ai desideri di Dio: non cerca di piegare la sua volontà alla nostra, ma ottiene la nostra conversione alla sua (v. 27).

Vangelo (Mt 13,24-43)

24 Un’altra parabola espose loro così: “Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. 25 Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. 26 Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. 27 Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? 28 Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? 29 No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. 30 Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”.
31 Un’altra parabola espose loro: “Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. 32 Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami”.
33 Un’altra parabola disse loro: “Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti”.
34 Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole, 35 perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: “Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”.
36 Poi Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: “Spiegaci la parabola della zizzania nel campo”. 37 Ed egli rispose: “Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. 38 Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, 39 e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. 40 Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. 41 Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità 42 e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. 43 Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!

Videocommento

Con altre tre parabole Gesù svela progressivamente il mistero del regno dei cieli. La prima – quella del grano e della zizzania (vv. 24-30) – riceve, come è accaduto a quella del seminatore della scorsa domenica, una spiegazione (vv. 36-43); si tratta di un’omelia di un predicatore del tempo di Matteo, che ha attualizzato il racconto e lo ha applicato ai bisogni delle sue comunità. Poi vengono raccontate altre due parabole – quelle del granello di senapa e del lievito (vv. 31-33) – introdotte per porre in risalto la forza irresistibile del bene. I vv. 34-35 riprendono ciò che è stato detto nei vv. 10-17 e chiariscono la ragione per cui Gesù parla in parabole. Esaminiamo le parti principali del brano.

Da dove viene la zizzania? (vv. 24-30).

Già l’esistenza del male – cui l’uomo non ha mai saputo dare una risposta soddisfacente – costituisce un angosciante problema. Oltre a questo, i cristiani delle comunità di Matteo ne dovevano affrontare un secondo, non meno serio: erano passati cinquant’anni dalla morte e risurrezione di Gesù e, guardandosi attorno, verificavano che nel mondo era presente, sì, tanto bene, ma continuava ancora a crescere, rigoglioso, anche il male. Come mai il regno dei cieli, inaugurato da Gesù, non aveva avuto un successo totale e immediato?

L’interrogativo era imbarazzante. Qualcuno lo formulava in termini ironici e provocatori: “Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione” (2 Pt 3,4).

L’enigma dell’esistenza del male esige una spiegazione e l’evangelista la dà, con una parabola di Gesù.

Il primo personaggio che viene messo in scena è il padrone. Rappresenta Dio. È lui che semina o è lui, in ogni caso, il responsabile della qualità del seme, che viene definito “buono” (v. 24). Questo aggettivo non è banale, richiama in modo esplicito il ritornello che, per dieci volte, è ripetuto nel primo capitolo della Genesi: “E Dio vide che era buono”. Tutto era buono ciò che Dio aveva fatto: non nel senso che non accadevano cataclismi e catastrofi naturali, che non esistevano dolore, malattia e morte, ma tutto era buono perché perfettamente adatto a realizzare il progetto del Signore.

Il creato è buono, come è buono il seme della parola annunciata da Gesù.

Il secondo personaggio è il nemico: rappresenta la logica di questo mondo, la mentalità antievangelica. Giunge di notte e, mentre tutti dormono, semina la zizzania, una graminacea molto simile al grano: cresce fino all’altezza di 60 centimetri e produce una spiga contenente chicchi nerastri; le sue radici si intrecciano con quelle del frumento e sono impossibili da sradicare senza strappare anche quello.

È quando le menti sono intorpidite dal sonno, è nei momenti in cui la vigilanza si allenta, è nei tempi in cui ci si abbandona alle dissipazioni e alle frivolezze che il nemico trova il modo di introdursi nel campo per seminare il male. Basta una disattenzione e si finisce per adeguarsi alla morale corrente, si assimilano i princìpi di questo mondo. Non è facile, in un primo momento, rendersi conto dell’accaduto, il male infatti si maschera spesso da “angelo di luce” (2 Cor 11,14). È in seguito, quando si osservano i risultati, che ci si rende conto del germe di morte che è penetrato nella mente e nel cuore. Ecco la ragione per cui Paolo raccomanda: “ È ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino” (Rm 13,11-12).

Il terzo personaggio – che ci è simpatico, perché ci rappresenta – sono i servi. La loro reazione – un misto di stupore e di smarrimento di fronte alla constatazione della presenza del loglio – è quella che noi sperimentiamo quando ci avvediamo dell’esistenza del male nel mondo, nella comunità cristiana, in ogni uomo. Il dialogo concitato con il padrone è commovente: mostra il loro interesse per il campo, il loro impegno per la produzione. Non sembrano estranei, ma membri della famiglia.

È a questo punto che si inserisce il messaggio centrale della parabola: la loro passione per la causa del bene li coinvolge al punto da indurli a proporre un’azione sconsiderata. Sono colti dall’impazienza, dall’ansia di sbarazzarsi subito della zizzania; non hanno esitazioni, vogliono intervenire in modo energico e immediato.

Il padrone non perde il controllo, mantiene la calma. Non si meraviglia dell’accaduto, non si scompone, non condivide la loro inquietudine. Nella sua risposta (che occupa più di un terzo del racconto) è presentata la prospettiva di Dio: in questo mondo, il bene e il male non possono essere separati, sono destinati a crescere insieme e così fino alla fine.

Come mai non si possono accelerare i tempi? Se Dio è onnipotente perché non elimina subito ogni traccia di male?

Perché non è onnipotente, come forse noi lo immaginiamo. La Bibbia non gli attribuisce mai questo titolo; lo chiama potente (Lc 1,49) o pantokrátor (Ap 1,8) che non significa “colui che può fare ciò che vuole”, ma “colui al quale nulla sfugge di mano”. L’uomo è libero e Dio ha voluto iniziare con lui “una storia d’amore” dalla quale potrebbe anche uscire sconfitto. Il suo progetto contempla la presenza del male, che va accettata serenamente, come una componente della vita. Credere che egli è pantokrátor vuol dire alimentare la convinzione che egli condurrà abilmente questa “storia d’amore” con ogni uomo e che l’ultima parola, quella decisiva, vincente, sarà comunque la sua.

La presenza della zizzania sia in noi che negli altri infastidisce enormemente. Ci costa ammettere che “non c’è sulla terra un uomo così giusto che faccia solo il bene e non pecchi” (Qo 7,20). Vorremmo cullarci nell’illusione di essere perfetti, desidereremmo avere una conferma dell’immagine elevata che ci siamo fatti di noi stessi. Il male non va giustificato, certo, ma Gesù esorta a considerarlo con gli occhi sereni e pazienti di Dio.

La sorprendente crescita del regno dei cieli (vv. 31-35).

Alla parabola del grano e della zizzania ne seguono altre due, brevi, che sono dette “gemelle” perché contengono il medesimo messaggio: la sproporzione fra il piccolo inizio e l’inatteso, stupefacente risultato finale. Un granello di senapa, quasi invisibile, dà origine ad un arbusto capace di raggiungere i quattro metri di altezza; pochi grammi di lievito fanno fermentare cinquanta chili di farina. Il contrasto è enorme!

Non è l’invito a godere del prestigio presente e a pregustare i trionfi futuri della chiesa che, iniziata con un gruppo poco qualificato di pescatori e di persone impure e peccatrici, è divenuta una struttura rispettata, temuta, apprezzata, capace di farsi notare e di imporsi. Non è neppure un annuncio della progressiva e inarrestabile cristianizzazione di tutto il mondo.

Come la parabola precedente che esortava alla pazienza e alla fiducia, queste due sono un invito all’ottimismo derivante dalla certezza che nello Spirito e nella parola di Cristo – benché insignificanti agli occhi del mondo – è presente la forza irresistibile di Dio.

L’evangelista conclude le tre parabole con una riflessione sull’obiettivo che, con esse, Gesù ha voluto raggiungere: svelare il progetto che, fin dal momento della creazione, Dio ha sul mondo (vv. 34-35).

L’accettazione serena del male non significa disimpegno (vv. 36-43).

La scena cambia. Gesù non è più sulla barca, ma in casa e non si rivolge alla folla, ma al gruppo ristretto dei discepoli. È il modo con cui l’evangelista introduce l’applicazione della parabola.

Leggendo questi versetti non si può non notare che la situazione cui si fa riferimento è completamente mutata: i personaggi non sono più gli stessi; la parabola diviene allegoria; il seme non è la logica del regno e la zizzania l’opposto, ma sembrano essere gli individui buoni e cattivi; il campo non è il mondo, ma il regno del figlio dell’uomo; il messaggio, soprattutto, non è lo stesso: prima il padrone invitava ad accettare serenamente l’esistenza del male accanto al bene e rimproverava l’intolleranza dei servi, ora anch’egli sembra lasciarsi prendere dalla frenesia di “mettere mano al fuoco” (v. 42).

Si tratta – come abbiamo rilevato – di una catechesi rivolta alle comunità di Matteo alla fine del I secolo. Probabilmente, dopo i primi decenni di grande fervore, i cristiani si erano un po’ rilassati e non prendevano più sul serio gli impegni del loro battesimo. Che fare? L’evangelista ha sentito il bisogno di scuoterli, di richiamarli alla serietà della vita e lo ha fatto servendosi del linguaggio dei predicatori del suo tempo. Era un giudeo, parlava a giudei e, per farsi capire, non poteva che ricorrere alle immagini comprensibili alla sua gente: il fuoco, le fornaci ardenti, il pianto, lo stridore di denti, la mietitura, gli angeli, i diavoli… Si tratta di metafore impressionanti, impiegate comunemente dai rabbini e che non possono essere ripetute oggi senza aggiungervi opportuni chiarimenti.

Non è corretto ricavare da esse conclusioni riguardo alla fine del mondo e al giudizio di Dio, perché Matteo non stava dando informazioni: non intendeva descrivere ciò che accadrà in futuro ai peccatori, ma stava rivolgendo un pressante, accorato richiamo ai suoi cristiani.

Una cosa è certa: chi fa il male rovina la propria vita. Quanto al futuro, più che assolutizzare le allegorie (in cui chiaramente la fervida fantasia orientale ha preso il sopravvento) è meglio soffermarsi su ciò che la Scrittura dice in modo esplicito e cioè che Dio è padre, “vuole che tutti gli uomini siano salvi” (1 Tm 2,4) e “non ha inviato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17).

E il fuoco? Dio conosce un unico fuoco: il suo Spirito, sceso sui discepoli nella Pentecoste (At 2, 3), consegnato dal Risorto nel giorno di Pasqua come forza distruttrice del peccato (Gv 20,22-23). È il fuoco cui alludeva Gesù: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49). È la fiamma inarrestabile che brucerà – questa è la bella notizia! – ogni traccia di zizzania nel cuore di ogni uomo, lasciandovi solo il buon grano, l’unico che sarà ammesso nel mondo futuro.

Al momento della mietitura verranno raccolti e gettati nella fornace ardente “tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità”. Non è una minaccia di castigo, ma un lieto annuncio: il fuoco di Dio, il suo Spirito un giorno riuscirà a far scomparire ogni forma di male. Nel regno dei cieli, giunto al suo compimento, non ci sarà più alcuno che commetterà iniquità.

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